“Il mondo ha tanti problemi da risolvere, e noi, come società, stiamo cercando di costruire un’infrastruttura con cui alcuni di questi problemi potranno essere risolti”: così dichiarò Zuckerberg al South by Southwest festival, nel 2008.

“In futuro, la gente impiegherà meno tempo a far funzionare la tecnologia perché la tecnologia non avrà soluzione di continuità. Sarà semplicemente già lì. Il Web sarà tutto, e sarà anche nulla. Sarà come l’elettricità. Se comprenderemo bene questo punto, credo che potremo risolvere tutti i problemi del mondo”: così dichiara Eric Schmidt, CEO di Alphabet dal 2001 al 2011, holding che controlla Google.

Facebook e Google sono due colossi della Silicon Valley, nate nel glorioso periodo delle dot-com e sviluppate dalle ceneri dello scoppio della bolla economica, avvenuta nei primissimi anni Duemila.
Non sorprende, quindi, che le ideologie dei “padri fondatori” di queste aziende siano basate su una cieca speranza nella tecnologia, impiegata in questo modo per la risoluzione a qualsiasi problema del mondo.

Il tecno soluzionismo è una teoria che si basa sulla convinzione assoluta che la tecnologia e le scienze applicate siano utili e necessarie per la creazione di un mondo utopico, o, per lo meno, un mezzo per raggiungerlo.
Conseguentemente a ciò, i pensatori dell’ultimo secolo si sono divisi in due fazioni ideologiche: i tecno soluzionisti e coloro che, al contrario, si oppongono al processo tecnologico in corso (o per lo meno alle sue dirette conseguenze).
Marx ed Engels furono tra i primi a teorizzare un pensiero favorevole a tal proposito, arrivando alla conclusione che la tecnologia del tempo potesse mettere le basi per la creazione di una nuova società e per la rifondazione della classe proletaria, su principi nuovi e migliori.
Morozov, al contrario, in un articolo pubblicato ne La Repubblica del 30 giugno 2013 scrive: “il soluzionismo è un approccio ingenuo e irriflessivo alla soluzione dei problemi. Invece di investigarne le cause nella loro complessità, si limita a scomporli e individuare il livello che la tecnologia può gestire più facilmente. Prendiamo l’obesità. Il soluzionista dice: tutti hanno un telefonino quindi dobbiamo fare una app che avverta le persone quando mangiano troppo o camminano poco. Un cerotto, non una soluzione.”

Bisogna però notare che il soluzionismo è sempre esistito nella storia umana.
L’uomo, dal momento in cui ha scoperto di poter plasmare e lavorare gli oggetti con le proprie mani, ricavandone degli attrezzi, ha sempre usato quest’ultimi per i propri scopi personali, utilizzandoli come fossero un prolungamento dei propri arti.
L’utilizzo della tecnica ha permesso alla civiltà di progredire, come per la costruzione delle prime recinzioni, che hanno permesso l’abbandono della vita nomade a favore di una sedentaria, come per la rivoluzione agricola, che ha permesso un maggior consumo di cibo e quindi un aumento demografico della popolazione mondiale, o ancora come per la rivoluzione industriale, arrivando fino a quella tecnologica, in cui siamo immersi dalla metà degli anni Novanta ad ora.
In tutte queste fasi, la chiave di svolta è stato proprio l’ingegno umano e il conseguente sviluppo della tecnica, nostra caratteristica identitaria che contraddistingue la nostra esistenza, in contrapposizione a quella animale.
Dunque, come si può notare, il soluzionismo è una caratteristica intrinsecamente umana, grazie alla quale l’uomo si è sempre posto degli obiettivi da raggiungere a partire da dei problemi da risolvere.
Senza la volontà di superare gli ostacoli e senza un impegno costante, l’umanità probabilmente non sarebbe dove è ora.

Ma cosa è cambiato da allora ad oggi?
Oggi, forse per la prima volta, si è arrivati in un periodo in cui la tecnica, oggi chiamata tecnologia, sta prendendo il sopravvento sull’uomo, o questo per lo meno è il timore generale che da qualche decennio a questa parte sta affliggendo buona parte della popolazione mondiale che, forse però, non sa nemmeno realmente di cosa dovrebbe aver paura.
Le preoccupazioni, in generale, riguardano il probabile o improbabile, a seconda delle correnti di pensiero, superamento dell’intelligenza artificiale / robotica su quella umana, lo scambio di forza-lavoro umana con quella artificiale, la perdita delle emozioni e della coscienza umana in vece di quella robotica, e molte altre idee di questo stampo.
Sono molti, oltretutto, i film e i libri che dalla metà del Novecento riflettono e sviluppano le tematiche distopiche: dall’utopia, tipica del periodo illuminista, si è passati al suo contrario.
Per la coscienza generale, i rischi hanno superato i benefici e siamo tutti in pericolo davanti a degli esseri metallici, freddi, senza emozioni che minacciano di sopraffarci.

