UN MONDO GOVERNATO DALLA PLATFORM ECONOMY

Consapevoli o meno, la nostra vita è caratterizzata da un uso costante delle piattaforme digitali: se vogliamo prenotare l’alloggio perfetto per la nostra vacanza andiamo su Airbnb o Booking e cerchiamo la soluzione più adatta alle nostre esigenze, se ci troviamo in una grande città e necessitiamo di spostarci in comodità probabilmente chiameremo un Uber, infine se siamo indecisi tra due ristoranti ci basterà aprire l’app di TripAdvisor sul nostro smartphone e lasciarci consigliare da chi ha già cenato in quei locali. 

Queste sono solo alcune delle innumerevoli piattaforme esistenti. 

Nonostante esse siano diverse le une dalle altre partono da un medesimo importantissimo concetto: lo sfruttamento del dato che comprende lo stoccaggio, l’analisi, la vendita a terze parti, senza contare quanto possedere informazioni sugli utilizzatori della piattaforma diventi un vantaggio competitivo indiscutibile. 

Comprendiamo di conseguenza quanto ciò costituisca una vera e propria platform economy: le piattaforme risultano il modello guida della nostra economia, con il dato al centro di attività economica, sociale, politica, culturale.

LA GIG ECONOMY

A secondo dell’uso che viene fatto del dato come materia grezza si distinguono varie tipologie di piattaforma: advertising, cloud, industriali, prodotto, lean (Srnicek N., 2017).

Le lean platform sono le piattaforme che ricercano la crescita prima del profitto grazie all’impiego di tecnologie digitali (per un approfondimento sui metodi di produzione lean clicca qui) e sono al centro della nostra riflessione, in quanto è proprio qui che si inserisce il concetto di gig economy, o economia dei lavoretti. È bene distinguere tra sharing economy e gig economy: la prima, sulla base del concetto “insieme costa meno”, mette in comune un’azione che le parti porterebbero comunque a termine, la seconda invece consiste in un piccolo lavoretto (microtask) a cui corrisponde un pagamento. Per capire meglio pensiamo a Blablacar, dove si condivide la tratta che in ogni caso si percorrerebbe (sharing); un tassista di Uber, al contrario, offre il suo lavoro per portare gli utenti dove essi desiderino (gig). (Van Dijck J., Poell T., De Waal M., 2018)

Le caratteristiche delle piattaforme di gig economy, conseguenza naturale della digitalizzazione,  sono le seguenti:

  • a ogni attività specifica corrisponde una tariffa quantificata
  • il pagamento di questa somma è mediato dalla piattaforma
  • i lavoratori svolgono il compito quando lo desiderano (il cosiddetto lavoro on demand)
  • la piattaforma connette allo stesso tempo lavoratori e clienti (piattaforma multiverso).

Per consentire tutto ciò l’owner esercita un controllo serrato sulla piattaforma e i suoi lavoratori. I rischi connessi a un modello di business così onnipresente sono quelli di non poterne determinare la trasparenza né di assicurare ai dipendenti lo svolgimento di un lavoro protetto, problemi che si influenzano l’uno con l’altro creando un circolo vizioso di difficile risoluzione. (Prassl J., 2018)

Il business stesso è molto rischioso, visto che si basa totalmente sulla piattaforma e sul soggetto come intermediario: in questo senso basta che entri un altro player nel mercato che svolge al meglio la funzione di intermediario per ridurre in bancarotta il business precedente. Ciò si traduce in una competitività fortissima che non garantisce la trasparenza della piattaforma e porta di conseguenza alla mancata fiducia da parte degli utenti.

Altra questione su cui dibattono istituzioni e studiosi è il ruolo del lavoratore digitalizzato, spesso sottopagato e con un contratto da collaboratore esterno piuttosto che dipendente, in modo tale che si abbassino i costi di gestione; questo è inaccettabile dal punto di vista giuridico, ma allo stesso tempo se venissero riconosciuti i diritti dei lavoratori le aziende crollerebbero, in quanto esse si basano proprio sullo sfruttamento delle persone che lavorano. Un vero e proprio paradosso che spinge a chiederci quanto durerà la gig economy e se possa esistere un altro tipo di soluzione che tenga conto al contempo dei bisogni del lavoratore e della necessità di crescita del business aziendale.

Gli ambiti di applicazione della gig economy variano da settori più conosciuti, come quello dei trasporti e del food delivery, ad altri dove meno ci aspetteremmo di trovare soluzioni di questo tipo, come la sanità. La nostra analisi vuole approfondire il caso del food delivery, in quanto è un argomento molto dibattuto e una realtà molto sentita anche nel nostro Paese, dalla quale ci aspettiamo dei grandi cambiamenti a seguito del lockdown cui siamo stati sottoposti.

IL FOOD DELIVERY

La nascita

Per capire che cos’è il food delivery dobbiamo partire da un presupposto fondamentale, un concetto che tutti noi abbiamo interiorizzato, il tempo. Pensiamo a una nostra giornata tipo: non importa se siamo ingegneri, studenti, o casalinghe, converremo tutti che la nostra vita è senza dubbio frenetica, con ritmi veloci, scadenze, etc.

Come direbbe Rosa Hartmut, è come se non fossimo più noi a tenere il tempo tra le mani ma, in un rovesciamento dei ruoli, fosse lui a controllare ogni nostro movimento, accelerando senza tregua la percezione dello stesso (Hartmut R., 2015). Ebbene, se ci fosse un modo per risparmiare tempo, tutti noi saremmo ben felici di farlo. Il food delivery basa il suo successo proprio su questo concetto, così importante da apparire scontato: dare alle persone più tempo. Questa frenesia è applicabile a ogni aspetto della vita quotidiana e lavorativa, ed è causato dall’ecosistema in cui viviamo, dalla giornata lavorativa che si è allungata e che ci costringe a passare fuori dalle nostre abitazioni moltissime ore. Proprio qui sta la chiave del cosiddetto cibo a domicilio: visto che le persone passano molto del proprio tempo all’esterno delle proprie abitazioni hanno meno tempo di cucinare, e i pasti veloci tendono a subentrare a quelli che richiedono una preparazione più complessa.

Le aziende che sono riuscite a intercettare quello che è un bisogno fondamentale della comunità umana hanno risposto con prodotti e servizi di fruizione immediata, per dare alle persone ciò di cui necessitano. Queste ultime hanno abbracciato la consegna a domicilio con piacere, sviluppando il trend del servizio domestico; ciò vale in particolar modo per il ristorante, il quale abbatte le barriere del luogo fisico e entra nelle nostre case attraverso il canale Internet dal quale ordiniamo la cena, che arriva ancora calda alla nostra tavola.

