Prima dell’avvento così massivo e totalizzante dei social network, il momento precedente al sonno era riempito tendenzialmente dalla lettura di un libro o dalla visione di un film in prima serata o anche da telefonate ai propri cari per essere sicuri di vivere un sonno tranquillo sapendo che stavano bene. Ad oggi, prima di andare a dormire, più della metà della popolazione – secondo il rapporto Censis 2020 – che dispone di uno smartphone lo controlla prima di andare a dormire. 

E almeno una volta, se siamo assidui frequentatori di social network e nella fascia d’età che va da quella dei baby boomers fino alla Gen Z, ci siamo trovati ad approdare su profili di persone a noi conosciute o sconosciute andando a guardare vecchie foto con scrupolosa attenzione per evitare di lasciare nostre tracce – leggasi “like” o cuori ingiustificati. 

Una curiosità tira l’altra e non limitandoci a guardare le foto si passa a controllare i commenti, le persone e/o i prodotti taggati in determinate immagini e d’improvviso, per un gioco di continui rimandi, ci ritroviamo su profili di persone a noi totalmente estranee, ma collegate in qualche modo alla nostra ricerca iniziale. 

Inconsciamente abbiamo agito con un’azione di social media mining che possiamo definire “user made” in cui siamo andati a rintracciare e sviscerare informazioni su persone e prodotti in maniera quasi ossessiva dato il continuo rimando all’anello successivo della catena da noi avviata. 

Che questa sia la nuova frontiera dello stalking? 

 

Data mining: cos’è

Negli ultimi anni siamo stati tempestati dal termine “big data” e, più genericamente, dal termine “data” usato in maniera spesso erronea, ma sicuramente considerato da chiunque – anche chi, concretamente, non è del settore – come una nuova moneta di scambio, il nuovo petrolio. 

Paradossalmente, i dati sono un bene così prezioso e chi li possiede può esercitare un certo tipo di potere declinandolo sia positivamente che negativamente; allo stesso tempo chi li produce, nell’esatto momento in cui li produce, non si rende conto di farlo. Nello specifico, tutti noi creiamo dati sulla nostra persona: postiamo, tagghiamo, condividiamo, commentiamo compiendo azioni che dicono qualcosa su di noi, tracciano il nostro personaggio che siamo sul web. Se dovessimo trasporre le nostre azioni digital nella realtà potremmo definire il nostro generare dati come le orme che vengono lasciate sulla sabbia. 

I dati nascono da azioni che ormai rientrano nel nostro quotidiano e non ci accorgiamo nemmeno di essere “in produzione”: una fabbrica silenziosa ed iperproduttiva… che probabilmente non ha nemmeno una perfetta comprensione degli “acquirenti” a cui vengono proposti questi dati. 

Dati: numeri che vengono contestualizzati

 

Quotidianamente vengono generati 2.5 trilioni di byte di data (un numero con 18 zeri): una mole di produzione incredibile ed inarrivabile da qualsiasi altra azienda produttiva. Ciascuno di noi è il brand più produttivo che possa esistere. Proprio per questo, sempre più noi stessi veniamo definiti brand, aziende in grado di indirizzare i trend delle altre aziende, influencer inconsapevoli. 

Tuttavia, i dati sono ancora delle merci grezze che, nel momento in cui vengono acquisite da figure terze devono essere elaborate, tracciate e raccolte in modo scientifico così da poter restituire un overview coerente e coesa, allineata alle motivazioni che hanno spinto queste figure ad appropriarsi dei dati. 

Si introduce così il data mining, un processo automatico o semi-automatico che analizza una larga mole di informazioni sparpagliate e non ben definite in modo da restituire un senso e significato a questi dati trasformandoli quindi in conoscenza. In questa attività si vanno a ricercare anomalie, pattern o correlazioni tra milioni di dati che possano portare a predire dei risultati. 

