Perché punire fisicamente i criminali quando puoi manipolarli, in qualche modo, mentalmente? 

Sin dagli inizi del 1700 si concepisce l’idea che una pena dovesse correggere il criminale e non punirlo.

È anche da questa riflessione che nasce il concetto di Panopticon condiviso da Bentham. L’idea, infatti, è quella di costruire un inflessibile isolamento con l’obiettivo di indurre alla riflessione favorendo il pentimento e l’espiazione piuttosto che incoraggiare una pena capitale. Non c’è più bisogno di utilizzare catene, violenza o brutalità, utilizzate fino ad allora. Il detenuto è obbligato ad interiorizzare ciò che vede, o meglio pensa di vedere, e imparare ad autodisciplinarsi.

Il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham elabora un progetto semplice ma, allo stesso tempo, molto articolato; progetta un edificio che doveva fungere da carcere, in cui ogni detenuto è costantemente osservato grazie alla sua architettura a pianta circolare. L’isolamento dei detenuti, il ristretto numero di guardie, la disposizione equidistante delle celle e l’ipotetico controllo costante da parte delle guardie contribuiscono a favorire una totale riabilitazione del criminale. La sola percezione di un continuo controllo e onniscienza provocata dall’invisibilità del guardiano nella torre centrale di controllo suscita, nel detenuto, l’obbligo morale di rispettare le regole e la disciplina.

Infatti, come afferma Foucault, “ciascun [criminale] è visto, ma non vede”. I detenuti si trovano ad essere intrappolati in un costante stato di estraneità diventando così oggetti di una informazione e mai soggetti di una comunicazione. Il filosofo e sociologo francese afferma, inoltre, che la struttura è formata da:  “tante gabbie, altrettanti piccoli teatri, in cui ogni attore è solo, perfettamente individuabile e costantemente visibile”. Diventa tutto una sorta di palcoscenico in cui i detenuti sono attori che vanno in scena costantemente e sono osservati da spettatori, ossia le guardie.

Possiamo, quindi, dire che il Panopticon colleziona “individualità separate”. Tutti sono accomunati da qualcosa, ovvero dal loro status e dalla loro permanenza nella struttura, ma allo stesso tempo sono diversi, sono separati non solo fisicamente ma anche mentalmente. Fanno parte di un’unica entità ma, allo stesso tempo, tra di loro non sono parte di niente. La nuova struttura penitenziaria si trasforma in un vero e proprio laboratorio sociale in cui l’obiettivo finale è quello di introdurre, nella mente del detenuto, uno stato di continua e cosciente visibilità che porta al corretto e automatico funzionamento del potere all’interno del Panopticon. 

Ormai, questa tipologia di carcere non esiste più fisicamente. Ma esiste ancora il concetto Panopticon? Si può considerare come argomento ancora attuale?

Possiamo dire che noi stessi, adesso, stiamo vivendo in un mondo che ha poteri panoptici in cui la nostra vita è osservata e disponibile a tutti. 

La  procedura di disciplinamento è applicabile, come abbiamo appena visto, alla struttura del Panopticon ma anche a molti altri sistemi, come il web. Infatti, la tecnologia porta ad una maggior visibilità nella vetrina sociale di cui ogni individuo fa parte e accresce sempre più la confusione tra reale e immaginario. Questo pensiero trova forma a partire dal concetto che Vanni Codeluppi, sociologo italiano, definisce “Vetrinizzazione sociale”, ossia un processo che implica spettacolarizzazione e valorizzazione dell’individuo stesso. Vengono coinvolti ambiti come gli affetti, la sessualità e il corpo.  Esso assume il ruolo di vero palcoscenico e diventa uno strumento di persuasione in cui, ormai, tutti noi siamo immersi ma soltanto pochi se ne rendono conto. 

Cosa sta succedendo attorno a noi? Possiamo davvero considerarci liberi in un mondo e in una quotidianità che induce l’uomo a trasformare il suo corpo in una sorta di trasparenza assoluta? 

