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La quarantena ha raddoppiato l’utilizzo delle tecnologie: urge ancor di più un periodo di digital detox

Il 2020 verrà per sempre ricordato come l’anno della pandemia e della necessità del cosiddetto “digital detox”. Se infatti il Coronavirus ha costretto le persone a più di due mesi di quarantena forzata e di distanziamento sociale, ha di conseguenza obbligato gran parte della popolazione mondiale ad intensificare l’utilizzo delle tecnologie digitali per mantenersi in contatto con gli altri, per lavorare o solamente per sopperire alla noia. Questo massiccio consumo digitale però ha sollevato definitivamente una questione che provava ad emergere da qualche periodo: le persone hanno bisogno del “digital detox”. Con “digital detox” si intende un periodo di disintossicazione dalle tecnologie, limitandone fortemente l’utilizzo e in certi casi escludendole totalmente dalla propria vita per un periodo. Ma in un momento come questo, dove l’utilizzo del digitale risulta fondamentale per rimanere in contatto con il mondo, ma più in generale, nell’epoca dell’onlife, in cui le persone sono costante connesse in una rete digitale, è davvero possibile attuare il “digital detox”? Possiamo davvero spegnere i nostri device per così tanto tempo, senza far caso a social network, mail, messaggistica e news?

Che cos’è il digital detox: introduzione e definizione

Il concetto di “digital detox” si presta, da diversi anni, a un’analisi piuttosto approfondita tanto del termine preciso quanto delle varie implicazioni e dei collegamenti con la realtà. Cercando di dare una definizione, Inside Marketing fornisce una spiegazione piuttosto definita e precisa. Il sito afferma che si tratta di un’espressione con cui si viene a indicare un periodo di tempo preciso che viene assunto come un vero e proprio allontanamento volontario da ogni social media o da altri ambienti digitali. Per la precisione, l’individuo che decide di “disintossicarsi” dal mondo digitale sceglie di sua spontanea volontà di non utilizzare alcun tipo di device digitale, dallo smartphone al pc, dal tablet fino ad altri dispositivi. Le scelte che spingono ad un comportamento simile possono essere piuttosto diverse e influenzate dal periodo storico in cui si vive, dalla preesistente esperienza digitale che si ha e da molte altre ragioni che verranno spiegate in corso d’opera. In generale, la scelta di applicare il “digital detox” viene motivata dal fatto di voler sanificare, ripulire e abbandonare temporaneamente il rapporto che una persona ha con qualsiasi dispositivo tecnologico. È bene affermare che l’espressione incriminata si presta a interpretazioni di vario genere e può essere analizzata secondo due approcci distinti. Il saggista ed esperto di marketing Alessio Carciofi ha definito chiaramente la situazione digitale, descrivendo con attenzione il fenomeno “digital detox”. Egli afferma che in realtà non si tratta di una vera e propria disintossicazione (termine che si associa solitamente più al mondo della tossicodipendenza che a quello tipicamente digitale) ma di un modo per vivere al meglio la relazione con i device elettronici. È noto infatti che il rapporto che sussiste da diversi anni tra gli individui più giovani (e non solo) e la tecnologia sia davvero molto importante, forse anche pesante in certi frangenti. Noi stessi siamo molto spesso distratti dalle notifiche del nostro smartphone, dal numero spasmodico di mail segnalate da pronte notifiche del nostro pc o dalle varie reazioni dei nostri post sui più diversi social network. Molti ritengono che il “digital detox” si riferisca, forse banalmente, a un semplice spegnimento dei dispositivi e a uno stop improvviso della vita digitale. Il manager Alessio Carciofi offre un’idea radicalmente diversa, proponendo il termine come un’evoluzione della digital transformation. In questo caso entra in gioco la dimensione più educativa e pedagogica del rapporto tra individui e media digitali.

L’uso sociale del web

Prima di ampliare il concetto di “digital detox” è importante capire come le persone arrivano ad incorporare in maniera così quantitativa il digitale nel proprio quotidiano. Il web e le tecnologie digitali si prestano a un utilizzo che può essere piuttosto diversificato in base agli interessi di un determinato individuo e alla costruzione di un certo tipo di identità online. La studiosa Maria Bakardjieva si è spesso interrogata sul concetto di apprendimento dei linguaggi del web e della natura sociale dell’essere umano in riferimento al suo rapporto con il mondo online. L’orientamento di utilizzo delle piattaforme digitali è un argomento centrale e la sociologa individua tre possibili usi: lo “strumentale indifferente”, basato su una scarsa consapevolezza del mezzo e un focus dedicato solo sull’interlocutore; lo “strumentale curioso”, in cui lo strumento viene usato come un mezzo per accedere a possibilità nuove e diverse e infine l’uso “intimo” in cui il device viene percepito come valore in sé e diventa quasi più importante dell’interazione sociale. In tutti questi orientamenti, lo strumento ha sempre un valore, più o meno importante, e condiziona con una certa frequenza l’utente. Ecco che secondo Maria Bakardjieva il web può essere considerato un rimedio ai disagi personali, sociali e intimi di un individuo e può essere in grado di attenuare i problemi della vita di tutti i giorni. È importante però interrogarsi sulle conseguenze di una sovraesposizione mediale che può portare, come conseguenza futura, al “digital detox”.

I diversi approcci del digital detox

Il manager Alessio Carciofi ha riportato nel saggio scritto da lui stesso e intitolato “Digital Detox. Focus & produttività per il manager nell’era delle distrazioni digitalidue diversi approcci con cui è possibile analizzare e studiare il fenomeno. Il primo è un orientamento tipicamente di stampo americano che definisce il “digital detox” come una disconnessione forzata da tutti gli smartphone, i vari device e da qualsiasi altra strumentazione digitale per un periodo di tempo relativamente corto (si parla di qualche giorno e non di un lungo lasso di tempo). Un approccio differente è invece quello mediterraneo che interpreta questa disintossicazione dal mondo digitale come una pausa di riflessione (molto simile al “burnout” a cui molti artisti o content creators si sottopongono nei periodi di crisi). Lo scopo sembra essere quello di riflettere in modo approfondito sui vari strumenti digitali in virtù di trovare un modo per convivere con essi in modo sereno e interessante. È bene precisare che, molto spesso, le aziende utilizzano i social network come uno strumento che crea una dipendenza forte e alle volte invasiva in modo tale che l’utente sia costantemente collegato. Per questo motivo, in situazioni particolarmente stressanti o difficili, come il periodo di quarantena forzata e le varie difficoltà annesse a causa dell’emergenza Coronavirus, molti individui pensano a una disintossicazione dai media digitali come l’assoluta soluzione ai problemi, come se fosse un ritorno a quel passato dalle tinte sempre positive e ormai scomparse dal filo del tempo.

