Ogni evento storico possiede il suo ideale e specifico mezzo di documentazione e propagazione, come ad esempio la radio, la fotografia, la televisione, i giornali, i libri; ciò a cui noi stiamo assistendo negli ultimi è la nascita e diffusione di movimenti sociali su Internet, e in particolar modo, sui social media.
Agganciandoci alla tesi sostenuta da Manuel Castells in “Comunicazione e potere”, ossia che i media non sono i detentori del potere, ma rappresentano lo spazio in cui il potere viene deciso e costituito, possiamo affermare che il Web nel XXI ha assunto e continua ad assumere un ruolo centrale nello sviluppo e nell’amplificazione di proteste e movimenti sociali che hanno un forte impatto nella vita offline.
In un articolo del The New Yorker, Jane Hu riporta il lavoro della sociologa Zaynep Tufekci nel suo libro “Twitter and Tear Gas: The Power and Fragility of Networked Protest”. Tufekci analizza come una “sfera pubblica nella rete digitale” sia arrivata a plasmare i movimenti sociali. In particolar modo l’anno scorso, il 2020, è stato un anno emblematico sia dal punto di vista delle rivolte sociali, sia per il ruolo che il digitale ha svolto nella loro propagazione, tant’è che molte persone hanno iniziato a riconsiderare gli impatti dell’attivismo sui social media.
Ma in che modo quest’ultimo è cambiato e si è evoluto rispetto all’attivismo digitale di dieci anni fa che ha generato movimenti come le Primavere Arabe, Occupy Wall Street e il Black Lives Matter della Ferguson era? L’evoluzione delle piattaforme ha portato anche ad una conseguente evoluzione nella struttura e organizzazione dei movimenti? Possiamo ancora considerare i social media uno spazio di generazione di cambiamenti? In questo articolo cercheremo il più possibile di dare delle risposte a questi quesiti.
Sommario
Il vero potere dell’azione politica su Internet
Per comprendere a fondo i meccanismi di sviluppo e di diffusione dei movimenti sociali nella rete, è essenziale come prima cosa riportare alcuni concetti teorici alla base dell’azione politica su Internet, più ampiamente spiegati da Andrea Miconi in “Teorie e pratiche del web”.
A tal proposito Miconi cita il lavoro del sociologo Christian Fuchs, che distingue i 3 livelli dell’azione politica su Internet:
- Rappresentativo: è il livello della comunicazione degli enti pubblici e dei governi, che ha l’obiettivo di rendere più fluido il rapporto con i cittadini;
- Plebiscitario: è il livello nel quale la rete viene utilizzata dalle istituzioni per raccogliere informazioni dal corpo sociale, come nel caso dei sondaggi, delle consultazioni on-line o del voto elettronico;
- Partecipativo: è il livello dove avviene la vera rivoluzionaria applicazione del web, ossia l’appropriazione della rete da parte dei nuovi soggetti sociali, che la utilizzano per costruire una possibile alternativa politica. Si tratta di movimenti spontanei, definiti grassroots, che nascono dal basso, a cui la facilità di accesso alla rete offre nuove possibilità di aggregazione e di successo.
E’ proprio il terzo livello di azione politica, quello partecipativo, che a noi interessa per comprendere lo sviluppo dei movimenti sociali in rete.
Secondo Castells, infatti, la vera novità storica della network society (la società in rete) è rappresentata dal sorgere della cosiddetta autocomunicazione di massa, ossia il libero accesso al web che concede ad ogni individuo una chance di mettere in circolazione le proprie idee. La comunicazione in rete sfrutta la credibilità tipica dello scambio tra pari e l’enorme potenza della circolazione istantanea per diffondere e riprodurre a dismisura un’istanza politica senza perdere spontaneità e attendibilità. E’ proprio grazie alla rete decentralizzata (contrapposta al paradigma verticale del broadcast televisivo) che anche soggetti antagonisti e non solamente le autorità, i governi e le istituzioni, hanno uno spazio dove poter far sentire le loro voci. E’ questo il caso dei ribelli delle Primavere arabe, dei movimenti Occupy Wall Street e Indignados, e dei più recenti Black Lives Matter, Me Too e Fridays For Future.