Viviamo in un mondo in cui siamo costantemente spiati e controllati, in cui pensiamo di essere al sicuro. Abbiamo interiorizzato nelle nostre menti il pensiero che se ci mettiamo a nudo e ci mostriamo al mondo allora la nostra vita sarà per forza interessante per qualcuno. Questo meccanismo accresce la nostra autostima, la nostra voglia di renderci trasparenti senza aver alcun segreto. Questo apparente senso di libertà ci nega di vedere che, in realtà, ci troviamo nella stessa situazione dei detenuti all’interno del Panopticon. Noi, come loro, siamo prigionieri e siamo costantemente controllati e giudicati. Pensiamo di far parte di una comunità, di una società o di un gruppo di persone che hanno in comune qualcosa. Invece, siamo solamente individui che vagano egoisticamente nel mondo del web e delle nuove tecnologie che si sentono legati a qualcuno solamente perché condividono lo stesso stile di vita oppure sono “amici” sui social. Non postiamo, ad esempio, sui social network per condividere un’esperienza con gli altri bensì per mostrarci, dare un senso e una parvenza di vita gioiosa e piena agli occhi degli altri. Il nostro corpo diventa mero strumento di comunicazione in cui l’individuo tenta di definire la sua identità sociale, senza accorgersi che allo stesso tempo sta perdendo frammenti del suo Sé personale. Essere costantemente visibili agli occhi degli altri implica di dover sottostare a regole e leggi universali decise dalla società e che ogni individuo accetta senza ragionare o tenta di ribellarsi. La semplice presenza sui social network implica che sottostiamo alle regole che ci vengono imposte e la nostra possibile assenza da queste piattaforme vengono viste negativamente, come atteggiamenti anticonformisti e di ribellione. La possibile guardia che ci osserva costantemente ci obbliga silenziosamente a non commettere sgarri per paura di essere puniti o allontanati. Noi, come nel Panopticon, siamo rinchiusi in gabbie, anche se invisibili all’occhio, e abbiamo timore di agire per paura delle possibili conseguenze. Abbiamo paura di pensare fuori dagli schemi che regolano i social. 

Foucault afferma che “la visibilità è la trappola” della modernità. Questo concetto è più che reale e possiamo affermare quasi paradossalmente che più noi ci sentiamo liberi di esprimerci e navigare sui social network o su Internet più, in realtà, ci chiudiamo in gabbia. Perdiamo potere sulla nostra privacy. Siamo sempre visibili a qualcuno che noi stessi non possiamo vedere, come i detenuti sono sempre sotto l’osservazione delle guardie e queste ultime si rendono a loro invisibili ma presenti. Bentham afferma che non per forza i guardiani devono essere sempre presenti nelle strutture, ma è necessario che i soggetti detenuti pensino che lo siano e credano di essere sempre sotto osservazione. Non vediamo che quello che ci circonda è solo un frammento della vita e del mondo che ci circonda. Siamo coscienti del fatto che siamo costantemente monitorati e, ad esempio, non capiamo che ciò che ci offre Internet sono risultati frammentati e inclini al nostro pensiero e alla nostra conoscenza. Il web suggerisce di leggere articoli, di navigare siti o accedere ad una banca dati che è incline alle nostre credenze. Ci viene, quindi, spontaneo pensare che la nostra visione del mondo sia quella corretta e che sia l’unica. Questo però non è così. Internet ci conosce e ci “impone” di rafforzare il nostro pensiero in base a quello che ci offre perché pensa che sia di nostro interesse. Ma come fa un algoritmo a sapere cosa ci piace? Cosa stiamo veramente cercando? 

Se solo capiamo di avere un’opinione diversa dalla maggior parte delle persone che ci circondano tendiamo a reprimere questo nostro pensiero per paura di essere rinchiusi nella nostra individualità. C’è qualcosa che ci impedisce di essere noi stessi, qualcosa di più grande e indefinito che continua a controllare le nostre vite e siamo proprio noi a fornire informazioni riguardo al nostro Sè personale.

Proprio come nel Panopticon gli individui sono “snaturalizzati” nel tentativo di portarsi all’autodisciplinamento e alla spersonalizzazione del singolo, sia per quanto riguarda il detenuto sia per l’uomo d’oggi, con l’obiettivo di alimentare la costruzione di un Sè sociale fittizio. Quindi, la possibile presenza di un’entità inverificabile perché inviabile garantisce l’interiorizzazione di una disciplina ferrea.

Luisa Rinaldi, nel suo articolo Controllo e prigione sociali dal Panopticon a oggi afferma: “La consapevolezza di essere imperfetti al di là di ogni possibile perfezionamento e quella di essere imperfetti pur avendo l’obbligo a non esserlo, alimenta un disagio esistenziale profondo, un senso di inadeguatezza rispetto all’altro da sé e rispetto a se stessi che falsa il nostro sguardo su noi stessi rendendolo deluso, umiliato, insoddisfatto”. Siamo noi a decidere chi vogliamo essere e soprattutto come vogliamo essere. Restiamo imperfetti ma liberi? O perfetti e probabilmente prigionieri di quello che è un Panopticon moderno? Privilegiamo il nostro Sé personale o il nostro Sé sociale? Abbiamo paura di agire e di sentirci veramente liberi?

E se le porte delle celle del Panopticon fossero sempre state aperte? Se, per caso, nessuno si fosse accorto perché non si è mai avvicinato a queste per provare ad agire per paura delle guardie? È possibile vivere in un costante Panopticon anche al giorno d’oggi? Io stessa mi rendo conto di farne parte. Dobbiamo capire se vogliamo dare maggior sfogo al nostro Sè personale o al Sè sociale. È necessario stabilire le nostre priorità tenendo conto delle inevitabili conseguenze.