Con il continuo aumento dei dati che, da una ricerca condotta 4 anni fa (2017) si nota come dal 2014 il volume dei dati continui a raddoppiare circa ogni anno e mezzo; il data mining è divenuta una pratica strategica utilizzata dalla business intelligence, indispensabile per stoccare tutta la merce – sebbene i dati non possiedano la materialità concreta, ma una materialità realizzabile in seconda battuta – al fine di dare un’ordine ed avanzare nel processo di analisi e progettualità. 

Grazie alla commistione di azioni analitiche e di data mining, in cui si combinano discipline come la statistica, l’intelligenza artificiale e l’automatic learning, le aziende sono in grado di creare modelli per scoprire connessioni tra milioni di informazioni scremandole da overload e ripetizioni informative, estraendo informazioni rilevanti da usare per valutare un possibile risultato per prendere decisioni di business quantitativamente più veloci e qualitativamente migliori. 

Data mining: campi d’azione

Ad esempio, il data mining può essere applicato tanto in ambito marketing quanto in ambito retail, bancario, medico o radio-televisivo. 

A livello marketing, combinando le varie informazioni relative a ciascun cliente si rende possibile estrarre il suo comportamento in modo da dirigerlo ad una campagna personalizzata o ad un prodotto “su misura” delle sue tendenze. 

Il mondo del retail

In ambito retail, allo stesso modo, l’incrocio di dati e pattern può andare ad identificare delle associazioni di prodotto per cui decidere di proporre un certo product placement sugli scaffali: basti pensare all’esempio spesso citato della correlazione relativa la vicinanza tra pannolini per bambini alla birra negli scaffali del supermercato dettata dal fatto che la figura paterna, nel momento dell’acquisto del bene per il figlio, acquista anche il prodotto per sé. 

Data-mining finanziario

Per quanto concerne il mondo bancario, il data mining è utile per comprendere i rischi di mercato e può essere applicato, grazie a sistemi di intelligenza artificiale, anche al controllo dei conti correnti o alle azioni anti-frode andando ad incrociare e controllare transizioni, movimenti e acquisti di un dato cliente. 

La raccolta di dati medici

In ambito medico, invece, si possono offrire diagnosi più accurate poiché possedendo una quantità di dati così vasta del paziente, che va da da referti medici, percorsi terapeutici precedenti e stili di vita, la medicina sarà sempre più in grado di proporre trattamenti personalizzati e cuciti addosso al paziente. In più, analizzandoli si potrebbero anche tagliare dei costi sanitari dettati dal fatto che questo archivio informativo potrebbe permettere di identificare anticipatamente i rischi predicendo malattie in un segmento della popolazione e dando quindi un’idea anticipata dei quantitativi numerici di personale e spazi sanitari necessari con anticipo rispetto allo scoppio di un trend ospedaliero negativo. 

Televisione e radio: i primi network “digitali” oggetto di analisi dei dati

Televisione e radio sono i primi network “digitali” che conosciamo e, inconsciamente, tutti noi abbiamo quantomeno letto almeno una volta di data mining televisivo: l’audience e lo share di un certo programma sono frutto dell’analisi dei dati prodotti dalla visione dello stesso. Per questo motivo il processo permette agli enti televisivi e radiofonici di comprendere quali elementi della propria proposta sono più o meno apprezzati permettendo così di gestire, a seconda dei feedback ricavati, i futuri palinsesti. 

Grazie a tutte le complesse azioni che compongono il media mining, è quindi possibile trasformare dei semplici numeri in vere e proprie informazioni. 

Social media mining: i dati sui social

Con l’avvento sempre più preponderante dei social media che hanno reso tutti gli ambiti della vita personale e lavorativa non solo connessi, ma interconnessi, è sempre più importante il ruolo del social media mining, ossia la raccolta di vasti database di contenuti generati dagli utenti. Similmente al media mining, si tratta di un processo di estrazione ed analisi delle interazioni che avvengono sui social network così da riuscire a riconoscere pattern di significato in singoli individui od in cluster sociali. 

