ABSTRACT
A fronte dei costanti mutamenti che contraddistinguono il mondo del digitale, appare lecito affermare che, proprio quest’ultimi, si riconoscano quali i protagonisti principali rispetto i repentini cambiamenti che riguardano ogni aspetto della nostra quotidianità. Le innovazioni digitali, infatti, sono entrate all’interno della nostra vita, stravolgendone le modalità di relazione, apprendimento e comunicazione.In concomitanza, dunque, a quella che, a tutti gli effetti, è stata definita quale una vera e propria Rivoluzione Digitale, risulta possibile notare come – sia il mondo della comunicazione sia l’economia stessa – abbiano apportato dei notevoli cambiamenti, facendo dell’informazione il proprio carburante. Il fulcro dell’attenzione è andata spostandosi sempre più verso i processi e i servizi necessari a maneggiare e distribuire l’informazione, dimostrando un’attrazione ridotta per l’ambito della produzione. Le stesse persone, un tempo focalizzate sull’acquisto di beni, vedono spostare il loro interesse interamente sull’utilizzo, sviluppando forme di possesso che si distanziano dal passato. In linea a tale mutamento, è possibile osservare come – da un tipo di economia estremamente focalizzata sul consumo tradizionale – si sia passati ad un’economia di natura prettamente collaborativa ed altamente partecipativa. Tra le più note dinamiche riguardanti l’Economia Collaborativa è possibile evidenziare come, proprio quest’ultima, si sia resa protagonista di operazioni ed iniziative profondamente innovative, spaziando in molteplici contesti – professionali o meno – ai quali ha apportato una notevole crescita. All’interno di questa trattazione, dunque, si andranno ad analizzare le implementazioni più emblematiche che la Sharing Economy ed una tra le sue più importanti varianti, il Crowdfunding, hanno determinato nel mondo dell’Arte.
Obiettivi
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Dimostrare gli effettivi plus che contraddistinguono tale modello economico, riflettendo – d’altra parte – sulle possibili criticità che esso potrebbe potenzialmente comportare.
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Evidenziare Case Study concreti, i quali rispecchieranno quanto precedentemente analizzato.
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Riflettere sull’utilizzo performante di tali metodologie di mercato all’interno di ambiti innovativi come, ad esempio, il mondo dell’arte.
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INTRODUZIONE
All’interno di una società, quella odierna, caratterizzata da rapide innovazioni e costanti mutamenti, appare evidente come, gli effetti della cosiddetta Rivoluzione Digitale, abbiano notevolmente contribuito ad accelerare tali fenomeni di natura storico-culturale, economico-finanziaria, oltre che elettronico-digitale.La vasta gamma di avvenimenti ed eventi conseguenti a tale sovvertimento, infatti, hanno impattato, in maniera del tutto connaturale, nel modo di vivere e percepire la nostra quotidianità, ponendoci dinnanzi nuove sfide ogni giorno ed istituendo una certa flessibilità sia a livello mentale che operativo.
L’introduzione di nuovi devices, la preponderante centralità degli schermi e la crescente accessibilità all’informazione si riconoscono quali i principali protagonisti di un mutamento che raccoglie intorno a sé, non solo l’intera architettura sociale che ci caratterizza, bensì la conseguente struttura economica ad essa corrispondente: la cosiddetta Sharing Economy o Economia della condivisione.
La seguente trattazione, dunque, s’impegnerà nell’analisi dei molteplici elementi che contraddistinguono questa innovativa visione finanziaria, oltre che, le diverse peculiarità interne ad essa; in particolare, a fronte della rilevante crescita che, proprio grazie a tale metodologia collaborativa, si è potuto riscontrare all’interno del mondo dell’Arte, l’elaborato vedrà focalizzarsi maggiormente proprio in quelle dinamiche che hanno concorso a risollevare il sopracitato settore socio-culturale. Lo scritto, suddiviso in quattro paragrafi, andrà quindi ad illustrare le molteplici sfaccettature che, da un lato, hanno consentito il passaggio da un tipo di economia tradizionale ad un modello finanziario di natura altamente collaborativa, dall’altro si presentano quali elementi di assoluta rilevanza circa il rinnovamento e la relativa crescita del settore artistico-culturale a livello mondiale.
Al fine di contestualizzare, dunque, l’assetto sociale odierno e le relative innovazioni digitali che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo della Sharing Economy, il primo paragrafo andrà a ripercorrere quelle che sono le ‘tappe’ e le diverse trasformazioni principali che hanno consentito l’instaurarsi di questa nuova concezione di mercato, andando ad evidenziare quanto, la Rivoluzione Digitale stessa, abbia influito in questi termini. Successivamente, di seguito ad una breve introduzione ed analisi rispetto quella che è l’economia collaborativa, il secondo paragrafo presenterà l’Art Sharing, sistema innovativo che, oramai, occupa un posto di primo piano a livello internazionale per le caratteristiche che lo rendono unico e originale: prestigio, bellezza, ma anche costi ridotti rispetto all’acquisto di intere collezioni d’arte.
Il terzo paragrafo, d’altra parte, evidenzierà un esempio tangibile circa i molteplici benefici derivanti dall’unione dell’economia collaborativa e il mondo dell’Arte; protagonista di tale sezione, infatti, sarà l’Art Institute of Chicago premiato, nel 2014, come migliore museo del mondo dai Travellers’ Choice Awards di TripAdvisor. Questo riconoscimento, il quale riscontra assoluta rilevanza, ha premiato la quantità e la qualità delle recensioni della struttura stessa che, tramite innovazioni di natura esperenziale, è riuscita a soddisfare le nuove condizioni di mercato e le esigenze degli innumerevoli visitatori.
In conclusione, il quarto ed ultimo paragrafo dello scritto, presenterà una delle principali varianti della Sharing Economy: il cosiddetto Crowdfunding. Quest’ultimo, dall’inglese ‘finanziamento dal basso’, si riconosce quale un’attività di sovvenzione collettiva a fronte di un progetto di natura qualsiasi. In questo caso, tuttavia, l’attenzione si focalizzerà, ancora una volta, al mondo dell’Arte e, in particolare, alla vasta gamma di benefits che tale modello ha reso possibili; anche in questo caso, dunque, sarà possibile affacciarsi a due dei Case Studies più emblematici di tale fenomeno: da un lato Palazzo Madama, dall’altro il Louvre Museum.
Al termine della suddetta trattazione dunque, sarà possibile comprendere i molteplici benefici derivanti dalla Sharing Economy nonché attuare un’attenta riflessione circa l’utilizzo performante di tali metodologie di mercato all’interno di ambiti innovativi come, in questo caso, il mondo dell’Arte.
Sommario
CAPITOLO UNO: Dall’Economia Tradizionale all’Economia Collaborativa: quanto ha inciso la Rivoluzione Digitale?
La Rivoluzione Digitale, dall’Economia Tradizionale all’Economia Collaborativa
Al giorno d’oggi il termine “digitale” si riconosce quale un’accezione che contraddistingue a pieno ogni fase della nostra quotidianità e che, al tempo stesso, si allinea perfettamente ai concetti di trasformazione, innovazione e informatizzazione.
Ciò che definiamo Rivoluzione Digitale, infatti, si attesta come un fenomeno storico-culturale che ha impattato e modificato, in modo estremamente rapido e connaturale, l’intera architettura sociale che ci caratterizza e che, d’altro canto, sta tutt’ora procedendo nel suo interminabile quanto influente sviluppo.
A fronte di tali mutamenti, i risvolti che ne conseguono sono innumerevoli e, soprattutto, ci pongono dinnanzi nuove sfide ogni giorno, imponendo una certa flessibilità – sia a livello mentale che operativo – in ogni contesto della nostra esistenza, andando ad intaccare anche quelle dimensioni, all’apparenza intangibili, di spazio, tempo e velocità. Di seguito ad una tanto rapida quanto doverosa riflessione, appare evidente come tale Rivoluzione, in linea alla contingente evoluzione informatica ed elettronica, abbia velocemente soverchiato parte preponderante dei limiti spazio-temporali di cui siamo a conoscenza, andando a sopraelevare un nuovo imperativo: quello del tutto, del subito e, per concludere, del riscontro. Facendo riferimento al contesto odierno, infatti, mediante l’utilizzo dell’innumerevole gamma di devices a nostra disposizione – a cui si affianca la preponderante centralità degli schermi e la crescente importanza della componente visiva – risulta possibile partecipare in streaming ad un evento o manifestazione avente luogo all’altro capo del mondo, dialogare o conoscere – attraverso le molteplici piattaforme Social che scandiscono le nostre relazioni – nuove persone pressoché irraggiungibili in quel determinato momento, e ancora, acquistare – grazie all’avvento dell’e-commerce – servizi o prodotti non fisicamente rinvenibili nel proprio paese di residenza.
In sintesi, il digitale, ad oggi, ricopre un ruolo di assoluta rilevanza nelle nostre vite, tanto da poterlo definire quale l’elemento essenziale da cui, strato dopo strato, si fonda la nostra contemporaneità.
