Le conseguenze della sovraesposizione del proprio essere nei social

Introduzione

La realtà odierna in cui siamo immersi è caratterizzata dalla pervasività e dalla diffusione della tecnologia. Termini come “digitale”, “virtuale”, “online” sono entrati di diritto a far parte del lessico ampiamente utilizzato da buona parte della società, e il vortice di innovazioni che vediamo espandersi giorno dopo giorno ha trascinato tutti al proprio interno, nessuno escluso, costringendo le persone ad adeguarsi alle trasformazioni da esso apportate alla quotidianità e stimolando una capacità di adattamento forse mai vista prima. Basti come esempio l’enorme ventaglio di cambiamenti a cui sono stati sottoposti i lavoratori, di aziende più o meno grandi e di molteplici settori, che con l’avvento del digitale hanno adattato in maniera repentina il loro modo di lavorare e gli strumenti di lavoro alle nuove necessità, e che da allora si sono visti costretti a rimanere costantemente al passo con i tempi, cambiando strumenti, software, applicazioni e terminali ogni volta che un’innovazione fa capolino e si diffonde all’interno della società. Succede addirittura che un software aziendale venga sostituito prima ancora che i dipendenti riescano a capire il funzionamento di quello precedente. E’ esattamente in questo contesto digitale che potremmo definire “caotico”, che si sono sviluppati gli ambiti della comunicazione online, delle relazioni in rete e tutto ciò che riguarda le interazioni a distanza e i social network. E tutto è nato per la necessità dell’uomo di stare al passo con l’evoluzione che lo circonda.
Parlare di tecnologia oggi vuol dire parlare di quanto ogni aspetto del quotidiano sia permeato da innovazioni tecnologiche, e ci si addentra così in un mondo intricato e complesso, ricco di sfaccettature e di non facile analisi.
Questo scenario volubile porta con sé una sequenza di problematiche sociali, più o meno gravi, che non possono essere ignorate nel momento in cui si analizza il contesto digitale nel suo insieme. Disturbi sociali e patologie di vario genere si sono diffuse a partire dall’avvento del digitale, soprattutto per quanto riguarda la fascia d’età adolescenziale: i giovani sono infatti i più colpiti da questo fenomeno, data la fragilità e le problematiche che tipicamente caratterizzano questa fase della vita.
Di questo nuovo mondo caotico si sono occupate molteplici mente eccelse appartenenti a diverse branche di studi, dalla sociologia alla psicologia, dall’antropologia agli Internet Studies.
L’obiettivo della nostra dissertazione è quello di analizzare quali siano le conseguenze di un uso eccessivo e continuativo della tecnologia, considerando la questione prima da un punto di vista macro e dunque generale, mettendo a confronto due visioni opposte per estrapolarne una riflessione costruttiva, per poi focalizzare l’analisi su una patologia in particolare, quella del narcisismo digitale, legata ad un abuso dei media digitali, finalizzato ad un’estrema esposizione del sé.

 

La tecnologia nel contesto sociale odierno

Oggi giorno si vive in un contesto sociale che è stato soggetto a molti cambiamenti in diversi ambiti della vita delle persone. Tra questi cambiamenti non si può non citare l’avvento delle nuove tecnologie che, negli ultimi anni, sono avanzate rapidamente e che, in modo sempre più frenetico, ne nascono di nuove cambiando radicalmente la quotidianità. In pratica, una quotidianità sempre più dinamica e attiva, che ha assistito ad un cambiamento anche in quelle che sono le abitudini degli esseri umani. Infatti, nuovi bisogni sono nati con la tecnologia e si stanno affiancando sempre di più a quelle che sono le esigenze fondamentali di un individuo. Tra questi nuovi bisogni che si possono definire “tecnologici” troviamo il bisogno di connessione Internet, socialità e medialità.
Nuovi dispositivi e servizi sono stati introdotti, ai quali sembra impossibile rinunciare. Si è di fronte ad una trasformazione in ambito tecnologico che modifica le abitudini, i comportamenti così come anche il modo di lavorare e relazionarsi. La tecnologia influisce su quello che è il modo di comunicare, pensare e imparare delle persone. Queste ultime spendono la maggior parte del loro tempo di fronte a un dispositivo, che sia uno smartphone, un tablet o un computer, per svolgere le diverse attività. Ciò che si assiste è la presenza di una “mobilità continua” dovuta all’avvento di queste nuove tecnologie che hanno portato ad un superamento di barriere spazio temporali: con l’utilizzo dispositivi multifunzionali come lo smartwatch e lo smartphone e i computer sempre più veloci, più portatili e più potenti che mai ci si ritrova a svolgere diverse attività nel luogo che più preferiamo e quando vogliamo.
I risvolti derivanti da questo processo sono sia positivi ma anche negativi, aspetti che verranno approfonditi in seguito individuando due visioni differenti da parte di due studiosi, riguardanti la tecnologia nella vita delle persone.

