Introduzione

Con la nascita del Web, ad ogni utente è stata regalata una nuova consapevolezza, una nuova vibrazione: la possibilità di viaggiare ovunque, di accedere alle vite altrui, la velocità, la libertà.
Questo nuovo concetto ancora non lo sapevamo all’epoca, ma ad oggi lo chiamiamo umanità aumentata.
Sì, proprio così, l’umanità aumentata ad oggi regna sovrana nelle nostre vite, è la possibilità che appartiene ad ogni singolo individuo di crearsi una rete enorme di tool che in effetti aumentano, in ogni direzione, le possibilità di ognuno di noi.

Ricostruzione dell’ego

Un fattore molto importante in questa evoluzione è che questo spettacolo upgrade non ha riguardato solo una ristretta élite di fortunati, ma ha coinvolto praticamente tutti gli esseri umani.
Oltre ad essere una impressionante redistribuzione delle possibilità, dobbiamo evidenziare che è anche una forte redistribuzione del potere, che ad oggi è nelle mani di tutti.
Proprio questo aumento di potere dei singoli, coincide con un’altro fenomeno rilevante, ovvero l’istinto a saltare le mediazioni, ad avere una presa diretta con il reale, a disinnescare le élite; infatti man mano che il singolo individuo riceveva quote di potere, di possibilità, di libertà, le usava poi per liberarsi dalla presenza ingombrante di inutili mediatori.
Un esempio evidente di questo processo evolutivo è la possibilità di organizzare un viaggio senza doversi appoggiare ad un’agenzia di viaggi, tutto questo è straordinario e ci rende sempre più autonomi e padroni delle nostre scelte.
Una nuova consapevolezza di sé è salita in superficie di milioni di persone, ora basta pensare con la propria testa e condividere, non è più necessario aspettare e sapere l’opinione di esperti, noi tutti abbiamo voce, noi tutti abbiamo potere.
Possiamo quindi affermare che abbiamo assistito ad una ricostruzione dell’ego, perché alla fine quel che ha portato l’insurrezione digitale è la robustezza dell’ego, che un tempo era riservata solo ad una cerchia ristretta di persone.
Una caratteristica molto importante che i tool digitali ci hanno portato è la creazione di una sorta di habitat protetto, un terreno fertile e sicuro dove poter crescere senza rischiare troppo.
Tutti i social e le piattaforme web infatti, ci permettono di esporci, uscire allo scoperto, ma poi non più di tanto: ci permettono di esprimerci, dire la nostra opinione, molto spesso anche con toni accesi, ma senza uscire da una determinata comfort zone.
Come situazione possiamo dire da un punto di vista oggettivo che tutto ciò sembra essere equilibrato: da un lato c’è chi ne approfitta per insultare altre persone liberamente, dall’altro ci permette di cogliere opportunità come ad esempio pubblicare le nostre canzoni per poi diventare famosi.
Un tempo questa “umanità aumentata” probabilmente già esisteva, ma era sempre circoscritta in ambito collettivo e sociale, infatti l’individuo poteva provare momenti di elevata intensità, celebrazione e grandezza, ma erano per lo più momenti che viveva in quanto membro di una determinata comunità.
L’umanità aumentata in quei precisi momenti era un upgrade di tipo collettivo, non individuale.
Ma negli ultimi 20 anni qualcosa è cambiato molto profondamente, questo nuovo meccanismo ammette quasi esclusivamente utenti singoli, è pensato per utenti singoli, sviluppa le capacità dell’utente singolo, da punteggi ai singoli individui.
Basti pensare che ad oggi perfino il papa può mandare tweet, intuendo che ormai gli abitanti del web sono abituati a profilarsi individualmente.

