Avere tanti amici significa davvero essere meno soli?

“Con l’espressione social network si identifica un servizio informatico on line che permette la realizzazione di reti sociali virtuali. Si tratta di siti internet o tecnologie che consentono agli utenti di condividere contenuti testuali, immagini, video e audio e di interagire tra loro (…) gli utenti non sono solo fruitori, ma anche creatori di contenuti. La rete sociale diventa un ipertesto interattivo tramite cui diffondere pensieri, idee, link e contenuti multimediali.” (Enciclopedia Treccani online)

Come si deduce dalla definizione sopracitata e dalla parola stessa social network, queste piattaforme nascono come mezzi di comunicazione sociale che dovrebbero, seppur in versione digitale, creare più scambi, amici, più affetti insieme a tutti quei benefici tipici di una intensa vita sociale.

Secondo però uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della Pennsylvania (USA) guidati dalla dottoressa Melissa G. Hunt e pubblicato sul Journal of Social and Clinical Psychology, esiste invece uno stretto legame causale tra la quantità di tempo speso sui social network e l’aumento del senso di depressione e solitudine, soprattutto nei giovani ma non solo (Hunt et al, 2018).

Il team della dottoressa Hunt ha condotto la propria ricerca su 143 studenti universitari controllando i tempi di dedizione di quest’ultimi a Facebook, Instagram e Snapchat, considerando come parametro di verifica anche i consumi della batteria del cellulare.  Dopo una settimana di monitoraggio delle normali abitudini degli studenti per quanto riguarda l’uso dei social network, essi sono stati suddivisi su base casuale in due gruppi. Al primo gruppo è stato limitato l’uso dei social network a 10 minuti al giorno per piattaforma per 3 settimane, mentre al secondo gruppo è stata data libertà di scegliere quanto tempo passare sulle piattaforme. Durante le tre settimane della ricerca, nel primo gruppo si è riscontrata una significativa riduzione dei livelli di depressione e solitudine rispetto al primo e al termine dello studio, in entrambi i gruppi si è notata una notevole riduzione di ansia e della cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out) dovuti ai benefici di un aumento dell’autocontrollo riguardo al proprio uso dei social network (Hunt et al, 2018).

Avendo come punto di partenza il lavoro svolto dalla dottoressa Hunt e dal suo team e dai risultati da loro ottenuti, in questo elaborato si vuole partire dalle radici di questo uso scorretto dei social network per portare avanti la tesi per cui l’uso eccessivo di questi mezzi digitali stia contemporaneamente aumentando il numero di amicizie delle persone e alimentando la loro depressione. Si vuole quindi indagare più approfonditamente questo paradosso per cui più tempo passi sui social network per mantenerti in contatto con i tuoi amici, più ti senti solo.

Internet Addiction Disorder (IAD) – il lato oscuro delle comunicazioni sul Web

Il punto di partenza di questo elaborato è sicuramente il disturbo mentale chiamato FOMO. Esso può essere considerato un’evoluzione della cosiddetta IAD (Internet Addiction Disorder), nome datogli dallo studioso Ivan Goldberg che fu il primo nel 1995 a identificare come dipendenza un uso problematico di internet (Casali, 2013). Lo studioso per la prima volta spiega come la rete possa diventare una vera e propria dipendenza nel momento in cui la si usa come unica dimensione comunicativa della propria realtà o come sistema compensatorio ad una realtà poco gratificante (Viganò, 2018). Molti studiosi la classificano come dipendenza senza sostanza che, come tutte le dipendenze, crea problemi nella vita sociale, lavorativa e personale oltre che isolare i soggetti che ne abusano e far sorgere in loro sintomi di astinenza quando ne cessano l’utilizzo (Viganò, 2018).

Al contrario di quanto si possa pensare, questo rischio non riguarderebbe soltanto i giovani o nativi digitali che siamo soliti vedere sempre con il capo chino incollato allo schermo dello smartphone (Zoli, 2018). A dirlo sono stati i risultati ottenuti da un’altra ricerca condotta presso il Centro per la Diagnosi ed il Trattamento dei Disturbi Depressivi della Psichiatria 2 del Sacco di Milano, dove vengono curate solo persone con età superiore ai 18 anni. Durante la ricerca i pazienti presenti nel centro per problemi di ansia o depressione sono stati sottoposti ad un test di screening per il disturbo da dipendenza da internet e il 10%, comprendente anche soggetti over 50, risultò positivo (Zoli, 2018). I valori più allarmanti furono riscontrati tra i giovani ma, nonostante ciò, con questa ricerca si ebbe prova del fatto che anche persone con età superiore a trent’anni possono sviluppare la dipendenza da internet e la FOMO (Zoli, 2018).

