Gli esperti gli chiamano CGI, ovvero “computer generated imagery”, frutto di intelligenza artificiale e di algoritmi complessi.
Si parla di “virtual influencer” o “”influencer virtuali” a partire già dal 2016, ma solo negli ultimi anni il tema si è diffuso in vari settori, dalla moda, il food e persino la salute. Sono composti da milioni di pixel, ma nonostante ciò, sono più reali che mai, con un seguito di milioni di follower sui loro profili e migliaia di interazioni.
Rappresentano la nuova frontiera della comunicazione digitale?
Difficile trovare una risposta in questo contesto in continua evoluzione, ma una cosa è certa, il loro engagement rate è tre volte superiore rispetto agli Influencer reali (Hype auditor) e sempre più aziende si stanno avvicinando a questo mondo degli influencer virtuali.

Cos’è un influencer virtuale?

Quando parliamo di “influencer virtuali” è importante partire dal significato del termine stesso, poiché tutti gli influencer operano, in una certa misura, nel mondo virtuale, ma solo alcuni di loro ricadono sotto questa definizione.
La grande differenza? La loro stessa esistenza. I virtual influencer non esistono al di fuori dei loro profili online. Sono “persone” immaginarie, o meglio, avatar virtuali, generati attraverso sitemi di intelligenza artificiale e che hanno caratteristiche fisiche e comportamentali simili a quelle degli esseri umani.

Nascono dall’impegno di esperti sviluppatori, siano essi grandi aziende o individui che, attraverso un lavoro coordinato, curano la crescita delle loro piattaforme, studiano tendenze e interagiscono con gli utenti. Dietro un solo profilo virtuale dunque, vi è un team multidisciplinare, coinvolto nella gestione dell’account, con l’obiettivo di rendere “reale il virtuale”. Un lavoro costruito e studiato, ma che è in grado di creare contenuti credibili e coinvolgenti, attraverso la condivisione di momenti della vita quotidiana, didascalie amichevoli, lo scambio di messaggi e attraverso la pubblicizzazione di eventuali prodotti o collaborazioni.

 

Influencer virtuali: chi sono?

La prima influencer virtuale che ha raggiunto il successo online è stata Miquela Sousa (@lilmiquela) nel 2016. Ha 19 anni, vive a Los Angeles, è appassionata di moda e vanta un seguito di più di 3 milioni di follower su Instagram e i suoi video su YouTube raggiungono 15 milioni di visualizzazioni. Ciò che sorprende è come sia percepita “più reale” di altre influencer in carne e ossa, poiché si comporta esattamente allo stesso modo: fa innumerevoli selfie, ama la moda e il trucco e passa le giornate divertendosi con gli amici.

Proseguiamo poi con un’altra influencer virtuale: Imma (@Imma.gram). Una ragazza dai capelli rosa, interessata di cultura, cinema e arte giapponese. Grazie ai suoi oltre 300.000 followers, ha collaborato con riviste di moda e brand di abbigliamento.

Oltre agli influencer, il mondo virtuale è popolato anche da modelle: è il caso di (@shudu.gram), creata nel 2017 dall’artista Cameron-James Wilson. Secondo la sua biografia, Shudu è una “top model digitale” e, infatti, ha collaborato anche con Fenty Beauty, azienda di cosmetici fondata dalla cantante Rihanna.

Tuttavia, non tutti gli influencer virtuali hanno un aspetto reale, è il caso di Noonoouri (@noonoouri). Creata da Joerg Zuber nel 2017, Noonoouri ha uno stile più infantile e da cartone animato, particolarmente ideale per le campagne pubblicitarie di Vogue China, che ne controlla le attività, l’immagine e la gestione commerciale. Con quasi 400.000 follower su Instagram, anche Noonoouri, descritta dal suo creatore come “un personaggio digitale con un’anima umana”, ha lavorato con vari marchi di moda, tra cui Marc Jacobs e Dior.

Anche alcuni brand, approfittando dell’improvvisa popolarità di questi trend, hanno deciso di ricreare digitalmente le loro storiche mascotte. È il caso di KFC (@KFC) e del Colonnello Sanders che, sul profilo Instagram del brand, mostra la sua quotidianità e interagisce con i follower. Non si tratta però di una semplice operazione di branded content, poiché il colonnello ha collaborato anche con realtà esterne come Dr. Pepper, proprio come un vero l’influencer farebbe.

 

Il panorama degli influencer virtuali: tra vantaggi e svantaggi

Innovazione e curiosità hanno notevolmente contribuito alla diffusione massiva dei virtual influencer (alcuni articoli stimano che ci siano circa 150 influencer virtuali sui social media), portando importanti investimenti e coinvolgendo grandi aziende come Prada, Gucci, Calvin Klein, Diesel. Un fenomeno mondiale che ha catturato non solo l’attenzione degli utenti, ma anche quella di grandi nomi, soprattutto coinvolti nel settore della moda.

