Il declino della profittabilità manifatturiera e la crisi petrolifera degli Anni ’70, così come la Recessione del 2008, misero più volte in dubbio la redditività a lungo termine del sistema capitalistico. Il capitalismo tradizionale non avrebbe potuto assicurare la sua conservazione ancora a lungo. La diffusione di Internet e l’integrazione del digital nelle nostre vite hanno contribuito in modo rilevante allo sviluppo della “cultura partecipativa” e di un sistema economico nuovo, ad oggi quello dominante. Quello che stiamo vivendo è un cambio di paradigma: il capitalismo contemporaneo non si basa più sulla produzione di beni materiali, bensì sulla raccolta, elaborazione e utilizzo commerciale di una grandissima mole di dati personali e comportamentali degli utenti.

«I dati sono il nuovo petrolio»

Perché ci registriamo e accediamo gratuitamente ai servizi Google, a Facebook, Twitter, Netflix e Amazon? Accedendo gratis, siamo stimolati ad usare le piattaforme. Prendiamo Facebook, ad esempio. Nella schermata iniziale echeggia una frase: “È gratis e lo sarà sempre.” Vero! Per creare un profilo, condividere selfie e aggiornare il nostro stato non dovremo pagare un solo euro. Facebook si nutrirà di altro: i dati che noi utenti in prima persona cederemo. Siamo noi a generare un flusso continuo di informazioni che diventano un patrimonio importante per le aziende. La nostra connessione è benzina per il nuovo capitalismo.

Prendiamo ora Google. Ogni giorno affidiamo a Google le nostre ricerche; razionalizziamo i nostri bisogni traducendoli in parole chiave; un algoritmo poi registra le nostre curiosità, le valuta, le filtra e le conserva. In questo modo, il motore di ricerca colleziona i nostri comportamenti e ci profila. Questa logica “estrattiva” è il cuore del Capitalismo della Sorveglianza, dove i giganti dell’info-tech accumulano ricchezza sfruttando le nostre attività online e le nostre condivisioni sui social per i propri fini commerciali[1]. Le tracce che lasciamo in rete possono essere infatti utilizzate per migliorare i processi produttivi o per intercettare le nostre necessità e le nostre preferenze, allo scopo di inviarci offerte personalizzate e su misura. Il dataismo va imponendosi come il volto della società del controllo neoliberista e non è un caso che dopo aver cercato un prodotto su Amazon, Facebook e Instagram ce lo ripropongano tra gli annunci sponsorizzati! Per farlo, queste piattaforme sfruttano gli effetti di rete di servizi che assumono valore man mano che un numero maggiore di persone vi aderisce, generando così un circolo virtuoso in grado di autoalimentarsi.

Google

Il successo delle piattaforme appena citate negli esempi si deve ad un modello di business basato sulla pubblicità. E secondo Shoshana Zuboff, autrice di “The Age of Surveillance Capitalism” pubblicato il 15 gennaio scorso, è stato proprio il colosso mondiale Google a mettere a punto questo modello, cogliendo l’opportunità che le informazioni  online portavano con sé. Nick Srnicek, autore di “Platform Capitalism”, definisce piattaforme pubblicitarie quelle che, appunto, “estraggono le informazioni sugli utenti, intraprendono un lavoro di analisi e utilizzano i prodotti di tale processo per vendere spazi pubblicitari”[2].

Il costante monitoraggio online di noi in quanto utenti permette a queste piattaforme di sapere tutto delle nostre vite e creare dei profili utilizzati in una fase successiva per sviluppare strategie pubblicitarie mirate. In particolare, analizzando le nostre attività in rete e utilizzando modelli predittivi, esse forniscono alle aziende indizi importanti circa i nostri interessi e condizionano i nostri comportamenti come consumatori. Queste pratiche sono state poi riprese da Facebook e diffuse in molti altri settori, proprio come i principi del taylorismo e la produzione di massa furono introdotti da Henry Ford a inizio Novecento.

Le piattaforme, dunque, sanno cosa ci piace, di cosa abbiamo bisogno e quando grazie alle tracce che lasciamo durante la nostra navigazione. Un’amica, poco tempo fa, mi ha rivelato che pur di ottenere sconti sui suoi acquisti online e gadget, lascerebbe alle piattaforme che utilizza abitualmente qualsiasi informazione: dall’indirizzo di casa al numero di telefono, al codice fiscale. Sono convinta che non sia l’unica, anche se si tratta di una netta minoranza. Un sondaggio del 2015 ha infatti evidenziato un 91% degli intervistati in forte disaccordo sulla raccolta di informazioni personali in cambio di uno sconto sul prezzo dei servizi offerti. Le informazioni e i nostri comportamenti, però, vengono sempre più spesso raccolti successivamente alle nostre visite e senza il nostro consenso. Da un ulteriore sondaggio è emerso che il 73% delle persone non acconsentirebbe all’utilizzo dei propri dati da parte delle aziende per fini pubblicitari, se messe a conoscenza di come questi vengono effettivamente raccolti online. I capitalisti della sorveglianza tendono a nascondere o addirittura respingere questi dati producendo delle “asimmetrie” della conoscenza per accrescere il loro potere. Così facendo si crea per loro l’opportunità di instaurare dei monopoli.