Ma quando e dove nasce il primo food delivery? Contrariamente a quello che potremmo pensare, non è l’Europa nè l’America ad essere protagonista, bensì un Paese lontano come l’India. Siamo nel 1890, a Mumbai: è qui che nasce la prima azienda di cibo a domicilio. Nasce così la figura del “dabbawala”, tradotto in “colui che porta una scatola”, una professione che nella semplicità del suo significato è destinata a rivoluzionare il mercato del food. Si sviluppa la concezione del pranzo al sacco, che i dabbawala si incaricano di consegnare di casa in casa, a cui si aggiunge il servizio di ritiro delle scatole vuote una volta finito il cibo: un ottimo esempio di customer care post vendita!

Il nuovo modello di business viene fatto proprio da molti Paesi del mondo: agli USA spetta il primato per la creazione di World Wide Waiter, a oggi conosciuto come Waiter.com, che nel 1995 si impose come primo esempio di ordinazione di pasti online unendo sessanta diversi ristoranti della Silicon Valley, per arrivare all’Inghilterra, uno degli Stati che ha maggiormente abbracciato la filosofia della consegna a domicilio. Gli esempi presenti nel mondo riempirebbero ancora pagine e pagine, questo a dimostrazione di quanto il food delivery sia un settore in continua espansione grazie al digitale, che cambia le nostre abitudini alimentari e si modifica al variare delle stesse; insomma, un ciclo continuo.

I modelli di business

Oggi l’offerta si amplia e si modifica, tant’è che troviamo aziende che fanno del food delivery il proprio core business oppure utilizzano la consegna a domicilio come ampliamento dell’offerta. Il mercato del food delivery si pone come un settore di investimento importante, che poggia su dati reali allettanti. Se prendiamo in esame l’Italia per esempio, il rapporto annuale di FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) del 2019 raccoglie i dati sugli stili alimentari degli italianiche restituiscono un panorama dove più del 30% della popolazione ordina da piattaforme di consegna a domicilio, con un calo costante del consumo di pasti nelle proprie abitazioni. Il rapporto indaga anche le motivazioni di questa scelta, che risultano essere in primis legate alla mancanza di tempo e voglia da dedicare alla preparazione dei pasti oltre che l’assenza di prodotti in casa.

Insomma, i dati confermano le enormi possibilità date da questo settore, che offre tre tipologie di piattaforme food delivery:

  • Order only: in questo caso la piattaforma si pone come intermediario tra domanda e offerta, colui che consegna è solitamente dipendente del ristorante che consegna. Il vantaggio del ristoratore è che ottiene pubblicità derivante dall’inserimento del proprio locale nella piattaforma; non solo, si viene a creare una vera e propria rete che aumenta la propria potenza all’aumentare dei ristoranti presenti in quella determinata zona geografica. Fanno parte di questa categoria Just Eat e Glovo. 
  • Order and Delivery: la piattaforma porta gli ordini aggiuntivi al ristorante e si occupa anche della consegna; solitamente il lavoratore può accettare o no la spedizione, come nel caso di Deliveroo e Foodora. La customer care risulta un vantaggio notevole in questo tipo di scelta.
  • Full-Integrated: è la più nuova e disruptive tra le proposte, ancora assente in Italia, coinvolge anche il processo produttivo del cibo, che viene considerato come una vera e propria esperienza da curare a 360°.

I nomi di rilievo: food delivery in Italia

Risulta interessante l’analisi di Qualescegliere.it, portale indipendente che ha l’obiettivo di aiutare gli utenti a districarsi tra i vari servizi offerti online, il quale ha svolto una ricerca in cui compara le diverse piattaforme di food delivery in Italia, prendendo in esame le caratteristiche delle piattaforme a livello di interfaccia, usabilità e a seconda dei gusti degli utenti che le utilizzano. L’analisi è molto precisa e ci restituisce un panorama in cui idealmente potremmo scegliere una piattaforma di food delivery diversa a seconda del nostro mood e delle nostre esigenze!

schema delle piattaforme indagate

Ecco quali risultano essere alcune delle principali piattaforme utilizzate in Italia e le caratteristiche che ne hanno determinato il successo in Italia.

  1. Foodora: ci troviamo in centro città, magari a Milano (dove è presente dal 2015), e vogliamo provare le prelibatezze di un ristorante di fascia medio-alta? Sicuramente la piattaforma di origini tedesche fa per noi! Il servizio ad oggi è attivo nelle città di Bologna, Firenze, Milano, Roma, Torino e Verona; prendendo ad esempio Milano alcune evidenze mostrano che l’efficienza del servizio è migliore nel centro delle città anziché nelle periferie in quanto cala di molto la varietà e la vastità dell’offerta. Dalle recensioni emerge un ottimo apprezzamento della piattaforma, il sito web è moderno, dinamico, intuitivo e facile da usare. La user experience è una garanzia, e ci sono servizi aggiuntivi di customer care che le valgono il voto finale di ottimo. Il pagamento può essere fatto con Paypal o con carta di credito, inoltre c’è la possibilità di tenere monitorata la consegna che risulta essere sempre molto puntuale.
  2. Deliveroo: l’azienda è di origine inglese, nasce nel 2013 e ad oggi è il servizio di food delivery più diffuso sul territorio italiano, è infatti presente in moltissime città, tra cui Bergamo, Bologna, Brescia, Firenze, Milano, Monza, Padova, Piacenza, Roma, Torino e Verona. La copertura geografica del servizio le vale una posizione migliore riguardo alla competitor Foodora riguardo questo aspetto: essa raggiunge meglio anche le periferie. L’interfaccia dell’app è divisa in tre macro sezioni principali (Ristoranti, Account, Promozioni); all’interno della categoria Ristoranti è possibile accedere a una vasta scelta, che raggruppa ristoranti rientranti nella fascia media, da gourmet fino ad arrivare anche al più economico fast food. L’uso della piattaforma è facile e veloce, anche in questo caso il pagamento può avvenire tramite carta di credito o paypal. La copertura offerta dalla piattaforma è molto buona, gli utenti inoltre apprezzano molto la cortesia dei riders, che si occupano di recapitare a destinazione la consegna.
  3. Uber Eats: Uber ha deciso di ampliare il proprio business e di abbracciare anche il food delivery, senza venir meno ai propri principi; infatti è dedicato a chi cerca un servizio veloce e comodo in ogni momento della propria giornata! Nata nel 2015, si basa sullo stesso concetto di consegna da parte dei cosiddetti Uber. Se inizialmente consegnava solo nella metropoli milanese, che si pone quindi come quinta città europea a poterne usufruire dopo Amsterdam, Londra, Parigi e Bruxelles, ora si è ampliata andando a toccare anche altre città italiane. L’applicazione permette di monitorare costantemente ogni movimento del proprio ordine, costringendo il rider a dei ritmi serrati e a un controllo pressochè totale.
  4. Just Eat: senza dubbio si tratta del più noto network di ristoranti presente in Italia e la più longeva tra le piattaforme citate: nasce infatti nel 2000 e si sviluppa in moltissimi Stati del mondo. Offre agli utenti della piattaforma un posto unico in cui poter trovare tantissime opzioni di ristoranti anche se la qualità di questi risulta medio-bassa e sono solo pochi ristoranti di fascia alta che hanno aderito al network. Visto che in questo caso si parla del modello “order only”, la consegna dipende dal singolo ristorante, che permette in ogni caso di pagare con carta di credito, PayPal o anche in contanti alla consegna.