Nonostante il lavoro di Goldberg e successivamente anche quello di Kimberly Young che negli stessi anni fornì la stesura dei primi criteri diagnostici e la creazione del primo test di screening per la IAD, oggigiorno nel Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali essa non figura ma viene riconosciuta solo la dipendenza da giochi online (Zoli, 2018).

FOMO – quando la vita altrui crea dipendenza

Negli ultimi decenni e con l’avvento e la diffusione dei social network, la IAD non è solo in continua crescita ma si è evoluta in alcuni soggetti in quella che viene chiamata FOMO. Questo termine deriva dall’espressione inglese fear of missing out e indica la paura di restare senza connessione, di rimanere tagliati fuori (Zoli, 2018). Con l’enorme sviluppo dei social network  e il sopravvento che essi hanno preso sulla nostra vita privata è nata questa nuova forma di ansia sociale (Betti, 2013). Essa incarna perfettamente il tipo di società che vive il nostro secolo (Betti, 2013), ossessionata dalle comunicazioni e per una società del genere non ci può essere paura più grande che rimanere esclusi dagli altri. Questo costante bisogno di rimanere connessi fa nascere nei soggetti affetti da FOMO l’ansia che la vita degli altri sia sempre più interessante della loro (Betti, 2013).  Si insinua così nelle persone la “sensazione d’ansia provata da chi teme di essere privato di qualcosa di importante se non manifesta assiduamente la sua presenza tramite i mezzi di comunicazione e di partecipazione sociale elettronici interattivi” (Enciclopedia Treccani online).

Frequentando assiduamente i social network, in particolar modo Instagram, i soggetti sono portati sempre più a paragonare molteplici aspetti della propria vita con quella degli altri concludendo che la propria è scialba e insignificante (Hunt, 2018 in Zoli 2018). Questo tipo di ansia sociale è sempre esistito ma l’arrivo e la diffusione dei social network lo ha peggiorato sempre di più nei soggetti che ne soffrono che vengono consumati dal bisogno ossessivo di controllare ciò che fanno gli altri (Betti, 2013). In uno studio del centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers (2016) si è dimostrato come un utente medio guardi lo smartphone circa 150 volte al giorno,  ovvero una volta ogni 6 minuti (Betti, 2013). Questa ossessione di essere costantemente connessi con gli altri penalizza non solo la vita sociale delle persone (Betti, 2013) creando come si è visto un crescente senso di solitudine e inadeguatezza, ma anche la vita familiare e l’ambito lavorativo (Regosa, 2013).

In Italia non esistono ancora ricerche sulla FOMO ma le persone che ne soffrono sono comunque molte, ed è molto comune che esprimano il loro disagio su quegli stessi social network che lo creano (Betti, 2013). Soprattutto su Twitter e perlopiù utenti molti giovani condividono post in cui dichiarano di soffrire di tristezza o depressione se trascorrono una serata a casa, soprattutto se si tratta del sabato sera che per chi soffre di FOMO rappresenta una grande fonte di dolore (Betti, 2013).

 

 

Amicizie e Facebook friends sono la stessa cosa?

Ma perché i social network creano questa forte dipendenza? Siamo veramente così profondamente legati ai nostri amici “virtuali” da sentire l’esigenza di controllarli in ogni momento?
Per fare luce su questo bisogna fare un passo indietro e comprendere innanzitutto che tipo di rapporti si possono instaurare in rete.

Il sociologo statunitense Mark Granovetter, padre della Nuova Sociologia Economica individua tre tipologie di legami che si costruiscono in rete: forti, deboli ed assenti. Essendo gli ultimi un tipo di legame che non esiste o non esiste ancora (Miconi, 2018) in rete si potranno costruire principalmente i legami che appartengono alle prime due categorie. I legami forti sono quelli che si creano tra persone che investono molto una sull’altra e la cui relazione dura nel tempo e soprattutto sono coloro che condividono una grande parte della propria vita e delle proprie esperienze al di fuori della rete (Miconi, 2018). I legami deboli invece sono quelli che mettono in contatto diversi gruppi in rete composti da persone che hanno un rapporto più superficiale come quello che ci può essere tra conoscenti e colleghi (Miconi, 2018). A seguito di queste considerazioni e di quelle fatte successivamente da altri studiosi della materia di cui si parlerà tra poco, si può dedurre che i social network aiutano a mantenere principalmente i legami deboli (Miconi, 2018).

