Scuola e Covid-19: che cos’è la didattica a distanza

L’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19 ha messo a dura prova ogni forma di relazione. In particolare, l’ambiente scolastico ed educativo è stato completamente stravolto. La chiusura delle scuole di ogni ordine e grado ha imposto la necessità di ricorrere alla didattica a distanza, una modalità di insegnamento strutturata attraverso mezzi informatici e audiovisivi.

È da chiarire, tuttavia, che la didattica a distanza, la cosiddetta DAD, non è la semplice replica della didattica scolastica con strumenti tecnologici. E non è neanche una novità assoluta. Infatti, forme di questo tipo particolare di didattica, che prevede lo svolgimento di attività formative senza la compresenza di docenti e allievi nello stesso luogo, esistono già da fine Ottocento. Nel tempo, inizialmente via posta, poi attraverso mezzi come la radio e la televisione, successivamente tramite la commercializzazione di audio e videocassette, e infine con l’avvento di internet, si sono svolte attività che permettevano ad adulti, ma anche bambini e ragazzi con disabilità o in particolari situazioni complicate, di formarsi e di ricevere un tipo di insegnamento “a distanza”, senza, cioè, la presenza fisica del docente. Sono state perlopiù la rivoluzione informatica e le numerose potenzialità offerte dalla digitalizzazione ad aprire nuovi orizzonti nel mondo della scuola e della formazione.

Tuttavia, queste forme di attività sono sempre state identificate a livello istituzionale e legislativo con l’espressione ‘formazione a distanza’. Questa locuzione viene spesso confusa ed erroneamente utilizzata come sinonimo della recente ‘didattica a distanza’, ma in realtà si tratta di due campi d’azione e modalità di gestione della formazione molto differenti. Come affermato nell’articolo Didattica a distanza (DAD) pubblicato nella rivista online dell’Accademia della Crusca, con didattica si intende ‘parte della pedagogia che ha per oggetto l’insegnamento e il suo metodo’, mentre con formazione ‘educazione, sviluppo culturale o spirituale di una persona’, nonché ‘preparazione o addestramento a una determinata professione’. La differenza principale tra le due espressioni sta nel fatto che mentre il termine ‘didattica’ si riferisce in generale alla trasmissione del sapere e delle conoscenze, la parola ‘formazione’ implica anche uno sviluppo della persona, delle sue abilità e competenze. Sono due termini con accezioni differenti, ma comunque in forte correlazione. Si può sicuramente affermare che il fine della didattica è proprio la formazione.

Pertanto, l’espressione ‘formazione a distanza’ veniva abitualmente utilizzata, prima dell’arrivo della pandemia di coronavirus, per indicare una serie di corsi massivi online (a volte comprendenti anche una parte di ore in presenza) rivolti ad adulti, professori, studenti universitari, professionisti, operatori di vari settori, finalizzati a garantire un’opportunità di crescita in ambiti circoscritti, con contenuti specifici, e limitati anche nel tempo. Un esempio banale potrebbe essere costituito dal classico corso di sicurezza sul lavoro, previsto per legge dal Decreto Legislativo 81/08 e spesso erogato online.

Con l’arrivo del Coronavirus e in seguito all’obbligo di chiusura per le scuole, invece, si è iniziato a parlare di didattica a distanza. L’utilizzo di questa espressione esplode, come già accennato, durante i recenti sviluppi legati all’emergenza epidemiologica. In precedenza infatti, fino al 2020, nei testi legislativi italiani tale locuzione non appariva.

Ad ogni modo, durante l’emergenza sanitaria, abbiamo sentito parlare frequentemente e principalmente di didattica a distanza. E quindi cosa sta a significare questa espressione? La didattica a distanza può essere considerata come la scuola che si adatta per affrontare una situazione emergenziale con lo scopo di garantire il diritto allo studio agli studenti, e di conciliare il distanziamento sociale e il proseguimento delle attività formative. Più in particolare, in una Nota del 17/03/2020 del Ministero dell’Istruzione, trattante le prime indicazioni operative per le attività didattiche a distanza, viene chiarito che:

Le attività di didattica a distanza, come ogni attività didattica, per essere tali, prevedono la costruzione ragionata e guidata del sapere attraverso un’interazione tra docenti e alunni. Qualsiasi sia il mezzo attraverso cui la didattica si esercita, non cambiano il fine e i principi. Nella consapevolezza che nulla può sostituire appieno ciò che avviene, in presenza, in una classe, si tratta pur sempre di dare vita a un “ambiente di apprendimento”, per quanto inconsueto nella percezione e nell’esperienza comuni, da creare, alimentare, abitare, rimodulare di volta in volta.