Le influenze del digital detox sulla vita di tutti i giorni

È importante analizzare in profondità i vari problemi che portano gli individui a considerare il “digital detox” come una soluzione. Uno dei più importanti e salienti è la difficoltà di rimanere concentrati su un determinato argomento per un lungo lasso di tempo. Siamo infatti costantemente disturbati e interrotti da una lunghissima serie di notifiche, stimoli audio-visivi di vario genere e da molti altri elementi che alterano pesantemente la capacità umana di focalizzarsi su qualcosa. Ciò si riflette, di conseguenza, soprattutto nel mondo del lavoro, influendo negativamente sulla produttività. Inoltre, l’utente digitale del giorno d’oggi è quasi impossibilitato a non essere attratto da questa moltitudine di immagini e link che non sono solamente presenti sul proprio smartphone o sul pc, ma anche nella propria automobile (basti pensare alle tecnologie voice che negli ultimi anni stanno diffondendosi a macchia d’olio). Si potrebbe pensare che le persone cerchino diversi modi per rilassarsi da questa sovraesposizione mediale e da questo grande insieme di notifiche e messaggi cercando un momento di riposo o di estraniazione. Va precisato, purtroppo, che anche nei momenti di relax sono presenti ugualmente stimoli audio-visivi. È sufficiente pensare a Spotify o alle varie piattaforme di music streaming che, anche durante l’ascolto di una playlist, propongono inserzioni pubblicitarie sull’ultimo singolo online.

Il tempo libero dedicato allo schermo del device

L’Office for National Statistics, centro nazionale inglese che si occupa di indagini statistiche, ha studiato dove e come viene impiegato il tempo libero dai giovani britannici. Le indagini, risalenti al 2015, hanno dimostrato che i giovani trascorrono oltre 14 ore a settimana utilizzando dispositivi elettronici come smartphone, pc, tablet e affini. L’utilizzo dei device elettronici occupa il 35% del tempo ed è curioso notare che, rispetto a quindici anni prima, il tempo libero trascorso a far attività fisica è notevolmente diminuito in modo inversamente proporzionale all’aumento del tempo impegnato dietro uno schermo. In più, l’84% circa degli individui utilizza il web per accedere alle bacheche dei social network e più del 60% usa i portali di networking per il chatting online. I dati, in questo caso, non considerano le ore dedicate allo studio online o all’istruzione somministrata attraverso video online e corsi di vario genere e, per questo motivo, il lasso di tempo passato dietro uno schermo aumenterebbe in modo considerevole. La situazione sembra essere particolarmente complessa e difficilmente risolvibile a breve termine, considerando il fatto che la ricerca risale a ben cinque anni fa ed è logico pensare che le percentuali possano essere più elevate.

Il Digital Report 2020 in Italia

Secondo il Digital Report 2020 dedicato all’Italia, il numero degli utenti connessi a Internet nel Belpaese è aumentato di 1,2 milioni rispetto all’anno precedente, con una crescita del 2,4%. Al gennaio 2020 la penetrazione e diffusione di Internet in Italia era dell’82% ed è significativo il dato di coloro che si dichiarano utenti dei social media. Nel periodo compreso tra aprile 2019 e gennaio 2020, il numero di utenti dei social media si aggira sui 35 milioni ed è aumentato del 6,4% rispetto al periodo precedente aprile 2019, con un plus di 2,1 milioni di persone. In media, 6 ore della propria giornata tipo vengono spese su internet, quasi 2 solamente sui social media e un’ora solamente per usufruire dei servizi di streaming musicale. Tra gli altri dati, Il 92% degli individui guarda vari video sul web, il 34% dichiara di seguire vari blog, più del 50% (che si avvicina quasi al 60%) afferma di ascoltare musica. È singolare notare che nel gennaio 2020, rispetto al precedente semestre, c’è stato un aumento dell’uso delle piattaforme di e-commerce che va dal 15 al 20% in più, a seconda della categoria merceologica di riferimento (dai prodotti elettronici, al fashion, al food & wine fino al settore furniture).

L’atteggiamento che porta alla disintossicazione mediale

Secondo la piattaforma Dscout che studia il rapporto tra individui e i vari schermi dei loro dispositivi, gli esseri umani controllano lo schermo dello smartphone secondo un numero di volte superiore alle diverse centinaia. Il 50% dei giovani appartenenti alla fascia d’età 18-24 anni si alza la notte per controllare lo smartphone e verificare la presenza di notifiche e messaggi. È evidente che gli individui provano una vera e propria dipendenza per i propri device elettronici tanto che questo atteggiamento disturba anche lo stato di sonno. Secondo l’articolo “We’re consuming too much media. It’s time to detox our brains”, il cervello umano è naturalmente predisposto a recepire gli stimoli che cambiano rapidamente. Sembra infatti che tutto provenga da un’evoluzione del meccanismo stimolo-risposta. Molto spesso il fatto di controllare continuamente le notifiche, soprattutto se legate a notizie e news, si unisce alla condizione di controllare e leggere distrattamente ciò che si ha sotto gli occhi, influendo pesantemente sulla capacità di concentrazione, di focus e di elaborazione delle informazioni. Questa condizione si può inoltre collegare alla noia che spesso gli individui provano quando scrollano distrattamente le bacheche dei loro profili nei social network. Per questo motivo si ritiene che una disintossicazione dai social media possa essere l’unica alternativa per tornare a “respirare” e riposare gli occhi e la mente da un continuo bombardamento di stimoli audiovisivi.

Le conseguenze a livello fisico e biologico della sovraesposizione mediale

La sovraesposizione mediale può causare la nascita di alcuni fenomeni particolarmente significativi, soprattutto nei più giovani in quanto questi ultimi sono i maggiori utilizzatori dei vari device. Uno di questi è il cosiddetto “vamping”, ovvero la scelta volontaria di rimanere svegli tutta la notte a utilizzare lo smartphone o il tablet, impegnando le ore destinate altrimenti al sonno per chattare, aggiornare le bacheche dei propri social network o giocare con le più diverse app. Un’altra conseguenza piuttosto significativa viene definita “nomofobia” o FOMO. In altre parole, potrebbe essere riassunto nel timore di perdersi qualcosa di particolarmente significativo; per questo motivo gli individui decidono di vivere la maggioranza del loro tempo connessi al proprio strumento digitale per non perdere alcun dettaglio del proprio cantante preferito, del gruppo di amici o di qualche chat. La ricercatrice Francisca Lopez Torrecillas dell’Università di Granada ha condotto, proprio riguardo la nomofobia, una ricerca sui giovani tra i 18 e 25 anni che soffrono maggiormente di questo particolare fenomeno (non ancora certificato come un disturbo vero e proprio). Secondo la docente, le cause più evidenti sono legate alla bassa autostima degli individui oltre che a problemi vari correlati alle relazioni sociali. Il tutto si palesa con un’evidente stanchezza fisica che inficia pesantemente sullo stato di benessere mentale, che pregiudica tanto gli sforzi nell’ambiente scolastico quanto quelli in ambito lavorativo, come è stato già sottolineato precedentemente.

