Sono al primo anno di magistrale e in questi mesi di studio mi sono resa conto di una cosa: la mia concentrazione è calata, non riesco più a rimanere focalizzata su un concetto  per tante ore. Ho notato questo cambiamento perché mi ricordo che da bambina passavo intere giornate immersa nei libri, così a lungo che il mondo circostante spariva. Oggi, invece, riesco a rimanere concentrata per un’ora e mezza, massimo due. Per cui ho cominciato a chiedermi quale fosse la causa di questa situazione: “Mi annoia quello che sto leggendo? Sono stanca?”; ho perfino iniziato a dubitare la mia scelta di aver continuato l’università: “È la mia strada? Ho bisogno di qualcosa di più pratico?”.

All’inizio, credevo che la causa fosse legata al tempo passato davanti allo smartphone, alle notifiche che arrivano da Whatsapp o da Instagram, al fatto che vogliamo sempre sapere cosa stanno facendo le persone in quel momento, ma poi mi è sorto un dubbio: il problema è veramente legato ad un solo strumento o c’è dell’altro? Ed è da questa domanda che parte la mia ricerca e che ho voluto condividere con voi.

Tempo e smartphone.

Prima di cominciare, per capire se il declino dell’attenzione fosse dovuto veramente solo al cellulare, ho voluto vedere quanto tempo le persone decidono di trascorre davanti a questi strumenti. Se inizialmente erano dei semplici mezzi di comunicazione che ci davano la possibilità di mantenerci sempre in contatto con le persone desiderate in tempi brevi e con velocità, oggi, si sa, fanno parte della nostra quotidianità e noi, dal più giovane al più anziano, non possiamo più farne a meno.

Sono state effettuate molte ricerche su questo argomento ed è emerso che i numeri variano molto da generazione a generazione. Secondo statistiche recenti, le generazioni che  passano più tempo libero davanti allo smartphone sono quelle più giovani, ovvero i Millennials (nati tra il 1981 e il 1996) e la Generazione Z (nati dal 1997 al 2010), i quali passano quasi quattro ore al giorno al telefono. Al contrario, le stime si abbassano andando più in su con l’età: la Generazione X (che vanno dal 1966 al 1979) infatti passa in media tre ore al giorno al telefono, mentre i Boomers ( nati dal 1946 al 1965) poco più di due ore.

Inoltre, in un servizio mandato in onda dalla Rai nel 2018 chiamato “La famiglia iperconnessa” vengono forniti ulteriori dati. Lo psicologo G. Lavinia sostiene che ogni volta che riceviamo una notifica e guardiamo il display ci vogliono mediamente 80 secondi per tornare con la mente a quello che stavamo facendo prima. Tempo che, all’apparenza, può sembrarci di breve durata, ma sommando a tutte le volte che distogliamo l’attenzione dal nostro lavoro o dal nostro studio, da secondi possono addirittura diventare ore. Anche l’azienda multinazionale statunitense Apple Inc. ha voluto condurre una ricerca ed è emerso che i propri clienti sbloccano l’iPhone 80 volte al giorno, ovvero 30.000 volte in un anno. Sempre all’interno del servizio Rai, un altro studio afferma che tocchiamo il nostro cellulare 2.617 volte al giorno, non più tardi di 15 minuti dopo esserci alzati e prima di andare a dormire.

 

È il telefono la causa o il nostro cervello si è evoluto?

Nonostante avessi letto tutti questi dati, non ero ancora convinta al 100% che la causa dovesse essere associata solo ed esclusivamente a questi dispositivi mobili. Fino a questo momento la mia ricerca si basava sul capire che tipo di impatto avesse la tecnologia sulla nostra attenzione, ma poi mi è sorto un dubbio: dato che l’essere umano cambia in modo continuo e se anche il nostro cervello con l’arrivo degli smartphone si fosse evoluto e quindi di conseguenza anche la nostra concentrazione si fosse mutata? Per capire se la mia tesi fosse credibile o meno ho voluto mettere a confronto più studi che i vari ricercatori hanno eseguito in questi anni.

Quante volte vi è capitato di iniziare a leggere un articolo ma di non finirlo mai perché nel mentre vi arrivava un messaggio su whatsapp, un’e-mail o una notifica su Instagram? Ecco, tutte queste piccole distrazioni ripetute influiscono sulla concentrazione. Nel 2005, una ricerca condotta dal dottor Glenn Wilson presso l’Institute of Psychiatry di Londra ha scoperto che le interruzioni e le distrazioni persistenti sul lavoro hanno avuto un effetto profondo. Quelli distratti da e-mail e telefonate hanno visto un calo di 10 punti nel loro QI, il doppio di quello riscontrato negli studi sull’impatto del fumo di marijuana. Più della metà dei 1.100 partecipanti ha affermato di aver sempre risposto a un’e-mail immediatamente o il prima possibile, mentre il 21% ha ammesso che avrebbe interrotto una riunione per farlo. Nel 2002 è stato riportato che, in media, si verifica un’interruzione ogni otto minuti o circa sette o otto all’ora. In una giornata di otto ore, sono circa 60 interruzioni. L’interruzione media dura circa cinque minuti, quindi circa cinque ore su otto. E se occorrono circa 15 minuti per riprendere l’attività interrotta ad un buon livello di concentrazione, significa che non ci concentriamo mai molto bene. Sempre nello stesso anno si è scoperto che l’adrenalina e il cortisolo sono progettati per sostenerci durante esplosioni di attività intensa, ma a lungo termine il cortisolo può mettere fuori uso gli ormoni del benessere serotonina e dopamina nel cervello, che ci aiutano a sentirci calmi e felici, influenzando il nostro sonno e la frequenza cardiaca e facendoci sentire nervosi.

