Intro

Nel corso degli ultimi anni si è assistito ad una significativa crescita dell’interesse verso l’impresa sociale, sia nell’ambito delle comunità scientifiche nazionali e internazionali, sia nell’esperienza quotidiana. Le motivazioni alla base di tale attenzione derivano dalle caratteristiche assunte da questo particolare modello d’impresa: un’organizzazione di tipo imprenditoriale, finalizzata alla produzione e all’erogazione di prodotti e servizi che, tuttavia, nella sua attività, non è guidata dalla massimizzazione del profitto ma dal perseguimento di finalità sociali. L’impresa sociale è, quindi, un’organizzazione che fornisce risposte imprenditoriali a bisogni di natura sociale ed è un soggetto che riesce a coniugare la dimensione economica, rappresentata dall’approccio imprenditoriale, con la dimensione sociale, relativa alla risoluzione di problematiche che si manifestano in specifici ambiti sociali e territoriali. Ed è proprio per queste ragioni, che il concetto di impresa sociale viene sempre più̀ associato a quello di innovazione sociale.

Da un lato, i singoli Stati stanno promuovendo politiche finalizzate ad una profonda riorganizzazione dei sistemi di welfare nazionali e locali mentre, dall’altro lato, emergono nuove forme di disagio sociale e di povertà. Sono i cosiddetti “nuovi bisogni”, riconducibili all’aumento della precarietà del lavoro, alle tendenze di invecchiamento della popolazione e alla modifica della tradizionale struttura dei nuclei familiari.

In questo nuovo e difficile scenario, l’impresa sociale potrebbe rappresentare una risposta emergente alle problematiche economiche e sociali. Essa diviene un promotore del cambiamento, in grado di fornire soluzioni ai nuovi bisogni delle persone e delle comunità, di progettare, sviluppare e introdurre trasformazioni nelle relazioni tra gli individui e le istituzioni e, in questo modo, di ridefinire le finalità e le priorità dello sviluppo socio-economico.

Una possibile definizione

Il termine “impresa sociale” è stato utilizzato per la prima volta in Italia alla fine degli anni ‘80 per indicare alcune iniziative nella produzione di servizi sociali e in attività produttive volte a favorire l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
Poiché in quel momento mancava nell’ordinamento italiano una forma giuridica, sono stati così creati vari tipi di cooperative “a finalità sociale” fino a quando, con la legge n. 381 del 1991, esse sono state riconosciute e normate come “cooperative sociali”. Nel corso del decennio 1990-2000 il concetto di impresa sociale è stato utilizzato con sempre maggior frequenza anche in altri paesi. Nel tempo il termine è stato utilizzato in modo crescente sia in ambito scientifico che legislativo, anche per qualificare iniziative imprenditoriali in settori diversi da quelli di origine impegnate nella produzione di un sempre più̀ ampio insieme di beni e servizi.
A definire un’impresa come sociale sono gli obiettivi e le modalità con cui la produzione è realizzata. Sono quindi sempre più̀ spesso considerate imprese sociali anche le iniziative di finanza etica, di micro credito, di commercio equo e solidale e, più̀ in generale, le iniziative produttive di beni e servizi, anche privati, che si propongono obiettivi diversi dal profitto dei proprietari, come la lotta alla povertà e alla denutrizione (Yunus, 2008).

La definizione più completa di impresa sociale, in grado di tener conto degli sviluppi più̀ recenti è quella elaborata, alla fine degli anni ’90 dal network Emes (Defourny, Nyssens, 2008). Essa è condivisa dalla maggior parte degli studiosi e ad essa si sono ispirati i legislatori che si sono occupati di questa nuova forma imprenditoriale.
La definizione si articola lungo due dimensioni: quella economico-imprenditoriale e quella sociale.