Il difficile rapporto tra lavoratore e piattaforma

Andiamo ora ad approfondire uno degli argomenti più discussi riguardo le piattaforme di food delivery, ovvero il ruolo del lavoratore, rischi connessi e diritti della persona, oltre che il controllo assiduo operato dalla piattaforma sul proprio operatore.

Il lavoro on demand e just in time

Ad oggi le tipologie di lavoro che maggiormente vengono associate alla gig economy sono due: il lavoro on demand (crowdwork) e il lavoro just in time (lavoro a chiamata).

Il lavoro on demand avviene attraverso la distribuzione di lavori su piattaforme online che consentono ai clienti di affidare l’esecuzione di qualsiasi tipo di compito che possa essere svolto da remoto a un bacino di lavoratori potenzialmente connessi da ogni parte del mondo. I lavori possono variare molto a seconda del tipo di attività richiesta, ma il concetto su cui basa questo tipo di impiego è la non sostituibilità da parte delle intelligenze artificiali: per ora, pur essendo un lavoro ripetitivo, l’AI non è capace di riconoscere le emozioni all’interno di un testo scritto, o di scrivere una recensione emozionale su di un film. Possiamo dire quindi che si tratta di sistemi informatici che simulano la produzione di un servizio eseguito da un computer, ma in realtà basato principalmente sull’insostituibile lavoro umano.

Il lavoro just in time, invece, permette alle piattaforme online di far incontrare la richiesta dei clienti con l’offerta di una prestazione lavorativa. L’obiettivo è quello di permettere al prodotto richiesto di arrivare al momento giusto, nel posto giusto e con la giusta quantità. Le attività veicolate dalle piattaforme comprendono servizi di svariato genere, come il noleggio auto con conducente, le attività domestiche (pulizie, piccoli lavori di manutenzione), personal shopping, consegna di pacchi o cibo a domicilio e servizi di consulenza legale. Anche in questo caso le piattaforme possono intervenire per fissare degli standard minimi di servizio da parte dei lavoratori e garantire il loro rispetto basandosi sui giudizi dei clienti (De Stefano, 2016)

Lavoratori invisibili

Iniziamo a capire quanto la gig economy, con particolare accento sul food delivery, sia un tema che va oltre il semplice servizio a domicilio, o il cosiddetto lavoro a chiamata. Il dibattito pubblico si sta interrogando sui significati che si celano dietro a una definizione (volutamente?) imprecisa: si tratta infatti di diverse attività in costante movimento a causa del continuo sviluppo della tecnologia e del rinnovamento dei modelli di organizzazione aziendale. Sappiamo bene che la tecnologia digitale necessita di un adattamento sempre più veloce costringendo a una situazione di nuovo costante, ed è proprio questa la caratteristica comune delle forme di lavoro che abbiamo indagato. I lavoratori sono “just in time” e “a consumo”, ovvero ricevono il pagamento esclusivamente durante i momenti in cui svolgono effettivamente il servizio richiesto dagli utenti della piattaforma.

Le conseguenze di questa modalità di lavoro sono duplici: da una parte vediamo la piattaforma, che in tal modo minimizza i costi di transizione e riduce gran parte degli attriti di mercato, dall’altra il lavoratore, che sottostà impotente ai dettami di un algoritmo che gli impone un controllo continuo. Il Big Brother si evolve e diventa più piccolo e nascosto, ma non per questo meno presente.

Il rischio di sopprimere la natura lavorativa di queste attività è dovuto al fatto che molto spesso si utilizzano termini inappropriati per designare i suddetti ambiti di lavoro. Si parla infatti di servizi, di passaggi, di consegne, addirittura di favori: quasi mai si utilizzano i termini lavoro e lavoratori. Quando si parla di gig economy si rischia di dare l’impressione che le attività non rientrino all’interno del mondo lavorativo e che coloro che vi fanno ricorso lo facciano per divertimento o per “arrotondare”. Di conseguenza si pensa che queste persone non debbano avere diritti e tanto meno bisogno di accedere ad alcuna protezione giuridico/lavorativa. D’altronde, se pensiamo a un “lavoretto”, di certo non ci aspettiamo che questo richieda ingenti quantità di energia per il suo svolgimento, giusto? Capiamo quindi che la definizione gig economy è nata a livello semantico come un termine che si presta a incomprensioni, e a uno sbilanciamento verso la parte giuridicamente più forte rappresentata dalla piattaforma.

Che ne è della parte debole? Fanno parte della categoria dei cosiddetti “lavoratori invisibili”, che svolgono la propria mansione in un contesto in cui spesso e volentieri il lavoro non viene riconosciuto come tale e il lavoratore, costretto dietro uno schermo, viene svilito (Dagnino E., 2015).

Potremmo pensare che questo tipo di condizione sia nata con la digitalizzazione, in realtà le piattaforme digitali non stanno facendo altro che proseguire il trend in corso dagli anni Settanta, quando per risollevarsi dalla recessione una delle soluzioni trovate è stata quella di intraprendere azioni massive di delocalizzazione dei lavoratori, accompagnata a un altro grande trend di esternalizzazione.

Per quanto riguarda le delocalizzazione, la maggior parte di queste piattaforme intendono i propri lavoratori, dal punto di vista legale, come collaboratori autonomi piuttosto che come impiegati. Questa strategia permette alle aziende di risparmiare circa il 30% sui costi del personale tagliando i benefit, gli straordinari e i giorni di malattia. Allo stesso modo viene incentivata anche la delocalizzazione per i costi di formazione, in quanto considerata un’attività accessibile solo ed esclusivamente agli impiegati. Ciò comporta un vantaggio competitivo per tali piattaforme rispetto alle imprese che sono tenute a seguire i trattamenti economici e normativi fissati dalla legge e dai contratti collettivi. Tale vantaggio sembra essere ottenuto attraverso lo spostamento della concorrenza e dei relativi rischi, dall’impresa ai singoli partecipanti alla piattaforma, i quali, esclusi dalle garanzie del diritto del lavoro e dal necessario rispetto degli standard minimi previsti, si trovano esposti a fenomeni di autosfruttamento. Lo stesso si può dire della tendenza all’esternalizzazione. Anche aziende normalmente non legate alla delocalizzazione ne fanno parte: basti pensare a Google o Facebook che svolgono attività di archiviazione cloud nelle Filippine coinvolgendo più di 100.000 lavoratori (Srnicek N, 2017). Queste società continuano la tendenza a demoralizzare i lavoratori meno qualificati mantenendo un nucleo di impiegati ben pagati e altamente qualificati. Il post-crisi 2008 ci restituisce una popolazione di lavoratori poco pagati e poco qualificati; il lavoro sfruttabile si è intersecato alle ingenti eccedenze di capitale in un mondo con bassi tassi di interesse.