Inoltre, secondo uno studio condotto da Microsoft nel 2000, la capacità di rimanere focalizzati era in media di 12 secondi, poi quest’ultima è scesa a 8 secondi nel 2015, ovvero un calo di più del 33%. Declino che non si sarebbe verificato se non fossero arrivati i mobile device, anzi gli umani riuscirebbero a concentrarsi per ben 9,2 secondi.  La causa principale della diminuzione della nostra capacità di attenzione è attribuita alla tecnologia, o meglio, al costante flusso di informazioni e di stimoli al quale l’essere umano è sottoposto ogni giorno. Questa condizione ci ha reso molto più abili nel passare da una attività all’altra o addirittura di svolgere più azioni insieme, ma ha indebolito la nostra capacità di rimanere focalizzati su un singolo argomento per troppo tempo.

Per avere dati più recenti, nel 2019 è stato pubblicato uno studio sul giornale World Psychiatry intitolato “The online brain: how the Internet may be changing our cognition” nel quale viene dimostrato che, invece, abbiamo difficoltà a concentrarci a causa della tecnologia. A realizzare questo studio è stato un team internazionale che coinvolge diversi studi di ricerca (Western Sydney University, Harvard University, King College, Oxford University e University of Manchester).
Come dichiara l’autore J. Firth “il flusso di richieste e notifiche da internet ci incoraggia a mantenere costante un’attenzione divisa. A sua volta può ridurre la nostra capacità di mantenere la concentrazione su un singolo compito”. In altre parole, saltando da un sito all’altro o andando a vedere i messaggi in modo continuativo, si tratta di tante piccole distrazioni che non ci permettono di rimanere al 100% focalizzati su un concetto o su quello che stiamo facendo.

Al contrario, una ricerca condotta nel 2018 e poi pubblicata sulla rivista Neuron dall’Università di Princeton e Berkeley, spiega che questo fenomeno non è dovuto dai telefonini bensì è un effetto dell’evoluzione della specie. Gli scienziati delle due università sono arrivati alla conclusione che dal punto di vista cognitivo gli esseri umani sono in grado di mantenere la concentrazione per blocchi composti da quarti di secondo. Il fatto di passare da momenti in cui siamo focalizzati su un unico elemento a tanti, ci permette di rimanere sempre in allerta. Possiamo considerarla come una forma di difesa. Il capo del team di ricerca I. Fiebelkorn, questo passaggio lo definisce “la nostra attenzione fluida“.

Chi ha ragione?

Invece, lo psicologo cognitivo Stefan Van der Stigche sostiene tutt’altro. Per quest’ultimo non ci sono prove certe che stiamo vivendo un calo di attenzione, ma soprattutto che la causa sia legata allo smartphone. Questo perché già  il filosofo romano Seneca si lamentava del fatto che era distratto da troppi stimoli. Per cui, da sempre gli individui sono circondati da piccole distrazioni ambientali che in base al tempo e allo spazio in cui sono inserite sono cambiate ed aumentate.
Per sostenere la sua tesi, lo psicologo spiega nel suo libro “How Attention Works: Finding Your Way in a World Full of Distraction” pubblicato nel 2019,  che l’attenzione “è un tratto a supporto della memoria operativa e conosciamo abbastanza le strutture neurologiche che sviluppandosi durante l’infanzia, quando la capacità di concentrazione è quasi inesistente di norma, raggiungono la maggior efficienza nella persona adulta, per poi declinare con l’avanzare dell’età”. Secondo la sua teoria è sbagliato pensare che l’attività del concentrarsi o porre la propria attenzione in modo esclusivo su un qualsiasi concetto sia facile e che in passato le persone riuscivano a focalizzarsi di più. Questo perché la nostra mente è come un muscolo e per questo motivo è necessario allenarla se noi vogliamo raggiungere un determinato obiettivo. Se si vuole porre maggior attenzione ad un’attività per un periodo di tempo più lungo, si devono ignorare sia le distrazioni esterne sia quelle interne. Con le prime si intendono tutti gli stimoli che ci circondando come ad esempio notifiche del telefono, email o la televisione e sono anche quelli più difficili da controllare. Con con le seconde, invece, intende il fatto che la nostra mente appena può se ne va per conto suo. Il che non è necessariamente negativo, anzi. A chi non è mai capitato di vagare con i propri pensieri mentre sta svolgendo un compito? Dal punto di vista di Van der Stigchel questo vagare con la mente è necessario e lo si dovrebbe fare in tutte le situazioni dove non dobbiamo concentrarci.