A partire da questa prima considerazione si è potuto comprendere, da un lato, l’assoluta influenza che tale avvenimento ha e continua ad apportare alla nostra quotidianità, dall’altro, come, proprio quest’ultimo, si componga di tre fenomeni – a loro volta imprescindibili – in grado di ricreare le condizioni necessarie per gli sviluppi di questo rinnovamento in chiave digitale, ovvero: l’evoluzione informatica, la diffusione dei personal computers (e dei dispositivi mobile) e il proliferare del Web e di Internet. Fenomeni, quest’ultimi, che restituiscono, a loro volta, un panorama mediale fluido ad appannaggio di un pubblico decisamente più vasto e destinato ad una diffusione senza precedenti. Di fatto, la rapida distribuzione di devices, unita alla crescente disponibilità dell’accesso a Internet, ha avviato – in termini socio-culturali – ciò che si potrebbe definire quale una vera e propria condivisione del sapere, di accessibilità e circolazione dell’informazione e dei contenuti; ciò che fino a non molto tempo fa era riservato a specifici esperti – come, ad esempio, la produzione e la distribuzione di determinati servizi – ora diventa accessibile a chiunque. Il processo di digitalizzazione, dunque, oltre ad aver irrimediabilmente mutato l’intero complesso socio-culturale che ci contraddistingue, ha apportato, come è possibile notare, dei notevoli cambiamenti sia all’interno di un contesto prettamente economico che di natura comunicativa.
Il mondo digitale, infatti, presenta – tra le sue innumerevoli peculiarità – la conversione in cifre di ogni elemento che, a sua volta, ha impattato e strutturato quella che è la nostra cultura: dalle semplici parole ai testi o trattati più complessi, dalle immagini ai suoni. In linea a tale processo di codifica, tali cifre, grazie all’intervento dello strumento o macchina a nostra disposizione, vengono poi tradotte in un linguaggio a noi comprensibile. Conversione, questa, che ha favorito enormemente la Rivoluzione mediale di cui oggi siamo protagonisti, amplificando, d’altra parte, la contaminazione dei linguaggi e la loro conseguente comprensione.
Si rende del tutto evidente – in questo senso – come la tecnologia abbia estremamente modificato la nostra percezione di società, spingendola ad un assiduo confronto con canali e mezzi, strumenti e contenuti: il tutto all’interno di un’ottica puramente digitale. Ne consegue che il passaggio alle cosiddette non cose, o informazioni, si riconosca quale uno degli elementi principali entro cui affacciarsi al fine di comprendere al meglio gli effetti che questo fenomeno ha apportato all’interno del nostro apparto economico. L’interesse odierno, infatti, risulta sempre più predisposto, nonché concentrato, alle informazioni, spingendo la società al completamento della transizione da cose a non cose; passaggio, quest’ultimo, sostenuto dalla costante e crescente produzione di software a dispetto dell’hardware. Nel corso di questa ‘trasformazione’, dunque, quelli che sono gli oggetti fisici stanno a poco a poco scomparendo, nel nome di una convergenza in nuovi macro-oggetti che precludono l’esecuzione di numerose e disparate funzioni all’interno di un’ottica puramente multitasking. Di conseguenza, la conversione in non cose, o informazioni, ha permesso di accedervi tramite un unico strumento od oggetto: il digital device, mezzo che risponde, a tutti gli effetti, alle già sopracitate esigenze moderne di tutto, subito e riscontro, peculiarità che – come già affermato – hanno indubbiamente contribuito a modificare le dimensioni di spazio, tempo e velocità.
A fronte di un’ottica puramente socio-economica, dunque, il mondo digitale ha indubbiamente fatto dell’informazione la propria fonte d’interesse primario, spostando sempre più l’attenzione intorno a specifici sviluppi e servizi necessari a trattare, divulgare e consultare l’informazione stessa; dimostrando, in questo modo, una considerazione sempre più ridotta per l’ambito della produzione, peculiarità questa che, fino a poco tempo fa, si elevava a tratto emblematico di un economia di tipo tradizionale. La stessa Rivoluzione Industriale 4.0, infatti, vede focalizzarsi sull’innovazione e sull’incremento di processi operativi innovativi, ponendo al fulcro del proprio sviluppo le non cose. Cambiamento, questo, che è possibile evincere a partire dal differente orientamento delle persone, le quali – un tempo focalizzate al mero acquisto di beni – ad oggi dirigono il proprio interesse all’utilizzo, sviluppando, così, forme di possesso che prendono le distanze dal passato e che fanno della condivisione il perno centrale della loro strutturazione.
Basti pensare al fatto che, ad oggi, reputiamo preferibile pagare un tanto al mese allo scopo di usufruire di determinati prodotti o servizi piuttosto che acquisirli, tramite una retribuzione una tantum, e possederli in modo effettivo. Un mutamento, questo, figlio della nostra contemporaneità e della Rivoluzione Digitale che tanto la contraddistingue, la quale ha straordinariamente modificato il nostro modo di essere, nonché le abitudini e i comportamenti rispetto al modo in cui, oggigiorno, consumiamo i prodotti e i servizi a nostra disposizione.
Di seguito a tale riflessione, dunque, appare evidente come il contesto mediale entro cui ci troviamo abbia vertiginosamente mutato e influenzato gli schemi economici che caratterizzano la nostra società. Ci troviamo all’interno un’epoca in cui, da un primo approccio di tipo tradizionale e orientato ad un marketing di natura aziendalistica, si è giunti ad una visione maggiormente olistica del mercato stesso. Così come Tim Berners-Lee, coniatore del celeberrimo W.W.W (World Wide Web), auspicava già dal 1990, la rete mediale ha contribuito all’origine di un mercato cosiddetto ‘olistico’, in cui, cioè, tutto conta. Il termine Olismo, infatti, accezione di derivazione greca, viene ad oggi impiegato in una moltitudine di contesti, al fine di indicare un approccio di natura collettiva, che tenga in maggior considerazione la visione e l’apporto d’insieme a dispetto delle singole parti.
Ciò a cui stiamo facendo riferimento riguarda, nel complesso, un’economia dai tratti prevalentemente collaborativi; all’interno della quale ogni cliente è chiamato ad assumere un ruolo di notevole rilevanza circa i propri scopi e, più in generale, ai fini del mercato stesso. È proprio a partire dall’avvento della Rivoluzione Industriale 4.0 che i consumatori o, per essere maggiormente corretti, le persone, hanno rivestito l’innovativo ruolo di Prosumer; esse, cioè, si riconoscono quali una nuova tipologia di individuo-utente, il quale non si limita ad assumere una funzione passiva di mero utilizzatore di beni e servizi, bensì si presenta partecipe e attivo rispetto la loro produzione o miglioramento, oltre che ad ampliarne sensibilmente la notorietà presso altri consumatori. Nonostante la divulgazione di tale espressione abbia riscontrato una considerevole diffusione al grande pubblico solo di recente, il concetto di consumer-producer venne postulato già a partire dagli anni ’70 dello scorso secolo e reso pubblico, in maniera ufficiale, nel 1980, quando il saggista statunitense Alvin Toffler ne parlò all’interno dell’opera “The Third Wave”. Inoltre, grazie alla vasta gamma di trasformazioni e mutamenti derivanti dalla costante ottimizzazione del digitale, si riconosce quale ampiamente possibile non solo discutere di Prosumer, bensì di Co-Creator; dunque, individui che, in maniera pressoché intenzionale o meno, s’impegnano nella partecipazione o creazione di contenuti profondamente legati a quelli che sono i valori, le peculiarità e la storia di uno specifico brand o azienda.
Sharing Economy
Di seguito a tale riflessione, dunque, è possibile constatare come, la complessa struttura generale che permea la società contemporanea, si edifichi – a sua volta – a partire da un tipo di Economia dicesi Collaborativa, la quale risulta indubbiamente condizionata dalle molteplici innovazioni derivanti dalla sopracitata Rivoluzione Digitale. L’ Economia Collaborativa, infatti, dall’inglese Sharing Economy, si riconosce principalmente quale una metodologia di distribuzione circa prodotti e servizi che differisce – come si è potuto notare nel corso dell’analisi precedentemente esposta – dal tradizionale modello di società, il quale assumeva (e tutt’ora assume), in prevalenza, la vendita di beni e/o servizi ai consumatori o clienti. All’interno dell’economia della condivisone, d’altro canto, sono le persone fisiche stesse che prendono in locazione o “accomunano” beni di natura mobile o immobile come, ad esempio, la propria auto, la propria abitazione e – in alcuni casi – macchinari o strumenti non facilmente rinvenibili o disponibili sul mercato. Tale modello finanziario, dunque, si contraddistingue per essere un’innovativa metodologia di marketing in cui, le relazioni e interazioni tra i molteplici attori, avvengono in maniera orizzontale – quindi peer-to-peer – basandosi principalmente su meccanismi di fiducia e reputazione; inoltre, come precedentemente esposto, grazie al costante sviluppo della tecnologia in generale e della rete Internet, le transizioni che hanno luogo all’interno del mercato tradizionale vengono enormemente facilitate, offrendo – in questo modo – vantaggi, in termini di prezzo e accesso, ai beni e servizi desiderati dagli individui stessi.