I media tradizionali, aggiunge Castells, avevano fino ad ora sostenuto solo i pareri dominanti, ma con il web anche chi è portatore di una nuova e diversa visione della realtà può mettere in campo il proprio sforzo di appropriazione e riprogrammazione dei network, riscattando l’opinione pubblica dal framing imposto dalla televisione: è quella che Castells definisce politica insorgente.
I social media rappresentano ulteriori amplificatori di questo fenomeno, e come sostengono Jackson, Bailey e Welles in “#HashtagActivism”, essi forniscono una “contropubblica” digitale in cui le voci escluse dagli “spazi mediatici d’élite” possono impegnarsi in “reti alternative di dibattito”. Quando si verificano momenti di rottura, questo contropubblico è in grado di ricorrere più facilmente ad interventi che incontrano le opinioni della maggioranza.
L’importanza che assume il web nella nascita dei movimenti sociali è ribadita ancora una volta da Castells nella sua definizione di identità: l’identità dei movimenti sociali è generata direttamente dai fermenti condivisi sul web, e nasce quindi dentro la rete, come nel caso del fronte di protesta della Primavera Araba, o della mobilitazione di Occupy Wall Street. Si tratta infatti di azioni politiche che assumono sostanza esattamente nello spazio dei flussi (quello delle connessioni digitali e di internet), attraverso lo scambio di idee tra comunità disperse e lontane, e solo successivamente vivono la loro ricaduta nello spazio dei luoghi (spazio fisico).
Tra lo spazio dei flussi, che dà corpo alla matrice culturale dei movimenti, e lo spazio dei luoghi, che li conduce al fuoco dello scontro politico, si genera quindi un nuovo ambito che Castells definisce lo spazio dell’Autonomia: per metà digitale e per metà materiale, un po’ dentro E un po’ fuori il web. Esso rappresenta il dominio reale dei movimenti, che traduce le idee globali nelle istanze di protesta locali.
Per Castells quindi, i movimenti contemporanei sono ispirati direttamente dal clima partecipativo del Web e sono diversi da tutti quelli che li hanno preceduti negli scorsi decenni, per una serie di caratteristiche precise:
- Nascono spontaneamente, dal basso, per l’indignazione diffusa da condizioni di deprivazione, sfruttamento o abuso di potere;
- Prendono corpo in rete;
- Trasferiscono, ma solo successivamente, dalla rete globale le proprie ragioni negli spazi locali delle città;
- Non hanno un programma politico vero e proprio, né si riconoscono in una ideologia definita, ma condividono principi di fondo molto generali e trasversali;
- Sono costruiti da un’accozzaglia di identità individuali, e non riconoscono alcuna figura di leader.
Cos’è il social media activism
Dopo questa premessa teorica arriviamo dunque a definire in modo chiaro cosa si intende per attivismo digitale e social media activism.
L’attivismo online o digitale utilizza gli strumenti tecnologici e Internet come forma di attivismo, consentendo e amplificando la diffusione di informazioni sui cambiamenti politici e sociali. Ciò può avvenire nei blog, nei siti web, tramite e-mail, o come più comunemente accade, nei social media.
I social media, soprattutto negli ultimi anni, sono diventati uno strumento fondamentale per i giovani dove poter esprimere la propria opinione su questioni sociali, senza filtri ed ostacoli. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, infatti, i social rappresentano uno spazio democratico dove anche chi non ha voce nella vita offline può farsi sentire e reclamare i propri diritti, cercando poi di generare un cambiamento reale. E’ il caso soprattutto di minoranze come la comunità afroamericana o LGBT, che purtroppo in molti paesi del mondo sono ancora soggette a discriminazioni e violenze di ogni tipo.
