Quanto questi dispositivi influenzano il nostro modo di percepire noi stessi?

Diversi anni sono passati da quando nelle nostre tasche un piccolo dispositivo a bottoni in grado di telefonare e mandare brevi messaggi testuali è stato rimpiazzando da una liscia tavoletta di 5 pollici che ci connette costantemente alla rete e al mondo.
Steve Jobs l’aveva vista lunga quando nel lontano 2007 parlava dell’Iphone come di uno strumento con il quale “having life in your pocket”, avere la vita in tasca. D’altronde non è forse così che è andata?

Le statistiche sull’utilizzo di questi dispositivi ormai sono universalmente note e mostrano una continua crescita nel tempo che passiamo in compagnia di questo strumento: secondo Comscore noi italiani spendiamo in media dalle 2 alle 4 ore al giorno sui nostri smartphone, mentre altre ricerche, come quella di Counterpoint Research, parlano di una media globale che va oltre alle 5 ore al giorno di utilizzo, con una persona su due che supera le 7 ore al giorno.

Contemporaneamente negli ultimi anni si sono sviluppate anche una serie di patologie legate all’uso eccessivo dello smartphone, tra cui la più nota è la “nomophobia”, la paura di trovarsi in una situazione in cui non si ha con sé il proprio smartphone, la paura di perderlo o non di poterlo utilizzare. Molte sono le ricerche e i dati che ci dicono quanto l’essere umano sia sempre più legato a questo strumento: stando ad una ricerca del 2015 il 46% degli statunitensi ritiene di non poter vivere senza il proprio smartphone e 9 su 10 dei millennials (nati tra il 1980 e il 2000) affermano di avere costantemente il cellulare con sé.

Ma perché siamo così legati ai nostri smartphone? Si tratta semplicemente di abitudine o c’è qualcosa di più?

Alcuni studiosi della nostra epoca che da anni sondano il rapporto tra l’uomo e questo dispositivo digitale spiegano questo legame considerando lo smartphone come un’estensione del sè, della propria mente.
La teoria dell “extended self” (sé esteso), formulata da Russell W. Belk, un accademico americano, postula infatti la possibilità che l’essere umano estenda il proprio sè, ovvero la percezione della propria identità, oltre il proprio corpo; secondo questa teoria tutti noi saremmo propensi ad estendere la nostra identità ad altri oggetti attraverso l’interazione con essi, come avviene appunto con i nostri cellulari.

Ecco quindi che un nuovo significato viene dato all’utilizzo costante degli smartphone: se li consideriamo parte di noi, cosa c’è di male ad utilizzarli con la stessa frequenza con cui utilizzeremmo una parte del nostro corpo?

 

“Smartphone and self-extension” lo studio di Park e Kaye

Foto di Nicholas Nova

Uno studio realizzato in Corea del Sud da due studiosi americani, C.S. Park e B. K. Kaye, collocandosi sulla linea teorica della tecnologia come estensione del sè, ha cercato di spiegare come gli individui percepiscano il proprio utilizzo degli smartphone.
Va sottolineato che la Corea del Sud è lo stato al mondo con la più alta percentuale di possessori di smartphone, parliamo del 94% della popolazione nel 2018.
Questo studio in particolare analizzava con delle interviste in profondità, rivolte a 60 utilizzatori assidui di smartphone, le tre differenti tipologie di estensione del sé attraverso lo smartphone, ovvero l’estensione del sé funzionale, antropologica e ontologica. Vediamo insieme di cosa si tratta:

Smartphone come estensione funzionale del sé 
Per estensione funzionale del sé si intende il considerare lo smartphone come uno strumento attraverso il quale ampliare le proprie capacità fisiche e cognitive. Gran parte degli intervistati della ricerca affermavano infatti che lo smartphone svolgeva per loro un ruolo fondamentale nella realizzazione e nel completamento degli obiettivi quotidiani, diventando oggetto essenziale per gestire e organizzare al meglio la propria vita. Alcuni intervistati hanno dichiarato che l’utilizzo dello smartphone li faceva sentire più intelligenti.
Le persone che estendono il proprio sè funzionalmente attraverso lo smartphone non amano lo strumento in sè ma le sue funzionalità, sulle quali contano per lo svolgimento delle attività di ogni giorno.