I fenomeni connessi che possono portare al digital detox

Ci sono anche altri fenomeni che sono connessi alla dipendenza da smartphone che possono portare alla scelta di applicare un periodo di “digital detox”. Uno viene chiamato “ringxiety”, il secondo ha invece il nome di “phubbing”. Il primo è stato riconosciuto negli Stati Uniti come una vera e propria sindrome a seguito di diversi studi britannici e statunitensi. Il problema venne analizzato quasi quindici anni fa, nel 2006 (quindi in un periodo in cui non c’era una sovraesposizione mediale così forte come quella di oggi) da un articolo del New York Times che affermava come un numero sempre crescente di utilizzatori dello smartphone percepissero il “ping” del proprio cellulare senza che fosse realmente avvenuto. Si tratterebbe quindi di un fenomeno psico-acustico che trae la propria origine proprio a causa di un sovra-uso dei dispositivi mediali e dei vari device elettronici. Il secondo fenomeno, il “phubbing”, nasce invece dalla crasi tra “phone” e “snubbing” che, tradotto in italiano, significa “snobbare”. È difatti un fenomeno che l’Università di Kent ha definito come una forma di esclusione sociale volontaria in cui non si ascolta il proprio interlocutore fisico ma si rimane, sia fisicamente che psicologicamente, concentrati sul proprio smartphone. Ciò pregiudica non solo l’attenzione verso chi sta effettivamente parlando con un certo individuo, ma porta a un calo della concentrazione generale in un clima pesantemente “mediato”.

La generazione di iperconnessi ha bisogno del digital detox?

Secondo uno studio della professoressa Jean Twenge dell’Università di San Diego negli Stati Uniti, esiste un gruppo di individui costantemente connessi al mondo digitale, definiti “iperconnessi” o “i-Gen” e può essere considerata una categoria all’intero dei Millennials. La studiosa ha preso in considerazione il comportamento di più di otto milioni di ragazzi americani in circa 40 anni di studi e ha notato che molte esperienze adolescenziali sono radicalmente diverse rispetto a ciò che i giovani facevano negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. La professoressa non si riferisce solamente all’aumento del tempo impiegato su internet, ma anche ad altri motivi quali lo scarso coinvolgimento politico, l’insicurezza di fondo e una crescente tolleranza verso le minoranze di qualsiasi tipo. Essa ha dichiarato che probabilmente la causa principale del cambiamento dell’iGen non è la diffusione globale di Internet, in quanto il fenomeno è iniziato prima e l’avvento degli smartphone è stato solamente un acceleratore della tendenza in questione. Un altro elemento che Jean Twenge considera è la teoria chiamata “Life history” che afferma che un veloce sviluppo del carattere è molto spesso legato alla crescita e maturazione in un ambiente sociale non facile. È bene sottolineare che non ci sono solamente punti negativi: la generazione di iperconnessi sarebbe più abile a superare certi taboo sociali (spesso ingiustificati) e si dimostrerebbe più creativa nella socializzazione, soprattutto quella a breve termine.

Il digital detox può essere una soluzione per il multitasking?

La sovraesposizione online e mediale degli individui è talmente radicata nelle vite dei giovani (e non solo) che sembra difficile poterla sradicare dalle nostre esistenze. Lo sociologo Nicholas Carr ha una posizione piuttosto apocalittica che sottolinea ciò che è stato affermato in precedenza, ovvero che la grande quantità di stimoli in rete non agevola per nulla (anzi, pregiudica) la capacità di concentrazione oltre che la potenzialità di ragionare criticamente e in profondità. Il nostro cervello, secondo il sociologo, ha bisogno di riposo e di ristoro in quanto viene continuamente modificato. Si parla, spesso con accezioni assolutamente positive, della capacità di essere multitasking e riuscire a fare più cose e azioni in contemporanea. Ebbene, Carr propone un’analisi del termine piuttosto singolare e vede il multitasking come qualcosa che genera molti sforzi prolungati nel tempo e non permette un’attenzione complessa su ciò che si sta facendo. Secondo lui il multitasking non starebbe ampliando le conoscenze e le skills degli individui, ma starebbe fortemente pregiudicando le capacità intellettuali delle persone. Ecco che, a questo punto, l’applicazione di un periodo di “digital detox” potrebbe essere una soluzione valida al problema, sebbene Carr non ne parli nello specifico.

Il digital detox è un fenomeno di moda?

Dal momento che il “digital detox” è un argomento che da diversi anni ha una certa salienza nei vari canali mediatici, molti si sono posti l’interrogativo se non fosse solamente un fenomeno di moda. Questo pensiero, peraltro ribadito da molti studiosi e ricercatori, è dovuto al fatto che una totale disintossicazione dai media è praticamente impossibile. Anche alcuni personaggi dello showbiz avevano scelto di scomparire dai social network prendendosi una pausa dai rispettivi profili (basti citare il rapper Kanye West o il cantante inglese Ed Sheeran). In entrambi i casi però le motivazioni sono da imputarsi a scelte di marketing come uno strumento di business che probabilmente non sono da riferirsi ai singoli artisti. La dimensione online è quindi talmente radicata nelle vite degli individui che una totale disintossicazione, come affermato in precedenza, è impossibile a lungo termine, soprattutto in ambito lavorativo. Per questo motivo, si parla spesso di stress lavorativo, anche se alcune grandi aziende stanno elaborando politiche di welfare aziendale per concedere del riposo a chi lavora costantemente davanti a uno schermo. È quasi ironico notare che ci siano alcune app che aiutano proprio a organizzare una personale pausa digitale, la cui più nota sembra essere Headspace.

Le digital detox app

Al giorno d’oggi esistono diverse app che sono riuscite a stabilirsi nelle menti degli utenti come degli strumenti utili per disintossicarsi dal mondo digitale, almeno temporaneamente. La prima è “SPACE – Break Phone Addiction” che viene utilizzata come un’app per il workout fisico. In sostanza, l’utente può scegliere di impostare un programma personalizzato basato sulle proprie abitudini e le proprie consuetudini e l’app si propone di segnalare semplicemente i vari progressi di disintossicazione digitale. La seconda app ha il nome di “Off the Grid – Digital Detox” e viene utilizzata, come suggerisce il nome stesso, per regolare tanto la propria vita offline quando per predisporre quella digitale. Particolarmente utile è la funzione di filtrare le comunicazioni fondamentali e non qualsiasi tipo di notifiche, ping o mail varie. L’ultima applicazione è forse quella più creativa e interessante dal momento che il concept di partenza è incentrato sulla costruzione di una foresta. L’app in questione si chiama “Forest – Stay focused” e anche questa dà la possibilità all’utente di fissare alcuni obiettivi temporali in modo di aumentare la produttività. Gli obiettivi temporali, in questa app, sono organizzati e gestiti come se si stesse costruendo una foresta: in questo modo sia il visual che il concept creativo di partenza si dimostra essere particolare interessante.

Come disintossicarsi dall’uso dei social media?

Negli ultimi anni diverse aziende hanno provveduto a organizzare e pianificare delle vere e proprie vacanze per coloro che si sentono eccessivamente connessi. Esistono infatti i cosiddetti “digital detox hotel” e sono presenti anche in Italia. Molto spesso queste vacanze sono legate a una sorta di eremitismo in quanto si va da baite, rifugi ed eco-resort in cui è vietato tassativamente l’utilizzo dello smartphone e del pc. Lo scopo è dichiaratamente quello di meditare su se stessi e ricercare un’armonia e rilassamento mentale anche con attività prettamente manuali e per qualcuno dimenticate, come la coltivazione o l’allevamento. Come affermato precedentemente, gli app store offrono la possibilità di pianificare la propria pausa digitale spingendo a fare azioni e iniziative che fanno del bene anche all’ambiente secondo le più diverse modalità. Una delle prime app, risalenti al 2014, fu l’app “Tap Project” che, per ogni minuto passato senza utilizzare lo schermo dello smartphone, si occupava di offrire e garantire un giorno intero di acqua pulita per i paesi che ne avevano più bisogno. L’app era stata realizzata da Unicef con la collaborazione anche di brand piuttosto celebri, uno fra tutti “Giorgio Armani Fragrances”. Va comunque precisato che, al netto delle iniziative benefiche sicuramente degne di nota, l’utilizzo di queste particolari app non può essere legato a un vero “digital detox” in quanto comporta comunque l’uso del device elettronico, seppur in misura meno invasiva e più etica rispettabile.