Se questa raccolta contestualizzata e finemente analizzata si trasforma da semplice dato grezzo ad informazione vera e propria, può diventare merce di scambio, il vero petrolio del ventunesimo secolo. 

La problematicità, tuttavia, insorge nel momento in cui la raccolta di informazioni contestualizzate non avviene solamente per volontà e necessità da parte di aziende, ma se chi raccoglie i dati, senza un concreto obiettivo se non quello di infilarsi negli affari del prossimo, è una persona comune che potremmo incontrare, cosa accadrebbe?

I nostri dati, la nostra pubblicazione del privato su piattaforme intime, permette a persone anche a noi sconosciute di poter ricavare innumerevoli informazioni su di noi rischiando di porci in situazioni critiche e pericolose. 

User-made: come poter fare social media mining dal proprio pc

Un esempio per comprendere ciò di cui stiamo parlando

Partiamo da un esempio concreto per provare a comprendere come ciascuno di noi potrebbe praticare questa attività che potremmo pensare essere un’azione che solo le aziende potrebbero e dovrebbero compiere. 

Ci troviamo in una discoteca, luogo particolarmente affollato e pieno di persone, ed un nostro conoscente con cui non abbiamo una relazione particolarmente intima o profonda, ci presenta una terza persona di cui sappiamo solamente il nome. 

La serata trascorre e ci si scambiano semplici informazioni con questa terza persona come la professione, la provenienza o qualche accenno alla propria esperienza accademica o a qualche viaggio particolarmente segnante. Conclusasi la serata, la mattina successiva, non possiamo di certo dire di ‘aver conosciuto una persona’ poiché non sappiamo realmente nulla di essa… se non quelle piccole informazioni irrisorie nel mare magnum di informazioni personali che possediamo. 

L’anello di congiunzione, però, è la persona che ha fatto da intermediario: il conoscente. 

Dunque, per poter rintracciare la terza persona di questa breve catena che abbiamo creato potremmo partire dal profilo social del nostro conoscente che, in quanto tale, probabilmente è nostro “amico” su Facebook e nostro follower su Instagram. 

Atterrati sul profilo del nostro conoscente, si andrà poi ad aprire la sua lista di amici/seguaci andando a digitare il nome del nostro ‘ricercato’. Chiaramente non ci verrà proposta la soluzione immediata alla nostra ricerca poiché più persone tra gli amici del nostro conoscente potrebbero avere il medesimo nome. 

Inizia dunque la ricerca profilo per profilo fino a quando non troveremo la terza persona ed una volta trovata, inizierà la ricerca dettagliata di ulteriori informazioni. 

In poco tempo, per il gioco di rimandi e di ricerche di cui si parlava in calce a questo articolo, ci ritroveremo a conoscere i nomi delle persone con cui ha passato il Capodanno del 2016, la nascita del primo nipote, il ristorante in cui ha cenato la settimana prima e moltissime altre informazioni. Per non parlare di tutti i collegamenti esterni verso amici, luoghi e prodotti taggati che si faranno, che partono tutti dall’elemento centrale: il nostro “ricercato”. 

Abbiamo estratto, elaborato e prodotto informazioni su una persona senza il suo consenso, entrando a tutti gli effetti nella sua sfera privata.

Perchè siamo spinti a ricercare così tante informazioni su una persona sconosciuta?

Le motivazioni che ci spingono alla ricerca

Sarebbe troppo semplice dire che sono i social ad indurci a farlo e a permettercelo, sebbene sia così dato che i social media permettono una sempre più massiccia esternazione della vita privata pur promettendo la libertà (di opinione, di pubblicazione, ad esempio). 

Eppure, solo perchè dei dati e delle informazioni sono consultabili non è ragione unica e sufficiente a permetterci questa immersione nella vita altrui. 