Smartphone come estensione antropologica del sé
Questo tipo di estensione riguarda invece l’associare al proprio smartphone caratteristiche umane, personificandolo. Quasi tutti gli intervistati della ricerca condotta in Corea attribuivano delle caratteristiche personali al proprio dispositivo, customizzandolo a piacimento, andando ad esempio ad utilizzare e modificare colori, suonerie, sfondi e messaggi di accensione. A questo livello di estensione del sé lo smartphone diventa uno strumento attraverso il quale rappresentare e affermare la propria identità, attribuendo al tempo stesso una personalità anche all’oggetto stesso.
L’estensione antropologica attraverso lo smartphone oggi sembra essere acuita anche dalla presenza di software di intelligenza artificiale come “Siri”, “Cortana” o l’assistente di Google “Ok Google”, che inevitabilmente portano le persone ad attribuire una personalità propria al loro dispositivo.
Lo smartphone antropologizzato diventa così oggetto di forti sentimenti di amicizia e affetto da parte degli utenti, che lo tengono sempre al proprio fianco.

Smartphone come estensione ontologica del sé
Quest’ultima dimensione del sé esteso riguarda il modo in cui le persone, involontariamente, percepiscono la propria identità rapportata allo smartphone. Si tratta di una percezione che emerge in maniera naturale e inattesa in seguito al frequente utilizzo del proprio dispositivo. Un quarto degli intervistati della ricerca dichiarava di percepire lo smartphone come parte naturale della propria esistenza e del proprio corpo. Alcuni hanno dichiarato come il variare delle proprie emozioni dipenda in maniera molto forte dalla presenza di tale strumento, tanto che 4 intervistati hanno affermato di vivere attraverso questo dispositivo un’esperienza simile a quella religiosa. L’estensione ontologica pone in essere anche le percezioni negative che alcuni utenti hanno di questo strumento, che va in alcuni casi a confondere gli individui stessi sulla propria identità e porta alcuni di loro a sentirsi schiavi del dispositivo, come dichiarano 4 dei 60 intervistati.
Riguardo alla dimensione dell’estensione ontologica del sé gli autori della ricerca, Park e Kaye, sottolineano come sembri esserci un conflitto interno nel modo in cui i possessori di smartphone considerano il loro rapporto col dispositivo: se da un lato infatti vedono i benefici pratici e funzionali di utilizzare lo smartphone nella loro vita, dall’altro però iniziano a temere di diventare dipendenti da esso, di perdere la percezione di se stessi fondendosi con questa tecnologia

 

Da contenitore vuoto a parte di noi

Smartphone come estensione del sè

La ricerca sopra citata mette chiaramente in luce come la relazione tra persone e smartphone stia diventando sempre più complessa e sfumata. Quello che è certo è che lo smartphone ormai è indissolubilmente incorporato nella nostra vita, uno strumento attraverso il quale definiamo e gestiamo le nostre identità.

Risulta sempre più interessante pensare a come questo oggetto, che nasce come un contenitore vuoto, privo di valore d’uso, diventi, attraverso la nostra interazione costante con esso, parte di noi, influenzando il nostro modo di essere.
Si tratta di un rapporto basato sul prendersi cura: noi ci prendiamo cura del nostro smartphone, vestendolo di colori e suoni sempre nuovi e diversi in base al nostro umore, e lui si prende cura di noi, ricordandoci gli impegni, semplificandoci la vita nello svolgimento delle attività quotidiane e supportandoci nei momenti difficili, come spalla su cui piangere.

Lo smartphone diventa oggi il corrispettivo di un amico sempre presente e, soprattutto, sempre d’accordo con noi. Uno specchio su noi stessi percepito contemporaneamente come parte di noi e oggetto a sé stante.

Siamo noi che portiamo in vita lo smartphone, che lo poniamo in essere conferendogli un’identità, la nostra identità.
Ma se questo oggetto diventa sempre più legato a noi, tanto da considerarlo parte di noi stessi, per quanto ancora saremo in grado di distaccarcene?

Arriveremo a un punto in cui non riusciremo davvero più a segnare un confine tra noi e la tecnologia mobile con cui conviviamo?

 

 

Autore

Lisa Gorgi

Gorgi Lisa

Studentessa di Web Marketing & Digital Communication presso l’università IUSVE.  Amante della scrittura, dei viaggi e della fotografia, nel tempo libero si dedica a differenti attività di volontariato per i giovani.

 

 

Bibliografia 

Park, Chang Sup, and Barbara K. Kaye. “Smartphone and Self-Extension: Functionally, Anthropomorphically, and Ontologically Extending Self via the Smartphone.”

Pancani, Luca, et al. “The Psychology of Smartphone: The Development of the Smartphone Impact Scale (SIS).”