Nonostante ciò, una delle problematiche che più interessano la Sharing Economy riguarda proprio il modo in cui tale termine viene utilizzato implicandone, talvolta, caratteristiche ambigue e, in molti casi, tra loro differenti. Ad esempio, l’economia collaborativa risulta talora intesa quale un mero fenomeno di natura peer-to-peer, mentre, a fronte di determinate circostanze, viene qualificata come un classico sviluppo con protagonisti imprese e clienti. Inoltre, si comprende spesso che l’economia della condivisione coinvolga, al suo interno, transizioni contraddistinte da un trasferimento di tipo permanente circa la proprietà di una risorsa (e dunque precluda una vendita di natura tradizionale) quando, altre volte, proprio questi tipi di transfert vengono considerati ampiamente aldilà rispetto i confini interposti dalla Sharing Economy stessa. Quest’ultima, dunque – a fronte di una revisione sistematica in merito alla vasta gamma di sviluppi e definizioni che la interessano – è stata perentoriamente indicata come:
In linea all’enunciazione sopra-indicata, risulta quindi possibile la formulazione di alcune tra le caratteristiche più rilevanti rispetto tale metodologia finanziaria; infatti – mentre il termine economia collaborativa si contraddistingue quale il più utilizzato – essa viene anche definita Economia di Accesso, Economia peer-to-peer (P2P), Economia dei Gig, Consumo Collaborativo o Economia della Condivisione. Quest’ultima, inoltre, si presenta strettamente interconnessa a quelle che sono, da un lato, il Consumo Collaborativo, dall’altro, l’Economia Circolare, la quale, a sua volta, si caratterizza per essere estremamente finalizzata e focalizzata alla riduzione minima degli sprechi, comprendendo cooperative, co-creazione, riciclaggio e, per concludere, ridistribuzione e commercio di beni usati. D’altro canto, la Sharing Economy e le sue diverse varianti – come, ad esempio, il Crowdfunding – si riconoscono quali veri e propri contribuenti alla vita del prodotto e, in particolar modo, all’estensione della vita dello stesso attraverso la mutualizzazione e la ridistribuzione di seconda mano. Dunque, tra gli ulteriori benefici del suddetto modello finanziario, è possibile identificare altresì la riduzione degli impatti ambientali negativi – peculiarità, questa, conseguita mediante la consequenziale diminuzione circa la quantità di beni da produrre. Si rende così evidente come, in linea alla notevole decrescita rispetto gli usuali tassi di inquinamento del settore, ne derivi una successiva riduzione in termini di costi per i consumatori stessi, forti di una maggiore indipendenza, flessibilità e autosufficienza dovuti al decentramento, all’abolizione delle barriere all’ingresso monetario e, infine, all’auto-organizzazione; caratteristiche, quelle sopracitate, che a loro volta mirano al considerevole rafforzamento di due tra gli elementi più rilevanti in merito alle dinamiche interne alla Sharing Economy: la comunità e la democrazia partecipativa. Non solo, è stato inoltre verificato un rilevante incremento rispetto la qualità del servizio offerto grazie all’introduzione di sistemi di rating, forniti dalle stesse società coinvolte, oltre che una maggiore flessibilità circa gli orari di lavoro e i salari per gli appaltatori indipendenti di tale economia collaborativa.
Nonostante la Sharing Economy, dunque, si riconosca quale un modello finanziario volto alla graduale liberalizzazione e condivisione dei molteplici beni e servizi offerti dal mercato – oltre che alla diffusione e alla generalizzazione-individualizzazione di specifiche competenze e informazioni – anch’essa presenta determinati deficit e/o interrogativi in merito al proprio funzionamento interno. Il fulcro principale delle critiche indirizzate all’economia collaborativa ruota attorno alla cosiddetta concorrenza sleale. A detta di molti, infatti, tale modello finanziario si struttura a partire da servizi basati sulla poca trasparenza e sulla mancanza di vere e proprie regole lavorative. D’altra parte, risultano essere diversi i casi in cui le società interne all’economia della condivisione offrano servizi senza pagare tasse e/o contributi ai propri collaboratori, oltre che proteggerli, in caso di eventuale infortunio, in quanto non identificati o classificati quali dei veri e propri dipendenti. Non è un caso, dunque, che la Sharing Economy – come già affermato in precedenza – sia nota, questa volta con un’accezione del tutto negativa, come una Gig Economy o, in italiano, economia “dei lavoretti”; quelli, cioè, non regolamentati, non tassati e senza alcuna copertura assicurativa. Proprio grazie a tali facilitazioni perlopiù fiscali, di conseguenza, si ipotizza che le stesse società interne a questo tipo di economia possano predisporre di beni e servizi a prezzi molto più bassi rispetto alle comuni imprese locali – quest’ultime, d’altra parte, stagnate entro un mercato sempre più complesso e contrassegnato dalla crisi. A tal proposito, infatti, il New York Magazine affermò, all’interno di uno dei propri scritti, come, proprio la Sharing Economy, abbia riscontrato un notevole successo in linea allo stato di difficoltà dell’economia reale; in particolare, secondo la rivista, l’economia della condivisione sta tutt’ora conseguendo un’incredibile consenso a causa di un mercato del lavoro depresso e fin troppo poco creativo.
A fronte di tale riflessione, dunque, la quale mirava ad una quanto più esaustiva presentazione circa questo nuovo modello di natura finanziaria, appare evidente quanto la Rivoluzione Digitale abbia inciso, mediante i propri effetti, all’interno dell’apparato economico, da un lato, e della struttura socio-culturale dall’altro. Andando a mutare e ‘trasformare’, in maniera quasi radicale, quelli che si riconoscevano quali i tradizionali vincoli e limitazioni di mercato e non solo. Ad oggi infatti, la condivisione e la collaborazione si innalzano a nuovi must irremovibili circa ogni aspetto della nostra quotidianità, sia in ambito privato che lavorativo. Non a caso la Sharing Economy ha preso piede in ogni settore o contesto di natura professionale: dal turismo ai trasporti, dagli alloggi ai servizi domestici. Tuttavia, la nuova sfida entro cui si è inserita, si presenta come il binomio perfetto rispetto quanto precedentemente affermato: di fatto, l’innovativo complesso in cui la Sharing Economy sta operando intreccia, al suo interno, elementi culturali e sociali, economici e finanziari; stiamo parlando della condivisione di uno dei patrimoni più antichi e viscerali dell’intera umanità: il mondo dell’arte.
CAPITOLO DUE: Art sharing, dalla nascita al suo sviluppo attuale
Il mercato dell’Arte tradizionale
Quando si parla di mercato dell’arte, non si va ad indicare solamente la vendita di oggetti definiti di belle arti, come dipinti, sculture, lavori su carta, fotografie, ma anche delle arti decorative e delle antichità, ovvero oggetti del passato che, per rarità e significato storico, hanno una particolare importanza e vengono così collezionati. Si pensi ad esempio al vino, alle monete, ai francobolli o ai giocattoli. Si tratta di un mercato globale, anche se sarebbe più appropriato distinguere più nicchie, in quanto può essere suddiviso in numerosi settori che possiedono spesso protagonisti, caratteristiche e cicli peculiari, molto diversi tra loro. Il mercato dell’Arte può essere definito opaco e non regolare, in quanto da sempre non si conoscono con chiarezza tutte le sue dinamiche.
Negli anni il valore delle opere d’arte ha sempre avuto un graduale aumento e, sin dai suoi albori, è sempre stato un mondo accessibile solo a un esiguo numero di persone, ovvero a coloro che avevano un forte potere d’acquisto e quindi la possibilità di poter acquisire opere di elevato valore godendone personalmente.
La storia ci ha insegnato che durante i periodi d’incertezza economica l’interesse degli investitori si riversa verso i beni tangibili e in particolar modo sulle opere d’arte, sia quelle più classiche sia verso quelle delle varie correnti sviluppate a partire dal dopoguerra (impressionismo, astrattismo, dadaismo). Si può convenire che si scatena un prepotente impulso verso una nuova domanda, più selettiva, in quanto l’arte viene percepita come bene di rifugio.
Il mercato internazionale dell’arte non è rimasto indenne di fronte alle varie crisi economiche del passato, soprattutto quella avvenuta nel 2008. Anch’esso in quel momento di smarrimento è stato colpito, anche se in modo differente dagli altri settori, in quanto questo ambiente ha da sempre caratteristiche molto particolari. In esso investono principalmente privati, collezionisti privati e oggetti individuali. Queste figure, nei momenti di crisi, si focalizzano nella ricerca di opere particolari in cui investire, non mandando quindi mai in crisi il settore.
Diverso è il discorso concernente le opere d’arte di minor valore, si parla di quadri interessanti, ma quotati di meno sul mercato, che non attirano particolare interesse da parte di mercanti d’arte e privati specializzati in opere di alto pregio. Risulta così essere questo il settore dell’arte che risente maggiormente delle crisi economiche.
Si può quindi affermare che questi momenti delicati per l’economia globale, nel corso della storia, hanno avuto un effetto diverso, a seconda del valore e dell’importanza dell’oggetto artistico in questione.
La ricerca di un equilibrio fra i valori economici, artistici e creativi del mercato dell’arte, se pur di difficile attuazione, è da sempre indispensabile per una buona fruizione e valorizzazione artistica. Solo infatti con il raggiungimento di una soglia di economicità si riesce a mantenere viva un’attività culturale protetta e indipendente da condizionamenti politici. Qualsiasi industria culturale ricerca infatti un equilibrio tra diversi obiettivi: quelli di natura estetica, che riguardano l’integrità artistica dei beni o servizi, quelli di natura manageriale, che racchiudono tecniche di marketing e utilizzo di nuove tecnologie per promuovere lo sviluppo quantitativo e qualitativo, ed infine di natura economica per una stabilità socio finanziaria e una gestione equilibrata.