L’uomo è animale curioso per natura e al giorno d’oggi in cui quasi tutto è dato in pasto alla stampa e al gossip, sapere tutto degli altri è un riempitivo della propria vita, evidentemente. Sapere tutto di una persona diventa argomento di conversazione e di speculazione sulla vita del prossimo. 

Comunque non è solo la curiosità la ragione che spinge le persone a raccogliere più informazioni possibili, ma anche la noia: se quest’azione di ricerca di rimandi viene condotta, come si faceva cenno precedentemente, nel momento prima di andare a dormire o a tempo perso è anche per noia. Sarebbe utile ed interessante aprire una riflessione sul fatto che per riempire un vuoto, figlio della noia, ad oggi sia necessario andare ad investigare sulla e nella vita del prossimo come per andare a saziare questo buco nero, ma ritorniamo a parlare delle motivazioni che sottendono le attività di social media mining user-made. 

Una terza motivazione, che vuole essere cardine in questo approfondimento, è quella dell’ossessione, più comunemente parlando dello stalking. Sembra esagerato? Probabilmente sì, ma spesso ed inconsciamente diveniamo ossessionati dalle persone che conosciamo sia realmente che solo tramite uno schermo (come gli influencer o le star del cinema, ad esempio) arrivando alla spasmodica ricerca di piccole informazioni che potrebbero permetterci di incontrare nuovamente questa persona così da andare a soddisfare la nostra ossessione – che non sempre nasce per ragioni patologiche, ma è comunque pericolosa e da non sottovalutare.

Cyberstalking: che cos’è?

Un esempio popolare di ciò che l’ossessione nutrita dai dati rintracciabili online può portare a fare è la produzione della serie tv “YOU” di Netflix.

Il protagonista, Joe, è un ragazzo che incontrando una bibliotecaria, Beck, sul suo posto di lavoro rimane folgorato da lei e a partire dalle pochissime informazioni in suo possesso (il suo nome ed il suo luogo di lavoro) inizia a rintracciarla sui social network così da comprendere le sue abitudini, i suoi gusti, le sue passioni e le sue relazioni più o meno intime. 

Questa iniziale ricerca – a cui probabilmente molti di noi hanno ceduto in diverse occasioni – tuttavia non si ferma alla scoperta superficiale di qualche curiosità per potenzialmente approfondire la conoscenza, ma diventa una vera e propria ossessione.
In pochissimo tempo Joe, che già soffriva di alcune patologie psicotiche, inizia le sue azioni di cyberstalking e stalking nei confronti di Beck. 

Per cyberstalking intendiamo “l’uso di Internet o di altri mezzi elettronici per molestare e intimidire una vittima prescelta” grazie alla raccolta sistemica e reiterata di informazioni rintracciabili online o sui vari sistemi di social network. 

Tendenzialmente questa pratica può prevedere forme di sorveglianza della “vittima” con azioni come il tracciamento ossessivo delle sue attività online andando a monitorare continuamente i dati con il fine di intimidire e minacciare per i più svariati motivi che vanno a causare alla vittima disagio e preoccupazione. 

Nel momento in cui la vittima si rende conto di essere stata posta sotto la lente di osservazione del cyberstalker – che nel frattempo potrebbe aver esteso la sua azione online con azioni anche offline – questa potrà arrivare a modificare le proprie attività ed abitudini al fine di proteggersi da minacce reali o percepite da parte del cyberstalker.

Social media mining e cyberstalking: due facce della stessa medaglia?

Fare cyberstalking, purtroppo, è molto semplice perchè come abbiamo detto potrebbe sottendere le medesime ricerche e i medesimi movimenti che vengono compiuti con il social media mining.

Oppure, se le azioni manuali risultano essere troppo poco efficaci dagli stalker, vengono spesso utilizzati anche software ad hoc detti “stalkerware” (“software in commercio usati per spiare un’altra persona attraverso il suo dispositivo, senza il suo consenso”). Questi permettono l’accesso da remoto allo smartphone o al pc della vittima individuata così da poter controllare tutti i messaggi in entrata, le cronologie web, le fotografie ed i movimenti fisici della persona senza che – quantomeno inizialmente – il diretto coinvolto ne sia a conoscenza. 