Secondo infatti Caroline Haythornthwaite, docente di studi informatici presso la Syracuse University di New York, il numero di legami deboli che una persona è in grado di mantenere attraverso i social network è in continua crescita grazie alla diffusione del web (Miconi, 2018). La studiosa parla di come grazie ai social network un utente abbia l’opportunità di connettersi e creare legami potenzialmente con un numero sempre maggiore di individui (Miconi, 2018) che ella chiama “contatti sociali”. I contatti sociali sono per esempio gli iscritti a Facebook e sono quei legami destinati a rimanere “nascosti” ma che sono facilmente recuperabili grazie ai molteplici strumenti digitali (Miconi, 2018) di cui dispongono oggigiorno gli utenti come e-mail, live chat, strumenti di messaggistica istantanea ecc.

I social media sembrano dunque essere destinati proprio allo scopo di far crescere la rete di relazioni deboli di ciascun utente (Miconi, 2018) perché sono strumenti destinati a portare avanti la pratica sociale denominata social network.
I concetti di networking e social network e la loro distinzione sono stati introdotti per la prima volta da Danah Boyd e Nicole Ellison (2008). Il primo termine si riferisce alla pratica sia online che offline di avvio di nuovi legami e relazioni, mentre il secondo indica una piattaforma digitale dotata di alcune specifiche caratteristiche, le quali secondo le autrici sono raggruppabili in tre costanti che accomunano tutti i siti di social network: la registrazione in un profilo personale, pubblico o semipubblico, la compilazione di una lista di altri utenti con cui restare in contatto e la possibilità di visualizzare e di scorrere la propria lista di amici come anche le liste degli altri (Miconi, 2018).
Al termine dei loro studi le autrici arrivano alla conclusione che raramente i social network sono utilizzati per l’attività di networking e questo fenomeno porta all’ampliamento del numero di tipi di relazioni sul web individuate da Granovetter, aggiungendo ai legami assenti, deboli e forti, i cosiddetti contatti sociali che connettono una persona a tutte le altre presenti sul web e i legami dormienti avviati nella vita off-line ma recuperabili solo attraverso il web e in particolar modo i social network (Miconi, 2018). In seguito a numerose considerazioni di questo tipo da parte di molteplici studiosi, negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sullo studio di due problematiche principali: se il web serva a costruire nuove relazioni o a mantenere quelle esistenti e se la socializzazione su Internet insista maggiormente sui legami forti o su quelli deboli (Miconi, 2018).

La ricerca sul primo problema ha dato risultati che non possono essere considerati univoci, in quanto il numero di ricerche disponibili è in continua crescita e non è possibile analizzarle tutte e quindi arrivare a generalizzazioni conclusive (Miconi, 2018). I risultati, tuttavia, sono coerenti in quanto se si analizza l’uso generale della rete così come viene restituito dalle ricerche, il suo utilizzo per l’avvio di nuove relazioni non è molto diffuso (Miconi, 2018).   È da notare però come le ricerche mostrino anche che l’impiego del web per la ricerca di nuove relazioni fosse molto più comune negli anni Novanta, ovvero prima del successo e della diffusione dei social media (Miconi, 2018).  Per trovare invece una risposta alla seconda problematica è opportuno citare lo studio sulla “forza dei legami di Internet” (Boase et al., 2006 in Miconi, 2018) che mette in luce come gli utenti sul web abbiano lo stesso numero di legami forti dei non utenti, ma un numero maggiore di legami deboli (Miconi, 2018). È importante ricordare che il numero di legami forti è per definizione più basso di quello dei legami deboli in quanto il loro sviluppo non dipende dall’aggiunta di nuovi nodi alla rete di relazioni, ma dalla profondità del legame e dall’impiego di tempo ed energie nervose da parte di entrambe le parti (Miconi, 2018).  Per questo la tesi più diffusa è che il web dal punto di vista della socialità insista su tutte e due i tipi di legami, potenziando l’ampiezza dei legami deboli attraverso il recupero dei rapporti latenti o dormienti e stabilizzando invece nel tempo i legami forti (Miconi, 2018).