Ciò che cambia sostanzialmente tra la formazione a distanza precedente alla pandemia e la DAD odierna è che, nel primo caso, lo studente era generalmente un adulto, uno studente universitario, un professore, un dipendente, che sceglieva di frequentare dei corsi su un argomento specifico e per un limitato periodo di tempo, avvalendosi di strumenti informatici per l’apprendimento a distanza in diretta o in differita. Ora, invece, la didattica a distanza è un’imposizione data e dovuta dalla situazione emergenziale. È una necessità, un obbligo, e si trascina con sé una serie di difficoltà, ma soprattutto conseguenze spesso negative.

Le conseguenze della DAD: il bisogno e desiderio di relazioni

Il problema della scuola durante l’emergenza sanitaria da Covid-19 non ha riguardato solamente l’istruzione e la difficoltà di trasmettere il sapere in un ambiente digitale completamente nuovo e per alcuni versi divisorio.

Il problema della scuola, a partire dalla materna fino ad arrivare ai corsi di laurea magistrale, ha coinvolto principalmente la socialità e la relazione, due condizioni di primaria importanza per la crescita e lo sviluppo personale.

Il momento della scuola, il contatto con i compagni di classe e il loro rapporto che attraversa momenti di gioia ma anche di tristezza, difficoltà e frustrazione, rappresentano una delle esperienze che definisce un bambino, un adolescente, un giovane, dal punto di vista della sua identità sociale.

La scuola non è solamente il luogo dove si impara e si apprende, ma è anche l’ambiente dove si costruiscono relazioni significative con gli altri al di fuori della famiglia. È il luogo dove nascono le prime amicizie, dove si ampliano le proprie conoscenze, dove si costruisce la propria rete sociale. Rete sociale che questa pandemia ha messo in difficoltà. Le relazioni quotidiane sono state sospese dall’emergenza in corso. Da un’indagine condotta da IPSOS per Save the Children, emerge proprio che la maggior parte dei ragazzi intervistati (adolescenti tra i 14 e i 18 anni) crede che la propria capacità di socializzare abbia subito ripercussioni negative e un’altra buona parte afferma che le proprie amicizie sono state messe a dura prova a causa del distanziamento sociale.

E queste sono solo alcune delle conseguenze implicate dall’isolamento emergenziale e dalla chiusura delle scuole e di ogni centro di aggregazione. Infatti, seppur meno colpiti dai sintomi fisici del virus, i giovani hanno subito molti disagi psicologici. Depressione, crollo della concentrazione e dell’autostima, ansia, autolesionismo, incertezza e scarsa fiducia nel futuro sono alcune delle condizioni che hanno aggravato la salute mentale dei giovani e giovanissimi.

In questa situazione essi si sentono spenti, passivi, demotivati. E questo non solo per l’oppressione percepita delle rigorose regole, quanto più per la mancanza di relazioni sociali.

Cresce in questo contesto il senso di solitudine. Ai giovani dell’era del coronavirus è stata privata la cosa più importante della loro giovinezza, che potrebbe essere definita come l’esatto contrario della solitudine. E la mancanza di un luogo fisico come la classe o l’aula d’università porta i ragazzi a sentirsi più soli.

L’identità umana si costruisce sul rapporto con gli altri, ma con la situazione pandemica questo rapporto è solamente mediato, è solamente filtrato dagli strumenti digitali di comunicazione che permettono di mantenere un certo contatto anche a distanza. Sono strumenti di connessione che paradossalmente ci fanno sentire vicini anche se in realtà siamo lontani. E nonostante siano pensati e realizzati per consentire agli individui di connettersi, hanno causato una riduzione della qualità delle connessioni. Ma in questo periodo emergenziale, i giovani se ne sono resi conto. Hanno capito che queste relazioni virtuali non possono sostituire le vere relazioni umane, vis-à-vis. Se ne sono resi conto con la pandemia di Covid-19 che ha imposto il distanziamento sociale. Se ne sono resi conto con la didattica a distanza che li ha obbligati a vivere momenti di collettività a distanza. A stare insieme ma da soli, alone together, come sostiene la psicologa Sherry Turkle.

Basti pensare alle dinamiche delle piattaforme che hanno permesso di continuare a svolgere le lezioni in videochiamata. Tutti connessi, tutti collegati, ma in realtà tutti soli. Basta perdere per pochi secondi la connessione a Internet per sentirsi completamente isolati. Per non sentirsi più parte del gruppo.

I bambini, i ragazzi, gli studenti, in ambito educativo hanno subito forti ripercussioni a una condizione essenziale dell’esistenza umana: la socialità. Avrebbero voluto poter tornare indietro nel tempo per godersi gli ultimi momenti di ciò che probabilmente pensavano di disprezzare, e di cui non vedevano e comprendevano l’importanza.