Appare dunque chiaro come questi software abbiano un livello di pericolo e rischio altissimo, in quanto sistemi di controllo e sorveglianza che potrebbero diventare dei catalizzatori per azioni di violenza fisica, non senza dimenticare che anche la violenza psicologica messa in atto con il cyberstalking sia altrettanto gravosa e pericolosa.

Possiamo quindi affermare che le azioni delle due pratiche sono sovrapponibili, sebbene il social media mining non sia rivolto all’obiettivo finale di intimidire o arrecare danno alla persona coinvolta, ma semplicemente di intrufolarsi nella sua vita, mossi da una forte dose di curiosità. Il cyberstalking, si differenzia per le motivazioni che spingono una persona a perpetrare questo tipo di attività. 

Conclusioni finali

Quindi, andare a cercare informazioni online su una persona che abbiamo appena sconosciuto è fare stalking? No, la persona di cui troviamo informazioni sceglie deliberatamente di comunicare certi dati di sé sui suoi profili social; al tempo stesso non siamo però giustificati nell’andare a ricercare sempre un’informazione in più su di essa un po’ come faremmo nella vita reale: appena conosciuta una persona non inizieremmo a domandare a raffica informazioni sulle passate vacanze o sul weekend precedente piuttosto che sulla famiglia o sugli amici. 

Nodi di una rete in cui rischiamo di intrappolare e restare intrappolati

I social network ci rendono tutti nodi di una gigantesca rete collegata che ci permette di percorrere questi ponti che ci connettono e noi siamo liberi di scegliere cosa voler approfondire e cosa no. 

Le nostre azioni di social media mining, però, se eccessive, reiterate, perpetrate ed ossessive possono diventare cyberstalking nel momento in cui l’iniziale curiosità di sapere sempre qualcosa in più di una persona diventa un controllo ossessivo: se alla mattina appena svegli e di sera prima di andare a dormire andiamo a controllare dove sia una determinata persona, se abbia postato aggiornamenti o spostamenti, pensando di non star facendo nulla se non “per curiosità”, allora staremo diventando cyberstalker inconsapevoli.

Per evitare di continuare ad andare a nutrire quest’ossessione, quindi, sarebbe bene chiedersi, prima di andare sistematicamente a controllare i profili di una persona: “Perchè lo sto davvero facendo?”.

Sitografia e bibliografia

https://www.kaspersky.it/resource-center/threats/how-to-avoid-cyberstalking

https://www.insidemarketing.it/glossario/definizione/cyberstalking/

https://www.bigdata4innovation.it/data-science/data-mining/data-mining-cose-perche-conviene-utilizzarlo-e-quali-sono-le-attivita-tipiche/

https://www.marketingarena.it/2017/11/02/social-media-mining-importante/

Zafarani, R., Abbasi, M. A., & Liu, H. (2014). Social media mining: an introduction. Cambridge University Press.

Paul, M. J., Sarker, A., Brownstein, J. S., Nikfarjam, A., Scotch, M., Smith, K. L., & Gonzalez, G. (2016). Social media mining for public health monitoring and surveillance. In Biocomputing 2016: Proceedings of the Pacific symposium (pp. 468-479).

Autrice

Sono Francesca Siliprandi. 24 anni, un sacco di cose da raccontare, creativa e fantasiosa per natura e uno spirito di sintesi che rasenta lo zero cosmico. Sono una persona positiva perennemente alla ricerca del punto di vista in cui il bicchiere si vede mezzo pieno (perchè so, in cuor mio, che è sempre così). Da “grande” vorrei lavorare nel mondo della strategia digitale e marketing nell’ambito sportivo o enogastronomico.