La dimensione economico-imprenditoriale prevede la sussistenza di quattro requisiti:
1. una produzione di beni e/o servizi in forma continuativa e professionale;
2. un elevato grado di autonomia sia nella costituzione che nella gestione;
3. l’assunzione da parte dei fondatori e dei proprietari di un livello significativo di rischio economico;
4. la presenza, accanto a volontari o utenti, di un certo numero di lavoratori retribuiti.

La dimensione sociale richiede invece il possesso delle seguenti caratteristiche:
1. avere come esplicito obiettivo quello di produrre benefici a favore della comunità nel suo insieme o di gruppi svantaggiati;
2. essere un’iniziativa collettiva, cioè promossa non da un singolo imprenditore, ma da un gruppo di cittadini;
3. avere un governo affidato esclusivamente o prevalentemente a portatori di interesse diversi dai proprietari del capitale;
4. garantire una partecipazione ai processi decisionali allargata, in grado di coinvolgere tutti o quasi i gruppi interessati all’attività;
5. prevedere la non distribuibilità degli utili, o al più̀ una distribuibilità limitata, e quindi la loro assegnazione ad un fondo indivisibile tra i proprietari, sia durante la vita dell’impresa che in caso di suo scioglimento.

Questa definizione configura l’impresa sociale come un soggetto giuridico privato e autonomo dalla pubblica amministrazione, che svolge attività produttive secondo criteri imprenditoriali (continuità, sostenibilità, qualità), ma che persegue, a differenza delle imprese convenzionali, una esplicita finalità sociale che si traduce nella produzione di benefici diretti a favore di una intera comunità o di soggetti svantaggiati.
Un’impresa quindi che può coinvolgere nella proprietà e nella gestione più̀ tipologie di stakeholder (dai volontari ai finanziatori), che mantiene forti legami con la comunità territoriale in cui opera e che trae le risorse di cui ha bisogno da una pluralità di fonti: dalla pubblica amministrazione dalle donazioni di denaro e di lavoro, ma anche dal mercato e dalla domanda privata.
L’impresa sociale si distingue così dalle altre forme di impresa.

E’ innanzitutto diversa dalle tradizionali imprese di capitale perché́ caratterizzata da obiettivi, forme proprietarie, vincoli e modalità di governance e di gestione che escludono la ricerca e soprattutto la massimizzazione dei vantaggi (monetari e non) dei proprietari.
Questa definizione consente anche di collocare in modo abbastanza preciso l’impresa sociale rispetto all’universo delle organizzazioni nonprofit. Non tutte le organizzazioni nonprofit sono infatti imprese sociali. Infine, questa definizione permette di distinguere il concetto di impresa sociale da quello, più̀ ampio, di imprenditore sociale così come oggi inteso. Infatti è certamente imprenditore sociale colui che dà vita e gestisce un’impresa sociale, ma non tutti gli imprenditori sociali operano necessariamente in questo tipo di imprese, né devono organizzare la propria attività in forma imprenditoriale.

La grandezza del fenomeno

Lo sviluppo dell’impresa sociale è avvenuto in maniera non omogenea nei diversi contesti nazionali e locali. In alcuni paesi, e tra questi l’Italia, il fenomeno ha conosciuto una notevole diffusione mentre in altri si è sviluppato più̀ tardi o non si è ancora pienamente radicato.
Le imprese sociali sono nate innanzitutto per dare risposta a bisogni, soprattutto nuovi, trascurati dalle imprese a scopo di lucro e a cui le politiche pubbliche di protezione sociale non erano in grado di far fronte in modo adeguato.

Alcune tra le prime esperienze italiane di impresa sociale sono nate da processi di deistituzionalizzazione che hanno coinciso con la chiusura di grandi strutture residenziali pubbliche o para-pubbliche impostate secondo logiche di contenimento e di segregazione, con l’obiettivo esplicito di favorire la creazione di luoghi di lavoro, educativi e, in senso lato, “sociali” dove persone “svantaggiate” e “normodotate” potessero interagire per il pieno recupero dei soggetti precedentemente istituzionalizzati e contribuire al miglioramento della qualità della loro vita.