Nell’ambiente scolastico, questa condizione di solitudine, questa sensazione di essere alone, viene percepita in molti e diversi momenti, ad esempio durante i minuti dedicati alla ricreazione o alla pausa tra una lezione e l’altra. A tal proposito, gli studenti di terza superiore di un liceo nella provincia di Bologna, in una lettera indirizzata al presidente della regione, scrivono:

Ci mancano l’interazione, anche in quei brevi momenti di svago che si creavano in classe, magari dopo una battuta che provocava una risata generale, e le ricreazioni in cui uscivamo in giardino a ridere e a scherzare su ciò che era successo durante l’ora precedente. Ora nell’intervallo restiamo seduti alla scrivania e guardiamo il telefono, scambiandoci un messaggio, senza nemmeno la voglia di uscire dalla camera per qualche chiacchiera con il fratello o la sorella: perché dovremmo farlo? Dopo 10 minuti tanto la lezione ricomincia. Eppure nei 10 minuti di ricreazione a scuola il desiderio di uscire c’era sempre.

Questa riflessione, in poche e semplici parole, fa emergere il senso di demotivazione, di estenuazione, di rassegnazione che hanno vissuto tanti giovani al tempo della didattica a distanza.

La solitudine in ambito scolastico viene percepita particolarmente anche in altri momenti, come all’inizio e al termine dell’orario scolastico, ma anche durante le ore stesse di lezione. In presenza, docenti e alunni erano abituati a scambiarsi idee, opinioni, emozioni, feedback, sorrisi e molto altro. A distanza, è più difficile instaurare e curare una relazione tra docente e studente. Gli insegnanti potevano interpretare il linguaggio non verbale degli studenti, comunicare attraverso i loro sorrisi e silenzi, avvertire le loro paure e le loro speranze. Con la didattica a distanza, di fronte a un semplice monitor, è frequente il timore dei docenti di parlare a vuoto, è frequente la sensazione di non essere ascoltati.

Oltre alle numerose difficoltà tecniche che i nuovi strumenti tecnologici pongono loro di fronte, hanno dovuto affrontare un profondo e straziante problema relazionale con i propri studenti. Spesso si sono trovati a dover comunicare rivolgendosi a semplici rettangoli riportanti le iniziali o i nomi dei propri alunni. Si sono trovati a dover superare l’imbarazzo del silenzio dopo le loro domande senza risposta. Se si pensa a un’aula scolastica ai tempi della didattica a distanza, occorre immaginare uno schermo, l’icona di un insegnante che spiega e tenta di apparire spontaneo nonostante di fatto stia parlando ad uno schermo, una serie di rettangolini con delle lettere e un silenzio assoluto.

Lo scambio, la sovrapposizione, l’urgenza di domandare sono venuti meno. Sono frequenti i momenti di imbarazzo e di silenzio durante i quali nessuno risponde ai professori. E questo non è segno di mancanza di attenzione, quanto più di timore, di demotivazione, di sensazione di blocco di fronte a uno schermo.

Spesso è capitato che gli insegnanti, che ormai si erano adattati a questa situazione, cercavano di sdrammatizzare, di condividere qualche battuta in modo scherzoso per allentare il clima d’aula. Battute che spesso non ricevevano alcun cenno di risposta, anche se magari al di là degli schermi gli studenti stavano sorridendo. Anche gli insegnanti, pertanto, in questa epoca di didattica a distanza, hanno affrontato delle difficoltà notevoli. Sono consapevoli che non esiste didattica senza relazione, ma parallelamente costruire questa relazione a distanza è davvero complicato. A livello psicologico, è difficile spiegare, condividere il proprio sapere senza la percezione di essere ascoltati, seguiti, senza alcuna interazione.

Un’ulteriore complicazione con cui gli insegnanti si sono dovuti interfacciare in questo particolare periodo storico, è stata la difficoltà a mantenere alta la soglia dell’attenzione, che nel periodo di didattica a distanza si è abbassata notevolmente.

Didattica a distanza: la difficoltà a mantenere la concentrazione

La didattica a distanza prevede e impone l’utilizzo di strumenti tecnologici: computer, tablet, smartphone.

Attraverso questi dispositivi, gli studenti si collegano alla lezione da camere da letto, cucine, salotti, ma soprattutto da spazi spesso condivisi con altri componenti della famiglia. In questi luoghi e in queste situazioni, diventa davvero difficile per loro mantenere la concentrazione. Difatti, da uno studio condotto da Barnes & Noble Education su 432 studenti americani è emerso che il 64% ha riscontrato e ammesso la difficoltà a mantenere alta la soglia dell’attenzione, a rimanere concentrato e motivato sul lungo periodo.

Sono diversi gli studi e le ricerche internazionali che dimostrano come la didattica a distanza e la mancanza della socialità che veniva favorita dalla vita scolastica abbiano causato un drastico calo della soglia di attenzione e delle motivazioni nei giovani studenti.

