Trovare qualcosa che riesca a parlarci dell’essere umano e dirci chi è davvero è una delle domande che da sempre accomuna tutti noi. Cerchiamo tutti i giorni di dare un significato alle cose che ci accadono nella vita, ma trovare un senso anche alla nostra identità risulta difficile.

Abitiamo un mondo mediato da dispositivi digitali, i quali più che di una rivoluzione tecnologica ci rendono protagonisti di una mutazione antropologica. L’uomo ha quindi a che fare con delle tecnologie che lo mutano e che cambiano il nostro modo di pensare e di agire. Nel capire cosa definisce davvero l’uomo nel contesto in cui viviamo oggi è opportuno quindi capire che tipo di relazione instaura con questi mezzi di comunicazione che lo connettono con il mondo. Le cose che ci circondano, come le nuove tecnologie entrano a far parte di noi; del nostro modo di pensare e soprattutto pensarci. Questi dispositivi oltre a estendere la nostra esperienza ridefiniscono quindi anche le nostre relazioni e la nostra identità. Riempiamo i social network con pezzi della nostra identità senza tuttavia riuscire a farci conoscere davvero per quello che siamo e senza arrivare a conoscerci. Su internet si dispongono di poche informazioni frammentarie sulla persona; informazioni che non riescono a raccontare la vera storia di quella persona proprio perché costretti a raccontarci all’interno di piattaforme nelle quali altri hanno deciso a priori cosa farci dire e soprattutto come. Ci esponiamo all’interno di spazi dove il dialogo e il confronto sono rimpiazzati da brevi commenti e contenuti da condividere. I social network sono quindi la tecnologia che ha globalizzato le relazioni umane facendole intrecciare all’interno di un mondo automatizzato. Nei social non c’è spazio per la diversità e per l’incontro autentico, ma ci si può costruire un’identità digitale solo presentandosi come tutti gli altri. Ecco che capire chi si è davvero all’interno di un ambiente dove puoi solo condividere opinioni e contenuti si rivela impossibile. Se è nell’incontro con l’Altro, inteso come chi è più diverso da noi, ciò che rivela quello che siamo davvero allora è necessario ripensare il nostro atteggiamento nell’uso di queste piattaforme. Il social è rappresentazione, attraverso un linguaggio semantico mi rappresenta agli altri. Io traduco la mia identità in parole e immagini che sono astratte. Non c’è più il rapporto viso a viso che racchiude il concetto di visibilità, non so più interpretare la fisionomica, nei social è tutto molto più astratto e codificato universalmente e tutto ha lo stesso sapore.

Nei social siamo fuori dalla nostra storia, perché non c’è una storia vera nei social, quello che tu fai nel giorno, quello che pubblichi viene interpretato in maniera autoreferenziale, per rimanere dentro quel post. Qui sono decontestualizzato dalle mie radici socioculturali, frammentato, senza un posizionamento o un ruolo sociale. Ci si rappresenta in un modo una volta, per poi cambiare la rappresentazione una seconda ma sempre in modo frammentario e isolato dagli altri. Quindi nel social rimane solo la narrazione della tua identità che non si confronta con un altro diverso da te. Il social non ti conosce non sa chi sei e non sa la tua storia e noi non facciamo altro che assecondare questa rappresentazione riduttiva di noi stessi, dei nostri interessi e della nostra intera vita.

Forse sarebbe necessario uscire da questi spazi limitanti, che fanno credere che solo attraverso i “mi piace” e la condivisione si è davvero qualcuno. Rinchiusi dentro luoghi che si dedicano solo al culto del sé, non riusciamo a legarci veramente alle persone e soprattutto a capire che idea si fanno di noi.

