E se ti dicessi che in questo momento, leggendo questo articolo dal tuo pc o dal tuo smartphone, stai producendo valore per qualcun altro? Come la prenderesti? Potrebbe sembrare un’assurda tesi complottista, al pari di terrapiattismo e anti-vax, ma non è così.

Ti ricordi questa mattina, quando hai scaricato quel giochino in cui dovevi tappare lo schermo per far volare un uccellino evitando dei tubi verdi?

Oppure ieri sera, quando per tornare a casa dopo una serata balorda ti sei dovuto affidare al navigatore del tuo smartphone. E magari camminando hai pure postato una foto sui social network, prontamente cancellata al risveglio, per evitare ricadute sulla tua immagine al lavoro.

Ecco, in ognuno di questi momenti hai contribuito all’arricchirsi di qualcuno che probabilmente non conosci di persona, e di cui magari non sai nemmeno il nome. Questo perché l’economia odierna ha dei nuovi soulava, del nuovo pepe, un nuovo oro. A qualsiasi oggetto di scambio (e dunque di potere) vogliate paragonarli, i dati personali oggi valgono milioni, miliardi di dollari.

Questo perché attraverso i dati tutti noi possiamo essere sorvegliati, e allo stesso tempo possiamo essere educati al modo di pensare neoliberista.

Sì, gli utenti aggiungono valore e lavorano gratis, ma possono aggiungere ancora più valore se sappiamo monetizzare i dati raccolti rispetto al loro comportamento.” (Geert Lovink, “L’abisso dei social media”, 2016)

La sorveglianza parte da lontano

Sorveglianza, controllo, profilazione… Sono parole sempre in primo piano al giorno d’oggi per via del cambio di prospettive successivo all’11 settembre e a tutto il dibattito relativo allo scandalo di Cambridge Analytica.

Questi concetti però non sono nuovi, ma bensì hanno delle radici antiche e profonde, seppur in termini diversi rispetto ad oggi.

Il Panopticon di Bentham

Per parlare di sorveglianza e di controllo delle persone sugli altri non si può ovviamente prescindere dal Panopticon di Jeremy Bentham, dispositivo architettonico teorizzato nel 1791 e poi tradotto in realtà nel tardo ‘800 in numerose città del mondo, tra cui anche Siena con l’ex-Ospedale psichiatrico di San Niccolò.

La pianta dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Niccolò a Siena

Il progetto di Bentham sarebbe dovuto servire come modello per delle istituzioni carcerarie, ma non solo: poteva essere utilizzato anche per fabbriche, ospedali, scuole… Insomma, ogni luogo in cui era presente in maniera più o meno sensibile una forma di potere.

In breve, il Panopticon era una struttura architettonica circolare, che permetteva ad un sorvegliante di controllare un enorme numero di persone. Da qui il nome, che deriva dalla possibilità di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti interessanti per il potere. In quest’ottica, il soggetto viene spersonalizzato, e ridotto a mero oggetto di controllo da parte dell’osservatore.

La sorveglianza per Michel Foucault

Questa idea architettonica è stata ripresa nel secolo scorso da Michel Foucault nel suo libro “Sorvegliare e punire”, in cui analizza in maniera approfondita la nascita della disciplina e della prigionia moderna.

Il fatto di poter essere osservati in qualsiasi momento, senza però poter sapere se effettivamente il sorvegliante fosse all’interno della struttura centrale, faceva sì che nei detenuti si instaurasse una sorta di auto-sorveglianza e di auto-controllo. Usando le parole di Foucault:

“Il Panopticon è una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti: […] nella torre centrale si vede tutto, senza mai essere visti. […] E’ un dispositivo importante perché automatizza e de-individualizza il potere.”

Il potere quindi in questo momento storico diventa qualcosa di visibile (sotto forma di torre centrale, o i televisori del Grande Fratello di George Orwell), ma allo stesso tempo subdolo, poiché è capace di agire anche in assenza fisica, solo nella possibilità di essere presente. In questo modo i comportamenti umani, per paura di una punizione, sono modellati e omologati tra di loro, raggiungendo quella normalità tanto auspicata.

Sempre per Foucault, più il potere tende all’incorporeo o al virtuale (Come? Qualcuno ha detto internet?), più i suoi effetti saranno costanti e profondi: per arrivare alla vittoria e al controllo si gioca di anticipo, andando a prevenire i possibili risvolti destabilizzanti per il sistema.