La difficoltà dell’applicazione del digital detox

Durante la quarantena forzata in Italia a causa dell’emergenza Coronavirus, per oltre due mesi tutti noi siamo stati costretti a rimanere a casa, senza poter uscire e per questo abbiamo trascorso molti momenti in intimità, a volte anche fuori dall’ordinario. Non c’è alcun dubbio nell’affermare che questo periodo abbia rivoluzionato le vite di ognuno di noi, non solamente dal punto di vista negativo. Alcuni, soprattutto gli adulti o coloro che sono già immersi nel mondo del lavoro, si sono adeguati alle direttive della propria azienda che imponeva lo smart working. Spesso questo cambio repentino di modalità ha causato diversi problemi e inconvenienti non certo semplici da affrontare. Sappiamo che, ben prima dell’emergenza Coronavirus, gli individui erano costantemente online sia per motivi lavorativi che personali e, dal momento in cui gli italiani sono stati costretti a rimanere a casa, l’utilizzo degli smartphone e dei vari device elettronici è incredibilmente aumentato. Come fare dunque per disintossicarsi da questa vita digitale così imperante anche in un momento in cui siamo forzati a rimanere a casa? Non è neppure un caso che tutti i vari settori merceologici abbiano vissuto un momento di grandissima crisi, ad eccezione di uno solo: l’e-commerce. Dal momento che tutte le attività erano chiuse, solamente il commercio online è riuscito a garantire un servizio relativamente simile alla situazione pre-Covid (nonostante qualche ritardo nelle spedizioni per forza di cose). Va però analizzato un altro fattore, legato indissolubilmente al mondo scolastico. Dal momento che sia insegnanti che studenti sono stati obbligati a rimanere a casa, il Ministero dell’Istruzione ha organizzato con una certa celerità un sistema di insegnamento online tramite videochiamate attraverso varie app, da Zoom a Google Meet, con un’estensione importante anche per il mondo universitario. È logico quindi considerare il fatto che gli studenti sono rimasti per molto più tempo di fronte al pc o allo smartphone sia per seguire le varie lezioni sia per organizzare e gestire i vari lavori di gruppo, strumenti necessari per l’apprendimento. Il tempo di fronte agli schermi è aumentato e le conseguenze portano inevitabilmente a una sovraesposizione mediale (peraltro già presente e verificabile) e ad un aumento dell’utilizzo di vari device elettronici. Non potendo incontrare e vedere di persona i propri amici e amiche e neppure il proprio partner, le chiamate prima e le videochiamate poi sono stati gli unici modi per poter sopperire a questa mancanza fisica. È quindi possibile riposarsi da questo utilizzo così importante dei social media? Forse, in questo periodo così unico nella storia dell’umanità, è particolarmente difficile applicare il “digital detox” per se stessi in quanto le videochiamate sono l’unico metodo per socializzare.

Apocalittici e integrati: cosa ne pensano del digital detox

Dal momento che l’argomento “digital detox” tratta direttamente l’abuso dei vari device elettronici, è bene considerare i due diversi pensieri di partenza che analizzano il rapporto tra esseri umani e tecnologie. Probabilmente definirli “pensieri” non è il termine corretto dal momento che si tratta di due orientamenti di approccio, analisi e definizione della relazione tra individui e media digitali. Ci si sta riferendo agli apocalittici e agli integrati e al possibile pensare che entrambe le categorie possono avere riguardo il “digital detox”. Gli apocalittici vengono descritti come coloro che rifiutano le nuove tecnologie ma non elaborano questo pensiero per pigrizia o per una scelta volontaria “di pancia”. Si tratta di un approccio argomentato e fortemente critico (Umberto Eco nel saggio “Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa” attribuisce loro l’attributo di aristocratici) che non si allinea per nulla all’imperante diffusione delle nuove piattaforme digitali e degli strumenti annessi. Gli integrati sono invece l’opinione opposta, i cosiddetti “moderni”, coloro che si sentono più aperti e aprono alle nuove tendenze tecnologiche. È possibile che gli apocalittici ritengano il “digital detox” come una panacea che arriva forse troppo tardi e che potrebbe essere ormai inutile, mentre gli integrati potrebbero considerare il “digital detox” come una soluzione sì etica, ma temporanea. In entrambi i casi, è logico pensare che il “digital detox” non sia una soluzione definitiva.

Costretti alle videochiamate che non permettono un detox

In questo periodo di quarantena forzata causa Covid-19 le videochiamate, come affermato precedentemente, sono tra gli strumenti più usati dai giovani e non per interfacciarsi con gli altri individui. È opportuno precisare che negli ultimi tre mesi le videochiamate sono state sfruttate in maniera veramente massiccia rispetto a prima e molti hanno deciso di scaricare diverse app incentrate proprio su ciò (da Zoom a Houseparty, da Google Meet a Skype). Molti denunciano una situazione di pesante stanchezza dopo aver avviato le videochiamate con familiari e amici. Alcuni psicologi, in particolare il professor Gian Pietro Petriglieri e Marissa Shuffler, hanno coniato il termine “Zoom Fatigue” (legato alla piattaforma di videochat Zoom) per riferirsi a quel sentimento di stanchezza e di difficoltà nell’affrontare le videochiamate. Secondo gli studiosi, stare di fronte a uno schermo con un’altra persona dall’altra parte è piuttosto faticoso, in quanto le videochiamate richiedono un livello d’attenzione al linguaggio non verbale dell’interlocutore molto più alto rispetto a un’interazione vis-a-vis. Si potrebbe considerare anche tutto il tema dei ritardi di comunicazione, dei problemi tecnici e dei vari errori di connessione che sicuramente peggiorano la situazione e non danno assolutamente tranquillità. Il fatto che le videochiamate siano poi gli unici modi per avere un contatto con l’esterno non fa altro che intensificare la stanchezza psicologica e fisica oltre che aumentare naturalmente il tempo di utilizzo dei dispositivi elettronici.

La fatica delle videochiamate durante il Covid-19

Durante questo periodo di Covid-19 il collegamento continuo con gli altri individui avviene, come sottolineato precedentemente, quasi unicamente tramite le videochiamate. Questi rapporti, per forza di cose, appaiono estremamente mediati e non ci sono grandi alternative, se non le chiamate telefoniche che però non permettono (per definizione) la visione dell’altro. Le videochiamate possono causare una situazione di stress non indifferente, che può portare alla dissonanza cognitiva. La conseguenza più significativamente negativa dell’abuso delle videochiamate online (benché realizzate con uno scopo assolutamente nobile) spesso porta l’utente a non spegnere i device elettronici, ma a continuare a usare lo smartphone, il pc e gli altri strumenti elettronici. Per questo motivo, l’affermazione “come disintossicarti dal tuo smartphone” viene sempre seguita da una risposta vaga ed effettivamente poco chiara, dal momento che è impossibile eseguirla in questo periodo in cui le uniche modalità di contatto sono proprio attraverso le videochiamate con parenti, partners e amici.