L’incontro con l’altro infatti è forse ciò che nella nostra vita trova più importanza, e questo incontro a luogo nella vita di tutti i giorni. Sentiamo il bisogno di avvicinarci a persone più o meno simili a noi e di condividere con loro quello che siamo veramente. Nell’incontro più autentico con l’altro arriviamo a scoprire non solo l’importanza di chi ci sta attorno e riempie le nostre giornate, ma soprattutto chi vogliamo essere. Ci costruiamo così dentro gli occhi della persona che abbiamo di fronte la quale ci rivela anche quella parte di noi che teniamo più nascosta. Nella relazione con l’altro impariamo a metterci in gioco, a scoprire i mille volti che ci rendono unici e diversi da tutti gli altri. Il tema trattato in questo articolo vuole quindi mettere in luce l’importanza delle relazioni autentiche che ogni giorno intrecciamo con gli altri, con chi è diverso da noi, al di fuori degli spazi social che oggigiorno riempiono le nostre vite.

Riflessioni a partire dal pensiero di Emmanuel Lévinas

Non arriviamo a legarci a una persona perché è uguale a noi, ma al contrario perché è diversa. È questa sua diversità che ci parla, ci cambia e costruisce quello che siamo. A partire dalle riflessioni del principale esponente della filosofia del dialogo, Emmanuel Lévinas vorrei portare alla luce un altro modo per stare all’interno del nostro mondo che prescinde dall’utilizzo dei social network. Viviamo all’interno di una dimensione di apertura dove l’inter-relazionalità e l’inter-corporeità diventano la condizione essenziale per comprendere gli altri e soprattutto noi stessi. Abitiamo un mondo che ci prende dentro le cose che ci stanno attorno a tal punto da sentirle parte di noi e di quello che siamo. Un mondo che Lévinas vedeva abitato da uomini sempre più interconnessi e bisognosi l’uno dell’altro per capire il senso della loro esistenza. Uomini ogni giorno di fronte a volti testimoni di sé e portatori di un senso autentico vengono a scoprire la voce dell’altro e la sua verità. Vanno a riconoscersi e costruirsi lentamente attraverso la relazione con chi è diverso. Si vive dunque nel rapporto con l’altro. È l’altro che mi trascina fuori da me stesso per conoscere il mondo attraverso il suo volto, i suoi occhi (Lévinas E., Alterità e trascendenza, Genova, il melangolo, 2006, 8-9). Viviamo una vita assieme agli altri, una vita passata a ricercare un equilibrio e una stabilità che non esiste. Nulla permane tranne il cambiamento, scriveva Eraclito nel VI secolo a.C., e credo che non ci sia nulla di più vero e attuale in queste poche e antiche parole. Nulla nella nostra esistenza ha la sfortuna o il privilegio di rimanere identico a sé stesso. Cerchiamo continuamente una stabilità capace di renderci sicuri della nostra vita e di quello che facciamo senza che tuttavia questa si presenti mai. Anche quando tutto sembra andare come avevamo stabilito ecco che un imprevisto anche piccolo è in grado di sconvolgere l’equilibrio che con fatica avevamo cercato di raggiungere. Tutto cambia e cambiamo anche noi. Si cambia nella vita continuamente e rispetto a questa condizione di continuo mutamento nella quale siamo immersi risulta così difficile capire chi si è e chi si vuole diventare. La nostra identità cambia nel corso della vita così come muta il nostro sistema nervoso. Un cambiamento dunque che arriva a toccarci nel profondo, all’interno di noi stessi, in ciò che più ci costituisce. Cambiamo proprio perché siamo immersi in un contesto mutevole che influenza il nostro modo di abitarlo. Cambiamo perché impariamo a essere chi siamo con gli altri e grazie agli altri.

Conclusioni

Ecco che chi siamo davvero non è nulla di semplice e standardizzato come i social vogliono farci credere. Vorrei quindi portare alla luce la condizione più autentica dell’identità umana rispetto al suo coinvolgimento più totale in un mondo che non abita semplicemente, ma che diventa sua parte più intima.

Ci si riferisce a un mondo fatto di persone che per vivere hanno il forte bisogno di intrecciare legami fra loro, di costruirsi ogni giorno attraverso il confronto reciproco allo scopo di capire realmente chi sono per così agire consapevolmente all’interno di un contesto che il più delle volte sfugge dalle mani.