La Cultura del possesso
Il mercato dell’arte è da sempre basato sul culto del possesso, un processo che parte dal desiderio dell’opera fino a giungere al possesso della stessa. Oggi questo approccio si sta lentamente modificando, in quanto si sta assistendo a un mutamento del modo di approcciarsi agli oggetti e ai servizi da parte delle nuove generazioni, sempre meno amanti sia del possedere che dell’arte.
Vi è dunque una scelta da parte del consumatore moderno verso la sola fruizione del prodotto o del servizio, piuttosto che l’acquisto dello stesso. Questo cambiamento di rotta permette di assistere ad un processo di democratizzazione della cultura, intesa in senso vasto, attraverso un ampliamento dei pubblici finali, il tutto favorito inevitabilmente dalle nuove tecnologie.
Oggigiorno ci troviamo in un contesto in cui sono sempre maggiori i bisogni non primari dei consumatori e sempre meno le loro disponibilità economica. Tutto questo porta ad alcune forme alternative di commercio, corrispondenti a dei nuovi modelli di organizzazione civile. Questre strutture economiche seguono le logiche del guadagno attraverso il riuso, l’accesso universale e la condivisione di quei beni “acquisiti” per un godimento “privato”, ma che si rivelano essere risorse produttive di guadagno, in grado di trasformare chiunque nell’imprenditore “delle proprie cose”.
L’Art Sharing
Oggigiorno anche per il mondo dell’arte vale il concetto di condivisione e di comunicazione di emozioni e messaggi. Negli ultimi anni diversi artisti e galleristi sono andati alla ricerca di metodi alternativi per sostenere e mantenere viva la loro arte, anche nei periodi di crisi economiche mondiali. Hanno quindi individuato nella Sharing Economy e nel Crowdfunding dei metodi efficaci per far conoscere la propria arte e ampliare le possibilità di guadagno economico, rivoluzionando completamente il loro mondo e la modalità di proporsi ad un pubblico sempre più ampio.
La Sharing Economy si traduce, nel mondo dell’Arte, come un’opportunità di fruizione di opere, di diverso tipo quali dipinti, fotografie, sculture, installazioni, oggetti di design, ma anche di tutte le diverse forme espressive nel nuovo mondo artistico digitale come Intelligenza Artificiale e Realtà Virtuale.
Tale nuovo concetto lo si può riscontrare e individuare nell’attuale scelta compiuta da numerosi artisti e galleristi di non mantenere nei propri atelier o nelle loro proprietà, le diverse opere d’arte, per una propria gratificazione personale e nell’attesa di possibili acquirenti, ma di utilizzare spazi specifici in cui esporre le opere per un periodo più o meno lungo.
Nel mondo dell’arte due sono le figure protagoniste, da una parte gli artisti, la maggior parte dei quali sono spesso alla continua ricerca di fondi, con lo scopo di finanziare la creazione delle loro opere e nel contempo di gallerie che accettino di esporre i loro lavori; dall’altro gli appassionati benestanti, a cui piace trascorrere il proprio tempo visitando mostre con l’intento di trovare opere interessanti in cui investire il proprio denaro.
A mettere in contatto artisti e acquirenti un tempo erano le gallerie, attraverso la creazione di appositi eventi, oggi, invece, con lo sviluppo delle nuove modalità di micro economie sopra citate, i soggetti interessati hanno numerose nuove possibilità.
Guardando quindi il medesimo fenomeno da una diversa prospettiva, l’Art-sharing può essere definita come un’occasione di guadagno per numerose figure del settore, economico per l’artista, di prestigio o di cultura per la persona interessata ad usufruire temporaneamente dell’opera d’arte. Questa metodologia, infatti, permette di inserire un opera d’arte come arredo in un qualsiasi luogo che voglia essere abbellito, attraverso una soluzione creativa, originale e unica.
A usufruire della bellezza, così, non sarà più solo il neo mecenate, ma tutti coloro che entrano in contatto con quell’ambiente, portando l’opera a essere visionata non più da poche unità, ma anche da centinaia di persone. Questo comporterebbe anche la possibilità di far conoscere, magari per la prima volta, un artista e il suo valore.
La circolarità che ne deriva non può che portare benefici a tutti coloro che partecipano a questa “condivisione culturale”.
Nasce così il concetto di Art Sharing: un sistema che permette a chiunque lo desideri, di usufruire dell’arte, noleggiando con costi contenuti, opere d’arte per un determinato periodo di tempo, settimane o mesi. Inoltre questa logica permette a chiunque di “ruotare” opere e artisti, a seconda dei gusti e delle scelte del momento, così anche da rinnovare continuamente i propri spazi. Questa nuova arte, finalmente accessibile a tutti, permette di valorizzare e rinnovare la propria immagine, personale e/o professionale, o quella della propria azienda, andando a creare un contesto di marketing esperienziale.
Questa operazione può essere compiuta da chiunque, chi gestisce un negozio, un locale, un ufficio o una banca.
Molte delle piattaforme che propongono questo servizio, spesso, danno anche la possibilità di avere una consulenza da parte un Art Dealer per aiutare a scegliere, in base alle esigenze del cliente, le opere d’arte più appropriate da noleggiare e la collocazione migliore per le stesse, con lo scopo di valorizzarle ed esaltarne l’eleganza puntando alla massima visibilità.
Art for rent, Art for lease, Art rental sono solo alcune delle molteplici denominazioni per indicare lo stesso fenomeno, quello dell’applicazione all’arte della Sharing Economy o economia della condivisione, la quale altro non è che un’ulteriore, nonché attuale, manifestazione dell’economia circolare della società.
Non va sottovalutato che da sempre la fruizione dell’arte ha avuto un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo, in quanto va a generare diversi impulsi che, agendo sulla sfera psicologica di ciascun individuo, possono essere canalizzati per ridurre ansia e stress, incrementare il grado di soddisfazione e produttività del beneficiario, andando anche ad aumentare la sua creatività.
L’ambiente lavorativo strutturato usufruendo delle possibilità date dalla Sharing Economy, comporterebbe la creazione di particolari esperienze che si possono trasformare in un fattore di ulteriore stimolo creativo a beneficio dei lavoratori che hanno l’occasione di vivere un’esperienza immersiva tra le opere d’arte.
L’Art Sharing quindi, attraverso il ricorso ad istituti nuovi, come lo sponsoring, oppure tradizionali, tipici e atipici, quali la locazione o il noleggio delle opere d’arte, permette infatti di poter sfruttare la fruizione dei pezzi d’arte a condizioni vantaggiose: i canoni di locazione o di nolo possono partire anche dall’1% del valore dell’opera che ne è oggetto; alla scadenza del contratto è possibile optare per il rinnovo dello stesso o la restituzione dell’opera oppure l’acquisto ad un prezzo che sconti le mensilità già versate. In caso di noleggio, alla disponibilità temporanea del bene artistico afferiscono tutta una serie di servizi, tra cui il trasporto, il montaggio, l’allestimento, il ritiro al termine del periodo concordato.
Recentemente, questo concetto di Art-sharing, pur non facendo parte della tecnologia 2.0, è entrato anche nel radar del settore delle Arti digitali, spinto dalla crescente popolarità delle piattaforme online che utilizzano blockchain per registrare la provenienza, nonché dai mercati online che consentono agli artisti di vendere o di noleggiare direttamente ai collezionisti.
Si potrebbe affermare che questa metodologia non sia un concetto innovativo per le Arti digitali, in quanto questi artisti, dei nuovi media, sono abituati a condividere il proprio lavoro online e a fornire anche codici di uso comune all’interno di comunità e forum open source. Di recente, tuttavia, questo mercato si è sviluppato su alcuni nuovi modelli di business che consentono agli artisti di monetizzare la loro arte e di scambiare edizioni limitate di opere digitali su mercati online basati su blockchain.
In Italia questa tipologia di mercato dell’Arte è ancora molto poco sviluppata e conosciuta. Lì ove presente è considerata solamente come un servizio accessorio, in quanto pochi operatori ne hanno realmente compreso il reale valore, meno ancora sono coloro che investono tempo ed energie per sviluppare questa realtà, in quanto l’attività principale resta solamente quella di galleria.
Quindi se prima il mercato dell’Arte era aperto solo a un ristretto numero di persone facoltose, ora, con l’avvento delle svariate piattaforme di Sharing Economy e Crowdfunding, è alla portata di un numero maggiore di soggetti che possono collezionare e possidere temporaneamente numerose opere d’arte, valorizzando qualsiasi tipologia di spazio senza limiti di tempo. Circondarsi d’arte non è mai stato così semplice.
CAPITOLO TRE: Il caso di studio dell’Art Institute di Chicago
Il museo
Nel 2014 I Travellers’ Choice Awards di TripAdvisor sono stati assegnati all’Art Institute of Chicago come miglior museo del mondo.Tale importante riconoscimento ha premiato la quantità e la qualità delle recensioni nell’arco di 1 anno del museo che, tramite innovazioni esperienziali, è riuscito a soddisfare le nuove condizioni di mercato e le esigenze dei visitatori.La filosofia aziendale dell’Art Insitute of Chicago da quell’anno ha messo al centro dell’ecosistema di gestione i visitatori andando incontro alle loro esigenze e sviluppando un luogo partecipativo, comunitario e condiviso in cui ammirare arte.Questa scelta permette di rivolgersi all’utente con delle soluzioni in linea con la sharing art che come abbiamo potuto affrontare vede la possibilità di libero accesso ai contenuti da parte di tutti.