Grazie a social network come Instagram, Facebook o Twitter è infatti molto facile condividere questo tipo di contenuti e raggiungere milioni di persone attraverso gli hashtag, in particolar modo i giovani, che passano molto tempo sulla piattaforma e sono anche i più sensibili a queste tematiche. Quest’ultima caratteristica li spinge infatti a condividere spesso e volentieri contenuti inerenti a tematiche sociali, anche se di fatto poi non scendono in piazza a protestare e non sono membri attivi dei movimenti. Questa pratica ha un nome e viene chiamata Slacktivism, termine derivante dall’unione delle parole inglesi slacker e activism, che letteralmente significa “attivismo per fannulloni”. Questa parola viene utilizzata per indicare azioni individuali in favore di un problema comune o di una causa sociale, ma che hanno un impatto molto tenue o addirittura nullo sulla realtà, anche se mosse da buone intenzioni. Slacktivism significa mostrare approvazione per una causa per sentirsi gratificati e rassicurati di aver fatto la propria parte nel cercare di rendere il mondo un posto migliore, senza però che questo incida nella propria quotidianità. Stiamo facendo slacktivism quando ad esempio ricondividiamo o commentiamo post di denuncia sociale sul cambiamento climatico, senza però scendere in piazza a protestare o senza fare qualcosa nel concreto; facciamo slacktivism anche quando mettiamo un’immagine nera come foto del profilo per sostenere Black Lives Matter, o quando firmiamo una petizione online.
Lo slacktivism in generale porta quindi a pochi cambiamenti concreti nella realtà, ma ciò non toglie che possa rappresentare comunque un forte mezzo di sensibilizzazione delle masse attraverso strumenti, i social networks, che ormai fanno parte della nostra quotidianità e che sono in grado di condizionare fortemente il nostro pensiero.
Per quanto riguarda invece l’organizzazione e la struttura dei movimenti spontanei nati in rete, Tufekci ci fa notare come essi siano spesso soggetti a ciò che lei chiama “congelamenti tattici”. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente infatti, questi movimenti sono spesso senza leader e possono mancare “sia della cultura che dell’infrastruttura per prendere decisioni collettive”, pertanto viene lasciato poco spazio per adeguare le strategie o negoziare richieste. Inoltre, il carattere “mainstream” dei social media rende tali movimenti facilmente banalizzabili, ad esempio quando vengono resi protagonisti di meme.
In alcuni casi però, come vedremo nei prossimi paragrafi, l’attivismo sui social media, accompagnato da proteste sul campo, si è tradotto in una serie di cambiamenti molto importanti tangibili offline. Molti critici continuano a discutere se l’attivismo sui social media sia o meno una forma efficace di impegno politico e sociale, tuttavia, come abbiamo visto, possiamo considerare i social media senza dubbio un grande equalizzatore. Anche una persona senza alcun accesso personale o professionale a politici, leader mondiali e altri decisori può attirare la loro attenzione in pochi secondi. E specialmente nel periodo che stiamo vivendo adesso, di pandemia globale, i social rappresentano una soluzione veloce ed efficace ai problemi che possono insorgere durante, ad esempio, le proteste in piazza. L’attivismo sui social media è anche un ottimo modo per includere coloro che sono disabili, che lavorano molte ore o che non sono in grado di partecipare fisicamente alle proteste. Esso è in grado di creare uno spazio inclusivo per la conversazione tra organizzatori, attivisti, decisori politici e chiunque voglia far sentire la propria voce.
La storia del social media activism in breve
Negli ultimi dieci anni, i social media hanno rappresentato uno scenario molto importante per attirare l’attenzione sui movimenti di protesta sociale di tutto il mondo.
Secondo Tufekci, infatti, l’uso di Internet permette di collegare in modo efficace rivolte decentralizzate, in grado di creare veri e propri movimenti che si distinguono dai precedenti, come ad esempio il movimento per i diritti civili degli anni Sessanta. Considerando che “i movimenti più vecchi dovevano prima costruire la loro capacità organizzativa”, afferma Tufekci, “i moderni movimenti in rete possono espandersi rapidamente e occuparsi di tutti i compiti logistici senza costruire alcuna capacità organizzativa sostanziale prima della prima protesta o marcia”.
Uno dei casi più emblematici è quello della Primavera araba del 2011, dove gli attivisti in Egitto, Tunisia, Libia e altri paesi del Medio Oriente hanno utilizzato i social media, in particolare Facebook e Twitter, per diffondere e amplificare localmente e globalmente le loro proteste. Grazie ai video delle proteste e dei discorsi che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, gli attivisti sono riusciti a creare un movimento molto forte che ha portato al crollo dei regimi antidemocratici in Tunisia ed Egitto.