Di fronte a uno schermo, in un ambiente non prettamente dedicato allo studio, mantenere l’attenzione risulta più complicato di quanto non lo sia già al giorno d’oggi.

Didattica a distanza a parte, viviamo in un periodo storico nel quale la soglia dell’attenzione media si sta abbassando molto rapidamente. Secondo una ricerca svolta da Microsoft nel 2015, se da una parte l’uomo oggi possiede una forte capacità di multitasking, di occuparsi simultaneamente di più questioni, dall’altra la sua capacità di rimanere concentrato è calata notevolmente. Secondo il seguente studio, infatti, nel 2000 la soglia dell’attenzione media era di dodici secondi, e in soli cinque anni è scesa a otto.

La ragione di questo significativo declino della concentrazione è attribuibile non tanto a una regressione del cervello umano, quanto più al suo adattamento al nuovo contesto, composto da un flusso insistente e smisurato di informazioni. Vivendo nell’era dell’informazione, le capacità cognitive dell’uomo in termini di memoria e attenzioni stanno mutando.

Già nel 1971, il premio Nobel per l’economia Herbert Simon affermava:

L’informazione consuma attenzione. Quindi l’abbondanza di informazione genera una povertà di attenzione e induce il bisogno di allocare quell’attenzione efficientemente tra le molte fonti di informazione che la possono consumare”.

In questo contesto già complesso in cui, come sostenuto da vari e noti studiosi tra cui Petra Loffler e Geert Lovink, vi è un problema di declino della concentrazione e difficoltà nell’ascolto e nella lettura, l’apprendimento indubbiamente ne risente. A ciò si aggiunge il fatto che nell’ultimo periodo, a causa della situazione emergenziale, gli studenti hanno seguito le lezioni dalla propria camera, davanti a uno schermo per ore, di fronte a una videocamera spesso disattivata, e generalmente collegati a una connessione che salta di frequente.

Tutto questo ha influito e influisce sicuramente in maniera negativa nella soglia dell’attenzione dei giovani che sono così portati a giudicare la didattica a distanza come un’esperienza ostile, sfavorevole, che influenza negativamente il loro apprendimento, la loro motivazione, il loro livello di stress e i loro voti.

Conclusioni

Concludendo, possiamo affermare che l’arrivo della pandemia da Coronavirus abbia completamente stravolto la nostra realtà, impattando in maniera significativa sulle modalità di apprendimento e insegnamento. In un’era in cui siamo già costantemente connessi, questo periodo storico di didattica a distanza ci ha costretti a un’ulteriore iper-connessione, la quale ci ha legati di più ai dispositivi mediali che alle persone, portandoci così ad essere alone together, e privandoci di ogni relazione.


Sitografia

Affari italiani.it, “Dad, 6 studenti su 10 hanno difficoltà di concentrazione” https://www.affaritaliani.it/cronache/dad-6-studenti-su-10-hanno-difficolta-di-concentrazione-710952.html

Di Carlo M., Accademia della Crusca, “Didattica a distanza (DAD)” https://id.accademiadellacrusca.org/articoli/didattica-a-distanza-dad/1496

Istituto Enrico Mattei, “Lettera aperta della classe III ALI al Presidente Stefano Bonaccini” http://www.istitutomattei.bo.it/?p=13277

L’Orientamento, “Cos’è (davvero) la didattica a distanza e perché è diversa da quella tradizionale” https://asnor.it/it-schede-454-cos_e_davvero_la_didattica_a_distanza_e_perche_e_diversa_da_quella_tradizionale

Mcspadden K., Time, “You Now Have a Shorter Attention Span Than a Goldfish” https://time.com/3858309/attention-spans-goldfish/

Ministero dell’Istruzione, Ministero dell’Università e della Ricerca, “Nota prot. 388 del 17 marzo 2020 (Versione 1.0)” https://www.miur.gov.it/web/guest/ricerca-tag/-/asset_publisher/oHKi7zkjcLkW/document/id/2598016

Save The Children, “Scuola e Covid: per il 28% degli adolescenti un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola” https://www.savethechildren.it/press/scuola-e-covid-il-28-degli-adolescenti-un-compagno-di-classe-ha-smesso-di-frequentare-la

Tucci M., Corriere della Sera, “Stress, ansia, solitudine, depressione. I guai della didattica a distanza” https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_luglio_20/stress-ansia-solitudine-depressione-guai-didattica-distanza-65134908-ca61-11ea-b15c-cd9b33ddf899.shtml


Autore

Sono Chiara Pignata, ho 23 anni e sono laureata in Mediazione Linguistica per la pubblicità, il marketing e le relazioni internazionali per la lingua inglese e la lingua russa. Appassionata alle dinamiche digitali, sono ora studentessa magistrale IUSVE del corso di laurea di Web Marketing e Digital Communication.