L’aumento di utilizzo delle piattaforme online durante il Covid-19

La quarantena forzata a causa della diffusione del virus Covid-19 ha effettivamente aumentato la dipendenza dalla tecnologia degli individui, peraltro già presente? Secondo l’Agenzia Anadolu, la risposta è affermativa in quanto è indiscutibile che l’unico modo, in questo periodo particolare, per rimanere a contatto con il mondo è attraverso le piattaforme digitali. Lo studioso e specialista di social media Deniz Unay ha condotto uno studio in India secondo cui il 75% degli utenti ha trascorso più tempo sui social media durante la quarantena per il Coronavirus. La ricerca ha evidenziato un aumento addirittura dell’87% in più di utilizzo dei device elettronici rispetto al periodo pre-Covid. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, un rapporto McKinsey ha visto che il 64% degli italiani ha aumentato del 62% la fruizione di chat e videogiochi online e oltre il 50% di essi ha usato degli strumenti digitali per l’istruzione. Infine, l’accesso a Facebook tramite desktop da pc è aumentato del 43% rispetto al mese di febbraio 2020, mese in cui l’emergenza Coronavirus non era ancora così sentita in Italia, tanto che ancora non si parlava di quarantena forzata. È da segnalare un aumento del 50% di download del social network TikTok e di un importante aumento di visite (25% in più) sulla piattaforma Twitch, sito di game streaming in voga tra i più giovani e gli appassionati di videogame.

È possibile disattivare l’identità digitale con il digital detox?

Quando si parla di disintossicazione dall’ambiente digitale, si parla idealmente di prendere il profilo di un individuo su un social network e decidere, volontariamente, di eliminarlo per sempre. In questo modo si va a eliminare una parte della nostra identità online, associata ai nostri interessi e alle nostre passioni, che contribuisce a definire noi stessi come persone. Banalmente, anche cancellando tutti i nostri profili (attuando quindi un pesante “digital detox”), non andrebbero più usati i portali e motori di ricerca per cercare qualsiasi cosa, dai tutorial alle ricette online. Benché questo pensiero possa sembrare un sogno utopico, forse proibito, per tutti coloro che si professano apocalittici e non certo integrati, la disintossicazione digitale sembra essere qualcosa di irrealizzabile. In tal caso, dal punto di vista lavorativo, tutti coloro che lavorano tramite le modalità di smart working non riuscirebbero più a eseguire le proprie mansioni. Dal punto di vista delle relazioni sociali e degli affetti, si può intuire che non vedere più, nemmeno tramite le videochiamate, i propri amici, partner e parenti vari, non sia una scelta così facile da attuare per il rischio di perdere il legame affettivo. È opportuno anche affermare che ci sono sempre dei compromessi e dei limiti a decisioni così drastiche come l’eliminazione e cancellazione completa dei propri profili nei social media.

Il risvolto patologico dei media digitali che potrebbe portare al digital detox: il pensiero di Sherry Turkle

La psicologa e sociologa Sherry Turkle fornisce un interessato approccio analitico sul risvolto patologico che i media digitali possono suscitare nelle persone. La questione (o problema) principale in cui si vive al giorno d’oggi è la condizione di “always on”. Si tratta di un sentimento, peraltro piuttosto forte e significativo, di angoscia che gli individui provano quando si sentono costantemente connessi alla rete. Questo disagio si può manifestare attraverso una forma di sovraeccitazione e al contempo di ansia nell’attesa del messaggio o della notifica successiva. Il device elettronico ha quindi un potere talmente forte che porta l’essere umano a trovarsi in una condizione definita “alone together”: si trova collegato ai vari nodi della rete ma è di fatto solo con il suo smartphone. In questo caso, pare quindi che le persone, magari inconsapevolmente, capiscono di trovarsi in una condizione di sovraesposizione mediale e possano ricercare una sorta di disintossicazione da essa. È quindi da chiedersi perché, a questo punto, molti non abbiano deciso di applicare effettivamente un atteggiamento di “digital detox”: i motivi potrebbero imputarsi non solo alla pigrizia, ma anche al fatto che la sensazione di solitudine persisterebbe e forse si intensificherebbe, dal momento che verrebbe fortemente meno il rapporto con gli altri, anche se virtualmente.

L’individualismo in rete può portare al digital detox?

Il sociologo Manuel Castells individua il valore e il ruolo di Internet come un elemento di estrema importanza per la costruzione di un’identità personale. Secondo il sociologo, è proprio online che si viene a formare ciò che viene definito “individualismo in rete”. Castells afferma: “Il ruolo più importante di Internet nella strutturazione delle relazioni sociali è il suo contributo al nuovo modello di socialità basato sul’individualismo. (…) Così non è Internet a creare un modello di individualismo in rete, ma è lo sviluppo di Internet a fornire un supporto materiale adeguato per la diffusione dell’individualismo come forma dominante di socialità. (…) L’individualismo in rete è un modello sociale, non una raccolta di individui isolati.” Il pensiero di Castells giustifica il fatto che applicare il “digital detox”, soprattutto per quanto concerne i più giovani, è un’opera piuttosto complessa. La realizzazione del sé, come afferma Castells, non è quindi qualcosa di collettivo, ma di individuale che coinvolge la collettività. Ad un’analisi superficiale, il “digital detox” potrebbe non essere così difficile da applicare, quindi, ma il tema è più ampio. Internet, infatti, contribuisce allo sviluppo della propria individualità e della propria identità, sia online che offline, e fermare questo “sviluppo” attraverso il “digital detox” potrebbe avere delle conseguenze a livello delle relazioni sociali piuttosto complesse e non positive. Il “digital detox” potrebbe essere visto come un’azione molto forte e non graduale.

Gli individui sono preoccupati della sovraesposizione mediale?

Uno dei più grandi colossi del mondo online, il motore di ricerca Google, ha realizzato un’indagine in Italia su diverse migliaia di persone, cercando di individuare se queste percepiscano il fatto di essere costantemente connessi. È bene precisare che il report in questione abbia riguardato non solo l’Italia, ma anche i principali stati europei. Ebbene, il 19% si ritiene consapevole e preoccupato, al contempo, di far un uso eccessivo della tecnologia. Il mondo scolastico e dell’istruzione sembra essere quello più colpito e sensibile al tema: il 43% si dichiara preoccupato per l’uso improprio dei media digitali da parte dei propri figli. Il report di Google prende in considerazione il concetto di “vamping” e di “phubbing” (già spiegati in precedenza) in quanto il 28% ritiene che l’abitudine di usare il dispositivo digitale delle ore notturne debba essere eliminata. È logico pensare che queste abitudine non sono non comportano conseguenze positive, ma sembrano essere piuttosto difficili da sradicare o essere cambiate nelle abitudini dei più giovani. In questi casi sembra ritornare prepotentemente l’esigenza di un insegnamento sul corretto ed etico uso dei dispositivi digitali, pratica molto discussa e da sempre al centro di numerose discussioni sui valori pedagogici ed educativi.