La situazione attuale

Nel corso del tempo quello della sorveglianza è stato un tema spesso caro agli Stati sovrani. Attraverso le videocamere si sono creati sistemi di videosorveglianza che arrivano a coprire gran parte del territorio pubblico cittadino, e allo stesso tempo i nostri dati personali sono sempre più spesso entrati all’interno di grossi faldoni conservati gelosamente nei palazzi del potere (uffici anagrafe, uffici elettorali, Agenzia delle Entrate…).

Ora però, con l’arrivo di internet, il sistema ha assunto delle sfaccettature del tutto nuove, che in passato non sussistevano perché impossibili a livello tecnologico. Si parla in questo caso di sorveglianza digitale.

Si può notare fin da subito però che, se inizialmente la sorveglianza era esercitata da un potere verticale e centralizzato (lo Stato, appunto), oggi questa è attuata da degli attori che appaiono come una novità rispetto al passato: le aziende.

Infatti a profilare non sono solamente i singoli Stati (che, per carità, nel loro “piccolo” continuano a farlo), ma anche grandi Corporation private come Google e Facebook, che hanno saputo sfruttare al meglio le innovazioni tecnologiche del nostro tempo per mettere in atto una sorveglianza olistica e volontaria, nel senso che siamo noi stessi, in quanto utenti, a consegnare volontariamente i nostri preziosi dati. (QUI un altro articolo di Culture Digitali sull’argomento)

Come si diceva nell’introduzione, il nuovo oggetto del potere sono dunque i dati degli utenti, che vengono presi senza alcun utilizzo di modalità coercitive. Siamo noi stessi a consegnare i dati a Facebook e Google, che dalla loro non fanno altro che architettare al meglio la struttura al cui interno noi andremo a muoverci.

Questi dati verranno poi analizzati, catalogati  e categorizzati in enormi e allo stesso tempo impalpabili banche dati.

Quali sono i rischi per la nostra privacy?

Nel momento in cui si prende coscienza di questo meccanismo subdolo e diffuso, bisogna pensare a quali possano essere i rischi a cui si va incontro “partecipando” a questi immensi sondaggi, a queste raccolte dati di scala globale.

Per ora tutte le informazioni che vengono archiviate sui singoli utenti sono utilizzate per uno scopo piuttosto banale: proporre e vedere dei prodotti. Per fare della pubblicità, in poche parole.

big4 tech companies revenues
Da dove arrivano i guadagni delle Big4?

Dunque, si può dire che Facebook e Google (cito queste due aziende perché sono le più grandi e le più in vista, non perché siano le uniche) oggi operino come le più grandi agenzie pubblicitarie della storia dell’umanità.

Fino a qui non ci sarebbero problemi, che invece sorgono quando si va a ragionare su quanto, potenzialmente, potrebbe essere ancora fatto con quei dati, con quei profili. Ad esempio potrebbero essere proposte determinate notizie, in modo da far scattare delle reazioni nelle persone che vengono identificate come “utili” al sistema. Potenzialmente Facebook ha la possibilità e la capacità di orientare le elezioni e di indirizzare la linea politica mondiale. E in qualche maniera ha già dato prova di ciò.

C’è poi anche chi, come Mary Madden, ricercatrice al Data & Society Research Institute, mette in guardia su un altro aspetto. La sorveglianza ed il controllo infatti non sarebbero “democratici”, ma andrebbero ad interessare specialmente una parte della popolazione, ovvero quella che utilizza più spesso lo smartphone per informarsi e reperire notizie. Questo perché attraverso un telefono è molto più complicato modificare e verificare gli accessi concessi alle varie applicazioni, rispetto a un laptop.

E visto che, secondo questa ricerca, le persone che utilizzano di più lo smartphone sono quelle che percepiscono un reddito più basso, la conseguenza è quella di avere una sorveglianza classista. Le persone meno abbienti saranno maggiormente sorvegliate e dunque maggiormente uniformate.

Quindi, definire quali potrebbero essere gli sviluppi futuri non è assolutamente semplice, e il quadro generale è molto più articolato di quello presentato brevemente qui sopra. La mia visione è che, nel breve periodo, lo scenario non cambierà e il business più grande di internet sarà quello della pubblicità.

Nel frattempo noi, magari con degli algoritmi più trasparenti continueremo a consegnare alle solite grandi aziende i nostri dati. Saremo sempre sorvegliati e controllati, e probabilmente più uniformati. Ma saremo davvero più sicuri?

P.S.: se l’unico quesito che ti è rimasto in testa dopo aver letto questo articolo è: “Quale sarà il giochino dell’uccellino e dei tubi verdi?”, beh, eccoti accontentato: https://flappybird.io/

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