E i contratti?

Il rapporto che lega piattaforma e lavoratore è critico, ciò deriva in origine dalla tipologia di contratto che viene sottoscritta dalle parti e che non permette al lavoratore di godere del sistema di tutela messo a punto dal diritto del lavoro. I lavoratori della gig economy presentano come abbiamo visto una debolezza di diritti a livello reputazionale e di formazione.

A livello economico la questione principale riguarda l’insicurezza e l’instabilità delle entrate, in quanto l’introito non è fisso, bensì dettato dalla cosiddetta dittatura dell’algoritmo, in cui l’importo è variabile a seconda delle politiche adottate dalla società.

La forma contrattuale li definisce lavoratori autonomi, per questo motivo essi non godono dei trattamenti economici e retributivi propri di un rapporto di lavoro dipendente: dagli straordinari al salario minimo legale, dall’indennità di disponibilità alle ferie fino alla tutela in caso di malattia. Di conseguenza si crea un clima di criticità, di paura, di controllo continuo, che vede sempre più immigrati assumere il ruolo di fattorini.

Una delle questioni più critiche risulta essere quella riguardante le condizioni di salute dei lavoratori, che come lavoratori autonomi/collaboratori, sono costretti a dotarsi di attrezzature necessarie per garantire la propria sicurezza durante l’attività lavorativa. Il tutto viene aggravato dagli orari di lavoro, estremamente flessibili, che vedono gradi di intensità differenti e a volte insostenibili, che costringono la persona ad accettare offerte anche di bassa qualità, sia in termini di lavoro che di remunerazione: i turni senza un monte ore prestabilito li espongono a quei rischi per la salute e la sicurezza legati a orari di lavoro eccessivi e a tempi di riposo e recupero inadeguati.

Come se non bastasse, si aggiunge il fatto che ogni app e piattaforma decide le proprie modalità di funzionamento, appellandosi a tecnicismi che rendono impossibile un’interpretazione unica dei contratti posti in atto. Potremmo evidenziare qui come l’algoritmo ha potere legislativo e giuridico.

Abbiamo evidenziato quindi come i contratti presentino sfumature inconsuete, come per esempio il fatto che il lavoratore, al momento della firma, sia “costretto” ad accettare di firmare un contratto che regola sia le condizioni d’uso della piattaforma sia le condizioni riguardanti la prestazione lavorativa e le relative obbligazioni. Addirittura, è possibile che egli sia portato a firmare due contratti differenti, uno che riguarda il rapporto di lavoro e un altro in cui sono contenuti i termini di utilizzo della stessa piattaforma. La piattaforma decide univocamente il contenuto del contratto (le clausole vessatorie sono all’ordine del giorno), e mette il contraente in una situazione di pressione psicologica, in cui non vengono evidenziate le sue capacità, piuttosto il fatto che se non firmerà lui arriveranno altre persone ben disposte a prendere il suo posto. L’utente in cerca di occupazione, la più veloce nel minor tempo possibile, non ha altra scelta se non quella di firmare un contratto che niente ha a che vedere con quello tipico del diritto del lavoro. Così facendo, è lui stesso a spogliarsi di qualsiasi forma di tutela e a lasciare alle piattaforme di godere dell’accentramento del potere economico e contrattuale. (Dagnino E., 2015)

La flessibilità del mondo lavoro, definita come una delle caratteristiche maggiormente di successo nella gig economy, risulta quindi essere solo il primo strato superficiale di un terreno oscuro e ricco di incomprensioni.

Legge tutela in Italia

Andiamo ora a sottolineare la questione legislativa legata al lavoro in Italia. Secondo un’indagine dell’Istituto Nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche risalente a settembre 2019, notiamo come «i lavoratori on demand in Italia sono circa 213 mila e nel mese di marzo sono cresciuti del 60%. Degli oltre 200mila di pochi mesi fa, il 42% di loro non aveva alcun contratto di lavoro mentre il 19% lavorava con un contratto di collaborazione».

Abbiamo compreso quanto la piattaforma di gig economy, e le lean platform in generale, esercitino il potere controllando capillarmente i propri lavoratori; è per questo motivo che esse vengono definite “multiverso”, proprio perché hanno a che fare con due soggetti contemporaneamente, l’utente finale e il dipendente.

La domanda è: tutto ciò, è legale? In Italia abbiamo due legislazioni principali che si occupano del lavoro: la nostra Costituzione e lo Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970), che sono al centro del dibattito. La prima garantisce il rispetto dei valori fondamentali come la dignità, la libertà personale o la segretezza delle comunicazioni e della corrispondenza; al tempo stesso lo Statuto dei lavoratori posiziona l’Italia come uno dei Paesi più rigidi per quanto riguarda la salvaguardia del lavoratore e i controlli a distanza dell’attività lavorativa.

Chi è il lavoratore, se non una persona, prima di ogni altra cosa? Per questo motivo lo Statuto dei lavoratori non prevede la possibilità che degli algoritmi controllino le persone snaturando qualsiasi concetto di dignità umana associato alla parola lavoro. Risulta naturale come i lavoratori delle varie piattaforme di food delivery siano scesi in campo per ottenere i diritti che gli spettano per legge.

Caso Foodora: le proteste dei Riders

Abbiamo scelto di approfondire il caso legato a Foodora, in quanto è uno dei servizi di food delivery maggiormente conosciuti in Italia, oltre che essere al centro dei dibattiti piattaforma-lavoratore.

Essa viene fondata a Monaco di Baviera nel 2014, inizialmente con il nome di Volo GmBh e, l’anno seguente, viene acquistata da Rocket Internet che trasferisce la sede a Berlino e le dà il nome attuale, con la quale la conosciamo. Nello stesso anno inizia la sua espansione, acquistando anche altri servizi di consegna cibo a domicilio come Hurrier in Canada, Heimschmecker in Austria e Suppertime in Australia. Tutti questi acquisti ora svolgono le proprie funzioni con il nome di Foodora. Le acquisizioni di Foodora però non finiscono qui: a settembre del 2015, infatti, viene acquisita da Delivery Hero che la fonde con l’altra sua società, Urban Taste. In Italia arriva nel 2015 in due città, Milano e Torino, per poi allargarsi in altri due poli come Firenze e Roma nell’anno successivo. Nel 2017 arriva anche nelle città di Verona e Bologna per poi cedere l’attività, nell’ottobre 2018, alla società spagnola Glovo. Nel mondo invece continua a operare in 13 stati del mondo quali: Finlandia, Norvegia, Svezia, Pakistan, Singapore, Malaysia, Bangladesh, Tailandia, Hong Kong, taiwan, Filippine, Bulgaria e Romania.

