Innamorarsi della propria immagine nel web

Dalla mitologia greca sono giunti fino a noi moltissimi miti, tra i più noti vi è sicuramente la storia di Narciso. Molte sono le versioni riportate della storia del giovane, la cui rovina fu la sua stessa bellezza, tanto travolgente quanto distruggente.

Il mito arriva ai nostri giorni grazie anche all’uso dei termini che derivano dal nome del protagonista quali narcisismo e narcisista. Infatti, il loro significato è direttamente collegato alla storia del giovane. Con narcisismo si intende la tendenza e l’atteggiamento psicologico di chi fa di se stesso, quindi della propria persona, delle proprie qualità fisiche e intellettuali, il centro esclusivo e preminente del proprio interesse e l’oggetto di una compiaciuta ammirazione, mentre resta più o meno indifferente agli altri, di cui ignora o disprezza il valore e le opere. Con il termine narcisista si definisce, invece, una persona vanitosa.

Ma chi era il Narciso al tempo dei greci?

Il giovane dai mille apprezzamenti

Un dettaglio del Narciso di Caravaggio (1597-1599, Galleria Nazionale d’Arte Antica – Palazzo Barberini, Roma)

Secondo la versione più famosa, Narciso nacque dall’unione del dio fluviale Cefiso e della ninfa Liriope. Il giovane era talmente affascinante, tanto pieno di pretendenti quanto di vanità, capace di respingere tutti i corteggiatori. I contendenti condivisero tutti la stessa conclusione: tutti si arresero, a eccezione di Aminia, tanto che Narciso gli donò una spada per uccidersi. Costui obbedì al suo volere, trafiggendosi davanti casa sua, invocando prima gli dei per una giusta vendetta. Questa si compì quando Narciso, contemplando la sua bellezza in una pozza d’acqua, si innamorò perdutamente del suo riflesso. E fu così che, sopraffatto dal pentimento, prese la spada (la stessa donata ad Aminia) e si uccise. Ed è proprio dalla terra bagnata dal suo sangue che nacquero dei fiori bellissimi, dei fiori bianchi e gialli, oggi conosciuti come narcisi. Infatti, il nome greco ‘ναρκάω’ (che significa ‘intorpidisco’), fa riferimento all’odore inebriante degli stessi, come quello stesso stupore con cui Narciso vide la sua immagine per la prima volta.

Ma chi è Narciso al giorno d’oggi?

La costante ricerca di apprezzamenti

Odierno bisogno di controllo della propria immagine

Per definire Narciso nel nostro presente, dobbiamo innanzitutto capire come intendiamo la nostra attuale società. Oggi noi viviamo nella società dell’immagine, che, in più modi, ci costringe ad apparire in maniera costante, a livello superficiale piuttosto che essere a livello interpersonale. Questo apparire è aumentato con l’exploit del mondo digitale: i nativi digitali crescono più narcisi rispetto al passato.

La popolazione tende, in generale, sempre più ad avere atteggiamenti fortemente esibizionistici: la nostra bacheca, da spazio personale, diventa un luogo aperto a tutti, che permette di raccontare chi siamo, ma sempre con superficialità. Conta solo ciò che vuoi (o che sei costretto) a mostrare. Narciso, al giorno d’oggi, sarebbe l’uomo totalmente concentrato sulla propria immagine, nel proprio ego social. Potrebbe essere un esteta, un esperto di photoshop, un influencer, uno youtuber o chiunque pronto ad aggiornare il proprio feed e i propri contenuti.

Il selfie (parola inglese che sostituisce il termine ‘autoscatto’) è la vera ossessione della nostra epoca: questo è il verso simbolo dell’egocentrismo, nient’altro che il simbolo dell’io narcisista, o, forse, nell’accezione più negativa, della solitudine che ciascuno di noi riscuote nella società di massa, quell’incapacità dell’io isolato di mettersi davvero in relazione con gli altri. Il selfie assolve lo scopo di apparire, di comunicare agli altri, anche se attraverso due accezioni che entrano in contrasto tra loro: io sono il e al centro del mio (solitario) mondo.

La dimensione social, l’altra realtà, diventa la sala d’attesa della felicità, della bellezza perenne, dal fascino che non ha tempo, senza scadenza. La condizione da atto privato e riservato, diventa gesto pubblico e di approvazione quanto di apprezzamento. Siamo tutti connessi, tutti on-line, quindi tutti disponibili. La polvere erosiva del tempo passa indenne nel web: siamo sempre tutti belli, seducenti, performanti, attivi, pieni di vita. Le rughe non ci sono, la solitudine non esiste, la noia è cosa d’altro mondo.

Quindi, tra like e condivisioni, i social network sembrano essere gli unici a nutrire l’autostima personale, sembrano rinforzare il narcisismo di chi li utilizza con modalità convulse e compensatorie. Chiunque nella rete può trovare consolazione, approvazione tramite apprezzamenti nei propri caricamenti multimediali.

