In questo articolo cercherò di unire la visione di Bauman della sottoclasse e la situazione italiana attuale.

Zygmunt Bauman (1925-2017) fu un sociologo, un filosofo e un accademico polacco; tra le sue opere maggiori vi sono “La società liquida” e “Consumo dunque sono”, opera sulla quale tra l’altro si basa questo articolo. È proprio in questo scritto (Consuming life, Consumo dunque sono, 2008) che lo scrittore sviluppa il tema del consumismo e in particolare della sottoclasse.

Il termine sottoclasse nasce come soprannome dato alla categoria di popolazione vittima dei danni collaterali del consumismo e viene definita come la società che non consuma e che quindi non dà nessun contributo allo sviluppo comunitario: questa classe è consapevole della sua non ospitalità verso determinati individui, è consapevole della diversità con il resto della società ed è consapevole di essere vista come una classe parassita che si alimenta dell’operato delle altre più rispettabili e alte nella scala sociale. Questa classe unisce quindi coloro che non consumano per scelta, perché sono sfavorevoli al consumismo sfrenato che ci viene imposto dal mercato e dalla società o banalmente per impossibilità, questa sottoclasse infatti include tutti quegli individui che non posseggono un reddito o che ne posseggono uno che però gli consente solamente di sopravvivere. Come già detto questa parte della società viene mal vista dalla restante popolazione, poiché la vede come esclusa e da un lato ne vorrebbe la completa distruzione: essi non consumano, spesso non producono, non fanno per così dire “girare l’economia” e vivono sulle spalle degli altri.

La sottoclasse, intesa quindi come espressa in precedenza, è presente in ogni società mondiale, e viene mostrata ogni anno con percentuali. Volendo soffermarci sulla società italiana, è opportuno avere una certa Panoramica europea su questa tematica:

da come si può vedere dalla cartina gli stati nordici presentano percentuali minori (tra 0% a 10%) rispetto agli stati mediterranei che invece si presentano con una povertà che si aggira tra il 30% e il 50%. L’Italia in particolare presenta una percentuale compresa fra 40% e 50% di povertà, ipoteticamente si potrebbe dire che questa percentuale rappresenta anche la sottoclasse italiana, però non sarebbe corretto, senza fare analisi più approfondite, trarre queste conclusioni.  È giusto comunque pensare che pur non avendo il dato certo, la sottoclasse italiana si presenti in maniera massiccia.

È necessario inoltre aggiungere altri dati a quelli già presentati: l’Italia, come quasi tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, è sempre stata una terra di transito e punto di riferimento per diversi stati del continente africano, e dagli ultimi due decenni è sorto un problema sociale rilevante per la popolazione cioè l’immigrazione.

In particolare questo disagio sociale in Italia è molto sentito dalla popolazione che è arrivata a sviluppare un acuto razzismo verso queste persone che scappano da zone spesso violente e disagiate.

 

 

 

Come si può vedere da questo grafico, tra i Paesi soggetti a migrazioni, l’Italia si presenta al primo posto per la percezione di immigrati (+17,4%) quando in realtà non è al primo posto nelle percentuali di immigrati reali. Di conseguenza da qui si può vedere come l’immigrazione per l’Italia sia un vero e proprio problema sociale.

 

Dopo queste premesse è ora necessario entrare appieno nel tema dell’articolo. Tornando quindi al concetto di sottoclasse descritto da Bauman si può vedere come il significato del termine si possa incrementare: oltre alle categorie precedentemente elencate, nel caso dell’Italia è corretto aggiungere la categoria stranieri/immigrati, poiché anche in questo caso essi vengono visti con odio e con la volontà di esclusione. È giusto precisare che questo pensiero non è sicuramente condiviso da tutta la popolazione italiana, ma basandosi sui dati presentati è sicuramente una corrente di pensiero condivisa da buona parte della popolazione.

Il fenomeno della povertà è sempre stato presente in ogni società e in ogni cultura mondiale, non si è mai creata una vera e propria soluzione, ci sono stati periodi in cui le percentuali di povertà fossero basse e periodi in cui esse si presentassero a livelli più alti. Sicuramente la crisi economica del 2009 ha peggiorato la situazione di economie già traballanti e ha quindi incrementato la disparità economica. Come già detto ci sono effettivamente dei soggetti che per protesta scelgono di far parte della società non consumistica e che non vogliono nemmeno cercare di rientrare nell’altra parte di società, scelgono quindi di vivere nella povertà e di andare essere guardati con disgusto, ma dall’altro canto c’è chi che è caduto nella sottoclasse non per scelta e che cerca in tutti i modi di tornare nella parte “sana”.  Ma viene quindi da chiedersi se effettivamente si cerchino modi per reintegrare questa sottoclasse nella società del consumo e se chi entra nella sottoclasse abbia la possibilità di rientrare nella precedente.

