I social hanno cambiato radicalmente la nostra vita, ma ci rendono più sociali o più soli? Ci promettono una connessione continua, ma spesso ci portano a trascurare quello che ci circonda. Interrogarsi e riflettere è necessario per un uso più attento e consapevole.

Per iniziare, qualche dato

Oggi più della metà della popolazione mondiale online. Si tratta di un dato storico, emerso dal report Global Digital 2018, indagine condotta da We Are Social in collaborazione con Hootsuite. Nello specifico, il numero degli utenti connessi ad Internet nel mondo ha superato la soglia dei 4 miliardi di persone e in Italia sono più di 43 milioni (73% della popolazione). Trascorriamo circa 6 ore al giorno online, di cui 2 sui social. Infatti, è aumentato anche l’utilizzo dei social media, e in particolare con un numero di utenti superiore del 13% rispetto ai dati rilevati dal report del 2017. Gli utenti attivi sui social sono più di 3 miliardi e 9 persone su 10 accedono via mobile.

La natura relazionale della comunicazione online

La ricerca sulle motivazioni che ci spingono a comunicare online ne ha individuate principalmente cinque: il mantenimento delle relazioni sociali, l’incontro di nuove persone, la compensazione sociale (compensare difficoltà comunicative presenti nei rapporti offline, l’inclusione sociale (il bisogno di appartenere a un gruppo), il divertimento. Dunque, le motivazioni sono prevalentemente di tipo relazionale e i rapporti con gli altri assumono un’importanza fondamentale quando decidiamo di connetterci alla rete.

Aspetti positivi e negativi

È innegabile, internet e in particolare i social media hanno cambiato la nostra vita, permettendoci una connessione senza precedenti. Nella cosiddetta more-personal computer era internet è ovunque e la sempre più veloce e semplice creazione di media fa sì che viviamo e condividiamo sui social contemporaneamente.
Internet e i social ci permettono di rimanere costantemente in contatto con i nostri amici, di conoscere nuove persone, che magari si trovano dall’altra parte del mondo, di essere aggiornati su tutto quello che succede e facilitano il nostro approccio con gli altri, rendendoci più disinvolti. Sono strumenti potentissimi, sì, ma non ancora potenti quanto uno sguardo, un gesto o un contatto autentico. Inoltre, spesso i social ci offrono una visione distorta della realtà, perfezionata potremmo dire. A tal proposito, la sociologa e psicologa statunitense Sherry Turkle nel suo Ted Talk “Connessi, ma soli?” afferma che attraverso i social abbiamo la possibilità di presentarci come vogliamo, di modificare e ritoccare quello che mostriamo. Abbiamo quasi timore di presentarci agli altri in modo autentico, con i nostri difetti e le nostre imperfezioni.

Social e solitudine

Per quanto riguarda la relazione social-solitudine, secondo una ricerca condotta dall’Università della Pennsylvania e guidata dalla psicologa Melissa G. Hunt ci sarebbe un legame tra la quantità di tempo trascorso sui social media e l’aumento di fenomeni come ansia, depressione e solitudine. Emerge cioè che utilizzando meno del solito queste piattaforme si ha una rilevante diminuzione di questi fenomeni. Uno dei soggetti coinvolti nello studio afferma infatti che “Non comparare più la mia vita a quella degli altri ha avuto un impatto più forte di quello che mi aspettavo e mi sono sentito molto meglio e più positivo riguardo a me stesso durante queste settimane. Ora sento che i social sono meno importanti e li valuto meno rispetto a prima.”
Di solitudine parla anche il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman secondo cui “Mark Zuckerberg ha capitalizzato 50 miliardi di dollari puntando sulla nostra paura di essere soli, ed ecco Facebook: mai nella storia umana c’è stata così tanta comunicazione, la quale però non sfocia nel dialogo, che resta oggi la sfida culturale più importante. Usando Facebook o Twitter mi metto in una cassa di risonanza dove mi aspetto che tutti mi diano ragione. È una sorta di stanza degli specchi in cui non ci si confronta, non ci si espone realmente al dialogo che, invece, presuppone che io voglia espormi a qualcuno che la pensa in modo diverso, correndo anche il rischio di avere torto”. A tal proposito, spesso si parla proprio di cyber-balcanizzazione, ossia di un fenomeno proprio del web che tende a polarizzare il dibattito entro aree autoreferenziali in cui le opinioni e gli argomenti non vengono dibattuti ma coltivati.