Come ho risolto il problema.

Tornando al mio problema iniziale, al di là di chi abbia torto o ragione, con il tempo ho capito che  questa mia situazione si poteva risolvere, grazie all’aiuto di alcune semplici regole:

– tanta buona volontà, perché se manca quella tutto il resto è inutile;

– durante lo studio bevo tanta acqua per dare ossigeno al mio cervello;

– metto in modalità “non disturbare” il telefono e lo metto il più lontano da me, cosicché non ho la tentazione di guardarlo;

– cerco di ripetere ad alta voce quello che studio, così non rischio di perdere il focus;

– durante lo studio cerco di fare numerose pause per mantenere la mente sempre riposata. Questo perché in passato succedeva spesso che dopo tante ore di studio ininterrotto alla sera ero stanchissima o addirittura mi veniva mal di testa;

– ed infine, cerco di studiare il più possibile vicino alla data di esame, in questo modo, avendo poco tempo, sono obbligata a rimanere concentrata su quello che sto facendo.

Ovviamente, non sto dicendo che questo sia un metodo corretto e che tutti debbano seguire queste direttive, ma nel mio caso ha funzionato e sto riscontrando degli ottimi risultati.  Ho deciso di condividerle con voi perché penso di essere l’esempio vivente che con un po’ di pazienza e con tanta forza di volontà si può fare tutto, anche riconquistare l’attenzione persa.

Conclusioni.

Voglio concludere sottolineando il fatto che con questo articolo non voglio assolutamente sminuire il potenziale dello smartphone o di internet, anzi, grazie ad essi mi ritengo una persona informata e sempre aggiornata su quello che succede nel mondo. Semplicemente credo che, questo calo di attenzione, possa nel lungo periodo diventare un problema e noi abbiamo il dovere di capire quando è il momento di poter perdere tempo davanti al cellulare e quando invece dobbiamo concentrarci su quello che stiamo facendo. Inoltre, dopo aver letto vari articoli su questo tema, ad oggi, sono dell’idea che la colpa non sia della tecnologia bensì nostra, in quanto siamo noi a decidere come spendere il nostro tempo. Come lo psicologo Van der Stigchel, credo che sia tutta una questione di allenare la nostra mente, ma soprattutto sono anche del pensiero che non è salutare per la nostra sanità psicologica costringere il nostro cervello a rimanere concentrato per troppo tempo senza pause.

Sitografia.
https://www.healthshots.com/mind/mental-health/your-smartphone-is-wrecking-your-attention-span-and-weve-got-proof/

https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2018/oct/14/the-lost-art-of-concentration-being-distracted-in-a-digital-world

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnhum.2020.00084/full ?

https://ilmanifesto.it/nella-distrazione-estenuante-delloggi/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5403814/

https://www.notizieora.it/notizie/uso-smodato-dello-smartphone-quanto-tempo-ci-ruba/

https://www.lastampa.it/tecnologia/news/2019/02/03/news/quanto-tempo-passiamo-su-internet-1.33678389

https://www.corriere.it/tecnologia/18_agosto_25/non-colpa-internet-se-non-riusciamo-concentrarci-a9dfb2da-a860-11e8-a941-3e0c2a4df45f.shtml

https://wexnermedical.osu.edu/blog/how-internet-affects-your-brain

https://www.sciencedaily.com/releases/2019/06/190605100345.htm

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/wps.20617

https://www.ilsole24ore.com/art/i-meccanismi-dell-attenzione-e-leggenda-pesce-rosso-ADq62tBB?refresh_ce=1

https://www.sanmarinortv.sm/radio/music-news-c25/la-nostra-soglia-di-attenzione-e-meno-di-8-secondi-a197213

Bibliografia
Van der Stigche. S. (2019), How Attention Works: Finding Your Way in a World Full of Distraction

Campo, E. (2020), La testa altrove: L’attenzione e la sua crisi nella società digitale

Lovink, G. (2019), Nichilismo digitale: L’altra faccia delle piattaforme

 

Autrice.

Ciao a tutti, mi presento! Mi chiamo Laura Pagliani, ho 25 anni e ho una grande passione per le lingue e la comunicazione digitale. Dopo la laurea triennale in Lingue e culture per il turismo e commercio internazionale presso l’Università di Verona, ho deciso di iscrivermi al corso magistrale di Web Marketing & Digital  Communication presso la IUSVE  a  Verona. Da sempre mi affascina studiare e capire le dinamiche che muovono il mondo del marketing e della comunicazione, per questo il mio sogno è quello di lavorare nel campo della digital communication e sfruttare al tempo stesso le competenze linguistiche ottenute negli anni.