Soffermiamoci in primo luogo su come lo Stato italiano stia supportando la sottoclasse al fine di farla rientrare nella società:

  • livelli essenziali delle prestazionisociali (LEP): erogare quindi una minima assistenza sanitaria, basata sulle possibilità della Regione e del Comune
  • Reddito di inclusione: un supporto economico alle famiglie che presentano determinate caratteristiche
  • Reddito di cittadinanza: supporto economico per individui che presentano determinate caratteristiche
  • Rafforzamento degli interventi in materia di servizi sociali
  • Povertà educativa: supportare a livello educativo, anche semplicemente insegnando un lavoro
  • Lotta agli sprechi, donazione e distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale

Fonte: http://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1104322.pdf

Come si può vedere gli aiuti sono molti, ma perché non funzionano praticamente?

Ogni anno il tasso di povertà e disparità economica aumenta, quindi questi aiuti non sono effettivamente funzionali. Tra le varie possibilità è che non siano abbastanza: molto semplicemente le persone in difficoltà sono troppe e i fondi troppo pochi; oppure perché non vengono utilizzati al meglio, vengono dati a truffatori che non ne hanno realmente bisogno; ma in realtà la problematica più diffusa è la burocrazia, richiedere aiuti è troppo complicato, richiede troppo tempo e spesso non ne vale effettivamente la pena. Ma da questi dati sorge spontanea una riflessione: lo Stato vuole effettivamente riportare queste persone nella società del consumo?

Bauman ripete più volte che spesso la società non vuole davvero reintegrare questi soggetti: essi hanno già sbagliato, sono come un prodotto difettoso che rischiano di intaccare i prodotti “buoni” oppure possono essere utilizzati come esempi negativi, il “come non diventare”.

Ma passiamo ora alla questione immigrati, in questo ambito come agisce la società italiana?

Il documento di economia e finanza che riguarda le migrazioni è stato modificato nel Febbraio 2019, dal nuovo Governo vigente, e ha modificato le linee guida nelle politiche di contenimento dei flussi migratori verso l’Europa: “che vanno intercettati nei Paesi di partenza e transito” e intende inoltre rivedere il canele della protezione umanitaria “cui accedono anche persone che in base alla normativa europea sull’asilo non avevano i requisiti per la protezione internazionale al momento dell’ingresso nel nostro Paese e che, ora, permangono sul territorio con difficoltà di inserimento”.

Fonte: http://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1105627.pdf?_1557674616893

Quindi per risolvere questo problema il Governo italiano ha deciso di puntare alla radice: evitare dal principio che questi sbarchi avvengano e che si generi quindi povertà aggiuntiva. Ma per coloro che riescono a raggiungere l’Italia il percorso è lungo ed articolato:

  • Primo arrivo negli hotspot dove vengono registrati e dove gli vengono fornite le prime cure, qui è già possibile fare una prima domanda di asilo politico
  • Trasferimento ai centri di prima accoglienza, dove rimarranno il tempo necessario all’elaborazione della loro richiesta (possono rimanere fino a 48 mesi)
  • Coloro che non richiedono asilo politico vengono trasferiti nei centri di Permanenza e Rimpatrio, dove possono rimanere per un massimo di 180 giorni (Decreto Salvini)

Ma ad oggi sono sorti ulteriori problemi, poiché i richiedenti asilo rimangono in un’eterna prima accoglienza, finendo di rifugio in rifugio, inoltre a causa del Decreto Salvini molti di questi attendenti hanno perso il loro stato di rifugiati o di protezione sussidiaria e si trovano quindi in un limbo, costretti a transitare da un centro all’altro senza avere la certezza di una protezione da parte dello Stato.

Anche in questo caso la burocrazia passa nella parte del torto, poiché diventa un blocco per i migranti che vorrebbero entrare nel nostro Paese.

Viene quindi da chiedersi se effettivamente la causa primaria della sottoclasse e del suo mantenimento non la sia la burocrazia con i suoi numerosi labirinti e tempi d’attesa.

Vorrei quindi concludere con una domanda: se effettivamente si alleggerisse il carico burocratico, mantenendolo funzionale nonostante le dimensioni dello Stato, sarebbe possibile diminuire la percentuale di componenti della sottoclasse?