Individualismo di massa

Così il web è diventato il grande incubatole di individualismo di massa.
Ma è proprio qui che sorge una delle prime difficoltà: quando l’individualismo diventa di massa, la prima cosa che entra in crisi è proprio il concetto stesso di massa.
Non esistono più infatti dei gruppi sociali che si muovono in quanto tali, questo perché il digitale ha portato alla nascita di unità individuali ed autonome.
Per questo è necessario parlare di nuove élite, ovvero esseri umani capaci di vivere la post-esperienza.
Si muovono bene nel mondo del digitale, usano la superficialità come motore delle proprie vite, sono persone sempre connesse, usano i device in modo organico, quasi biologico, come delle protesi.
Tutti questi aspetti un pò ambigui però non fanno di loro dei falliti o degli emarginati, ma al contrario saranno loro che decideranno le leggi e il funzionamento del web, cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Ad oggi queste persone sono per molti un modello a cui aspirare, un punto di riferimento verso cui ambire, una sorta di guru.
Sono proprio coloro che si scattano foto nelle stazioni, che sfoggiano i loro lussuosissimi outfit o che sponsorizzano brand low cost, coloro che condividono le loro giornate anche se potenzialmente non frega nulla a nessuno, sono quelli che devono sfoggiare la bellezza della loro vita, che viaggiano molto, che ti insegnano a cucinare o che ti mostrano i migliori esercizi per avere dei glutei da capogiro. Ecco questa è la nuova élite del digitale.
Ma a tutta questa superficialità va anche aggiunto che sono coloro che meglio di tutti hanno saputo adattarsi all’habitat digitale, con una serie di comportamenti e capacità che hanno permesso loro di diventare qualcuno.
Sono una élite intellettuale di nuova specie, dove alla disciplina dello studio hanno preferito la disciplina dell’adattamento e della superficialità.
Sono persone che non hanno disegnato il mondo del digitale, ma che lo sanno padroneggiare, e quindi sono coloro che gli danno un senso.

Tutto come misurabile e possedibile

Un altro fattore molto importante per l’umanità aumentata è il fatto di considerare il tutto una misura ragionevole, un qualcosa di possibile e per nulla infinito, un campo in cui vale la pena giocare.
Pensiamo ad Amazon, che fin dall’inizio si è proposto come la libreria più grande del mondo perché era effettivamente in grado di procurare tutti i libri richiesti dai suoi clienti.
eBay per esempio dà la possibilità di mettere in contatto tra loro tutte le persone che lo desiderano, la stessa cosa che potenzialmente ci permettono di fare le mail.
I confini estremi di qualsiasi territorio o spazio fisico si sono infranti, nulla è impossibile.
In passato per “tutto” intendevamo una sorta di grandezza ipotetica, ad oggi invece lo possiamo considerare come il nome di una quantità misurabile e possedibile.
Prendiamo ora come esempio Spotify, ovvero la piattaforma che racchiude tutta la musica del mondo.
La cosa pazzesca ad oggi non è tanto il fatto che contenga tutta la musica del mondo, e quindi da un punto di vista quantitativo una quantità esorbitante di canzoni, ma il fatto noi paghiamo l’accesso a tutta la musica del mondo.
C’è solo una cosa che ha un prezzo: il tutto.
Il tutto diventa un oggetto, una merce di scambio.
Il tutto sta diventando un’unità di misura ragionevole a cui stiamo imparando ad abituarci.
Proprio questo tutto è ciò che ci dà quella vibrazione di cui abbiamo bisogno per sentirci a nostro agio, per sapere che non c’è una fine, che non arriveremo ad un punto di non ritorno, che quello che facciamo o cerchiamo non ha limiti.

I player del digitale

A questo proposito è doveroso collegarsi ad un tema che negli ultimi anni è sempre più importante e dirompente, e che ha portato alla luce un nuovo soggetto in questo sistema: i player del digitale.
I player nascono come mezzo per redistribuire il potere di cui abbiamo parlato prima, ma loro stessi sono pochi e centralizzano il potere tra loro (Google, Facebook, Amazon, Apple,..).
Un secondo elemento che va considerato è che più diventano forti e potenti, più sono in grado di comprarsi tutto quello che trovano sulla loro strada, in particolare modo l’innovazione, ovvero il futuro.
Un terzo elemento è che i profitti da loro generati derivano da un uso disinvolto dei dati che noi singoli lasciamo in rete: la violazione della privacy sembra essere il prezzo da pagare per i servizi che ci vengono messi a disposizione gratuitamente da questi player.
Quando il servizio che ti vendono è gratis, significa che ciò che stanno realmente vendendo siamo proprio noi.
Ma a forza di distribuire contenuti a prezzi irrisori, se non gratuitamente, il digitale possiamo dire che pian piano sta sempre più annientando gli autori, i talenti, le professioni e coloro che hanno delle vere e proprie competenze in materia.
Chi guadagna davvero non è chi crea le idee ed i contenuti, ma chi li distribuisce.
Grazie al web tutti siamo in grado di pubblicare contenuti che rispecchiano il nostro pensiero, le nostre idee, ma il fatto che siamo distributori di contenuti, non significa che abbiamo le competenze per poterli pubblicare, né tantomeno creare.
E quindi tutto ciò come fa sentire le singole persone?
Personalmente avere la possibilità di condividere con tutto il mondo o con una cerchia sociale ristretta, i propri pensieri, idee, sogni,.. è una grande presa di potere, in primis perché ci eleva, ci fa sentire leader, importanti perché abbiamo la libertà di dire, risultiamo credibili perché parliamo con convinzione, argomentiamo le nostre tesi.
Questa possiamo considerarla un’arma a doppio taglio: se da un lato ci dà la libertà di espressione e la credibilità di creatori di contenuti, dall’altra dobbiamo considerare le fonti da cui ci documentiamo online non sempre sono autorevoli, ma ci affidiamo e fidiamo di ciò che il web stesso ci dice e racconta.