Le relazioni online sono rinforzate?

Il web è il territorio delle relazioni sociali, ma è effettivamente così? E soprattutto, questa moltitudine di relazioni porta a un momento di saturazione e di stanchezza mentale a causa di un esagerato e massiccio numero di rapporti? Secondo il sociologo Granovetter il web tende a consolidare le relazioni già affermate e avviate e le nuove relazioni non sono così frequenti, a meno che non siano circoscritte ad ambienti specifici come le piattaforme di dating o le chat dei giochi. È logico dedurre che questo tipo di relazioni, in condizioni complesse e singolari come quella scaturita per l’emergenza Covid-19 (e annessa quarantena forzata) intensifica questo tipo di relazioni già esistenti. È bene prendere in considerazione anche il Numero di Dunbar. Si tratta di un numero che indica il numero massimo di persone che possono essere gestite da un singolo utente e secondo lo studioso omonimo sarebbero 150 le relazioni che possono essere gestite.

La ricerca sul digital detox

Nell’agosto 2018 la società di ricerche di mercato Global Web Index ha svolto uno studio su un campione di 4.438 utenti di Internet, di età compresa tra 16 e 64 anni negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per comprendere come agiscono le persone già preoccupate sul loro consumo digitale.
La ricerca ha diviso il proprio pubblico in “Digital Detoxers” (19%) che hanno attuato una disintossicazione digitale completa in un periodo prolungato, “Digital Dieters” (51%) che hanno preso provvedimenti per ridurre il loro tempo trascorso online, ad esempio limitando l’utilizzo prima di coricarsi e infine i “Digitally Comfortable” ovvero coloro i quali non hanno sentito il bisogno di attuare nessun tipo di riduzione nell’utilizzo del digitale. Tra i risultati più interessanti emerge che 7 persone su 10 hanno provato a moderare il loro consumo digitale in qualche modo. Mentre 1 persona su 5 ha attuato un “digital detox” completo con la quasi assenza di utilizzo del digitale per un periodo molto prolungato. Tra chi ha attuato una completa disintossicazione sono emersi alcuni tratti comuni tanto da riuscire a definire un archetipo. Dall’analisi svolta, un tipico profilo è quello di un uomo di 30 anni con un diploma post-laurea, in una posizione manageriale a tempo pieno. Questo mostra come le persone definite come Millennials siano più sensibile a questo argomento e necessitano un maggior distacco dal mondo social probabilmente perché più soggette a numerosi stimoli digitali.

Chi non applica il digital detox come limita l’utilizzo del digitale?

Proseguendo con la ricerca, gli analisti si sono chiesti come coloro che non applicano un completo “digital detox” limitino il loro utilizzo dei media. Sono state rintracciate alcune azioni:

  • Pulizia app: il 37% ha eliminato un’app o un programma nell’ultimo mese;
  • Mini Detox: il 35% fa brevi pause di qualche ora un po’ alla volta;
  • Digital Diet: il 27% ha limitato la propria assunzione digitale alle e-mail o ad altre attività di routine;
  • Notifiche tagliate: il 24% ha disattivato le notifiche o le e-mail;
  • Distanziamento: il 23% ha spostato i propri telefoni fuori dalla propria camera da letto.

Gli intervistati sono risultati meno entusiasti nell’utilizzare quindi soluzioni digitali ai loro problemi con la tecnologia. Solo l’8% aveva scaricato un’app per limitare o monitorare il loro utilizzo, il 9% aveva spento Internet e il 14% aveva eliminato un account o un’app social. I “Digital Detoxer” e le persone che assumono mezzi più moderati per limitare il loro utilizzo hanno le stesse priorità ovvero vogliono trascorrere più tempo con le loro famiglie, prendere parte ad attività offline e concentrarsi sulla propria salute.
Questo a dimostrazione come di fatto sono le relazioni nella vita reale ciò che allontana davvero le persone dagli smartphone più di qualunque altro strumento tecnico.

Le conclusioni della ricerca e…

L’81% del Digital Detoxer hanno definito l’esperienza liberatoria a dispetto del 66% composto dai Digital Dieters (coloro che limitano semplicemente il loro consumo). Sulla base della ricerca quindi la disintossicazione digitale ha funzionato per 8 persone su 10 che l’hanno provata. Il rovescio della medaglia tuttavia ci mostra anche come Il 49% dei “Digital Detoxer” concorda sul fatto che la moderazione del tempo trascorso online lo abbia fatto sentire come se si stesse perdendo qualcosa di importante, rispetto al 40% dei Digital Dieters.
Questa paura, riconosciuta come “FOMO” (Fear of Missing Out) e di cui si è già parlato in precedenza, indica una forma di ansia sociale caratterizzata dal desiderio di rimanere continuamente in contatto con le attività che fanno le altre persone online. Ciò si unisce alla paura di essere esclusi da avvenimenti rilevanti. Spesso questa viene additata come la “malattia del nostro secolo” che caratterizza prettamente il cluster dei millennials. Durante l’analisi di Global Web Index però essa è risultata un’esperienza che molti “Digital Detoxer”, millennials o meno, hanno riconosciuto.

Il digital detox non avverrà mai

Quanto è difficile applicare il “digital detox” adesso, durante l’emergenza Coronavirus (e non solo)? Forse il “digital detox” non avverrà mai. È infatti impossibile, soprattutto in questo periodo, attuare una completa disintossicazione dal mondo digitale e dei social media che duri a lungo termine. Come affermato precedentemente, è possibile staccarsi dallo smartphone, dal pc e dai vari device per un piccolo lasso di tempo, magari anche mensile o giornaliero, ma in un periodo in cui si vive ancora l’emergenza Covid-19 (senza sapere con certezza quando finirà) è logico pensare all’inattuabilità di un completo “rehab tecnologico” del genere. La situazione diventa più intensa se ci si riferisce al mondo del lavoro. Benché diversi settori merceologici si siano messi in questo senso, permettendo ai dipendenti e lavoratori di andare fisicamente sul posto di lavoro, per moltissimi permane ancora lo smart working. Quest’ultima obbliga fisicamente gli individui a lavorare, di fatto, davanti al pc in quanto non tutti possono “godere” di periodi di ferie forzate o, peggio, di periodi di cassa integrazione (non consideriamo coloro che hanno, purtroppo, perso il posto del lavoro a causa dell’influenza Coronavirus e delle sue conseguenze). Ciò può causare un fenomeno piuttosto particolare: il “workaholism”. Si tratta di una patologia che coinvolge le persone che dimostrano avere una più o meno forte dipendenza dal lavoro. Il termine venne coniato per la prima volta dallo studioso Wayne Oates nel 1971, ed è curioso notare che anche questa parola si riferisce al mondo delle dipendenze, similmente a “digital detox”. Si tratta di una crasi tra le parole “work” e “alcoholism” in quanto gli individui dimostrato un atteggiamento di pesante attaccamento, quasi compulsivo e patologico, verso il proprio lavoro e le proprie mansioni, come se fossero dipendenti. L’applicazione di un periodo di “digital detox” potrebbe essere utile per far guarire il workaholic, il quale ha un bisogno quasi incontrollabile di lavorare e le conseguenze possono essere pesantissime, come la compromissione delle relazioni sociali e personali e di un ridimensionamento della propria vita sociale. È ovvio che, in un periodo in cui molti sono costretti al cosiddetto “telelavoro”, il periodo trascorso online aumenti vertiginosamente e ciò non fa altro che aumentare i vari disagi fisici e psicologici che sono stati già sottolineati in corso d’opera.