Insieme, ma soli

La solitudine è uno dei temi trattati anche da Sherry Turkle nel talk nominato precedentemente e nel libro “Insieme ma soli”. In un primo periodo, infatti, Turkle guardava con ottimismo ed entusiasmo il mondo online, considerandolo come spazio per crescere e acquisire una maggiore consapevolezza per affrontare le dinamiche della vita offline. Successivamente, invece, la psicologa inizia ad osservare come la tecnologia cambia la vita e i comportamenti degli individui, rendendoli sempre più asociali e solitari. Le tecnologie, sempre più potenti e pervasive, ci promettono una connessione perenne, ma allo stesso tempo non ci permettono di prestare attenzione agli altro. Ci estraniamo dalla realtà e ci tuffiamo nei nostri dispositivi, isolandoci.
In sostanza, sostiene Turkle, abbiamo sviluppato un nuovo modo di essere soli, insieme, perché vogliamo stare con gli altri ma anche essere altrove. “La tecnologia ci mette in ‘pausa’. Le nostre conversazioni faccia-a-faccia sono continuamente interrotte da chiamate e messaggi sms. Nel mondo della corrispondenza cartacea, era assolutamente inaccettabile che un collega si mettesse a leggere una lettera personale durante una riunione. Nel nuovo mondo digitale, ignorare chi ci sta di fronte per rispondere a una chiamata al cellulare o rispondere a un sms è diventata la norma.”
Vogliamo avere il controllo delle situazioni e le tecnologie sembrano prometterci questo potere. Tendiamo sempre più a fuggire dalle relazioni dirette e a preferire le comunicazioni mediate. La conversazione faccia a faccia è in tempo reale e non è possibile controllare ciò che verrà detto. Secondo Turkle, infatti, le relazioni umane sono complesse, impegnative, spesso difficili da gestire e proprio per questo tendiamo a “ripulirle” con la tecnologia e facendolo sacrifichiamo la conversazione a favore della pura connessione.

La capacità di conversare

Proprio la conversazione è al centro di un libro più recente della psicologa, “La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale”. Nell’era digitale, osserva Turkle, le persone si rifugiano nei confini sicuri dei loro dispositivi, meno problematici e più controllabili delle conversazioni faccia a faccia. È necessario, invece, allenarsi alle difficoltà e alla ricchezza della conversazione perché saper conversare risulta essere fondamentale per creare dei legami significativi con gli altri e per comprendere noi stessi e il mondo che ci circonda. Dobbiamo, quindi, riservare del tempo per la conversazione, per ascoltarci l’un l’altro.
I brevi scambi instaurati attraverso le tecnologie ci abituano a fare a meno degli altri. Abbiamo l’impressione che, nella vita quotidiana, nessuno ci stia ascoltando e questa sensazione è cruciale, secondo Turkle, nel rapporto che instauriamo con le tecnologie, che invece ci fanno credere che tante persone ci ascoltino e perciò preferiamo trascorrere la maggior parte del tempo con macchine che sembrano interessarsi a noi.
Abbiamo quasi perso la fiducia nella possibilità di esserci l’uno per l’altro, aspettandoci sempre più dalla tecnologia e meno dagli altri. Progettiamo tecnologie, dai social ai robot socievoli, che ci danno l’illusione di una compagnia e che ci rassicurano riguardo al fatto che non saremo mai soli.
Essere soli viene percepito come un problema e cerchiamo di risolverlo con la connessione e nel farlo contribuiamo a costruire il nostro isolamento. Dovremmo, invece, pensare alla solitudine in modo positivo, darle spazio perché, come sostiene Sherry Turkle, essa è una condizione essenziale per l’auto-riflessione, per ritrovare noi stessi e per apprezzare davvero gli altri. Quando non siamo capaci di restare soli, infatti, ci rivolgiamo agli altri per stare meglio e riempire i momenti vuoti. È necessario, invece, instaurare delle relazioni più consapevoli: con la tecnologia, con gli altri e con noi stessi.

Concludendo, certamente la soluzione non vuole essere rinunciare ai social e alla tecnologia in generale, perché è innegabile che essi abbiano ampliato le nostre opportunità in modo straordinario. Ma una riflessione più attenta sulla relazione che instauriamo con questa tecnologia potentissima è necessaria per un uso più “critico” e intelligente e per acquisire maggiore consapevolezza.

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