Dobbiamo essere noi bravi ed intelligenti a sfoltire le informazioni, capire se la fonte è credibile, spulciare quali dati sono veritieri e quali invece provengono dalla fantasia di utenti che pur di risultare credibili inventano fatti, dati ed eventi a caso.
Ed è proprio in questo scenario che ritroviamo quelle che oggi conosciamo come fake news.
In un mondo virtuale in cui tutto è così libero e in cui tutti gli individui godono di libertà quasi totalizzante, capire cosa è vero e cosa non lo è, è sempre più complesso.
Basti pensare ad un evento recente, ovvero la notizia della morte dell’agente dei calciatori Mino Raiola, annunciata qualche giorno prima della sua vera data di morte.
Mino Raiola stesso ha dovuto smentire la prima notizia di morte attraverso il suo profilo Twitter ufficiale, ma subito dopo il lancio della fake news una miriade di testate, profili, giornali e canali tv hanno percorso l’onda di questa notizia trasmettendo quindi una notizia falsa.
Questo scenario a pensarci bene mina il terreno armonioso del digitale, perché basta veramente poco per attivare un percorso a catena, in cui le fake news circolano indisturbate, almeno finché qualche profilo ufficiale dei soggetti coinvolti nelle vicende e chiamati in causa non smentiscono quanto pubblicato.
In un mondo in cui le fake news circolano con la stessa velocità delle real news, di chi dobbiamo fidarci?
La mia interpretazione si rifà al detto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, ovvero si dobbiamo dare ascolto a quello che leggiamo o che ci viene condiviso, ma allo stesso tempo non crederci troppo.
Dobbiamo informarci autonomamente, andare in profondità rispetto alle notizie o agli articoli che troviamo sul web, ripercorrere lo storico degli eventi, ascoltare altre fonti, per evitare di allungare la catena di notizie false, che troppo spesso ormai circolano nel web.
Ad oggi possiamo considerare le fake news come una sorta di “virus”, una malattia, che si diffonde tra coloro che subiscono la disinformazione e decidono di perseguirla.
Molto spesso è necessario infatti cercare di identificare la fonte primaria della notizia falsa e bloccarla in tempo, affinché non possa infettare altri utenti.

Conclusioni

Per questo è importante non alienarsi nei confronti di sé stessi, non riporre tutta la nostra fiducia nei confronti del web, ma essere noi stessi in primis la fonte da cui attingere buon senso e razionalità, senza farci troppo condizionare dal mondo online.
Più il progresso tecnologico e l’innovazione avanzeranno, più sarà difficile capire cosa è reale e cosa non lo è, ma per fortuna ci sono delle tecnologie che stanno arrivando a nostro supporto: l’intelligenza artificiale.
Infatti sono già in atto degli esperimenti che vedono proprio come protagonista l’intelligenza artificiale, come strumento in grado di captare le fake news, e una volta rilevate, le cancella automaticamente, eliminando dal web qualsiasi notizia che porti disinformazione.
Ma ecco qui un nuovo paradosso, una nuova tecnologia che ci aiuta a risolvere i problemi con il web, una tecnologia che “ripara” un’altra tecnologia.
A dirlo fa un pò paura, ma forse a seguito di questa affermazione risulta sempre più evidente di come l’uomo abbia bisogno della tecnologia per stare in piedi.

Fonti

A. Baricco, The Game, 2018, Einaudi
D. Goleman, Intelligenza emotiva, 2011, Rizzoli

AUTORE

Sono Carolina Frandoli, ho 25 anni e abito in provincia di Pordenone. Sono laureata in Design del Prodotto presso l’ISIA Roma Design e attualmente frequento il corso di laurea magistrale in Web Marketing e Digital Communication presso l’Istituto Universitario IUSVE di Verona.
Sono dinamica e sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da fare. Amo la moda e l’arte, il cibo e i viaggi, ogni giorno mi sveglio con la volontà di ricercare cose belle, non necessariamente muovendomi, ma cogliendo ogni attimo.