L’impossibilità del digital detox nel posto di lavoro

Proseguendo con il tema “workaholism”, vanno considerate alcune conseguenze che riguardano l’approccio dell’essere umano con il mondo del lavoro online, tramite smartworking. Questo periodo di telelavoro può compromettere ciò che viene chiamato “work-life balance”, ovvero una oggettiva difficoltà a gestire la sfera privata e la sfera pubblica come se fossero due dimensioni distinte. Essendo costantemente connessi, la salute fisica e, soprattutto, psicologica può portare a momenti di crisi che spesso si legano con il “burnout”. Il “burnout” può essere riassunto come una condizione di stress derivante da un contesto lavorativo che causa un fastidio psicofisico ed emotivo. La sindrome del burnout, un tempo legata quasi esclusivamente alle professioni sanitarie, riguarda solitamente tutti gli impieghi e i lavori che non possono non prescindere da condizioni stressanti di natura, o che obbligano gli individui a caricarsi di una grande mole di responsabilità lavorative. In questo periodo storico, in cui si è quasi obbligati a concentrarsi sul lavoro, spesso non si pensa all’idea di prendersi delle pause dalla vita lavorativa e trovare un modo per rilassarsi. In un momento in cui tutto il mondo, le notizie e gli eventi vanno a mille, sembra impossibile e quasi psicologicamente “sbagliato” fermarsi per respirare un po’ e purtroppo questo pensiero quasi inconscio condiziona l’esistenza di studenti e lavoratori.

La sfera privata e pubblica online: Danah Boyd

Danah Boyd ha studiato il confine che nasce e vive tra la sfera pubblica e quella privata di un determinato individuo. Nella dimensione web, viene a crearsi una nuova definizione di questo spazio. I giovani infatti sono i principali attori sociali di questo cambiamento e il mutamento del paradigma tra le dimensioni online dei social media va a modificare l’intera situazione digitale. Dal momento che la Generazione Z e i Millennials (non consideriamo gli iperconnessi in quanto può considerarsi una sottocategoria degli i-Gen) sono le categorie che più di tutte si trovano immerse negli ambienti digitali, sono coloro che vivono più direttamente le trasformazioni portate dai social media. Le persone percepiscono il proprio ambiente di vita come qualcosa di “sacro”, come se fosse una dimensione da proteggere e inattaccabile. Alcune persone considerano, sempre secondo la sociologa e studiosa Danah Boyd, la dimensione online più privata e personale di quella reale: nel mondo digitale gli individui possono, infatti, coltivare a proprio piacimento l’identità digitale, magari fingendo di essere un’altra persona o un profilo fake. A volte però la socializzazione online, non solamente attraverso app di dating come Tinder o Badoo, appare come uno dei pochi e autentici luoghi di rifugio, soprattutto per chi vive una situazione piuttosto problematica per quanto concerne le relazioni sociali.

Il digital detox non è possibile: siamo costantemente “onlife”

Uno dei concetti più significativi del rapporto tra essere umano e dimensione online è quello che viene definito “onlife”. Dal momento che l’esperienza onlife riunisce insieme la dimensione online e quella della realtà, ci si rende presto conto che la nostra vita non è staccata da ciò che troviamo dall’altra parte dello schermo del nostro pc o smartphone. Nel mondo digitale, le persone hanno effettivamente un potere, ovvero quello di poter scegliere ciò che piace e ciò che non piace, in modo da poter essere indirizzati verso i nostri interessi e le nostre passioni, diventando quindi degli utenti attivi (o prosumer). Se si decidesse di abbandonare completamente e non utilizzare più i vari device digitali ed elettronici, non si avrebbe più la capacità di poter vedere come si comporta la nostra marca di abbigliamento preferito o quali sono gli ultimi aggiornamenti della nostra squadra del cuore. Siamo talmente immersi nella dimensione online che essa fa parte della nostra vita. Attuare una disintossicazione completa è impossibile, non tanto perché non saremmo aggiornati sul decorso del mondo, ma perché non si avrebbe modo di seguire, approfondire e in generale realizzare le nostre passioni. In questo modo, il “digital detox” è una pratica che non può trovare espressione nel mondo contemporaneo, se non per un brevissimo periodo di tempo.

All’alba di un nuovo tutto, con il digital detox all’orizzonte

Questo interrogativo potrebbe avere risposte separata, l’una o l’altra, oppure addirittura entrambe insieme. Durante la quarantena forzata causa Covid-19, la vita è definitivamente cambiata ed è logico pensare che il prossimo futuro vedrà l’attenuamento del virus e la diffusione di un vaccino, ma ci potrebbero essere delle altre conseguenze. Durante questo lasso di tempo, il periodo trascorso online è aumentato vistosamente e basti solamente pensare a tutti gli studenti delle scuole superiori o delle Università che seguono da casa i corsi online e le videolezioni fornite dai diversi istituti formativi. Il saggista, informatico e musicista Jaron Lanier, considerato colui che ha definito con precisione il concetto di virtual reality e ha analizzato con puntualità la situazione dei media digitali, ha affermato che già da qualche anno l’essere umano si trova “all’alba di un nuovo tutto”. Lanier non poteva aver previsto la venuta di un virus in scala mondiale che aumentasse ancor di più il legame tra la persona e il proprio smartphone (o schermo di dir si voglia), ma sicuramente oggi moltissimi hanno compreso l’importanza del mondo digitale nelle nostre vite come una dimensione non più “staccata” o solamente per i giovani fissati solo con il cellulare, ma utile per molti settori. L’elemento da considerare è sempre il concetto di abuso che può creare, come è stato sottolineato in corso d’opera, una dipendenza dai media digitali difficile da ridurre, neppure con un forte “digital detox”.

Sindrome della dipendenza dalla rete prima del digital detox

Per quanto concerne il rapporto strettissimo che lega gli individui alla rete, è bene citare lo psichiatra Ivan Goldberg che già a metà degli anni Novanta aveva parlato di “sindrome della dipendenza dalla rete” (in inglese Internet Addiction Disorder). Oggi la situazione è notevolmente cambiata ed evoluta (o involuta, a seconda dei punti di vista) e ha portato alla nascita di una società online che vede il like come un elemento imprescindibile. Anche se il concetto di like è forse un elemento di secondaria importanza, in quanto andrebbero prima considerati i vari sintomi caratteristici della sindrome suddetta. Secondo Ivan Goldberg si verifica chiaramente una dipendenza dalla rete quando si sente il bisogno di trascorrere in rete un tempo sempre più alto, riducendo l’interesse per le varie attività che non siano del web. Oltre a ciò, nel momento in cui il costante attaccamento online venga meno, la persona può sviluppare ansie e sentimenti ossessivi e sulla soglia della depressione, continuando a rimanere ancorati alla dimensione online pur essendo consapevoli delle conseguenze fisiche e psicologiche. È ovvio che questa situazione potrebbe naturalmente portare a un’applicazione di un periodo di disintossicazione dal mondo digitale, ma non è detto che le conseguenze siano rapide e indolori, dal momento che potrebbero ripresentarsi ansie, agitazioni e dolori anche fisiche.