Il fascino della piattaforma

Il termine “piattaforma” può assumere diversi significati, ma in questo contesto potremmo definirla come base per la creazione e/o lo scambio di valore. Non è affatto un concetto nuovo, ma risale ai tempi degli antichi romani, se non prima. Una piattaforma veniva considerata sostanzialmente un intermediario che facilitava gli scambi di merce, un terreno neutrale volto ad agevolare l’interazione. La differenza, oggi, sta nella scalabilità, nella velocità e nel valore delle transazioni commerciali che rispetto a prima non ha precedenti. Le piattaforme a cui accediamo dal computer e dallo smartphone, come ribadito più volte in questo articolo, hanno spostato il focus sulla sorveglianza degli utenti.

La tanto desiderata e acclamata libertà che ci aveva promesso Internet si è concretizzata solo in parte. Allo stesso tempo, non abbiamo fatto altro che riproporre sistemi e servizi centralizzati e ambienti aziendali chiusi. Le piattaforme, facendo leva sul network effect, creano complessi ecosistemi che estraggono valore dalle community e dalle interazioni che avvengono fra i loro membri[3]. Tramite i frammenti della nostra vita sociale che depositiamo sui siti che visualizziamo, una miriade di applicazioni alimentano il Capitalismo della Sorveglianza, presentandosi come “contenitori” di quelli che ormai chiamiamo Big Data, con l’obiettivo di trarne un vantaggio competitivo. Estraendo e sfruttando i nostri dati, esse permettono ad un numero limitato di aziende di registrare profitti stratosferici.

Quanto detto fornisce una nuova interpretazione dell’esperienza umana, mercificata, vista ormai come un qualcosa che può essere analizzato e rielaborato per prevedere i comportamenti degli utenti. In pratica, il Capitalismo della Sorveglianza ha preso l’esperienza umana e l’ha resa qualcosa da comprare e vendere sul mercato, riassumendo le parole di Shoshana Zuboff durante un’intervista per il New York Times. In questa logica, i giganti dell’info-tech come Google e Facebook hanno perso l’innocenza originaria[4] e si appropriano dei nostri comportamenti servendosi delle nuove tecnologie con un unico scopo: renderci degli automi, un insieme di dati.

Un cambiamento che non era inevitabile

Secondo i sostenitori del Capitalismo Piattaforma, questo nuovo paradigma presenta un vantaggio non trascurabile: ponendosi come intermediari, poiché mettono direttamente in connessione le parti interessate, le piattaforme ridurrebbero drasticamente i costi per gli utenti. I critici, invece, parlano di nuovi e potenti guardiani, i proprietari di piattaforme ovviamente. Chiamiamoli guardiani, intermediari o semplicemente piattaforme, ormai è chiaro che siamo tutti sotto sorveglianza. Tuttavia, adottare un approccio pessimistico non è la strada migliore per affrontare questa profonda trasformazione. La perdita di controllo su noi stessi può essere un importante punto di partenza per ricontestualizzare il quadro e ideare strategie di tipo nuovo. I nostri dati appartengono prima di tutto a noi! Quello che possiamo fare è invertire la tendenza e rinegoziare la nostra libertà stabilendo come possono essere usati i nostri dati e chi può avervi accesso, pur restando connessi.

Note

[1] https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/capitalismo-della-sorveglianza-come-salvarci-dalle-nuove-derive-delleconomia-globale/
[2] https://www.eticaeconomia.it/produzione-di-dati-a-mezzo-di-dati-il-capitalismo-delle-piattaforme-secondo-nick-srnicek/
[3] http://www.ebookextra.it/lera-del-capitalismo-della-sorveglianza/
[4] Lovink G., L’abisso dei social media. Nuove reti oltre l’economia dei like, UBE, 2016

 

Jessica RandoJessica Rando

Classe ’96, mi sono laureata in Comunicazione all’Università di Padova e frequento ora lo IUSVE per specializzarmi in Web Marketing & Digital Communication. Amo viaggiare (specialmente in compagnia), scattare foto e leggere. Sono alla costante ricerca di nuovi stimoli!