Introduzione

In informatica si definisce algoritmo una sequenza finita di operazioni elementari, eseguibili facilmente da un elaboratore che, a partire da un insieme di dati I (input), produce un altro insieme di dati O (output) che soddisfano un preassegnato insieme di requisiti.”

Questa è la definizione che l’Enciclopedia Treccani fornisce di algoritmo secondo la sua declinazione informatica.

Sarà che il termine deriva dall’appellativo al-Khuwārizmī di un matematico persiano del IX secolo ma personalmente per molti anni è stata una parola che automaticamente mi portava a pensare a qualcosa di complicato, di difficile. In realtà poi ho capito che un algoritmo può essere la cosa più semplice di questo mondo e che ognuno di noi ne applica molteplici nella vita di tutti i giorni.

Tornando alla definizione della Treccani, non è altro che un percorso logico che, dati certi dati di input, ti permette di arrivare ad un output con un numero finito e definito di passaggi, con lo scopo di raggiungere un obiettivo prefissato. Detta in parole ancora più povere è una semplice serie di azioni, come quelle per fare una ricetta. Una ricetta di fatto è un algoritmo. Ecco come tutto diventa più semplice e comprensibile.

Ciò che li ha portati a diventare così importanti e pervasivi è stato quando è nato il bisogno di dover interagire con le macchine che, in quanto tali, non capiscono il nostro linguaggio ma capiscono perfettamente quello logico/matematico. E allora quale miglior modo di interagire con una macchina se non con un algoritmo? Se succede questo, allora fai quello, if this than that: questo è il ragionamento che sta alla base di qualsiasi algoritmo. Fondamentalmente un computer di per sé è “stupido”. La cosa che li rende così efficaci è che hanno la capacità di fare un numero enorme di calcoli  in un brevissimo lasso di tempo. Quindi a partire dal secondo dopoguerra fino ad oggi gli algoritmi sono stati alla base del funzionamento di qualsiasi macchina digitale, dando sostanza a quello che tutti conosciamo come software, ovvero ciò che rende concretamente utili le componenti hardware di un computer.

 

Oggi gli algoritmi hanno assunto una tale importanza da influenzare moltissimi aspetti fondamentali delle nostre vite, come ad esempio che amici abbiamo, cosa acquistiamo, che partner frequentiamo, che politico votiamo, quale nuovo brano ascoltiamo e così via. Questo perché, grazie all’esplosione del digital, hanno invaso qualsiasi campo: da quello finanziario, a quello sportivo, a quello dei motori di ricerca. Dove c’è un software, c’è anche un algoritmo e dove c’è un algoritmo c’è automazione, altra parola chiave di questo mondo.

Diventa chiaro che questi algoritmi da una parte possono risolvere molti problemi, dall’altra ne fanno scaturire tanti altri, soprattutto legati all’etica e all’influenza che hanno su di noi e sulla società. Perché se Donald Trump l’8 novembre 2016 è stato eletto 45esimo presidente degli Stati Uniti è anche e soprattutto grazie ad un algoritmo, quello di Facebook. Se oggi, dopo essere riusciti a debellare gravi patologie, ci sono ancora persone convinte che i vaccini facciano male, è anche grazie ad un algoritmo, quello di Google. Se oggi ci troviamo alle 2 e mezza di notte, con lo smartphone in mano ancora svegli  a guardare “Tutti i gol dell’Italia al mondiale 2006” è colpa di un algoritmo, quello di Youtube. Ce ne sono migliaia di esempi, ma questi sono solo alcuni per dimostrare quanto gli algoritmi abbiano pervaso sia la vita privata dell’individuo quanto quella dell’intera società, in una sorta di dittatura nascosta e silenziosa.

 

Il Panopticon del XXI secolo

Una delle principali caratteristiche degli algoritmi, che li rendono allo stesso tempo così efficaci e potenti è il fatto di essere invisibili. Di fatto sono righe di codice scritte da programmatori nei loro uffici alle quali, nella maggior parte dei casi, non possiamo avere accesso. Usando termini informatici quello che noi non vediamo risiede nel back-end, mentre noi interagiamo esclusivamente con il front-end, ovvero l’interfaccia grafica. Ed è proprio grazie a questa interfaccia che l’utente ha l’impressione di controllare la propria attività sulle piattaforme, di essere lui il fautore delle scelte, di essere lui che decide chi seguire su Instagram o che video guardare su Youtube. La realtà è ben diversa dato che le nostre scelte sono altamente influenzate dall’algoritmo sottostante che lavora e funziona sotto le nostre dita.

Questo fa di noi delle persone rinchiuse in un sistema che ci sorveglia continuamente, senza però sapere di esserlo. Questa finta percezione di libertà e controllo fa si che non esitiamo come utenti a fornire i nostri dati e di conseguenza aumentare il potere della piattaforma in un periodo storico dove sapere è potere.

Per capire meglio lo stato di sorveglianza invisibile in cui ci troviamo non esiste migliore metafora del Panopticon. Si tratta di un progetto architettonico ideato nel 1786 da Jeremy Bentham, un filosofo e giurista inglese, per riorganizzare la distribuzione dei detenuti nelle carceri.