Nelle numerose ricerche sul contributo del Web all’esperienza sociale di una persona molti autori hanno fatto riferimento al celebre numero di Dunbar. Il numero individuato dall’antropologo e psicologo britannico fissa a 150 il numero massimo di amici gestibili da una persona (Dunbar 2010 in Miconi, 2018). Un numero che appare molto ampio rispetto alla concezione generale che si ha del concetto di amicizia ma anche molto ristretto rispetto al significato che il termine amico ha assunto negli ultimi anni grazie ai social network, in particolare Facebook (Miconi, 2018). Dunbar fissa il numero a 150 perché sostiene che dato il tempo e l’energia neuronale necessari per mantenere un’amicizia, in aggiunta alle capacità neurologiche dell’uomo e dell’“economia cognitiva delle relazioni” (Miconi, 2018:67) non è verosimile per un individuo mantenere più di 150 amicizie (Miconi, 2018).

Il fatto che Facebook come anche tutte le altre piattaforme dei social network ci permetta di avere diverse centinaia di amici, ci porta alla conclusione che il Web, e in particolar modo i social media, non hanno potenziato o facilitato le capacità di socializzazione delle persone, ma solo che da quando hanno preso il sopravvento sulla nostra vita sociale il termine “amico” ha subito uno sminuimento nel significato (Miconi, 2018). Questo ha portato ad un suo frantumarsi in numerosi significati diversi che non rimandano alla profondità di legame di cui parlava Dunbar ma indicano la semplice presenza in una lista consultabile sui profili degli utenti. Se si va però oltre il numero di amici presenti sul profilo di un utente, si può notare come in realtà i social network presentino gli stessi limiti che caratterizzano i rapporti nel quotidiano, in cui la possibilità di creare nuove relazioni c’è sempre ma, nonostante ciò, non è praticata. Gli studi condotti al riguardo, mostrano infatti come l’80% del tempo che un utente passa sul Web sia utilizzato in realtà per mantenere appena 5 legami con le persone ritenute probabilmente le più importanti (Miconi, 2018).

Considerazioni finali

A seguito di questo ragionamento e dei risultati ottenuti dallo studio condotto dal team di Hunt menzionato all’inizio dell’elaborato, è più facile comprendere perché i social network diano la possibilità di ampliare la propria rete di legami ma essendo questi per la maggior parte di tipo debole, non creino quel senso di appagamento e soddisfazione nei propri utenti. Gli amici non sono visti come persone che aiutano l’individuo a realizzarsi nella propria vita sociale ma come metri di paragone con cui compararsi e su cui avere la meglio. Secondo però la dottoressa Hunt e il suo team una soluzione esiste: limitare il tempo passato sui social media a 30 minuti al giorno. È un tempo brevissimo considerando i risultati dello studio del centro Kleiner Perkins Caufield & Byers citato in precedenza, ma che secondo Hunt e il suo team può portare ad un miglioramento significativo nel benessere degli individui.

 

Bibliografia

  • Hunt M., Marx R., Lipson C., Young J. (2018). No More FOMO: Limiting Social Media Decreases Loneliness and Depression. Journal of Social and Clinical Psychology, 37 (10)
  • Reed P., Bircek N., Osborne L., Viganò C., Truzoli R. (2018). Visual Social Media Use Moderates the Relationship between Initial Problematic Internet Use and Later Narcissism. The Open Psychology Journal, 11
  • Young K., (1998). The relationship between depression and internet addiction. CyberPsychology&Behavior, 1 (1)
  • Casali G., (2016). Tesi di laurea: Così Connessi, Così Distanti. Effetti Della Socialità Virtuale Sulle Relazioni E I Servizi Sociali. Università Ca’ Foscari Venezia
  • Miconi A., (2018). Teorie e pratiche del Web. Bologna: il Mulino

 

Sitografia

 

 

Autrice 

Carolina Valle

Laureata in Comunicazione Interlinguistica Applicata presso l’Università di Trieste, ho sempre avuto una grande passione per le lingue straniere e durante la laurea triennale ho avuto modo di approfondire e perfezionare la conoscenza della lingua inglese e tedesca e di sviluppare una conoscenza base del portoghese e della lingua dei segni italiana. In seguito ad un tirocinio in un’agenzia di comunicazione a Trieste mi sono appassionata anche al mondo del marketing e della comunicazione digitale e vorrei perseguire una carriera come copywriter nell’ambito del food, fashion o make up che sono gli ambiti di cui mi interesso maggiormente.