L’Art Institute of Chicago, uno dei musei d’arte più antichi e grandi degli Stati Uniti, è stato riconosciuto negli anni per i suoi sforzi curatoriali e la popolarità tra i visitatori, portando il museo ad ospitare circa 1,5 milioni di ospiti all’anno con una collezione permanente di quasi 300.000 opere d’arte e 40.000 file scaricabili gratuitamente.Il museo è tra le molte istituzioni che invitano gli appassionati d’arte ad apprezzare il patrimonio culturale attraverso nuovi strumenti digitali come computer o telefoni e la sua collezione di opere comprende progetti di artisti locali e internazionali dei primi e dei tempi moderni.
La ricerca
Un elemento fondamentale del museo è la ricerca, un’attività al centro dell’Art Institute of Chicago che vede la costruzione e la cura delle collezioni, organizzazione di mostre, produzione di pubblicazioni accademiche nei minimi particolari e la presentazione di informazioni nuove e coinvolgenti al pubblico.Sono stati realizzati internamente nel corso degli anni undici dipartimenti curatoriali del museo in collaborazione con i dipartimenti di conservazione e scienza del museo, le biblioteche Ryerson e Burnham e il dipartimento di editoria, la ricerca costituisce la base della reputazione di innovazione e borsa di studio dell’Art Institute. Il dipartimento di coinvolgimento e ricerca accademici è stato costituito nel 2017 per promuovere la ricerca interdisciplinare esplorativa sulle collezioni del museo e per supportare le collaborazioni tra professori, studenti, studiosi, artisti e personale del museo, compresi programmi di borse di studio e iniziative accademiche.Negli anni sono nate inoltre varie partnership con le istituzioni locali, come l’Università di Chicago, la Northwestern University e l’Argonne National Laboratory, che permettono la creazione di opportunità per nuovi sviluppi nella ricerca curatoriale e di conservazione.La sua libreria digitale consente agli utenti di esplorare e scaricare immagini di alta qualità di opere d’arte dalla loro collezione. I visitatori dell’Art Insitute of Chicago possono trovare degli e-journey, dei giornali e altre pubblicazioni digitali nella biblioteca online predisposta e i programmi e servizi sono accessibili a tutti. Il museo inoltre dispone di una gamma di risorse e programmi progettati specificamente per adulti e bambini con disabilità, come assistenza per sedie a rotelle, dispositivi per la mobilità, dispositivi per l’udito, lingua dei segni, tour con guide visive, Touch Gallery. Inoltre, sono organizzati nel corso dell’anno diversi laboratori creativi per tutte le età.Questo caso studio preso in considerazione da molte ricerche e studi nell’ambito della sharing art ha potuto vedere come molti visitatori all’anno che stanno visitando Chicago per affari o per piacere, sono coinvolti con la visita all’Art of Institute per la sua capacità di connessione con la città, inclusione con gruppi sociali e attività nel territorio. Non solo questi sono i visitatori ma anche coloro che accedono ai cataloghi e alla visione delle opere tramite le piattaforme predisposte e gestite dal museo stesso, che anno dopo anno vengono perfezionate per offrire all’utente un’esperienza libera e coinvolgente.
Sviluppo tecnologico Art Sharing
Il team di ingegneri dell’Art Institute of Chicago è altamente collaborativo e creativo. Tutti i membri del team lavorano su progetti molto diversi, dal sito Web principale alle app mobili, dai sistemi bibliotecari ai sistemi di vendita e biglietteria, ma sono tutti allineati sullo stesso obiettivo: fornire l’accesso alle nostre collezioni e alle storie che raccontano in modo ricco, modi dinamici.E’ stato creato un Data Hub per importare i dati da nove diversi sistemi e fornire un’unica fonte per i dati e le relazioni tra questi sistemi. Questa unificazione dei dati è stata una componente essenziale per un funzionamento del sito Web e la creazione di nuovi processi.Negli ultimi anni infatti ha fatto molti tentativi e ha dato vita ad una mappa chiamata User Terrain e Activity-system per analizzare il framework innovativo dell’Art Institute of Chicago ed illustrarne il quadro di innovazione. Ciò ha permesso di valutare le aspirazioni e le esigenze dei visitatori dell’Art Institute of Chicago, rendendo possibile la suddivisione del target in quattro categorie: i visitatori che vogliono conoscere l’arte, ottenere informazioni sulla ricerca artistica, godersi il loro tempo nello spazio artistico e avere interazione sociale in il Museo.In base alla sovrapposizione delle quattro categorie si riscontra che la posizione dell’Art Institute of Chicago è un museo partecipativo e da questa conclusione si utilizza la mappa del sistema di attività per definire una serie di domande che guidano il processo dell’utente.Un altro grande ed ambizioso progetto portato a termine è stato quello della prima API open-data : un mezzo di comunicazione tra i sistemi che è onnipresente oggi. Tale meccanismo consente di cercare articoli e opere d’arte insieme nella ricerca globale del sito Web ufficiale dell’Art Institute of Chicago e di trovare opere d’arte correlate a quelle che è stata visualizzata in precedenza.Sono state introdotte funzioni interessanti e creative, come la possibilità di cercare per colore e di sviluppare un’estensione di Chrome che mostra un’opera d’arte selezionata casualmente ogni volta che si apre una nuova scheda ed è stato generato uno script che mostra opere d’arte utilizzando solo caratteri di testo.Tale API include metadati su oltre 100.000 opere d’arte della collezione del museo, comprese le relazioni tra le opere e risorse come biografie degli artisti, parole chiave e mostre. Questo progetto tecnologico racchiude tutte le informazioni su ogni mostra che è stata ospitata in 140 anni di storia e 20 anni di micrositi, per non parlare dei 1.000 prodotti del negozio, articoli di blog di un decennio fa e testi di pubblicazioni complete.Questo progetto ingegneristico strabiliante non è solo parte integrante del sito Web e un mezzo per la risoluzione creativa dei problemi, ma contiene la quantità più completa di dati resi pubblici da qualsiasi museo del settore. Serve come un archivio di informazioni su tutti gli aspetti della presenza pubblica del museo, inclusa, ma non solo, la grande quantità di informazioni sulle opere d’arte nella nostra collezione. L’utilizzo dell’API aperta, ha dato alle persone al di fuori del museo la possibilità di vivere l’Art Institute of Chicago cin ogni momento, grazie ad Alexa che permette di sfogliare le collezioni e creare dei messaggi di testo che invia all’utente un’opera d’arte dell’Art Institute selezionata casualmente.
Contenuti
50.000 contenuti di proprietà dell’ Art Institute of Chicago sono ad uso gratuito e illimitato, parliamo di opere appartenenti a collezioni che sono state ritenute di pubblico dominio o per le quali il museo rinuncia altrimenti a qualsiasi diritto d’autore che potrebbe avere.Tali immagini sono rese disponibili in tutto il mondo sotto la designazione Creative Commons Zero (CC0) e i Termini e condizioni di questo sito Web.Si richiede da parte dei fruitori di includere una didascalia con le riproduzioni delle immagini: Artista. Titolo, Data. L’Istituto d’Arte di Chicago.Qualsiasi immagine può essere utilizzata a patto che presenti l’etichetta “CC0 Public Domain Designation” per qualsiasi scopo, inclusi usi commerciali e non commerciali, gratuitamente e senza ulteriore autorizzazione da parte del museo. Sebbene il museo non sia a conoscenza e non ritenga che tali immagini siano soggette a restrizioni di copyright, è responsabilità esclusiva dell’utente dell’immagine identificare e ottenere le necessarie autorizzazioni di terze parti in quanto l’Art Institute of Chicago non rilascia dichiarazioni o garanzie di alcun tipo in merito alle immagini.
Protocollo IIF
Una delle altre importanti novità all’interno del sistema tecnologico creato dall’Art Institute of Chicago è l’utilizzo dell’IIIF per mostrare l’arte online e sfruttare strumenti di creazione immagine nel mondo virtuale.L’International Image Interoperability Framework (IIIF) è un insieme di specifiche per la funzionalità interoperabile nei repository di immagini digitali. Questo è stato progettato da e per la comunità del patrimonio culturale, e ha permesso il miglioramento dell’accesso degli utenti alle immagini. Un’altra primaria funzione è stata quella di semplificare la creazione di siti Web ricchi di raccolte con funzionalità multimediali avanzate. L’IIIF rappresenta quindi un insieme di standard aperti che consentono un accesso completo ai media digitali da biblioteche, archivi, musei e altre istituzioni culturali di tutto il mondo.Un grande vantaggio per i membri di musei, archivi e biblioteche e ai visitatori del sito Web è quello di avere un’esperienza utente di impareggiabile fluidità e produttività, consentendo loro di visualizzare, condividere, confrontare e manipolare le immagini in modo rapido e semplice. In altre parole, IIIF fornisce ai fruitori una consegna delle immagini in modo molto più veloce e organizzato.Uno dei vantaggi ad esempio per le istituizioni è quello di trovare nuovi usi per le loro immagini, nonché di confrontare e combinare le immagini tra i repository.Una delle features principali è quella dell’ingrandimento che garantisce all’utente la possibilità di confrontare immagini affiancate come mai in un modo innovativo, mantenendo la totale qualità dell’immagine e una resa dei dettagli superiore. Inoltre sempre tramite l’IIF, durante una ricerca, è possibile manipolarli e annotarli secondo necessità.Molti di questi strumenti richiedono un manifest per visualizzare un oggetto. Un manifest è un file che contiene informazioni essenziali su un oggetto, inclusi dettagli come titolo, nome dell’artista e copyright. I manifesti sono forniti dalle singole istituzioni per tutte le opere d’arte di pubblico dominio e si possono individuare all’interno della pagina web in ogni opera d’arte .Offrendo queste immagini e metadati tramite API IIIF, le istituzioni hanno aperto nuovi metodi più accessibili per consentire agli utenti con le loro raccolte. Sempre più sono i siti, gli strumenti, i framework ma anche i videogiochi che supportano gli standard IIIF. Questi strumenti consentono l’esplorazione di immagini di opere d’arte ad alta risoluzione, supportano la narrazione interattiva e facilitano la collaborazione accademica tra le istituzioni.
