“[…]Governments derive their just powers from the consent of the governed. You have neither solicited nor received ours. We did not invite you. You do not know us, nor do you know our world. Cyberspace does not lie within your borders. Do not think that you can build it, as though it were a public construction project. You cannot. It is an act of nature and it grows itself through our collective actions. […]”

Jhon Perry Barlow

Back to the past

Nel 1996, all’alba del web, per Jhon Perry Barlow, l’autore della Dichiarazione d’indipendenza del Cyber-spazio, Internet veniva considerato come il più grande spazio pubblico che l’umanità avesse mai conosciuto.

Fino alla fine degli anni ‘90  il Web era composto principalmente da siti  statici, senza possibilità di interazione da parte dell’utente. Questa ha avuto un incremento con il web 2.0, aprendo nuovi scenari fondati sulla possibilità  di fruire, creare o modificare i contenuti. L’integrazione delle nuove tecnologie ha permesso a tutti di diventare protagonisti del web, facendo in modo che i fruitori siano allo stesso tempo gli attori principali.

Quando nei primi anni 2000 imprese e investitori si resero conto che il principale fattore di successo di un’azienda sarebbe stato il coinvolgimento attivo da parte dei propri utenti , iniziò a nascere una nuova generazione di motori di ricerca e di siti specializzati, la quale cominciò ad utilizzare  statistiche dell’attività del visitatore per determinare il prezzo delle inserzioni pubblicitarie e  si contraddistinse per un nuovo spirito di condivisione.

È proprio in questo periodo che nascono, successivamente ai colossi di Google,  Amazon, aziende come Facebook e Twitter.

L’algoritmo, quello oscuro

Gli utenti dei Social Network sono oltre 3 miliardi  e la quantità di dati prodotta è inimmaginabile.  Le grandi piattaforme come Facebook, Twitter e Linkedin,  ricorrono all’inteligenza aritificiale, cosi da poter dare un senso e valorizzare moli di dati enormi prodotti nel mondo dagli utenti e alzare in livello di efficacia della condivisone. Le variabili degli algoritmi hanno combinazioni pressoché infinite e sono conosciute solo da chi li ha creati e ne è il legittimo proprietario. L’immagine sottostante  mostra alcuni dei fattori che influenzano la diffusione dei contenuti su Facebook (vi sono altri elementi che hanno impatto sul livello di engagement da parte delle persone  verso i contenuti stessi che non sono evidenziati).

Le nostre attività online vengono monitorate con la finalità di rendere la nostra news-feed più affine a noi, cercando di prevedere i nostri interessi attraverso la profilazione non solo delle nostre azioni , ma anche di quelle delle persone a noi collegate. Cosi facendo la news-feed restituirà i contenuti che più ci appassionano, appositamente per la nostra persona, poiché vi è tutto l’interesse, da parte delle aziende proprietarie, di alimentare l’ecosistema favorevole per mantenerci all’interno della piattaforma. Gli algoritmi utilizzati, permettono di monitorare milioni di commenti degli utenti, aiutando a comprendere situazioni,  tendenze, o l’attenzione per una determinata problematica , consentendo all’utente di vivere un esperienza personalizzata. Analizzare le tendenze del momento è utile per analizzare le informazioni con il fine di attrarre nuovi clienti o fidelizzare i propri.  La possibilità di ottenere un’autentica partecipazione degli utenti, in un ambiente dove regnano sovrani gli algoritmi, sembra remota.

Filter Bubbles

Da una ricerca qualitativa condotta con la nostra classe all’università, è emerso che i giovani veneti nella fascia 18/25 hanno interazioni online principalmente con la cerchia di amici più ristretta.
All’interno della piattaforma le dinamiche relazionali del mondo offline sembrano riproporsi nello spazio social: la maggior parte delle interazioni [commentare, mettere il like] si effettuano con la cerchia di persone più ristretta o con pagine di interesse.
Queste tracce lasciate dalle nostre azioni vanno ad alimentare i meccanismi di filter bubbles alla base della piattaforma, restituendoci una news-feed appagante e  in linea con i nostri interessi, eclissando i contenuti che si discostano dalle nostre preferenze.

Quando abbiamo chiesto agli intervistati di descriverci i social network utilizzati, ed esempio Facebook ,  le opinioni positive emerse vertevano sull’immediatezza delle interazioni con i propri amici e con i propri interessi e qualcuno ha affermato di utilizzarlo come mezzo per informarsi su questioni di attualità.
Nessuno, però, ha fatto allusione alla riduzione dell’orizzonte dello spazio di confronto.

La selezione algoritmica risponde al bisogno di appartenenza insito negli esseri umani, ma non ci lascia un pieno controllo: una volta che l’utente è entrato in piattaforma, l’interazione -commentare, condividere, like-  si sviluppa all’interno di uno spazio prestabilito e con contenuti dettagliatamente selezionati.
Indipendentemente dal fatto che interagisca, l’utente non ha potere sulla decisione di quali post, tra la moltitudine, compariranno all’interno della propria feed e non ha potere sul loro ordine temporale.

Eli Pariser, amministratore delegato della UpWorthy e presidente del consiglio d’amministrazione di MoveOn.org, argomenta nel video sottostante i possibili rischi legati ai meccanismi di filtraggio.

Questione di prospettive

“ La violenza può essere usata solo negativamente; il denaro  può essere usato solo su due dimensioni: il dare e il togliere. Ma la conoscenza e i pensieri  possono trasformare le cose, muovere le montagne e far apparire permanente un potere effimero.”

Geoff Mulgan 2007

Ad oggi, se si pensa alla struttura che è alla base di piattaforme come Facebook,  la visone di Jhon Perry Barlow su quello che sarebbe dovuto essere lo spazio  in rete è mutata notevolmente.

Il diritto di accesso ad Internet è un diritto fondamentale che favorisce l’esercizio di altri diritti: quello di informare e di essere informati, la libertà di espressione e di associazione.
Nel Cyber-spazio, la premessa indispensabile per l’effettivo esercizio di queste libertà dovrebbe essere il principio di neutralità della rete.

Le piattaforme di social network consentono la creazione di ambienti sociali  pieni di possibili risorse, che aumentano potenzialmente il capitale sociale e la possibilità di entrare in uno spazio sempre più proprio; nel sistema, però, regna una gerarchia, dove il potere è insito nella proprietà dell’algoritmo, che risponde al nostro bisogno di appartenenza attraverso i risultati familiari restituiti.
In questa ambivalente realtà, si può ancora parlare di neutralità della rete e di ampliamento dei confini della possibilità di confronto?

Sicuramente l’utilizzo delle risorse avviene sulla base di un agency individuale e di frame culturali  propri dell’utente; un’educazione al consumo dei mezzi di comunicazione, quali i social network, potrebbe essere essenziale per riuscire ad avere uno sguardo critico e responsabile verso le risorse, consapevoli dei meccanismi adoperati dalle aziende proprietarie  per creare l’habitat nel quale ci immergiamo nel momento dell’accesso.
Quando si parla di diritto all’informazione si parla di un diritto “attivo”, e per poter godere di quest’ultimo bisogna riconoscere in primo luogo la necessità di una consapevolezza delle regole del gioco.