La struttura è composta da un anello esterno in cui sono rinchiusi i detenuti, uno per cella, senza la possibilità di comunicare con l’altro. Ogni cella è perfettamente visibile da una torre centrale, simile ad un faro, all’interno della quale c’è una guardia. La vera differenza è che mentre quest’ultima ha una visuale panoramica a 360 gradi che permette di vedere l’interno delle celle in qualsiasi momento, i detenuti non hanno modo di vedere l’interno della torre e quindi non possono mai sapere se in quel momento sono osservati o meno. Tutto ciò fa si che il detenuto senta di poter essere osservato in ogni momento e di conseguenza disciplini il suo comportamento costantemente. Usando le parole di Michel Foucault, filosofo e sociologo francese del ‘900, il quale si è fatto molto influenzare da questo concetto, si tratta di “tante gabbie, altrettanti piccoli teatri, in cui ogni attore è solo, perfettamente individuabile e costantemente visibile”.

Non è difficile capire come questo tipo di sorveglianza sia molto paragonabile alle nostre esperienze sui social network. Se noi siamo i detenuti,  i nostri smartphone e computer sono il contenitore fisico nel quale metaforicamente siamo imprigionati e che ci mostra di fronte alla torre posta al centro del Panopticon. La torre rappresenta la piattaforma dove risiede l’algoritmo, che non ci è dato vedere ma che ci controlla tutti e ci disciplina.

Ma mentre nel vero Panopticon al detenuto veniva data la possibilità di vedere la torre e quindi il potere aveva una sua rappresentazione fisica e concreta, con le piattaforme digitali la torre sparisce e diventa una sequenza di zeri e uno che esiste solamente nella rete, così come l’algoritmo che la regola. In questo modo il detenuto non ha più l’impressione di essere osservato ma allo stesso tempo disciplina il suo comportamento dato che gli viene preclusa la possibilità di trasgredire alle regole imposte.

Queste regole sono state decise dalla governace della piattaforma e inserite dai programmatori nell’algoritmo sotto forma di codice. In questo modo a nessun detenuto verrà mai in mente di poter evadere per il semplice fatto che non considera se stesso all’interno di una prigione e non si sente per nulla osservato.  Questa sorveglianza è esercitata da enormi nodi della rete (Google, Amazon, Facebook, ecc) i quali creano il loro Panopticon e puntano a non farti uscire. Usando un’altra metafora è come essere in un bellissimo eden recintato, dove inizialmente le mura danno fastidio, poi pian piano non ci accorgiamo neanche che esistano e si finisce per farci l’abitudine.

Di conseguenza cadono i concetti cardine sui quali è stata concepita la rete, libertà e decentralizzazione, dove tutti i nodi hanno lo stesso potere. In realtà internet oramai non coincide più con la libertà, ma è diventato un nuovo mezzo di potere e sorveglianza, ma questa volta su scala globale. 

 

The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You

Ma qual è una delle peggiori conseguenze di questo sistema?

Nel 2010 l’attivista di internet Eli Pariser coniò il termine filter bubble per spiegare come le piattaforme digitali stiano esercitando il loro potere influenzando le nostre opinioni tramite gli algoritmi proprietari.  Secondo l’attivista americano, dato che gli algoritmi studiano le nostre ricerche e imparano quello che ci piace, nel nostro feed troveremo solo contenuti personalizzati in base alle nostre preferenze e difficilmente qualcosa che vada contro il nostro pensiero. Di conseguenza finiamo per isolarci e vivere all’interno di una bolla culturale e ideologica che ci protegge dal confronto con idee contrarie alle nostre.

Come ben capite tutto questo non fa altro che alimentare le nostre convinzioni e allo stesso tempo ci fornisce quel consenso sociale che ti fa percepire di essere dalla parte giusta, dato che nel tuo network digitale nessuno ha idee che si discostano dalle tue. Ė un sistema che porta vantaggio solo alle aziende proprietarie dato che questa gratificazione porta l’utente a stare più tempo sulla piattaforma e di conseguenza aumentano le probabilità che si esponga a inserzioni pubblicitarie, il core business delle grandi aziende digitali come Facebook e Google.

Il dibattito e il confronto di idee sta alla base della crescita culturale di una persona. Usando le parole dello stesso Pariser, la ricerca filtrata “ci taglia da nuove idee, argomenti e informazioni importanti” e “crea l’impressione che i nostri stretti interessi siano tutto ciò che esiste”. Ciò ci rende fortemente manipolabili perché come abbiamo detto in precedenza, gli algoritmi sono invisibili e possono cambiare da un momento all’altro, facendoci cambiare anche la nostra visione del mondo oppure inducendoci a compiere certe scelte.

Il caso emblematico è quello che la scorsa primavera ha visto coinvolti Trump, Facebook e Cambridge Analytica, società statunitense di consulenza per l’online marketing. Senza entrare nei particolari della storia, che trovate descritta per filo e per segno in questo articolo de Il Post, la cosa interessante è che Cambridge Analytica disponeva (e forse anche tutt’ora dispone) di un algoritmo che riusciva a “prevedere e anticipare le risposte degli individui. Erano sufficienti informazioni su 70 “Mi piace” messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner.”

Capite che con un’accuratezza simile si diventa dei veri e propri cecchini nel far arrivare le campagne di advertisment più adatte ad influenzare il proprio target. E se come in questo caso l’azienda collabora con uno dei candidati alle presidenziali, è chiaro come, in un’epoca dove le persone plasmano e costruiscono le loro opinioni sui social network, il potere a disposizione sia enorme.

Qui trovate il discorso che Eli Parisier tenne ormai 9 anni fa al TED Talk, un primo avvertimento di quello che sarebbe potuto succedere gli anni ad avvenire e che, in parte, è successo.