Alla base di questo avvicinamento da parte dei brand vi sono dinamiche complesse, che superano i concetti di innovazione e coinvolgimento. Un tema chiave è quello del controllo sul comportamento dell’influencer e sul contenuto da veicolare. Non ci sono caratteri difficili da gestire o errori di comunicazione. Tema connesso poi, alla prevedibilità e al controllo dei costi.  Le opportunità creative inoltre, sembrano quasi illimitate quando si tratta di avatar virtuali, poiché possono essere completamente personalizzati in base alle esigenze di un marchio o possono persino corrispondere alla personalità e ai suoi valori. I brand possono progettare tutto su di loro, dalla loro personalità al loro aspetto, abbigliamento, hobby, età, sesso, stile dei contenuti e così via.
Gli influencer virtuali offrono ai marchi l’opportunità di connettersi a un pubblico più giovane, più nativo digitale e più orientato alla tecnologia. Secondo uno studio di Hype Auditor, più della metà del seguito dei principali influencer virtuali ha 24 anni o meno (15% ha tra i 13 e i 17 anni). E, poiché queste giovani promesse delle GenZ potrebbero approcciarsi per primi al Metaverso, i virtuali influencer rappresentano un evidentemente collegamento con questo nuovo universo digitale per i marchi. Gli influencer virtuali sono persone 3D generate al 100% dal computer, i brand possono facilmente incorporarli in qualsiasi ambiente virtuale. Gli utenti del Metaverso potranno quindi unirsi ai loro influencer preferiti, il che potrebbe rafforzare ulteriormente la loro fiducia e creare così nuove opportunità di connessioni emotive.

Ma la credibilità?
Di fatto la narrazione costruita è estremamente efficace da sembrare credibile. I contenuti sono paragonabili a quelli di un reale influencer, empatici, emozionali e costruiti sugli interessi degli utenti. Parrebbe uno scenario privo di ostacoli e limitazioni, ma pur sempre costruito su dei pixel.
Non basta sembrare umani, anche gli influencer virtuali devono puntare sulla trasmissione di storie emotive, credibili.
Gli influencer “reali” costruiscono relazioni, hanno una rete personale attività, ma soprattutto possiedono una connessione reale con il loro pubblico, che va più in profondità di quanto possa raggiungere un influencer virtuale. Gran parte degli utenti vuole rispecchiarsi nei propri influencer, non semplicemente attraverso i loro acquisti, ma imitando le loro carriere.

Questa connessione è possibile per gli influencer virtuali?
Il rischio è quello di una perdita di credibilità e fiducia, poiché è abbastanza ovvio che non possano provare o testare nessuno tipo di marchio o esperienza.

Tanto potenziale, ma con un’altra percentuale di rischio. Questo potrebbe spiegare perché il 48% di questi influencer CGI ha una crescita di “seguaci negativi“. Ciò significa che una percentuale sostanziale del loro pubblico è composta da bot o follower disinteressati.

Sembra chiaro dunque, che al momento i brand scelgano i Virtual Influencer per provare nuove strade di comunicazione e cavalcare un trend. È difficile da stabilire se in futuro riusciranno ad entrare a pieno titolo nel mix di personaggi influenti da coinvolgere in una pianificazione di Influencer Marketing. Bisognerà aspettare e capire se saranno in grado di generare un rapporto di fiducia tale da spingere all’acquisto di prodotti reali.

 

L’approccio alle problematiche sociali

Merita particolare attenzione anche il coinvolgimento di alcuni influencer all’interno di tematiche sociali. È evidente come possano raggiungere un ampio pubblico e sensibilizzare diverse persone, basti pensare alla collaborazione tra l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l’influencer virtuale Knox Frost (@knoxfrost) in occasione della pandemia causata dal Covid 19. L’OMS lo ha coinvolto in modo da informare il pubblico su ciò che stava accadendo, le diverse misure di sicurezza e per raccogliere donazioni.
Negli ultimi anni inoltre, molti profili hanno espresso il loro sostegno nei confronti di lotte e cause sociali. Ad esempio, Miquela e Imma hanno condiviso contenuti a supporto di alcune campagne “Black Lives Matter“, raccogliendo donazioni dai loro follower.

Il coinvolgimento di questi influencer, seppur virtuale, è fonte di ispirazione per tante persone, oltre ad essere un’innegabile opportunità per incrementare il coinvolgimento degli utenti e ottenere feedback molto positivi. Da una ricerca Nielsen Global Media riportata da Buzzoole, emerge che l’83% dei follower si fida e crede negli influencer che prendono posizione sui social: questa fiducia si riflette anche sulla promozione di prodotti e servizi (77%). Dati importanti, che mettono in luce come il virtuale non rappresenti una barriera, ma piuttosto una nuova frontiera per la costruzione di rapporti.