La prospettiva del film “Disconnect

A questo punto è interessante riflettere sulle conseguenze di una situazione così imperante nella società contemporanea e la cinematografia può dare valide opportunità di riflessione. La pellicola “Disconnect” del 2012 è incentrata non sul “digital detox”, ma sulla dipendenza dal mondo digitale e sull’impossibilità, come dice il titolo, di disconnettersi. Senza dilungarsi eccessivamente sulla trama che verte principalmente sul genere thriller e drammatico, tratta il tema del fatto che i vari personaggi si trovi invischiati in diverse situazioni estremamente complesse e pericolose ambientate nel mondo online delle videochat, su Facebook Messenger e che tocca anche tematiche quali il cyberbullismo e la difficoltà di gestire le emozioni. La pellicola, oltre a indagare sulla tecnologia del giorno d’oggi e delle sue conseguenze più negative e difficili, si incentra anche su un concetto che si avvicina molto alla sociologia dei new media, ovvero la consapevolezza del fatto che gli esseri umani non sono “connessi” con il mondo reale, usando un gioco di parole. Essi, secondo la morale della pellicola, si trovano costantemente nel mondo digitale (costretti o meno dalle circostanze) e ciò porta a conseguenze piuttosto complesse e difficili da risolvere senza amari risvolti.

I tentativi di digital detox dei grandi brand

I grandi brand hanno già iniziato da diversi anni a lavorare nell’ottica di adottare un approccio che si avvicina a un “digital detox”. Nell’ottobre del 2019 Google aveva lanciato sul mercato Paper Phone, una sorta di telefono piuttosto rudimentale che, di fatto, non era uno smartphone. L’idea era basata sul possedere un pezzo di carta stampato, più o meno delle dimensioni di uno smartphone, che contenesse tutte le informazioni necessarie e rilevanti per una giornata. Lo scopo era quello di sostituire, almeno per alcuni scopi, lo smartphone, in modo tale da avere in mano un prodotto molto meno completo di un iPhone, sicuramente meno costoso e completo, ma che riuscisse a garantire molta più serenità a chi lo volesse utilizzare. Ora, è in qualche modo rassicurante pensare che i grandi marchi dell’elettronica (da Apple a Samsung) passando per i vari colossi dell’informatica, del turismo ecc. siano interessati al benessere dei consumatori in modo da contenere l’attuale sovraesposizione mediale. D’altro canto, è anche diffusa la credenza, anche negli ambienti scientifici, che una totale disintossicazione digitale non possa essere positiva e, piuttosto, che possa essere più utile una coesistenza ragionata ed etica del mondo digitale con quello “reale”.

 

Bibliografia

  • CARCIOFI A., Digital Detox. Focus & produttività per il manager nell’era delle distrazioni digitali, Hoepli (2017)
  • BAKARDJIEVA M., Virtual Togetherness: an Everyday-life Perspective, University of Calgary (2003)
  • TWENGE J.M., Iperconnessi, Einaudi (2017)
  • CARR N., The Shallows. What the Internet Is Doing to Our Brains, W. W. Norton & Company (2010)
  • ECO U., Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani (1964)
  • TURKLE S., Insieme ma soli, Einaudi (2012)
  • CASTELLS M., La nascita della società in rete, Bocconi Editore (2014)
  • GRANOVETTER M, La forza dei legami deboli e altri saggi, M. Follis (1998)
  • OATES W., Confessions of a Workaholic. The Facts about Work Addiction (1971)
  • BOYD D., It’s Complicated. The Social Lives of Networked Teens, Yale University Press (2015)
  • LANIER J., L’alba del nuovo tutto. Il futuro della realtà virtuale, Il Saggiatore (2019)

 

Sitografia

 

Autori

Edoardo Brunello

Laureato al corso triennale in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale e diplomato precedentemente al Liceo delle Scienze Umane, nutro una grandissima passione verso il mondo della grafica e della fotografia, ma la mia naturale predisposizione nel mondo della comunicazione riguarda l’elaborazione di tecniche espositive e di presentazione, ambito al quale ho dedicato la mia tesi di laurea. Le mie più grandi passioni sono l’alta cucina e lo sport, in particolare quest’ultimo, che vorrei diventasse il mio ambito lavorativo in ottica comunicativa e di marketing.

Caterina Chinellato

Laureata presso lo IUSVE al corso triennale in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale, interessata al mondo del marketing decido di proseguire con la magistrale in Web Marketing & Digital Communication sempre presso lo IUSVE. Organizzazione, pianificazione, gestione e determinazione sono le quattro parole che mi caratterizzano di più. Sono una persona espansiva e capace di adattarsi alle situazioni in cui mi trovo.

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Dopo la laurea triennale in Comunicazione frequento un corso di Digital Marketing in cui scopro la mia passione per il mondo web e così decido di continuare i miei studi con il Corso di Laurea Magistrale in Web Marketing & Digital Communication. Da un anno curo il marketing e la comunicazione dell’azienda Sidi Sport.

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Dopo il diploma al liceo delle scienze umane opzione economico sociale, mi sono avvicinata al mondo dell’informatica e della comunicazione conseguendo la laurea triennale in Scienze e Tecnologie Multimediali. Il marketing ha sempre suscitato in me grande curiosità, da qui la decisione di proseguire gli studi con la magistrale in Web marketing e digital communication presso IUSVE. Sono una persona curiosa, flessibile e determinata.

Annachiara Dodini

In seguito al conseguimento del diploma al liceo linguistico e alla laurea triennale in Mediazione Linguistica e Culturale presso l’Università di Padova, decido di proseguire gli studi in un ambito totalmente nuovo, intraprendendo il percorso di laurea magistrale in Web Marketing and Digital Communication presso l’Istituto IUSVE.
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Giorgia Domenichini

Studentessa di Web Marketing e Digital communication presso l’università IUSVE di Venezia. Ho conseguito la laurea al corso di Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale nella medesima università dopo il diploma da graphic designer presso un liceo artistico di Padova. Amante del mondo social e del web, nutro una vera propensione per Instagram a cui ambisco conoscere ogni potenzialità. Le mie passioni si ripongono nel mondo dell’arte e della fotografia.

Sara Folegotto

Dopo la laurea triennale in Disegno Industriale conseguita nel 2011 allo IUAV, inizio a lavorare come Press Officer. Nel 2014 apro un negozio specializzato in mobilità elettrica, di cui curo sia vendite e customer care che comunicazione, e nel 2019 mi iscrivo al Corso di Laurea Magistrale in Web Marketing & Digital Communication allo IUSVE per proseguire la mia formazione universitaria.

Giovanni Gabban

Laureato al corso triennale in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale e diplomato precedentemente al Liceo Classico, mi ritengo una persona curiosa e interessata a ciò che riguarda la cultura, la gastronomia nelle più diverse sfaccettature e ogni forma d’arte.