Il concetto di comunità risale alle origini dell’uomo.

La vita degli esseri umani infatti, si sviluppa proprio all’interno delle comunità che essi costituiscono. Nella sociologia contemporanea il termine indica quel tipo di collettività i cui membri condividono un’area territoriale per lo svolgimento delle attività quotidiane ma nell’era digitale il concetto di comunità è stato radicalmente modificato a causa del cambiamento dei rapporti umani e, di conseguenza, le forme della struttura sociale.

Oggi ci è possibile costruire dei legami che superano spazio e tempo grazie alle nuove tecnologie e alla creazione di una rete di relazioni personali in cui l’elemento fondante è la circolazione dell’informazione.

Per Bauman (2014) la comunità è qualcosa che rafforza l’individuo, la sua autostima e la fiducia in sé stesso. Se la analizziamo da un certo punto di vita, la Rete ci mette in contatto più velocemente con molti ma se passiamo ad analizzare altri frangenti, è semplice capire che essa ci rende anche più deboli, perché aumenta il senso solitudine, insicurezza e a lungo andare anche di infelicità.

Ma di che tipo di relazioni stiamo parlando? Che tipo di legami sono quelli creati fra le varie comunità presenti sul web e sui social network in particolar modo? La questione al momento è al centro del dibattito di numerosi sociologi e psicologi e le posizioni si dividono fra chi ritiene che i legami creati dai social network siano sostanzialmente deboli e chi invece ne sottolinea le potenzialità, tra chi ritiene che l’appartenere ad una comunità online sia un fatto positivo e chi invece dice l’esatto contrario sottolineando la pericolosità di questo tipo di comunità.

Nel pensiero di chi vive la faccenda delle comunità online in maniera positiva, ci si focalizza sul fatto che i social media sono in grado di rafforzare i nostri legami in base alle affinità di pensiero e non più solo in base alla vicinanza geografica e di conseguenza si moltiplicano le nostre possibilità di appartenenza a un gruppo, le possibilità di self-actualisation o di realizzazione di noi stessi.

La posizione di critica invece è dettata non dagli strumenti digitali in sé, bensì dal modo in cui vengono utilizzati. L’immenso mondo del web e in particolare quello dei social media, come ad esempio Facebook, ha la forte tendenza a circoscrivere ogni forma di dibattito entro aree di discussione ben definite, aree che sono fortemente omogenee e che non portano a un apertura verso opinioni diverse. Qui la sostanziale differenza tra chi vede la comunità online come un’opportunità di realizzazione e chi la vede come una minaccia che porta a chiudere le porte a chiunque la pensi diversamente.

Ecco che si crea così il rischio di andare incontro al fenomeno chiamato cyber balcanizzazione (o ciber balcanizzazione) che, come ricorda Paccagnella (2004), vede le comunità della rete selezionare i propri membri, verificando preventivamente la condivisione di opinioni e interesse.

Quando ci imbattiamo in una pagina web che esprime un’idea opposta alla nostra, che non ci piace o che non condividiamo, invece di pensare alle ragioni che hanno portato alla sua formulazione – indubbiamente ogni idea è frutto di un ragionamento – o invece di pensare a tesi e argomentazioni per affermare la nostra visione e confutare l’altra, ci limitiamo a premere il tasto “cancella” e a passare alla pagina successiva. In sostanza, durante le sette ore e mezzo che trascorriamo quotidianamente su internet potremmo non incontrare nessuno di diverso da noi.
Se il mondo online è per definizione unanime, quando stacchiamo il modem la situazione si fa radicalmente diversa, variegata ed eterogenea. Le persone si scontrano, hanno idee diverse e a volte incompatibili tra loro. In sostanza, il mondo offline per sua stessa natura si basa sul conflitto. Alcuni la pensano come noi, altri sono totalmente in disaccordo e noi, da parte nostra, detestiamo e aborriamo le idee di altri ancora. Siamo destinati a vivere in questo mondo.”  (
Dalla conferenza tenuta da Zygmunt Bauman il 9 ottobre 2013, presso il Teatro  Dal Verme di Milano e integralmente riportata, a cura di Maria Grazia Mattei, nel libro: Vita tra reale e virtuale di Zygmunt Bauman, Ed. Egea).