Progetto di Art Sharing presso l’Art of Institute of Chicago
Questo progetto ha ampliato enormemente la diffusione delle immagini e la fruizione delle stesse dal momento in cui sono state rese disponibili all’interno del sito nella pagina dell’oggetto per ogni opera. Inoltre vi sono anche ulteriori dati tecnici specifici su ogni singola opera d’arte delle collezioni che sono stati resi disponibili al pubblico tramite la creazione di una API pubblica.Le immagini si possono infatti ricercare, in modo semplice ed intuitivo, tramite l’utilizzo di una parola chiave, con la visione dell’elenco completo delle immagini di pubblico dominio disponibili presso l’Art Institute of Chicago oppure utilizzando dei filtri di ricerca avanzati nella pagina Collezione .É stata predisposta inoltre, per una migliore ricerca e visualizzazione dei contenuti, una casella di controllo per visualizzare tutte le opere d’arte di pubblico dominio, perfezionare le ricerche di parole chiave esistenti o combinarle con altri filtri come artista, data e mezzo.L’Art Institute of Chicago offre quindi il singolo download del file immagine per migliaia di opere d’arte di pubblico dominio tramite dei pulsanti di azione che permettono di ingrandire, scaricare il file immagine o condividere l’opera d’arte sui social media.Questo sistema consente di condividere con altri contatti oltre che le opere anche degli stili, delle suggestioni e ha trasformato il museo in un luogo tecnologico in cui condividere arte e creare rete di contatti in cui poterlo fare liberamente. L’accesso a questa collezione non è più limitato agli orari di apertura e chiusura, non esistono le file per entrare o aspettare di fronte ad un quadro per poterlo ammirare senza che una persona davanti a noi ci ostacoli la visuale.Grazie alla sharing art e ai nuovi metodi studiati e creati per migliorare l’esperienza dell’utente le opere d’arte saranno sempre più apprezzabili in modo libero, quando e dove ci fa comodo.
CAPITOLO QUATTRO: La nascita e lo sviluppo del Crowdfunding
Dalla Sharing Economy al Crowdfunding
Nel capitolo precedente abbiamo introdotto il concetto di sharing economy ed abbiamo guardato ad essa come uno de fenomeni più interessanti ed impattatanti del XXI secolo, in grado di portare enormi cambiamenti. Va considerata non solo come una reazione temporanea alla crisi, ma è qualcosa che si propone anche come un vero e proprio ripensamento strutturale delle relazioni tra società ed economia, basato sulla creazione di un legame sociale come fondativo dello scambio economico. L’uomo è per natura un “animale collaborativo” e l’umanità si è evoluta anche sulla base di questo DNA cooperativo. La risposta alla Grande Crisi della quale parlavamo poco fa parte dalla base ed ha trovato nel web, nella rete, nell’inventiva, nell’intelligenza, nell’innovazione e nelle relazioni la scintilla per accendere i valori più profondi dell’economia condivisa. Vivere insieme, creare e produrre insieme, spostarsi insieme, lavorare insieme, situazioni quasi inimmaginabili fino a qualche tempo fa, sono ormai valori condivisi soprattutto dalla generazione dei nativi digitali. Si afferma quindi con la Sharing economy una filosofia di vita completamente nuova, nella quale non esiste il concetto del “mio” e del “tuo”: il consumo individuale diventa consumo collettivo. Ed ecco che con la Sharing Economy si affermano tanti strumenti diversi che permettono all’uomo di “unire le forze” per il bene non solo individuale ma anche collettivo, ritornando a quell’esigenza di unione e collaborazione appartenenti al suo DNA . Uno di questi strumenti è sicuramente il crowdfunding, un mezzo per raccogliere finanziamenti che andremo ad osservare più approfonditamente nel corso di questo capitolo.
Introduzione e definizioni
Il termine crowdfunding, inizialmente tradotto in “finanziamento dal basso”, è un neologismo costituito dall’accostamento di due parole inglesi: “crowd”, che significa “folla”, e “funding”, che significa “finanziamento”. In accordo con l’esperto in innovazione digitale Alessandro Brunello, il Crowdfunding può essere sinteticamente definito come “un processo di collaborazione tra più persone che decidono di stanziare il proprio denaro, in linea di massima piccole somme, per sostenere gli sforzi, i progetti e le visioni di altri privati cittadini, ma anche di aziende, enti e organizzazioni”. “Crowdfunding” si può accostare all’attività di finanziamento di un progetto di qualsiasi tipo, dalla realizzazione di un album musicale alla costruzione di un ospedale. La sua natura è aggettivale: non è quindi un contenuto, ma piuttosto uno strumento. Chi lancia una campagna di crowdfunding promette a chi partecipa delle quote, dei benefit, o ricompense, siano esse digitali oppure materiali. Poiché in italiano “crowd” corrisponde al termine “folla”, nel nostro paese “crowdfunding” è stato tradotto immediatamente come “finanziamento dal basso”, oppure con “finanziamento dalla rete”. Sarebbe più appropriato, invece, parlare di “folk funding”, oppure di “social funding”, ovvero “finanziamento sociale”, dal momento che non stiamo parlando di un finanziamento che arriva all’ideatore del progetto da una moltitudine indistinta di utenti nel web, ma che va inteso piuttosto come la conseguenza di un’attività di networking molto ben sviluppata ed elaborata. “Crowdfunding” è dinamica e strumento assieme, cioè la possibilità per un dato progetto di aggregare e attivare una community dal punto di vista economico. In sostanza, si può affermare che il “Crowdfunding” sia l’accostamento al social networking di una nuova forma di economia: in pratica, al “Mi piace” ed al “Ti seguo”, si è aggiunto il “Ti sostengo”. Il tuo progetto mi piace talmente tanto che non mi limito a diffonderlo e promuoverlo, ma decido di partecipare alla sua messa in atto con un supporto economico. Parlando di “crowdfunding” e delle sue definizioni è sicuramente interessante anche il punto di vista della docente di “Economia e Gestione d’impresa” presso l’”Università della Campania” Filomena Izzo, secondo la quale esistono quattro modelli principali di crowdfunding:- Crowdfunding basato sulla donazione (o Donation Crowdfunding);- Crowdfunding basato sulla ricompensa (o Reward Crowdfunding);- Crowdfunding basato sul prestito (o Lending Crowdfunding);- Crowdfunding basato sull’equità (o Equity Crowdfunding);
L’iniziativa che si basa sulla donazione può essere assimilata ad un modello filantropico, all’interno del quale le donazioni vengono fatte al progetto senza la restituzione di un compenso. L’iniziativa basata sulla ricompensa fornisce incentivi non finanziari ai sostenitori, come ad esempio ringraziamenti ed elogi speciali, merchandising di progetti o accesso ad eventi particolari o esclusivi. In quella basata sul prestito invece, per i finanziatori è previsto il rimborso del loro contributo economico al progetto, a volte con gli interessi. Infine, nell’iniziativa basata sull’equità gli ideatori del progetto condividono i profitti della realizzazione con i finanziatori.
Contesto storico
La pratica del “crowdfunding” rappresenta uno stadio evolutivo del social networking, un processo che dopo aver attraversato una fase “pionieristica” che va indicativamente dal 2006 al 2008 e che fu operata da singoli utenti per lo più inconsapevoli di ciò che stavano facendo, ha vissuto tra il 2009 ed il 2011 circa una sorta di assestamento per entrare dal 2012 in un trend di notevole evoluzione e crescita. Da quel momento, in seguito all’ingresso nell’élite dei social network, i numeri del crowdfunding sono diventati sempre più interessanti e la notiziabilità dell’argomento è definitivamente esplosa. A partire dal 2013, contenuti culturali e di entertainment mainstream, come ad esempio film e serie TV, hanno iniziato a trovare regolarmente i fondi, o almeno parte dei fondi proprio grazie al crowdfunding, all’interno di nuove piattaforme online come “Kickstarter”.
I dati
Per comprendere la rapidità e l’intensità della crescita del fenomeno, basti pensare che secondo il “Massolution Crowdfunding Industry Report” il crowdfunding nel 2012 creò transazioni per circa 2,7 miliardi di dollari e che queste transazioni appena un anno dopo, nel 2013, toccarono i 5 miliardi di dollari. Nel 2015, poi, il numero totale di piattaforme di crowdfunding attive ha raggiunto le 1.250 unità, di cui 600 in Europa e 375 in Nord America. Inoltre, i dati mostrano come nel 2015 l’industria globale del crowdfunding abbia raggiunto un volume di raccolta fondi pari a circa 34 miliardi di dollari.Prima della sua diffusione massiva in tutto il mondo, nel nostro paese il crowdfunding ha iniziato a muovere i primissimi passi all’inizio del 2005, grazie alla piattaforma online “Produzioni dal basso”. La nascita di di piattaforme di crowdfunding italiane ha però raggiunto il suo picco più alto negli anni 2013 e 2014. Una mappa pubblicata nel 2015 sempre dal “Massolution Crowdfunding Industry Report” contava la presenza di 82 piattaforme di crowdfunding.