For us, it’s not just about bringing you good food from your favorite restaurants. It’s about making connection, which is why we sit down with chefs, dreaming up menus that will arrive fresh and full of flavour. Try us

Foodora è un servizio di food delivery che ci permette di ricevere il cibo direttamente nelle nostre abitazioni attraverso un sito internet ad hoc o l’applicazione per smartphone in tempi ridotti e a un costo economico. Fa parte dei servizi di “Order and Delivery” all’interno del quale ristoranti e locali decidono di avviare una convenzione.

Cosa succede quando Foodora riceve il nostro ordine? Inoltra la richiesta al rider, o corriere, che si trova più vicino al ristorante che porterà a termine l’ordine nel minor tempo possibile. C’è la possibilità che il rider in questione non accetti la consegna, di conseguenza il software tramite un algoritmo, individua il secondo corriere più vicino al ristorante.

Riders play the most important role in our success story and we mean every single word of it. They are the sole link between our customers and our brand, hence they’re entrusted with a great responsibility.

Quindi il fulcro di questo servizio ruota attorno alla figura dei riders, che la stessa Foodora ritiene fondamentali per la riuscita del proprio business. Viene naturale pensare che se qualcosa è prezioso, venga trattato come tale; così invece non è, vediamone i motivi.

I riders sono principalmente ragazzi e ragazze giovani, con un’età media al di sotto dei 30 anni, studenti o neolaureati, che cercano un lavoro molto flessibile e che possa essere organizzato in base alle proprie necessità. La maggior parte delle volte questo impiego è considerato un extra rispetto al primo lavoro che già svolgono, da inserire nei ritagli di tempo che si ha a disposizione, esattamente il tipo di lavoro che propone la gig economy.

Per diventare un riders di Foodora il procedimento è abbastanza semplice e accessibile a tutti. Per prima cosa possiamo consultare il sito di Foodora e compilare il form dedicato nella sezione. Successivamente, nella seconda fase, veniamo convocati negli uffici della società a piccoli gruppi e in questa fase vengono indicate le modalità di svolgimento del lavoro. Ci viene chiesto come “aspiranti riders” di munirsi autonomamente di una bici, che deve essere ‘idonea e dotata di tutti i requisiti previsti dalla legge per la circolazione’ e di uno smartphone. Questi due elementi costituiscono la conditio sine qua non per svolgere il lavoro: non molto difficili da ottenere, vero?

Nella terza fase, successivamente ai passaggi visti, ci viene proposto di firmare un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Nel caso in cui decidiamo di sottoscrivere, ci vengono consegnati tutti i dispositivi identificativi e di sicurezza ossia un caschetto da ciclista, le luci, un giubbotto e una maglietta. Foodora fornisce anche il materiale per la bicicletta come la piastra di aggancio e il box di trasporto del cibo con il logo e colore dell’azienda. Per tutto ciò dobbiamo versare 50 euro di caparra, in quanto siamo noi a doverci premurare che non si usurino o di rischiare di perderli.

C’è un passaggio a cui bisogna prestare attenzione: abbiamo detto che il contratto è di collaborazione coordinata e continuativa. Una semplice definizione per spiegare qual è il ruolo dei riders nel business? Non proprio, perché questo tipo di contratto, come abbiamo visto, genera problematiche legali da non sottovalutare.

Il termine giuridico con cui questi contratti sono conosciuti è: Co.Co.Co.

Il contratto stipulato, nello specifico, non prevede un compenso determinato a priori ma determinato secondo modalità stabilite unicamente dalla piattaforma; non esistono quindi nemmeno dei minimi retributivi. Inoltre i profili previdenziali prevedono i contributi alla Gestione Separata INPS per ⅔ a carico del datore del lavoro e sotto il profilo assicurativo un’assicurazione Inail dove i contributi sono sempre per ⅔ a carico del datore di lavoro(Giorgiantonio C, Rizzica L, 2018). In pratica il contratto incarica il lavoratore di una prestazione personale a beneficio di un committente tramite un rapporto di collaborazione. Questa collaborazione viene definita di apprezzabile durata e quindi continuativa e in una relazione coordinata dalla committenza, appunto. A tal proposito della committenza, l’articolo 15 della legge 81 del 2007 chiarisce che il coordinamento tra riders e piattaforme deve avvenire in comune accordo e non con una presa di potere da parte del committente.

Nel contratto poi sono previste delle tutele per i lavoratori, anche se sono molto poche e alcune introdotte recentemente come l’articolo 3, comma 1, della Legge 22 maggio 2017, n.81 che definisce “abusive e prive di effetto le clausole che attribuiscono al committente la facoltà di modificare unilateralmente le condizioni del contratto o, nel caso di contratto avente ad oggetto una prestazione continuativa, di recedere da esso senza congruo preavviso..” o come nell’articolo 14, comma 1, dove “La gravidanza, la malattia e l’infortunio dei lavoratori autonomi che prestano la loro attività in via continuativa per il committente non comportano l’estinzione del rapporto di lavoro, la cui esecuzione, su richiesta del lavoratore, rimane sospesa, senza diritto al corrispettivo, per un periodo non superiore a centocinquanta giorni per anno solare, fatto salvo il venir meno dell’interesse del committente” (Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato).

Le poche tutele e la precarietà per questi lavoratori hanno portato allo scoppio di una protesta contro Foodora nel 2016. I riders della piattaforma di food delivery hanno deciso di scioperare, reclamando maggiori tutele e protestando contro gli stipendi e le condizioni di lavoro che sono costretti a subire.

la protesta dei Riders

Durante la protesta i ragazzi vestiti di rosa, ossia i riders che erano costretti a lavorare in condizioni ormai critiche hanno scritto un comunicato le loro ragioni: «Dietro i nostri sorrisi, i nostri grazie e i nostri ‘buona cena, arrivederci’, si cela una precarietà estrema e un stipendio da fame. Le decine di chilometri che maciniamo ogni giorno, i rischi che corriamo in mezzo al traffico, i ritardi, la disorganizzazione, i turni detti all’ultimo momento, venivano ripagati con cinque miseri euro all’ora, mentre adesso addirittura vengono pagati 2,70 euro per ogni consegna effettuata, senza un fisso, con l’ovvia conseguenza che tutto il tempo in cui non ci sono ordini non viene pagato, quindi è a tutti gli effetti tempo regalato all’azienda.» e aggiungono «Non essendo ufficialmente dipendenti non abbiamo ferie, tredicesima, contributi, accesso ai sussidi di disoccupazione e soprattutto non abbiamo la malattia. Una misera assicurazione ci copre spese mediche per incidenti sul lavoro, ma se stiamo male e non possiamo lavorare , se ci facciamo male mentre lavoriamo e dobbiamo stare a casa, non veniamo pagati.» Terminando così il loro comunicato stampa: «Per queste ragioni dichiariamo da questo momento lo stato di agitazione. Come lavoratori di Foodora cercheremo di portare la nostra protesta ovunque possa avere peso e visibilità, ed in quest’ottica chiediamo la solidarietà dei cittadini. Non ordinate da Foodora. Non cosigliatela.»

