Panopticon la prigione mentale

Il Panopticon è un modello architettonico ideato nel corso della seconda metà del ‘700. Esso di fatto nasce come progetto per una struttura carceraria, ma risulta chiaro fin da subito come possa rappresentare una forma di controllo sociale molto più diffusa, subdola e latente. Difatti Jeremy Bentham, il suo ideatore, viene mosso da esigenze di organizzazione e controllo legate a doppio filo alle conseguenze sociali, urbanistiche e lavorative della prima Rivoluzione Industriale. Il concetto della progettazione, e conseguentemente la denominazione, è di permettere a un unico occhio di osservare tutti i soggetti senza fornire consapevolezza a questi del controllo subito. Il nome si riferisce anche ad Argo Panoptes della mitologia Greca: un gigante con un centinaio di occhi.

La struttura carceraria

Il modello prevede un edificio dalla forma circolare con delle celle, disposte sul perimetro del cerchio, in cui ogni soggetto risultava isolato dagli altri. Troviamo uno spazio vuoto intermedio che divide le celle dalla torre centrale, sede dell’ispettore. Egli risulta una figura-incognita, che grazie alla sua posizione strategica vede e sorveglia tutti, comunicando attraverso dei tubi collegati a ciascuna cella. Il meccanismo che si vuole installare nella mente dei soggetti è il timore analogo al divino: un essere onnisciente di cui non conosci l’identità di cui sei assoggettato e inferiore. L’obiettivo principale risulta infondere nel soggetto uno stato di allarme dettato dalla continua visibilità, che lo induce inconsciamente a sentirsi in maniera costante sotto controllo: “la visibilità è la trappola”.

Panopticon struttura

Il modello di ispirazione di Orwell

La struttura del Panopticon ha ispirato George Orwell con la stesura di 1984. Il romanzo racconta di Winston Smith, un impiegato del Ministero della Verità in un mondo distopico e totalitario. Il protagonista si ribella al regime scrivendo un diario segreto e innamorandosi di Julia. Viene però scoperto e torturato, portato al termine alla rinuncia del suo amore e alla sua identità. Winston alla fine si arrende e accetta il potere del Grande Fratello. L’autore ha usato l’architettura della prigione come metafora di un potere invisibile e onnipresente che vigila sulla vita dei cittadini mediante teleschermi, dispositivi che trasmettono la propaganda del regime e spiano le azioni e i pensieri delle persone. Il Grande Fratello, il leader misterioso del regime, è la figura che rappresenta il sorvegliante del potenziale panottico in questione. I temi principali attorno ai quali la trama gravita sono il totalitarismo, la manipolazione del linguaggio e il controllo. Il collegamento con il romanzo di Orwell “1984” appare quasi scontato. Le somiglianze tra il Panopticon e il Grande Fratello sono evidenti. Si tratta di sistemi di sorveglianza invisibile e onnipresenti che inducono una forma di autocontrollo e di conformismo nei soggetti sottomessi. Si fanno entrambi simbolo di un potere:

  • Autoritario e totalitario;
  • Oppressiva nei confronti di ogni forma di libertà e di individualità;
  • Espressione di una società disciplinare e repressiva.

In concreto possono essere inquadrati come perfetti esempi di come il controllo sociale e il dominio psicologico possano essere esercitati attraverso la manipolazione di percezioni e informazioni. Tuttavia, una differenza sostanziale risiede nel concetto di incertezza; mentre il Grande Fratello si fonda sulla sicurezza dell’essere osservati, il successo del Panopticon risiede in una visibilità asimmetrica incerta dove gli individui si auto-regolano per paura di essere sorpresi a infrangere le regole.

George Orwell 1984

Sapere/Potere la posizione di Foucault

Il Panopticon si lega a doppio filo alla teoria di Michel Foucault, il quale fa della relazione Sapere/Potere una delle tematiche centrali del suo pensiero filosofico e sociologico. Questa architettura di fatto rappresenta una metafora che calza a pennello con il meccanismo di sorveglianza e disciplina che caratterizza le istituzioni moderne. La caratteristica distintiva e fondamentale del Panopticon è la sua capacità di controllo implicito che crea un effetto di visibilità permanente che induce i soggetti a interiorizzare le norme e le regole imposte dall’osservatore, senza bisogno di ricorrere alla violenza fisica. Il potere si esercita quindi attraverso il sapere, cioè la capacità di vedere e di definire la verità sugli individui e sulle loro condotte. Foucault usa il Panopticon come simbolo della società moderna che si basa su una serie di dispositivi e discorsi che producono soggetti normalizzati e disciplinati: si passa da individui come soggetti di una comunicazione” a “oggetti d’informazione”. Tuttavia, il rapporto tra sapere/potere teorizzato da Foucault ad oggi risulta superato, perché descrittivo di un modello relazionale asimmetrico. La verticalità non caratterizza più la struttura portante e archetipica su cui si fonda il reale e questo lo possiamo rintracciare in diversi ambiti come la comunicazione, il percorso lavorativo, la cultura e, per l’appunto, il controllo.

Foucault Michel

Panopticon inverso

Un ulteriore punto di vista che gravita attorno all’architettura benthamiana è l’interpretazione che contesta in toto il pessimismo precedentemente citato. Il Panopticon inverso supporta al contrario la tecnologia come strumento di emancipazione ed espressione. Un’interpretazione positiva che implica un capovolgimento della relazione sapere/potere: il soggetto ora è attivo e creativo nel costruire la sua immagine pubblica e nel partecipare alla vita sociale attraverso il digitale. L’individuo sorvegliato diventa quindi anche sorvegliante, in quanto usa le stesse tecnologie non come uno strumento di controllo o di conformismo, ma come uno spazio di libertà e di espressione. La teoria di Kevin Haggerty e Richard Ericson si fa paradigma della resistenza e della critica nella società contemporanea. L’immateriale ha portato difatti a forme di sorveglianza dal basso, attivismo, creatività e controinformazione attraverso l’uso di dispositivi come webcam, microfoni, droni e app. Tuttavia, questo non risulta esente da rischi e complessità.