Applicazioni del Crowdfunding e Case studies
Le primissime campagne di crowdfunding iniziarono per cause sociali, ad esempio da persone che non avevano i mezzi economici per curarsi oppure per ricostruire la propria abitazione in seguito ad uragani o altre catastrofi naturali. Anche numerose associazioni di volontariato, sia con un raggio d’azione internazionale sia a livello di quartiere, hanno iniziato a concentrarsi sulla raccolta di fondi attraverso i propri siti e canali social, focalizzando i loro sforzi dall’offline all’online. Si tratta di pratiche che si sono diffuse molto velocemente, in quanto evidentemente funzionanti, e che ancora oggi costituiscono una parte importante del fenomeno crowdfunding, sia in termini di progetti, sia in termini di transazioni. Il crowdfunding si è affermato anche come risposta alle carenze del welfare e si è poi diffuso in modo trasversale e multidisciplinare in tutti i settori e in diverse classi sociali. Se il bene del singolo è una fetta del bene comune, allora anche la creazione del singolo è una parte della creazione collettiva dell’uomo, oppure di una comunità. Questa creazione, che passa da privata a pubblica, è la tesserina di un grande mosaico che si scopre essere composto da frattali. Se decidiamo di non fermarci alla sua definizione più sintetica e “standard”, possiamo pensare al termine “crowdfunding” come ad una “parola ombrello” in grado di aiutarci nell’identificazione di differenti tendenze, processi e strumenti:
- un crocevia tra nuove forme di economia e social networking;
- la nascita di nuove comunità economiche basate sul finanziamento orizzontale;
- l’attivarsi di community per raggiungere un obiettivo comune;
- l’applicazione di strategie e software che possono permettere a un singolo o a un gruppo di cittadini di trovare i fondi per realizzare un progetto;
Concludiamo quindi questa parte dell’elaborato con una nuova definizione, forse più semplice ma completa: un progetto in crowdfunding mira al coinvolgimento di una community di riferimento cercando di raccogliere, attraverso donazioni ed all’interno di un arco temporale definito, somme di denaro precisamente dichiarate e sufficienti alla realizzazione di quel dato progetto.
Crowdfunding e Arte
Come già accennato in precedenza, una campagna di crowdfunding può riguardare qualsiasi ambito e qualsiasi scopo. La pratica del crowdfunding è stata utilizzata con successo per ricostruire dopo un terremoto, nel giornalismo, per finanziare una campagna elettorale, per girare un film e per realizzare, parzialmente o totalmente, centinaia di migliaia di altri progetti in tutto il globo. Un altro ambito in cui il crowdfunding si è rivelato essere particolarmente efficace è quello artistico-culturale. In particolare nel nostro paese la diffusione di progetti in ambito culturale è estremamente ampia e variata. Più nello specifico, le due tipologie di crowdfunding che abbiamo introdotto come “reward” e come “donation” si prestano bene per sostentare la realizzazione e la diffusione di idee progettuali in ambito culturale e quindi dell’arte, design, moda, musica registrata, spettacoli teatrali, editoria, audiovisivi, videogiochi, reportage, festival, rassegne, restauri, recuperi architettonici, mostre e acquisizioni da parte dei musei.Sono infatti più di uno i casi in cui sono state intraprese campagne di crowdfunding con l’obiettivo di sostenere l’arte e il patrimonio culturale. Nelle prossime righe dell’elaborato, andremo ad osservare 2 casi studio molto interessanti relativi all’utilizzo del crowdfunding nel settore artistico-culturale e, più nello specifico, nel settore museale.
Case Study “PALAZZO MADAMA”
Il primo caso studio in esame riguarda la prima campagna di crowdfunding italiana per l’acquisto di un’opera d’arte, intitolata “Stai con noi e compra un pezzo di storia”.Fu realizzata nel 2013 da Palazzo Madama, edificio storico nel cuore di Torino, nonché sito UNESCO e sede del primo Senato del Regno d’Italia ed aveva l’obiettivo di realizzare una raccolta fondi per riportare a Torino un servizio di porcellane di Meissen appartenuta alla famiglia Taparelli d’Azeglio.Circa un anno prima, nel 2012, il museo ha concordato con la famiglia Meissen e la casa d’asta britannica “Bonhams” l’acquisto del servizio di porcellana prima della vendita all’asta. L’obiettivo della campagna, lanciata a gennaio 2013, era di raccogliere 66.000 sterline entro il 31 marzo 2013. Grazie a questa iniziativa il Palazzo Madama ha raccolto 66.203 euro da 1591 donatori, dei quali 58.944 attraverso il sito web e 7.259 grazie alle varie attività offline. E’ da notare come si tratti di una campagna di crowdfunding basata su ricompense, dal momento che i donatori hanno in seguito ricevuto ricompense di diverso tipo, come ad esempio visite speciali al museo, oppure citazioni tra i riconoscimenti.Il messaggio al centro della campagna si basava sul coinvolgimento della comunità in un processo di valorizzazione della cultura locale e dei valori condivisi. Oltre a questo però, si aggiungono anche una serie di situazioni favorevoli: innanzitutto la ricorrenza del 150° anniversario dell’apertura del Museo Civico di Torino; poi, il ritrovamento del servizio D’Azeglio, dopo moltissimi anni di ricerche; infine, il fatto che il museo non abbia acquistato alcuna opera d’arte dall’inizio della crisi nel 2008.Palazzo Madama ha scelto di realizzare una campagna “Fai da Te” perché non c’erano precedenti esperienze di crowdfunding per i musei e tutte le piattaforme di crowdfunding italiane erano adatte a progetti più piccoli. Per questa scelta è stato di fondamentale importanza il supporto dell’Assessorato alla Valorizzazione del Patrimonio di Torino. Ha messo a disposizione il know-how tecnologico per costruire e gestire la piattaforma.Il contributo iniziale di € 0.000 di Palazzo Madama ha giocato un ruolo fondamentale in termini di trasparenza e partecipazione attiva, perché ha dimostrato ai potenziali donatori il forte impegno del museo nel finanziare il progetto. In altre parole, la certezza del museo di poter acquistare l’opera d’arte ha stimolato il coinvolgimento delle persone nell’iniziativa di crowdfunding.Per quanto riguarda la partecipazione della folla e la costruzione della comunità, è stato fondamentale l’impegno duraturo del museo nell’ascoltare, coinvolgere e conoscere il proprio pubblico. In particolare, dal 2006, anno della riapertura del museo, è stato determinante il forte utilizzo dei social; infatti i picchi delle donazioni corrispondono esattamente ai picchi delle attività sui social network.
Case Study LOUVRE MUSEUM
Un altro caso di studio di successo è rappresentato da Support the Louvre! campagna di crowdfunding lanciata dal Museo del Louvre alla fine del 2010. Si è ispirata all’acquisto di un dipinto di Lucas Cranach, “Les trois Grâces”, considerato un “tesoro nazionale”. Il museo da solo non ha potuto raccogliere l’importo totale (4 milioni di euro) e ha quindi deciso di lanciare una campagna pubblica per i donatori privati, residenti in Francia. Questa campagna è stata ampiamente sponsorizzata dai media a causa della sua natura innovativa: nessuna istituzione culturale aveva pensato prima di fare appello a singole persone. È stato un successo in quanto oltre 7000 utenti privati hanno donato più fondi del necessario (1,5 milioni di euro invece di 1 milione) prima della fine dei tempi previsti per l’operazione.Il Sostieni il Louvre! l’iniziativa è associata a una campagna di crowdfunding basata su ricompense poiché i donatori sono stati menzionati in una bacheca d’oro dei mecenati del Louvre. Inoltre, in base all’importo delle loro donazioni, i donatori sono stati premiati con incentivi, come inviti ad eventi speciali e visite private al museo.Con un tale successo, il Support the Louvre! campagna è diventata un importante evento annuale. Ogni anno, diverse migliaia di donatori privati contribuiscono alla conservazione o all’acquisizione di importanti opere d’arte come la Vittoria alata di Samotracia nel 2013 o il Tavolo Breteuil, noto anche come Tavolo Teschen, nel 2014. Il più recente Sostieni il Louvre! campagna riguarda l’acquisizione della scultura di Cupido di Saly.Grazie alla generosità di oltre 4200 donatori, il Musée du Louvre ha raccolto 60.000 euro. Quest’ultima campagna di donazioni ha dimostrato ancora una volta il forte sostegno del pubblico al Louvre e alla sua missione di salvaguardare, arricchire e trasmettere il patrimonio del Louvre alle generazioni future. A partire dalla seconda campagna è stato realizzato il sito www.tousmecenes.com che ad oggi è un punto di riferimento per tutte le campagne di crowdfunding lanciate dalla fondazione del Louvre.Oltre alle iniziative di crowdfunding, un altro importante strumento costruito per sostenere progetti strategici è il Louvre Endowment Fund. La sua missione è finanziare gli investimenti a lungo termine del museo attraverso l’aiuto di singoli donatori, fondazioni e società. Istituito nel 2009, quindi prima della prima campagna di crowdfunding del Louvre, il Louvre Endowment Fund è un’iniziativa pionieristica nel settore museale francese e offre ai donatori l’opportunità di dare un contributo sostenibile ai progetti museali che ne garantiranno lo sviluppo a lungo termine. I donatori del Fondo di dotazione ricevono vantaggi fiscali vantaggiosi e vantaggi speciali in base all’importo della loro donazione. Inoltre, il Louvre è aperto al feedback dei suoi donatoriIn poche parole, sia le campagne di crowdfunding che il Louvre Endowment Fund possono garantire un’azione sostenibile che trasmetta un ricco patrimonio alle generazioni future e aiuti il Louvre a diventare un forum permanente di dialogo tra diversi utenti.