Nello stesso anno si sono verificate dinamiche molto simili durante le proteste di Occupy Wall Street a New York: immagini, video, tweet che raffiguravano i manifestanti accampati vicino a Wall Street per protestare contro la disuguaglianza economica hanno fatto il giro del mondo e, sebbene le proteste fisiche siano durate solo due mesi, hanno avuto un impatto di lunga data sulle politiche degli Stati Uniti.
Nel 2013, Patrisse Cullors, Opal Tometi e Alicia Garza hanno contribuito a lanciare una rete internazionale di organizzatori e attivisti utilizzando l’hashtag #BlackLivesMatter in seguito all’assoluzione dell’assassino di Trayvon Martin. Questo hashtag ha aiutato a far nascere il movimento noto come Black Lives Matter, che in particolare dalle proteste di Ferguson del 2014 a seguito dell’omicidio di Michael Brown, ha fatto affidamento sui social media per diffondere consapevolezza ed educazione sulla disuguaglianza razziale e l’ingiustizia di oggi e della storia americana. Nel 2020 le proteste per la morte di George Floyd l’hanno nuovamente reso oggetto dell’attenzione dei media e hanno portato, come vedremo, a cambiamenti radicali e molto importanti nelle politiche statunitensi mai visti prima.
Com’è quindi cambiato il social media activism dal 2014 ad oggi? L’evoluzione delle tecnologie e delle piattaforme stesse ha portato a cambiamenti anche nel modo di fare attivismo online? Nel prossimo paragrafo cercheremo di dare una risposta a questi quesiti, prendendo in esame le dinamiche legate alle proteste del 2020 del Black Lives Matter, essendo le più significative.
ll secondo atto del social media activism: il caso Black Lives Matter
Nel 2020 numerosi movimenti sociali si sono scontrati con una pandemia globale che ha causato importanti cambiamenti nei modi in cui le persone di tutto il mondo vivono e condividono la propria vita tramite Internet. Molte persone, passando molto più tempo sui social media e non potendo relazionarsi fisicamente con gli altri, hanno iniziato a riconsiderare l’impatto dell’attivismo sui social media, che in un periodo di distanziamento sociale come quello che stiamo vivendo, può rappresentare uno strumento cruciale per l’attuazione di cambiamenti concreti.
A seguito delle restrizioni e delle misure di allontanamento imposte dagli stati di tutto il mondo, le risposte agli omicidi di Ahmaud Arbery, Breonna Taylor, George Floyd, Tony McDade e innumerevoli altri da parte di agenti di polizia e suprematisti bianchi hanno portato al risveglio del movimento Black Lives Matter. Milioni di persone in tutto il mondo sono scese in piazza in segno di protesta, e altrettante hanno dato vita a proteste sui social media e a raccolte fondi online per le organizzazioni di giustizia razziale e le famiglie delle vittime.
Jane Hu evidenzia come le rivolte del Black Lives Matter del 2020, al contrario di tutte le precedenti, abbiano mostrato una scala, una creatività e una resistenza in grado di sfidare gli scettici riguardo la capacità di Internet di mediare un movimento. Come ci fa notare Tufekci nel suo libro, gli effetti nel mondo reale di Occupy, della Women’s March del 2017 e persino del BLM dell’era Ferguson sono stati spesso deludenti. Al contrario, dalla morte di George Floyd, i governi americani hanno iniziato a prendere provvedimenti concreti e ad attuare cambiamenti radicali: le città hanno tagliato miliardi di dollari dai budget della polizia, i distretti scolastici hanno interrotto i rapporti con la polizia, al Congresso sono stati presentati diversi progetti di legge sulla riforma e la responsabilità della polizia e città come Minneapolis hanno perfino votato per abolirla. Come dice Hu, rimane ancora molto lavoro da fare, ma il legame tra attivismo, Internet e azione materiale sembra essersi approfondito.
Ma in che modo questo cambiamento nel social activism ha favorito conseguenze positive e concrete nel mondo offline?