Altre imprese sociali sono nate come esperienze di mutuo – aiuto fra portatori di bisogno e varie espressioni delle comunità locali che hanno cercato di auto-organizzare la risposta ai propri bisogni avviando attività imprenditoriali e mobilitando a tal fine mix di risorse di diversa provenienza.

I riconoscimenti giuridici

La diffusione dell’impresa sociale in Italia e in altri paesi è stata accompagnata dall’approvazione, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, di una serie di provvedimenti normativi che ne hanno favorito l’istituzionalizzazione. Nel concreto, i legislatori hanno seguito due strade:

Il primo percorso si è concretizzato nella definizione di forme giuridiche specifiche e riservate per l’impresa sociale, ottenute dall’adattamento di forme preesistenti, generalmente della forma cooperativa, precisando obiettivi, attività̀, vincoli, assetti di governance e incentivi. La legge italiana sulla cooperazione sociale, la 381 del 1991, è stata la prima approvata e ha successivamente rappresentato un punto di riferimento per diversi altri paesi (come Portogallo, Polonia, Francia, Corea, ecc.)

Il secondo percorso ha invece assunto l’orientamento di non delineare una nuova specifica figura giuridica, ma piuttosto di individuare alcune caratteristiche strutturali e di mission delle imprese sociali potenzialmente applicabili a qualsiasi forma giuridica privata, anche di tipo capitalistico. Si sono mossi in questa direzione prima il Belgio con l’impresa senza finalità̀ di lucro, poi il Regno Unito con la legge istitutiva della Community Interest Company e infine l’Italia con la legge sull’impresa sociale (legge n. 118/05 e successivi decreti).
Tutte identificano la finalità̀ dell’impresa nel perseguimento di obiettivi di interesse generale o di servizio alla comunità̀. Tutte prevedono precisi e stringenti vincoli alla distribuzione di utili ai proprietari e prevedono l’obbligo di destinarli in via definitiva al patrimonio dell’impresa.

Conclusioni

Questo articolo si chiude volendo portare ad una riflessione: sicuramente non vi è una visione non unanime di questo fenomeno. Quindi, possiamo dire che l’impresa sociale è una realtà complessa e poliedrica ed è difficile darne una lettura unitaria. Tuttavia, interpretandola come un’organizzazione attraverso cui un gruppo di persone gestisce in forma autonoma attività i cui benefici ricadono del tutto o in parte su gruppi di cittadini svantaggiati e, più̀ in generale, sulla comunità, è possibile comprenderne caratteristiche, specificità e comportamenti.

È inoltre possibile capire perché́ queste imprese si sono sviluppate così velocemente e sono destinate a svilupparsi ulteriormente e a quali condizioni: soprattutto perché́ l’azione sia produttiva che redistributiva della pubblica amministrazione non sembra in grado di crescere al ritmo con cui crescono i bisogni.

Bibliografia:

Yunus, Un mondo senza povertà, Feltrinelli, Milano, 2008

Defourny, M. Nyssens, Social Enterprise in Europe: Recent Trends and Developments, 2008

Pacinotti, L’impresa sociale per l’innovazione sociale: un approccio di management, 2013

Del Bosco, Imprenditorialità sociale: un approccio imprenditoriale per la creazione di valore sociale, 2012

Sitografia:

https://www.studiocataldi.it/articoli/34880-imprenditoria-sociale.asp

https://www.informazionefiscale.it/Impresa-sociale-cos-e-Normativa-requisiti

http://blog.progettostudio.com/le-imprese-sociali-cosa-sono-e-qual-e-la-loro-funzione/

Autore:

Mi chiamo Andrea Piccirillo, ho 25 anni e sono lucano fuori sede! Laureato in Relazioni Pubbliche (PR) presso l’Università degli studi di Udine. Ora frequento il secondo anno di magistrale in Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE, a Verona. La mia ambizione è lavorare nel reparto marketing di una multinazionale.