Questa ricerca ci fa riflettere sul ruolo delle istituzioni culturali, e in particolare del museo, che ha portato avanti l’approccio dell’isolamento e dell’auto-orientamento, deve imparare dalle esperienze di successo dei musei e deve prestare attenzione alla comunità. È necessario sfruttare tutte le potenzialità del web e dei social media, affidandosi a forme narrative in grado di stimolare il coinvolgimento di un pubblico internazionale, parlando attraverso elementi di storytelling quali: l’unicità del patrimonio artistico e culturale o l’innovatività dei progetti creativi. Con l’avvento dei social media, il modello di business museale cambia, dando inizio al museo partecipativo, infatti, il presente studio mostra che le iniziative di successo delle campagne di crowdfunding museale sono caratterizzate dall’adozione di un approccio di fairness stakeholder management.Ovviamente questo processo sta iniziando in molti paesi, come in Italia, deve superare la diffidenza e l’opposizione di chi teme che il nuovo modello museale possa banalizzare le capacità cognitive e formative della museologia tradizionale.I social media in crescita, in un ambiente digitale sempre più ispirato alle logiche del web partecipativo, creano un ambiente ideale per alimentare il processo di collaborazione tra individui che è l’essenza del crowdfunding. Tuttavia, va sottolineato che questo strumento non può essere adottato senza condizioni strategiche e ambientali che consentano l’applicazione della strategia tecnologica con realistiche ambizioni di successo.Riguardo a questi due aspetti (condizioni strategiche e ambientali), la ricerca attuale non analizza gli aspetti organizzativi del museo al fine di attuare una campagna di crowdfunding di successo. Su questo limite di ricerca, ulteriori studi potrebbero concentrarsi sull’effetto della strategia della tecnologia museale a livello organizzativo, utilizzando interviste semi-strutturate con gli stakeholder interni dei musei. Un altro limite di questo studio, che potrà essere indagato in future ricerche, riguarda le condizioni contestuali che rendono possibile l’implementazione di questo nuovo modello museale relazionale.
CONCLUSIONE
Dall’Art Institute of Chicago al Louvre Museum, passando per Palazzo Madama, dalla Sharing Economy al Crowdfunding; ad oggi, l’economia della condivisione si riconosce quale una delle metodologie finanziarie più innovative e funzionali rispetto l’intero panorama socio-culturale contemporaneo. Spazi del tutto collaborativi, contraddistinti da un alto tasso di partecipazione attiva, un’assidua interazione tra quelle che sono le opere, mostre e collezioni di natura fisica e la vasta gamma di devices digitali a nostra disposizione, processi di investimento comunitari – sia lato Creator che Consumer – finalizzati a sostenere la visione e le conseguenti operazioni di un progetto: queste, le voci principali che caratterizzano quella che, oggigiorno, viene definita Art Sharing. Un fenomeno che – a fronte delle attuali dinamiche di mercato, le quali non sempre assicurano una condizione economica concreta ed assodata – ha contribuito a risollevare e, a maggior ragione, rinnovare un’intero settore, quello artistico, che da sempre si presenta visceralmente legato all’architettura culturale e sociale che ci caratterizza.
La suddetta trattazione, dunque, oltre ad aver analizzato gli elementi più rilevanti circa l’economia collaborativa ed una tra le sue più emblematiche varianti, il Crowdfunding, ha evidenziato come, proprio tali metodologie, abbiano consacrato, in linea alla conseguente applicazione in campo artistico, un binomio del tutto rivoluzionario, il quale, a sua volta, ha dato origine ad un nuovo modo di esprimere e pensare l’arte stessa. Evoluzione, quest’ultima, figlia della stessa Rivoluzione Digitale che ha per sempre alterato e modificato il nostro modo di vivere, relazionarsi, apprendere e comunicare. I risvolti di tale mutamento, infatti, discendono da un più vasto processo di trasformazione di cui noi ci innalziamo a veri e propri protagonisti.In linea ai costanti cambiamenti che hanno oramai impattato la nostra quotidianità, infatti, segue l’avvento di una differente prospettiva, la quale, al mero possesso fisico di un bene o servizio, antepone il suo utilizzo, all’esclusione di specifiche dinamiche impone l’aperta condivisione e conoscenza di quest’ultime, facendo dell’informazione il nuovo carburante dell’economia a livello a mondiale.Proprio questa gamma di modificazioni, dunque, ha notevolmente contribuito alla nascita, e al conseguente avvento, di una nuova tipologia di modello finanziario, la Sharing Economy appunto, complice dell’enorme crescita rispetto ai specifici contesti entro cui si è affacciata.
Alla conclusione di tale trattato, quindi, si riconosce possibile conseguire una riflessione di tipo critico circa le diverse peculiarità che contraddistinguono questa innovativa metodologia economica, avviando confronti necessari – tramite i Case Study annessi allo scritto – rispetto, in primo luogo, all’Economia di tipo Tradizionale, più orientata al possesso e, solo successivamente, alle molteplici varianti che costituiscono l’economia della condivisione stessa. Inoltre, grazie alla minuziosa analisi riguardante i notevoli miglioramenti che hanno collaborato a risollevare il mondo dell’Arte, si potrà osservare quanto, questa nuova filosofia della condivisione e della divulgazione – tanto intonata da Tim Berners-Lee già a partire dai primi anni ’90 – si presenti quale un nuovo strumento altamente performante ed efficace, attraverso cui sarà possibile esprimere al meglio quella che è la nostra società, la nostra cultura, la nostra arte.
AUTORI
Andrea Bernardi, 24 anni. Laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, e ora iscritto al corso di Laurea Magistrale in Web Marketing & Digital Communication allo IUSVE di Mestre. Amante dello sport, del mondo cinematografico e da sempre appassionato di Copywriting.
Susanna Vicentini, 22 anni. Laureata in Scienze e Tecniche della comunicazione grafica e multimediale allo IUSVE e attualmente laureanda nel percorso magistrale in Web Marketing & Digital Communication nella medesima università. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli come ispirazione per i nuovi progetti.
Giorgio De Zen, 24 anni. Laureato in “Progettazione e Gestione del Turismo” presso l’Università degli Studi di Padova, attualmente studente magistrale di “Web Marketing e Digital Communication” presso lo IUSVE. La Grafica ed il Web Design sono la mia passione.
Gabriele Pistolato, 22 anni. Laureato in Scienze della grafica e comunicazione presso IUSVE di Mestre, ed ora iscritto al corso di Laurea Magistrale in Web Marketing & Digital Communication. Appassionato di informatica entra nel mondo dei video a 12 anni ed oggi produce video per piccole-medio imprese.
NOTE
Digitale: N. Cappelletti, Digital Caos, Dario Flaccovio Editore srl (2019), Palermo, Italia, pp. 21-23. Tale espressione trae origine dal termine latino digitus (“dito”), inteso come il tratto terminale di una mano e, dunque, quale strumento rudimentale per svolgere azioni di tipo quotidiano; tuttavia, a fronte della della sua transizione in lingua inglese, la locuzione digit (“cifra”) si presenta quale contrapposizione del termine ‘analogico’, andando ad indicare tutto ciò che che viene rappresentato od opera attraverso cifre (quest’ultime – “0-1” – comunemente definite Codice Binario o, più semplicemente Bit, contrazione delle parole inglesi binary digit).
Mercato ‘olistico’: M. P. Favaretto, La Strategia di Comunicazione nell’Era Postdigitale, libreriauniversitaria.it edizioni Webster srl (2013), Padova, Italia, pp. 17-19.
Olismo: S. Maso, Dizionario di Greco Filosofico, Collana La scala e l’album n.7, Mimesis Edizioni (2010), Milano – Udine, Italia, p. 198. Il termine Olismo si riconosce quale una locuzione di origine greca: dall’espressione tò hòlon riassume, al suo interno, il significato di ‘tutto’, ‘intero’. Ad oggi, la definizione di Marketing Olistico è stata coniata da Philip Kotler, padre del Marketing Moderno, all’interno del trattato Il Marketing del Nuovo Millennio.
Citazione capitolo uno: D. Schlagwein, D. Schoder, K. Spindeldreher, Consolidated, Systemic Conceptualization, and definition of the “Sharing Economy”, In Journal of the Association for Information Science and Technology, URL: https://asistdl.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/asi.24300, URL consultato il 12 maggio 2022.
SITOGRAFIA
www.palazzomadamatorino.it/it/eventi-e-mostre/acquista-con-noi-un-pezzo-di-storia
researchleap.com/facilitating-innovation-economy-choice-case-study-research-museum/
artsharing.it/
abc7chicago.com/art-institute-of-chicago-tripadvisor-top-museums/310906/
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