Tornando al punto di partenza, l’atteggiamento soluzionista dei “sovrani” della Silicon Valley sembra, avvantaggiare solo loro, in fin dei conti.
Le persone temono in realtà ciò che probabilmente recherà meno danno nell’immediato futuro, ignorando completamente quella che risulta essere la minaccia più pesante che incombe sulla libertà dell’uomo.
Ormai sembra essere diventata una prassi guardare il telefono, controllare le notifiche di –  Facebook, Instagram, Whatsapp, Telegram – la mattina, quasi ancor prima di aprire gli occhi; la maggior parte delle persone non si pone la benchè minima domanda ogni volta che scarica un’applicazione sul proprio device, difficilmente vengono controllate le condizioni che si devono accettare, necessariamente, durante l’installazione; non ci si chiede perché un’applicazione di photo rendering dovrebbe chiedere l’accesso al microfono – per esempio.

È normale che venga spontaneo, almeno inizialmente, chiederci quale possa essere la causa principale di questo diretto controllo dei dati digitali.

Al riguardo, Carole Cadwalladr, reporter di un periodico britannico, The Observer, racconta in uno speech di TED come i dati di migliaia di persone su Facebook siano stati “presi” e “manipolati” per essere usati a fini politici. In questo modo, sono state realizzate delle campagne di propaganda sui social network, in particolare Facebook, che la giornalista ritiene essere illegali, perché sovvenzionati da soldi riciclati e riportanti false notizie. Cosi facendo si è diretta l’opinione pubblica verso ciò che quel tipo di comunicazione aveva come scopo: spingere gli elettori a votare nel referendum inglese a favore dell’uscita dall’Unione Europea.

“Internet ci aiuta a sbarazzarci di controllori e intermediari”: è questa la convinzione diffusa che serpeggia tra gli utenti e la maggioranza di loro non si rende conto che è esattamente il contrario.
“Se è gratis, il prodotto sei tu” o meglio, i prodotti sono i nostri dati, le informazioni più o meno personali che custodiamo all’interno di software che utilizziamo quotidianamente; i prodotti sono anche i nostri contatti, che scambiamo, quasi senza accorgercene, in cambio della gratuità della rete e delle connessioni.
È quindi forse questo a cui ha portato il tecno soluzionismo, tanto invocato fino ad ora? Ad avere una società iper-controllata ma con ottimi servizi gratuiti?

Tra qualche anno sarà possibile, probabilmente, identificare chi sta per commettere un crimine, ancora prima che lo faccia, grazie a questa sorta di “Grande Fratello”, ora diventato attuale, che tutto vede.
È sicuramente auspicabile vivere in una società più sicura ma, almeno fino ad ora, le tecnologie e le intelligenze artificiali non sono ancora riuscite a mettersi a confronto con la coscienza e l’emozionalità umana; vogliamo sul serio delegar loro il futuro di persone, che hanno la sola colpa di esser stati letti nella mente e analizzati da algoritmi? Vogliamo sul serio sperare in un mondo nel quale le persone vengono condannate tramite dei processi alle intenzioni?

Allora, forse, le preoccupazioni generali sulla robotica e sulle intelligenze artificiali possono essere concrete e veritiere, passando però prima per l’analisi dei dati personali.

Queste, infatti, possono diventare temibili nel momento in cui cominciano a pensare come persone, grazie ad algoritmi che permettono loro di imparare il nostro linguaggio, osservandolo direttamente; possono essere oltremodo minacciose quando vengono usate “contro” di noi, tramite l’analisi dei nostri dati e dei nostri comportamenti.

Uno dei valori fondanti di Internet risiedeva nella libertà di informazioni e di conoscenza, la rete è nata come uno strumento tramite il quale le persone potevano connettersi le une con le altre, doveva essere il fulcro della comunicazione interpersonale, doveva aiutare a mettere in contatto le menti geniali in giro per il mondo.
E, da un certo punto di vista ha raggiunto questo scopo.
Ma cos’altro?
Internet ha senza dubbio rivoluzionato il mondo delle persone negli ultimi decenni, in qualche modo ha semplificato la vita dell’uomo, ma quali sono i temi a sfavore? Sono maggiori i pro o i contro?
Queste sono domande che probabilmente al giorno d’oggi non hanno risposta, in quanto non riusciamo ancora a cogliere e ad analizzare con lucidità la tematica nel suo complesso, ne siamo già troppo immersi.
Di sicuro, anche se volessimo regredire all’era analogica non sarebbe facile, probabilmente sarebbe impossibile.
Dovremmo, invece, renderci conto verso cosa stiamo andando, cercando di prevedere cosa ci aspetta, invece di rimanere nell’immobilità più totale e analizzare i fatti solo a posteriori.