Che le motivazioni siano il lavoro, lo svago, la ricerca di consenso, il superamento della paura di invecchiare o l’abbattere la solitudine, chiunque utilizza i social network non è più in grado di dividere la propria immagine corporea da quella digitale: quest’ultima deve essere continuamente sostenuta e mantenuta, legando così la persona al mondo della rete per sempre.

Nonostante questa correlazione, si è constatato che è proprio negli ultimi anni le persone si sentono sempre più sole, eppure i social network nascono come strumenti di socializzazione. Da qui il paradosso dei social network: gli strumenti di socializzazione che creano solitudine.

 

I social network e la solitudine

La domanda sorge spontanea: sono i social network a creare solitudine?

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Social Network by Maxpixel

Non c’è una reale catena causa-effetto per poter definire propriamente i social come le cause di questa solitudine. Anche se degli studi psicologici hanno dimostrato la correlazione tra disturbo narcisista e il comportamento nei social network.

Oggi le bacheche di Facebook sono lo strumento ideale per declamare le proprie qualità estetiche. Il profilo Twitter è un elenco di tutti i pensieri che navigano nella testa dell’utente. L’account Instagram è la sua nemesi, una vera e propria composizione egocentrica e digitale di milioni di foto scattate in ogni momento del giorno. Si compie oggi una simbiosi tra il social e la persona in sé.

Narciso, come nel mito, è intorpidito dalla sua unica qualità, dalla sua bellezza, e non è più in grado di distinguere quello che è reale da ciò che non lo è. Si specchia in smartphone, display piatti, per ore e ore, giornate e giornate, senza percepire il confine tra reale e virtuale. Infatti, negli ultimi anni, sono aumentate le ore al giorno spese nei social: nel 2016 si contavano due ore e mezza al giorno di utilizzo di social network (secondo Hootsuite “I trend dei social media nel 2018 – Report annuale Hootsuite sui trend dei social media a livello globale”). Ora, nel 2019, le ore sono aumentate a sei al giorno. Ma, Narciso non è solo: ha una compagnia virtuale di altri due miliardi di persone, compagni che come lui amano la propria immagine e sono calamitate dal loro stesso volto riflesso all’interno della rete.

Narciso ha anche una comunità di follower, dalla cui dispensa e raccoglie consigli. È la star del web, è il tester del nuovo prodotto, è colui che tutti conoscono e apprezzano: crea contenuti inediti, proiezioni digitali di se stesso, che all’apparenza potrebbero sembrano per i propri seguaci, ma sono il modo per ricevere apprezzamenti e lodi, di nuovo per ammirarsi e lodarsi. La rete è l’habitat naturale di Narciso, un posto personalissimo, attivo e condiviso in tempo reale grazie agli hashtag di tendenza: espressione del proprio se digitale, una personalità perfetta e resistente al tempo come nel mito.

Il torpore, dal greco “Narcosis”, è quella condizione che provano tutti coloro che vivono nella rete, nel tentativo di creare crescente consenso sociale, provando a costruirsi un’immagine ineguagliabile, diversa, indifferente al tempo e al mondo reale, distante da ogni imperfezione.

Il mito di Narciso pone le basi per fare un’altra riflessione, quella sul rapporto con gli altri, in particolare sulla relazione di coppia, che si strugge nel suo essere incapace di concentrarsi su un noi, perché il richiamo alla propria bellezza non si esaurisce mai, e, essendo concentrati solo su se stessi, si rimane privi della capacità empatica di entrare in relazione con l’altro.


Ma chi siamo noi oggi?

Indagine tra le immagini corporee o digitali

social network
Vivere relazionandoci tra like e condivisioni

La mancanza di amore è la mancanza stessa di comunicazione. L’attualità di questo mito sta nel rappresentare nel modo già realistico la società attuale, una società esibizionistica: come Narciso si specchiava nell’acqua, l’uomo contemporaneo si specchia nello schermo dei suoi device. Narciso, vuoto ed egocentrico, è metafora della nostra epoca: la conoscenza di se stessi conduce alla morte perché sottende alla conoscenza del nulla che caratterizza essa stessa.

Noi siamo quello ciò che pubblichiamo in rete: il mondo reale oggi è diventato solo una conseguenza. Oggi la copia digitale si sovrappone all’originale, se possiamo ancora parlare di originalità, in un mondo dove tutto può essere copiato con una semplice digitazione da tastiera.

Nell’inversione di ruoli e di spazi, risulta sempre credibile l’immagine social: l’immagine di Narciso è quella di un mito che è storia quanto attualità. Noi siamo i nuovi Narciso 2.0, completamente persi nel nostro stesso riflesso social.

 


L’autore

Mi chiamo Giulia Scattolon, sono una studentessa di 22 anni del corso di laurea magistrale in Web Marketing and Digital Communication allo IUSVE di Mestre. Immersa nel mondo grafico dagli anni delle superiori, sono affascinata dal digital, dalla tecnologia e dagli sport estremi.