Panopticon ibrido

Come si è compreso la sorveglianza ha assunto nuove forme e dimensioni con l’approdo all’immateriale. Con la diffusione delle tecnologie digitali, la globalizzazione, la crisi delle istituzioni tradizionali e la crescita della società civile, oggi, la sorveglianza si è trasformata in un fenomeno più fluido e articolato, in cui i ruoli di osservatori e osservati si alternano e si sovrappongono. Un punto di vista ibrido, inteso come intermedio e fondato su compromessi, permette di superare le estremizzazioni tipiche dell’approccio teorico: la verità è di un grigio particolarmente sfumato, perciò un atteggiamento apocalittico o integrato che sia, non riuscirà mai a toccare in maniera olistica la verità, ma darne una visione parziale e adulterata. Perciò la visione foucaultiana del Panopticon non riesce a pieno a cogliere le sfumature del contemporaneo, ma al tempo stesso nemmeno quella ingenuamente ottimistica del Panopticon inverso.

Il libro a quattro mani di David Lyon e Zygmunt Bauman dal titolo “Sesto Potere. La sorveglianza nella modernità liquida” suggerisce una prospettiva diversa. Innanzitutto è fondamentale sfatare il mito del grande occhio osservatore, tipicamente orwelliano, che spia la massa inconsapevole, succube e assoggettata. Le modalità di controllo punitivo, ad oggi, riguardano solo specifiche situazioni ai margini del sociale come campi profughi e prigioni. Il nuovo rapporto sapere/potere avanza grazie a una collaborazione spontanea e gaudia degli stessi osservati. Esporsi all’osservazione è diventato gratificante per la massa: se nel Panopticon tradizionale l’individuo era soggiogato dall’idea di controllo costante, ora il nostro incubo è non essere notati. Comprendiamo a pieno come sia del tutto superata la tesi di un controllo superiore e di vittime innocenti, data la collaborazione volontaria, cieca, se non gioiosa dei “prigionieri”. Addestrati dai social media e dai reality show televisivi, consideriamo l’esibizione pubblica del privato come una virtù, se non come un dovere. La sorveglianza di fatto assume le forme tipiche dell’intrattenimento e del consumo e proprio per questo ognuno di noi risulta sempre più motivato a esporsi volontariamente all’occhio prima tanto temuto. Inoltre il vero obiettivo della sorveglianza non siamo più noi, o meglio, lo siamo ma solo in virtù del nostro “doppio elettronico”. Forniamo costantemente parti della nostra identità sotto forma di pillole informative senza esserne quasi consapevoli: bastano difatti i semplici gesti quotidiani come usare la carta di credito, navigare attraverso i motori di ricerca o postare sui social media. Ma questi dati sganciati dalla nostra totalità comportano delle conseguenze che influenzeranno opportunità di vita e lavoro. I nostri cloni digitali sono oggetto di analisi statistiche che puntano a categorizzare e prevedere i nostri comportamenti. Paradossalmente l’occhio sorvegliante è completamente abilitato e supportato dagli osservati a mettere in atto una forma molto più coercitiva e infida di controllo.

Sorveglianza e controllo

In conclusione, spaziare da una tragico catastrofismo a un ingenuo e totalizzante ottimismo non porta a maggiore consapevolezza. L’interpretazione di Foucault e il concetto di Panopticon inverso all’interno della contemporaneità portano a una visione esacerbata del reale, troppo banalizzata: estremizzare significa di fatto semplificare. Tuttavia, il concetto di sorveglianza liquida permette di andare a fondo a una realtà aspramente complessa permettendoci di presentare diversi punti di vista, caratteristiche e novità rispetto al Panopticon tradizionale. Si tratta di una sorveglianza che nasce come forma di controllo/potere dall’alto ma diventa pratica volontaria dal basso. Lyon e Bauman sostengono che la sorveglianza liquida abbia conseguenze politiche e morali rilevanti, come la perdita di autonomia, di privacy e di libertà oltre che la manipolazione di desideri e comportamenti. Allo stesso tempo però ci permettono di comprendere come la responsabilità del reale ad oggi non può più essere legata a un sguardo antagonista, malvagio e subdolo che soggioga l’umanità, perchè i veri fautori del nostro fallimento siamo noi. 

Biografia

Autore: Giulia Tommasi
Sono Giulia Tommasi, ho 22 anni e mi sono laureata in Digital & Graphic Design. Attualmente frequento lo IUSVE in Web Marketing & Digital Communication. Credo che l’unico modo per evadere dal reale sia permettersi di essere abbastanza intelligenti attraverso la cultura, in tutte le sue forme.

 

Bibliografia

  1. Byung-chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Roma, 2015.
  2. Stefano Quintarelli, Capitalismo immateriale. Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale, Bollati Boringhieri, Torino, 2019.
  3. Zygmunt Bauman, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, con David Lyon, Laterza, Roma-Bari, 2013.

Sitografia

  1. https://gabriellagiudici.it/carlo-formenti-felici-e-sorvegliati/
  2. https://www.tropismi.it/2015/03/24/la-prigione-sociale-dal-panopticon-a-oggi/
  3. http://anticorruzione.eu/2017/11/panopticon-da-jeremy-bentham-alla-sorveglianza-governativa/
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