In questo modo si ottiene come effetto la creazione non più di gruppi di dibattito ma bensì di circuiti autoreferenziali, dove nessuno mette in discussione gli argomenti proposti con opinioni contrarie, dove ogni obiezione e dibattito viene lasciato all’esterno, cercando solamente le informazioni ed i pareri che corrispondono esattamente al proprio pensiero. In sintesi, online si tende a ricercare solamente chi la pensa esattamente al nostro stesso modo e di conseguenza ad interagire solo con questa piccola parte dell’intera comunità online, limitando la visione della realtà a quella che è la nostra idea.

Questo fenomeno sembra essere addirittura aiutato dalle piattaforme di social network, dove basta un click su “mi piace” ed ecco che Facebook ci propone una serie di cose che incontrano pienamente i propri interessi.

Aleks Krotoski, giornalista inglese esperta di tecnologia e comunicazione, nel corso del primo di una serie di incontri sul ruolo dei media organizzati da Polis (think-tank inglese nato dall’iniziativa congiunta della London School of Economics e il London College of Communication), si sofferma sull’impatto delle relazioni create attraverso i social network sulla nostra vita quotidiana.

Le nostre interazioni online riflettono sostanzialmente il nostro modo di interagire nella realtà”. Il web viene visto come uno specchio della società, in cui si ripercuotono non solo le innumerevoli opportunità di entrare in contatto con persone diverse, ma anche i rischi di estremizzazione delle nostre opinioni.

Secondo Krotoski, il web di per sé non è altro che “un mezzo di comunicazione agnostico”, uno strumento che non prende decisioni e quindi dove sta a noi il compito di decidere che tipi di relazioni intraprendere, che interazioni creare e quali contenuti approfondire e rappresenterebbe quindi una sorta di calamita di idee tutte diverse tra loro, un punto dove si crea dibattito e non solo entro cerchie ristrette, ma così non è. Infatti Krotoski ritratta e fa notare che è proprio a questo punto che si insinuano le contraddizioni: molto spesso le nostre opinioni non vengono divulgate al pubblico ampio che immaginiamo ma in realtà vengono diffuse e condivise solo da una piccola parte di pubblico, quella che ha le idee più simili alle nostre, creando la formazione di gruppi isolati ed estremisti. Quanti di noi sui social seguono persone che la pensano in maniera completamente diversa da noi?

Ecco che notando come le comunità online si moltiplichino, senza però comunicare fra di loro, si giunge a parlare di “cyber-balcanizzazione”, la formazione di gruppi isolati, sempre più polarizzati ed estremisti che sono chiusi alle idee diverse e dove le opinioni si riverberano costantemente senza mai essere messe in discussione e confrontate.

A questo punto è dovere chiedersi quanto influisca in maniera positiva le società online e se davvero essa sia un’opportunità o solo ed esclusivamente una minaccia, in quanto se chiude le porte al dibattito chiude anche la possibilità di ragionare su idee diverse che magari potrebbero risultare illuminanti. Il modo di uscire da questo rischio esiste e risiede nelle modalità di utilizzo del mondo web e social che deve il più possibile includere i fondamenti della logica democratica, la tolleranza e il riconoscimento della legittimità di posizioni diverse dalla propria.

 

Bauman, Z. 2014. Vita tra reale e virtuale (La). EGEA spa.

Paccagnella L., 2004. Sociologia della comunicazione. Il Mulino, Bologna

Stella R., Riva C., Scarcelli M.C., Drusian M. 2014. Sociologia dei new media, UTET università