La protesta non si è limitata a uno sciopero in piazza, ma è stata portata nelle aule di tribunale da 6 fattorini che lavoravano nella città di Torino. I riders dichiarano che la società Foodora non li tratta come lavoratori autonomi ma come veri e propri dipendenti e pretendono il riconoscimento di migliori condizioni lavorative. Il 24 gennaio 2020 la Corte di Cassazione stabilisce una storica sentenza a favore dei riders che sono riusciti ad ottenere il diritto a un trattamento da lavoratori subordinati, equiparati ai dipendenti del settore della logistica, parlano di ‘etero-organizzazione’, una specie di inquadramento, a metà tra il dipendente a tutti gli effetti e il collaboratore esterno, richiamando l’articolo 2 del decreto legislativo 81 del 2005, che rientra nella riforma del Jobs Act.

Inizialmente, nell’aprile del 2018, il giudice di primo grado aveva respinto il ricorso dando quindi ragione alla società di food delivery, confermando quindi che i riders vengono trattati come lavoratori autonomi. I riders però non si sono dati per vinti, procedendo in Appello e riuscendo ad ottenere in termini di “sicurezza e igiene, retribuzione diretta e differita (quindi inquadramento professionale), limiti di orario, ferie e previdenza” (sentenza n. 26 del 2019 della Corte d’Appello di Torino). Questo caso ha aperto la strada a un’attenzione e una regolamentazione maggiore rispetto al settore, dando il via alla speranza che si riesca a garantire diritti e dignità sul lavoro a qualsiasi persona. Infatti, dopo una lunga battaglia, che ha visto proteste, scioperi, licenziamenti, e un interesse sempre maggiore da parte dei media, il governo italiano ha finalmente concesso un impianto minimo di tutele, dalla copertura assicurativa contro gli infortuni sul lavoro fino alla previsione di una retribuzione di base. Con il decreto legislativo 101, di novembre 2019, si è dato 12 mesi alle grandi piattaforme per realizzare un contratto trasparente con i propri riders. Ad oggi, nessuna di queste piattaforme si è mossa per mettere in pratica tutto ciò e i riders continuano a essere in fermento riguardo il proprio futuro. In ogni caso risulta presente l’intenzione di avviare un progresso in grado di garantire condizioni di lavoro dignitose e libere, che mettano il lavoratore in una condizione dove il proprio operato venga considerato con la giusta importanza, e gli permetta di vivere la giornata lavorativa senza un continuo stato d’ansia. Da sempre la Costituzione italiana sancisce il principio per cui il lavoro deve essere tutelato in tutte le sue forme e le sue applicazioni: spesso però le nuove tecnologie non aiutano il controllo e il rispetto dei valori del nostro Paese perciò è necessario tutelare i lavoratori soprattutto quelli appartenenti a categorie più svantaggiate.

Art.35: La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.

Un tentativo concreto di monitorare il valore umano del lavoratore è quello portato avanti da INPS (Istituto nazionale della previdenza sociale), che negli ultimi mesi ha ultimato le fasi finali di progettazione di una piattaforma digitale che ha l’obiettivo di gestire tutti i contratti, i contributi e i rapporti di lavoro con i riders, con la speranza in futuro di allargare il bacino di utenza. Utilizzando la tecnologia blockchain per garantire sicurezza e affidabilità, la cosiddetta “piattaforma delle piattaforme” seguirà tutto il rapporto di lavoro tra la piattaforma e l’utente; Pasquale Tridico, presidente di INPS, sottolinea la necessità di far diventare la piattaforma obbligatoria al fine di delegare alla piattaforma INPS la gran parte della burocrazia amministrativa. Aspettiamo di vedere come evolverà la stessa, che si pone come il primo caso al mondo di questo tipo.

Il food delivery al tempo del Coronavirus

Ciò che abbiamo analizzato finora ha subito uno sconquassamento non indifferente: ci troviamo in una situazione nuova in cui l’emergenza Coronavirus ha cambiato il nostro modo di lavorare, l’organizzazione familiare e soprattutto il modello economico, con degli effetti mai visti. Il cambiamento ha intaccato il sistema capitalistico, l’organizzazione dei processi, i fondamenti della globalizzazione e lo stesso senso del tempo, non più gestito in maniera eterodiretta (Salati E., 2020)

Il settore alimentare, che comprende la distribuzione e la vendita al dettaglio di generi alimentari, è stato messo a dura prova a causa del panico e dello stoccaggio di alimenti da parte delle persone.

Stiamo assistendo a un’elevata richiesta di cibo nelle case degli italiani con conseguenze anche sulla consegna degli alimenti online. Spesso infatti le aziende sono alle prese con prenotazioni eccessive e con consegne con arrivi incerti. Per rispondere a queste preoccupazioni il nostro Paese si è mobilitato per far sì che anche gli individui più vulnerabili, come gli anziani che non hanno una rete di sostegno o le famiglie a basso reddito, possano ricevere pacchi alimentari e pasti gratuiti.

Negli ultimi anni il settore del food delivery sta attraversando un periodo di profondo dinamismo generato dalle crescenti opportunità offerte dal servizio in termini di copertura territoriale, varietà di ristoranti ed evoluzione delle cucine disponibili. È arrivato a circondare ogni aspetto della nostra vita. Se desideriamo una pizza, ma preferiamo non spostarci con l’auto, basta che sblocchiamo il nostro smartphone, accediamo alla piattaforma preferita, chiamiamo un rider e ci mettiamo comodi sul divano ad aspettare la nostra cena.

Ma in questo preciso momento storico, come si è modificato il food delivery?