 

L’influencer virtuale e GenZ

Come riporta uno studio condotto dal giornale “Hype” dal titolo “The Top Instagram Virtual influencer”,  il pubblico principale degli influencer è rappresentato dalla GenZ (13 – 17 anni), una fascia demografica ben definita e che rappresenta il futuro della società.

La Generazione Z è determinante nelle dinamiche di influencer marketing, è quella maggiormente interessata all’acquisto e vendite online ed interagisce costantemente con i personaggi coinvolti nel digitale. Nel processo di acquisto Influencer e content creator risultano al secondo posto nella classifica dei touchpoint. L’influencer marketing funziona perché sfrutta la riconoscibilità del marketing peer-to-peer, ma allo stesso tempo perché è basato sulla costruzione di affinità e credibilità.
Una ricerca sul rapporto tra GenZ e influencer (“Mi fido di te”, realizzata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, con ALMED, e Gruppo Credem) sottolinea, inoltre, come più di un under 25 su due consideri quello dell’influencer un vero e proprio lavoro (e nel 30% dei casi non disdegnerebbe tale professione in futuro). Le nuove generazioni dunque, abbracciano questo, purché sia costruito sui valori dell’onestà, coerenza, gentilezza, empatia, capacità di mettersi in discussione.

Questo si estende agli influencer virtuali? 
Con il lancio del Metaverso è certamente possibile che gli influencer virtuali riescano ad ottenere un appeal crescente. La Gen Z sta già acquistando oggetti virtuali, forse saranno più incoraggiati ad acquistare le mode indossate dagli influencer virtuali per i propri avatar nel Metaverso.
Come osserva Influencer Marketing Hub, il Metaverso “fornirà ai creatori un aspetto completamente nuovo di interazione e comunicazione, non solo con i loro fan ma anche con i loro colleghi influencer”.
Nel Metaverso, questo aumento di potere e dell’interattività anche per gli utenti, potrebbe potenziare il potere degli influencer. Non saranno solo gli influencer CGI a vestirsi con abiti virtuali e sfoggiare prodotti virtuali di marchi, ma anche gli avatar delle persone reali. Le aziende dovrebbero considerare come questa interazione tra relazioni umane reali e creazioni digitali possa fornire un valore extra per il loro marchio.

 

Controversie e sfide future

È noto che il confine tra realtà e finzione è spesso labile e questo binomio, per le generazioni più giovani costantemente connesse con i mondo digitale, tende a sentirsi sempre meno come una dicotomia e più come una pacifica convivenza che favorisce esperienze inedite e spesso affascinanti.
Tuttavia, come è emerso da una campagna di sicurezza online, chiamata “Internet Matters”, è fondamentale prestare attenzione ai rischi e soprattutto alle dinamiche di potere che coinvolgono la gestione di queste figure virtuali. La campagna infatti, ha voluto mettere in luce l’elevato rischio di manipolazione da parte delle aziende, in quanto rappresentano l’anima e l’esistenza stessa degli influencer virtuali. Se non prestano attenzione, potrebbero facilmente manipolare i giovani più impressionabili e minacciare il loro benessere psico-fisico. L’aspetto idealizzato di molti influencer promuove spesso standard di bellezza difficili da raggiungere, con il rischio di perpetrare un’idea del tutto irrealistica del corpo. Non sarebbe la prima volta che ciò accade, molti giovani manifestano ansia, depressione e solitudine mentre interagiscono sui social media e ciò è spesso collegato ai diversi stili di vita eccessivamente idealizzati e promossi. Gli influencer virtuali dunque, potrebbero arricchire questo scenario, peggiorandolo ulteriormente, poiché descrivono uno stile di vita perfetto che, di fatto, non è reale.
Infine, una delle questioni principali è legata alla trasparenza e alla responsabilità. Un ossimoro interessante quello fra virtuale e reale, ma che deve essere centrale nelle dinamiche di oggi. Virtuale non è sinonimo di finzione, noi umani agiamo secondo i nostri valori e principi etici, perché dimenticarli online?

 

È ancora troppo presto per capire il destino degli influencer virtuali, moda o meno, racchiudono un grande potenziale che deve essere sfruttato in modo etico e responsabile. Si tratta di una nuova frontiera del digitale, tutta da scoprire e monitorare e, al momento, sono un ottimo modo per incrementare gli acquisti reali e coinvolgere i proprio pubblico in modo del tutto “disruptive”.

 

 

Sitografia

 

Biografia

Ciao! Sara Masera, ho 25 anni e vivo a Trento. Al momento studio web marketing e digital communication presso IUSVE e lavoro come social media manager in un agenzia di comunicazione.

Sono una persona creativa e solare, amo il mare, stare all’aria aperta e viaggiare.