La risposta ce la offre sempre Jane Hu che nel suo articolo riporta le spiegazioni di Rachel Kuo, organizzatrice e studiosa di attivismo digitale. Il BLM del 2020 ha innanzitutto un obiettivo ben preciso: l’abolizione della polizia. Obiettivo che viene chiarito costantemente grazie ai più recenti strumenti digitali utilizzati dagli organizzatori; questi ultimi, infatti sono migliorati molto nell’utilizzo di Internet e fanno sempre più affidamento su una perfetta combinazione di piattaforme digitali tra cui Google Drive, Signal, Messenger, Slack e altri software per la collaborazione, l’archiviazione delle informazioni, l’accesso alle risorse e le comunicazioni quotidiane. Le persone sui social tendono a concentrarsi sugli hashtag e sulla grafica, ma Kuo sottolinea che è grazie a tutto questo lavoro di back-end che l’attivismo digitale è riuscito a sostenere le rivolte che si sono poi svolte organicamente. Un lavoro di back-end che non esisteva nelle precedenti proteste in rete e che differenzia quindi, quelle attuali e le porta ad avere maggior risonanza nel mondo offline.
La differenza di questo movimento, però, come sottolinea Hu, non è da riscontrarsi solamente nella chiarezza del messaggio, ma anche nella sua capacità di trasmettere quel messaggio attraverso tanto rumore. Basti pensare al #BlackoutTuesday, lanciato dall’industria musicale il 2 giugno 2020: milioni di utenti di Instagram e Facebook hanno postato immagini totalmente nere sui loro profili con l’hashtag #BlackLivesMatter, per protestare contro le brutalità della polizia. L’iniziativa è diventata talmente virale da soffocare qualsiasi altro argomento di discussione. Un qualcosa di simile non sarebbe mai accaduto nel 2014: in quel periodo la maggior parte delle persone non aveva idea della portata mediatica e azionaria che un semplice hashtag avrebbe potuto avere. Oggi invece, le persone sanno cosa significa utilizzare un hashtag e ne comprendono l’enorme potere di connettere tra loro le voci che hanno bisogno di emergere. Il #BlackoutTuesday è quindi l’esempio lampante di come le tattiche digitali abbiano conseguenze materiali.
In conclusione possiamo affermare che l’attivismo digitale, e in particolar modo quello nei social media, è entrato in un “secondo atto”, così come lo definisce Jane Hu. Un secondo atto in cui gli strumenti di Internet si stanno integrando sempre di più nella struttura conquistata a fatica dai vecchi movimenti.
Sarebbe quindi sbagliato pensare che l’attivismo digitale non sia più efficace o che non porti a cambiamenti. Anzi, grazie alle nuove tecnologie e al crescente potere dei social media che ormai sovrasta quello dei media tradizionali, possiamo affermare che l’attivismo digitale degli ultimi anni è in grado di avere conseguenze molto più concrete nella realtà rispetto al passato, come abbiamo visto ad esempio per le rivolte del movimento BLM del 2020. E’ però importante avere sempre ben chiari quali sono i limiti dei social media, per non rischiare di ridurre il tutto a semplice slacktivism o di banalizzare dei movimenti di grande importanza sociale.
Bibliografia
- Miconi, A., 2018, Teorie e pratiche del Web, Il Mulino, Bologna
- Castells, M., 2009, Comunicazione e potere
- Tüfekçi, Z., 2017, Twitter and Tear Gas: The Power and Fragility of Networked Protest
Sitografia
- Hu, J., 2020, The Second Act of Social-Media Activism, The New Yorker: https://www.newyorker.com/culture/cultural-comment/the-second-act-of-social-media-activism
- Khiri, Z., 2020, Why is social media activism important?, Online Optimism: https://www.onlineoptimism.com/blog/social-media-activism/
- Internet matters.org, 2020, Attivismo online, social media e giovani: https://www.internetmatters.org/it/hub/news-blogs/online-activism-social-media-and-young-people/
- Definizione di Slacktivism, Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Slacktivism
Autrice
Mi chiamo Elena Furlan, ho 22 anni e abito in provincia di Treviso. Sono laureata in Comunicazione presso l’Università di Padova e attualmente frequento il corso di laurea magistrale in Web Marketing e Digital Communication presso l’Istituto Universitario IUSVE di Venezia. Il mondo della comunicazione digitale e del web marketing mi appassiona molto, per questo il mio obiettivo è lavorare in questo campo in futuro.