Just Eat, applicazione che abbiamo visto essere pionieristica nel settore, ha presentato un focus dedicato al Covid-19, in cui analizza i consumi del food delivery tra marzo e aprile 2020. All’interno del documento emergono le difficoltà, i cambiamenti e le preferenze degli italiani in merito alla consegna a domicilio nella fase critica in cui ci troviamo, considerando un campione di 30.000 intervistati. Dalla ricerca emerge quanto il 90% del campione consideri il food delivery come un servizio fondamentale in questo periodo, estremamente importante anche per alcuni ristoranti che, così facendo, hanno la possibilità di mantenere attivo il proprio business continuando a fare consegne, nonostante i propri locali restino chiusi al pubblico. Inoltre, quasi il 60% ha rivelato di ordinare il cibo attraverso le suddette modalità, mentre chi non lo fa ha esplicitato l’esigenza di voler dedicare parte del proprio tempo alla cucina, passando molto tempo in casa. Ci siamo resi tutti conto di come uno dei trend maggiormente sviluppatosi durante il lockdown è stato il desiderio di dedicarsi a una riscoperta del tempo lento e dell’attesa, testimoniata dall’acquisto massivo del lievito per la pizza. Contini, country manager di Just Eat Italia, spera in una recente intervista che «questo trend possa persistere anche dopo questo momento di difficoltà, proprio come potenziale di grande sviluppo e digitalizzazione anche del mercato della ristorazione».

Molte sono le realtà quindi che si sono organizzate al fine di consegnare cibo attraverso modalità che evitano il contatto per poter minimizzare il rischio di contagio.

La piattaforma Deliveroo ad esempio ha implementato una nuova funzione che consiste nel poter scegliere la consegna senza contatto nel momento in cui si effettua l’ordine dall’applicazione e dal sito web dell’azienda. Il fattorino sarà poi in grado di visionare se il cliente abbia selezionato l’opzione nelle note di consegna e al momento del loro arrivo la borsa termica contenente l’ordine verrà posizionata a terra fuori dalla porta e aperta solo con il successivo allontanamento di almeno un metro del rider, in modo da permettere al cliente di prelevare il cibo in sicurezza.

Anche la stessa Just Eat ha attivato per tutti coloro che decidono di pagare con carta di credito o PayPal una modalità di consegna contactless che vede l’obbligo di mantenere una distanza tra cliente e lavoratore di almeno un metro. In aggiunta, sono state effettuate delle partnership con alcuni ristoranti per iniziare la consegna del cibo solidale agli ospedali di Milano. Un format che, come indica la stessa piattaforma, verrà successivamente esteso anche in altre città italiane.

Vi sono poi numerose realtà, come TheFork (applicazione che permette di prenotare gratuitamente online nei ristoranti un tavolo) che reso possibile ordinare direttamente al ristorante e ricevere il cibo a casa, collaborando con la Federazione Italiana Pubblici Esercizi. Chi si dovrà occupare della consegna saranno gli stessi ristoratori, con l’applicazione che mantiene il  proprio ruolo di intermediario con il cliente che deciderà di effettuare l’ordine. Diventa quindi importante il tema della sicurezza, così sentito da rendere necessario l’equipaggiamento di guanti e mascherine dei propri dipendenti. Tuttavia sono in molti, tra i fattorini, a denunciare la mancanza di misure di protezione e di dispositivi di sicurezza, oltre che il disinteresse delle aziende rispetto alla tutela dei lavoratori. Infatti, in piena epidemia diversi lavoratori hanno dovuto decidere in modo autonomo se scegliere di restare a casa oppure correre il rischio di ammalarsi o addirittura diffondere il Coronavirus, pur di poter continuare a guadagnare un salario minimo al fine di mantenersi.

Morgan Stanley ha dichiarato che già considerare un buono malattia in condizioni normali porterebbe a un incremento dei costi per il delivery tra il 10% e il 14%, per cui sono pochi i paesi in cui è stato riconosciuto loro un sussidio minimo. Uber Eats ad esempio, ha concesso 14 giorni di buono malattia nel caso in cui il fattorino contragga il virus e sia quindi necessaria la quarantena.

Più in generale, Coronavirus e food delivery sembrano essere due concetti opposti: il lockdown pare non aver favorito le piattaforme. Fipe (Federazione italiana pubblici esercenti) ha stimato una perdita nazionale del 20% in questo settore agli inizi di febbraio, soprattutto nelle zone rosse. Il dato deriva dalla difficoltà che emerge a causa delle restrizioni in tutta Italia, con un generale calo degli ordini a livello nazionale dovuto anche all’andamento degli acquisti nella grande distribuzione, che continua a essere il canale preferito dai consumatori in un momento in cui risulta difficile andare a fare la spesa. Complice di ciò è senza dubbio l’attivazione da parte della GDO di canali di delivery rivolti soprattutto alle persone anziane, più vulnerabili e quindi maggiormente invitate a rimanere nelle proprie abitazioni.

Se poi si considera la gig economy nella sua interezza a livello globale, non ci sono dati incoraggianti. Il New York Times riferisce che le perdite di Uber sono cresciute del 190% con il conseguente licenziamento di 3700 lavoratori. Anche Lyft ha registrato un calo elevato delle sue corse specialmente nel mese di marzo. E la stessa Uber Eats si è vista costretta a chiudere in molti paesi.

Il food delivery si reinventa

Per far fronte all’emergenza che ha colpito pesantemente la ristorazione, c’è chi prova poi a ripartire con nuove iniziative. In particolare, molte piccole attività hanno deciso di attivare il servizio delivery di cui in precedenza non usufruivano, ma che ora si pone come supporto concreto al proprio business. Due sono le modalità principali con cui essi hanno scelto di operare: da una parte, il contatto diretto con i propri consumatori circa le consegne a domicilio attraverso i social media come Whatsapp, Facebook e Instagram, dall’altra la scelta di stringere accordi di partnership con le grandi piattaforme, in modo tale da delegare l’organizzazione della consegna. Quest’ultimo è il caso di Pizzium, una catena formata da 17 locali distribuiti nel centro e nel nord Italia, che ha scelto di affidare a Deliveroo il servizio di consegna, sviluppando una nuova modalità di business che prima non era particolarmente incisiva nel suo fatturato. Come ha indicato il CEO dell’azienda infatti, il modello delivery non permetterà di avere grandi profitti, ma potrà dare la possibilità di mantenere attivi i propri esercizi per i prossimi mesi.

Società come Wetaxi hanno poi attivato servizi aggiuntivi di delivery che consentono di consegnare la spesa attraverso i taxi, utilizzando la piattaforma stessa che diventa l’intermediario principale.

Sono nate anche nuove applicazioni, come MyCIA che dà la possibilità di visualizzare una serie di menù sulla base della propria carta d’identità alimentare, dove gli utenti possono indicare le preferenze ed esigenze riguardo la loro alimentazione, per comprendere quale ristorante contattare nell’immediato per ordinare il pasto. Uno strumento che è stato esteso anche agli esercenti a titolo gratuito i quali hanno l’occasione di acquisire maggiore visibilità per il proprio servizio di consegna a domicilio.

