Negli ultimi anni la Sharing Economy è diventata sempre più un argomento di attualità del nostro paese, in particolare a causa delle sue ultime controverse evoluzioni.
Ma cos’è, davvero, la Sharing Economy?

Il termine può tradursi letteralmente con “economia della condivisione“, espressione che vuole delineare un nuovo modello economico improntato sulla condivisione di beni e servizi e, quindi, non più basato sull’acquisto e sulla proprietà, ma sul riuso e sulla condivisione, in cui l’elemento relazionale è fondamentale.
Affermatosi nel 2008, il fenomeno deriva da una serie di cambiamenti avvenuti a causa della crisi economica, l’esaurimento delle risorse, le restrizioni politiche, il propagarsi di internet e la nascita delle community online.

Si tratta di un modello di economia circolare in cui le persone mettono a disposizione competenze, tempo, beni e conoscenze per creare legami, resi possibili grazie all’utilizzo dei nuovi media digitali. Le nuove piattaforme online, infatti, permettono l’interazione non solo tra amici, parenti e vicini, ma anche tra persone completamente estranee, che vivono in luoghi lontani e, pur non conoscendosi, possono condividere l’auto, la bici, la scrivania, il divano. Tutto ciò favorisce il risparmio, la socializzazione e la salvaguardia dell’ambiente, oltre a rappresentare uno strumento decisivo per migliorare sé stessi e la società.

Ma è sempre vero?
Negli ultimi anni sono state identificate diverse economie collaborative: quelle che lo sono per principio, perché generano profitti per l’intera collettività, e altre che, pur assumendo lo stesso termine, con la condivisione non hanno nulla a che fare.

Originariamente il vocabolo era utilizzato per identificare la condivisione peer to peer (P2P), da consumatore a consumatore, in cui la relazione avviene su un piano di assoluta parità dei ruoli e lo scambio si effettua senza intermediari. Ad oggi, invece, sono nate alcune eccezioni, in cui il fornitore del bene o servizio diventa un soggetto professionale che, alla ricerca di un profitto economico, funge da intermediario nello scambio tra consumatori che non si conoscono e che non vengono direttamente a contatto. Tutto ciò va a discapito del reale scopo della Sharing Economy, ovvero la condivisione e lo scambio tra pari.

Non devi, dunque, confondere la Sharing Economy con il Platform Capitalism. Il cosiddetto “capitalismo delle piattaforme”, infatti, non ha nulla a che fare con la condivisione nel senso di uno scambio di beni o servizi senza alcun costo per coloro che ne prendono parte. Si tratta invece di una forma di capitalismo puro e semplice, in cui si paga per i beni e servizi che si ottengono, nulla è gratuito, anche se i costi delle transazioni tendono ad essere inferiori online. Questa riduzione dei costi per l’utente è dovuta al fatto che l’intermediario classico viene eliminato, per essere però sostituito da nuove tipologie di intermediari: i proprietari di piattaforme.

Parliamo dunque del capitalismo di Uber, Airbnb e BlaBlaCar, per fare alcuni esempi noti, piattaforme con tendenze sempre più monopoliste che con le loro app hanno creato uno spazio digitale in cui i fornitori di servizi e gli utenti si incontrano, mentre i proprietari delle piattaforme prendono una percentuale su ogni transazione.
Oltre a trovarlo nell’ambito della Sharing Economy, il capitalismo piattaforma è riscontrabile nei modelli produttivi di Amazon, Google, Facebook, il cui business è dato dalle informazioni che ogni utente lascia dietro di sé nelle sue navigazioni in Rete. Ciascuna di queste imprese, infatti, offre i suoi servizi gratuitamente agli utenti, poiché quello che riceve in cambio sono una moltitudine di dati relativi ai loro gusti, che possono essere venduti alle imprese che fanno pubblicità online per ricavarne enormi profitti (Vecchi B., Il capitalismo delle piattaforme, 2017).

Tornando alla Sharing Economy, negli ultimi anni essa è diventata nota per qualcuno come “Gig Economy“, ovvero “economia dei lavoretti”. Questo perché coloro che offrono il proprio lavoro all’interno di queste piattaforme lo fanno a tempo perso e non vengono considerati come dei veri e propri lavoratori dipendenti. In questo sistema, infatti, vengono meno i classici contratti di lavoro a tempo indeterminato o le prestazioni continuative e si lavora on demand, ovvero solo quando c’è necessità di determinate prestazioni o servizi. Questo nuovo modo di intendere il lavoro comporta, però, una serie di conseguenze in termini di tutele nei confronti dei lavoratori, i quali non possono godere di coperture sociali come indennità di malattia, ferie, contributi pensionistici o garanzie di salario minimo derivanti dalla presenza di un contratto di lavoro.

A differenza della Sharing Economy, che prevede la condivisione di risorse sottoutilizzate, la Gig Economy si basa su un lavoro vero e proprio organizzato dalle piattaforme digitali. Esempi di questa “economia dei lavoretti” sono le consegne a domicilio di cibo in motorino o bicicletta, l’affitto di una camera, l’uso dell’auto privata come taxi su richiesta. Per quanto riguarda quest’ultimo caso, possiamo fare un esempio pratico considerando la differenza tra i servizi di Uber e BlaBlaCar. Con BlaBlaCar una persona che deve compiere un tragitto può offrire un passaggio ad altri utenti a fronte di un pagamento e, anche se non trova nessuno, il viaggio viene comunque effettuato. Con Uber, invece, l’autista compie un determinato tragitto solo perché è pagato appositamente per farlo, senza una condivisione vera e propria di risorse, ed è per questo che viene considerata una forma di Gig Economy.

Si può, dunque, parlare ancora di Sharing Economy?
Fatta eccezione di questi casi, esistono piattaforme realmente interessate alla condivisione, senza secondi fini. Ne sono un esempio i vari siti dedicati al coworking o al social eating.

Il coworking è un nuovo stile lavorativo basato sulla condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, da parte di professionisti che mantengono, però, ognuno la propria attività indipendente. Coloro che partecipano al coworking, infatti, a differenza del tipico ambiente d’ufficio, non sono impiegati nella stessa organizzazione.

Per quanto riguarda il social eating, invece, si tratta di una nuova tendenza che ha preso piede in Europa e che si basa sull’organizzazione di eventi culinari. Al momento dell’iscrizione online alla piattaforma ogni partecipante può scegliere se essere oste, trasformando casa propria in una specie di ristorante in cui accogliere persone sconosciute, o ospite, alla ricerca di nuove amicizie o per provare la cucina locale autentica. Gli ospiti devono contribuire pagando semplicemente una somma, stipulata dall’oste, corrispondente alle spese per la preparazione del pasto. In questo modo è possibile espandere le proprie reti sociali e, nel caso di chi ha preparato la cena, guadagnare un piccolo compenso.

Questi sono solo alcuni casi di condivisione vera e propria, ma ne esistono molti altri.
Quello che ti consiglio è di prestare molta attenzione e distinguere quelle che sono reali forme di collaborazione da quelle che non lo sono. Nella condivisione vera e propria, infatti, lo scambio deve avvenire senza l’obiettivo principale del profitto e, quando c’è un’impresa che fa da intermediario tra consumatori che non si conoscono, non si tratta affatto di condivisione.