Infine, è da sottolineare quanto la situazione unica in cui ci troviamo abbia spinto le persone ad azioni solidali anche per quanto riguarda il settore food: il cosiddetto food delivery solidale. A Roma, a Milano e a Napoli sono stati attivati servizi nuovi, dove i cittadini, chiamando alcuni numeri di telefono, possono vedersi consegnare la spesa contadina a casa. Molte iniziative di solidarietà verso il proprio Paese quindi, tra cui anche la realizzazione di siti che permettono di individuare la regione di interesse, l’azienda più vicina e scegliere materie prime di stagione che i vari agricoltori, in un secondo momento, consegneranno nelle abitazioni, rispettando le norme stabilite dal governo. Sebbene non rientri nel food delivery in senso stretto, è impossibile non citare la pratica della cesta solidale, tipicamente usanza napoletana (il cosiddetto “panaro”) inventata dal medico santificato Giuseppe Moscati, il cui motto “chi può metta, chi non può  prenda” si legge lungo le vie delle più grandi città italiane. All’interno di questo nuovo panorama, può essere inserito anche il caso dei “Ferragnez” che si sono offerti volontari per consegnare cibo in bicicletta ai più bisognosi, con l’obiettivo di supportare gli anziani e le famiglie in difficoltà. Si tratta di un’iniziativa di beneficenza, Milano Aiuta, svoltasi durante l’emergenza Coronavirus, in grado di aiutare circa 5000 famiglie a settimana. Nonostante le critiche ai due coniugi siano dietro l’angolo, non possiamo dimenticare che grazie al loro bacino di utenza l’attività ha fatto il giro del mondo, portando visibilità a un fenomeno importante e delicato.

Sicuramente nel post emergenza sarà necessario regolamentare il delivery online con nuove certificazioni di igiene, di qualità e così via, per evitare di ricevere sanzioni derivanti dal timore contagi e sicurezza alimentare, che pesa sulla ristorazione.

Un futuro incerto

A causa dello scoppio della pandemia Covid-19 molte imprese hanno dovuto cambiare il proprio metodo di lavoro, alcuni la distribuzione, altri i contatti con i propri clienti, senza tralasciare lo sviluppo di nuovi prodotti. Queste scelte dettate dalla necessità di sopravvivenza ci pongono di fronte a diversi interrogativi: il primo, riguardante il futuro del lavoratore, il secondo sul futuro del food delivery post Covid, il quale dovrà fare i conti con il cambiamento del modo non solo di acquistare delle persone, ma anche di consumare.

Per quanto riguarda il rapporto lavoratore-piattaforma, il Coronavirus potrebbe finalmente aprire nuove opportunità per i lavoratori nel vedersi riconosciuti nuovi diritti, attraverso una regolamentazione più adeguata del settore. Ci si augura infatti che i sussidi che vengono concessi in un momento storico come quello che stiamo vivendo possano essere perpetuati anche in futuro. Quando si concede qualcosa, è sempre difficile tornare indietro, anche nel caso di piattaforme potenti come quelle citate; d’altra parte è bene non dimenticare che i riders si sono già mossi in passato per sostenere i propri diritti. Naturale pensare che scenderanno in piazza nuovamente. Dopo il caso di Foodora e i riders di Torino, è stato inferto un primo colpo alla piattaforme di questo tipo verso una maggior considerazione della forza lavoro. Sappiamo però che nel momento in cui queste riconoscono il salario minimo, un contratto stipulato in modo equo o anche solo giorni di malattia ai propri dipendenti, rischiano di perdere il vantaggio competitivo che le pone come leader: ennesima riprova di quanto il modello di gig economy non possa considerarsi a lungo termine. Certo, non si eliminerà di certo il food delivery, ma questo momento di crisi dell’economia mondiale potrebbe portare a un ripensamento dello stesso? In molti stanno vedendo nel Coronavirus la scintilla per un’ulteriore crisi del modello capitalista, per cui viene naturale interrogarsi sui possibili scenari futuri.

Non esistono teorie scientifiche in merito, in quanto parlare per dati certi in un momento di cambiamento continuo è pressoché impossibile, eppure proprio il fatto che i ristoratori preferiscano modalità di delivery diretta senza appoggiarsi alle piattaforme più famose è un dato che ci fa riflettere. Secondo la più recente indagine di Tradelab, sono molti i ristoranti che non si erano ancora dotati del servizio e che oggi sono pronti a raccogliere la sfida, preferendo però la modalità di contatto diretto con il consumatore. Può questo costituire una possibile direzione per il futuro, dove la relazione diventa più stretta, più intima, non spersonalizzata e delegata a un algoritmo? Sarebbe certamente un’evoluzione degna di nota all’interno dell’architettura di rete, in cui si sottrarrebbe potenza ai nodi tradizionalmente legati al food delivery per dare più forza anche agli altri attori. Superare la dittatura del dato non è cosa facile, ma potremmo essere di fronte a una porta nuova, dove alla chiusura degli ecosistemi si contrappone la collaborazione? Probabile utopia, ma per risposte più definitive dobbiamo certamente aspettare l’evoluzione della novizia Fase 2.

Nick Srnicek, nel suo manuale «Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web», sottolinea come una possibilità futura per la platform economy sia quella di creare piattaforme pubbliche, controllate dai cittadini e che poggiano sulla forza legislativa dello Stato. In questo senso, la nuova piattaforma Ristocasa.net, realizzata da FIPE, potrebbe essere un primo tentativo in questo senso: una piattaforma al fine di aiutare gli imprenditori che utilizzano la propria forza lavoro per le consegne. Attraverso #ristoriAMOci a casa si cerca di creare una community per superare il delicato periodo.

I periodi di crisi modificano abitudini, attitudini, valori, costringono all’adattamento e al ripensamento del proprio modo di stare al mondo. Se ciò è vero per ogni ambito della vita dell’uomo, dalla vita privata all’economia mondiale, ci sono i presupposti per un cambiamento anche nella discussa gig economy, in particolar modo nel food delivery. Molti sono i quesiti senza risposta, altri ancora nasceranno, ma osservando con occhio curioso il mondo possiamo cogliere nel cambiamento il germe di nuove possibilità che miglioreranno il nostro modo di stare al mondo. Perché le piattaforme sono la nostra realtà, ed è necessario e moralmente corretto che essa sia la migliore possibile.

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IL GRUPPO

Siamo un gruppo di studenti della magistrale di Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE che ha sede a Mestre. Ci caratterizziamo per una naturale propensione nell’indagare ciò che succede nel mondo con occhi curiosi, per cogliere cosa si cela sotto la superficie delle cose.

I nostri nomi sono: Cristina Marta, Alessia Marzin, Melania Melato, Mattia Milanese, Lorenzo Montesi, Chiara Moro.