Quando si parla di avvento tecnologico non si fa solamente riferimento ai dispositivi mobili quali smartphone, tablet o computer, ma si possono osservare strumenti anche molto più avanzati e sofisticati che stanno realizzando importanti modifiche in diversi settori così come nelle vite delle persone: si pensi all’affermarsi dell’intelligenza artificiale che sta avendo un impatto notevole nella medicina; così come il progresso della tecnologia degli assistenti vocali, oramai parte integrante della società odierna, o anche il settore della mobilità anch’esso influenzato da queste nuove tecnologie utilizzate per un miglioramento in ambito ambientale. In sostanza, la tecnologia è diventata così tanto onnipresente nella vita e parte integrante delle persone, tanto da non rendersi più conto della sua esistenza.

Tra queste tecnologie, quella che ha rivoluzionato la società, e che è anche alla base dell’avanzare e utilizzo delle tecnologie precedenti, è stata l’affermarsi della rete Internet che mette a disposizione la possibilità di comunicare in maniera multimodale e interattiva senza limiti di spazio, attraverso l’uso di piattaforme e strumenti senza fili. Molti sono i dibattiti inerenti all’effetto che questa nuova tecnologia abbia influenzato le relazioni sociali: da un lato vi è l’idea che Internet nella vita delle persone possa portare all’alienazione, isolamento o depressioni, mentre visioni opposte affermano come questo aumenti in realtà la socialità. Visione contrapposte che comportano conseguenze contrapposte. Ma qualunque siano le conseguenze, ciò che si può affermare è che oggi giorno ci si ritrova in quella che viene definita come “Era Digitale” dove l’utilizzo di Internet è utile svolgere varie attività come studiare, lavorare o reperire informazioni, un mezzo che ha permesso di facilitare le azioni delle persone e facilitarne l’esistenza, così come l’affermarsi dei Social Network ha modificato le modalità attraverso le quali le persone si relazionano tra di loro.
Si è di fronte ad una società definita “in rete”, “una società costruita attorno a reti personali e organizzative alimentate da reti digitali e comunicate da Internet. E poiché le reti sono globali e non conoscono confini, la società in rete è una società in rete globale”. Una società derivante proprio dal l’interdipendenza che si è venuta a creare tra i nuovi modelli tecnologici, che si sono affermati negli ultimi anni, e alcuni cambiamenti in ambito socio culturale tra i quali non si può non citare l’affermarsi della società definita “me-centered”, in cui viene posta maggiore attenzione alla crescita individuale, che non apporta automaticamente all’isolamento o fine della comunità, al contrario, i rapporti sociali si vengono a ricostruire sulla base di interessi, valori e progetti individuali.

Fondamentalmente, Internet è lo strumento che ci permette di interagire in questa società in rete, oramai globalizzata sempre più connessa alle nuove tecnologie.

L’ascesa dei siti social network nella vita delle persone

Uno dei tanti cambiamenti impattanti introdotti con le nuove tecnologie, come affermato precedentemente la principale tecnologia è la rete Internet, è stata l’ascesa dei social network avvenuta agli inizi degli anni duemila a seguito dell’insorgere del Web 2.0, che ha apportato un rinnovamento socio-tecnico. Vengono definiti da Boyd e Ellison nell’articolo “Social Network Sites: Definition, History, and Scholarship” come:
“servizi basati sul Web che consentono alle persone di costruire un profilo pubblico o semi-pubblico all’interno di un sistema delimitato, articolare un elenco di altri utenti con cui condividono una connessione e visualizzare e scorrere il loro elenco di connessioni e quelle effettuate da altri all’interno del sistema”.
L’uso dei social network, assieme alle tecnologie più innovative, hanno introdotto varie modifiche non solamente nel rapporto con altri individui, che da una comunicazione faccia-a-faccia si è passati a interazioni caratterizzate da followers, fan, likes e stories, ma ha portato ad un cambiamento anche a quello che è il rapporto con sé stessi.

L’utilizzo di queste piattaforme presenta una forte influenza in tre aree prevalenti dell’individuo: l’identità sociale, la gestione del capitale sociale e la privacy. Partendo dalla gestione del capitale sociale si intende l’insieme delle relazioni sociali che è caratterizzato a sua volta sia dei legami forti, che comprendono i familiari e gli amici più stretti con i quali si ha un coinvolgimento emotivo molto più elevato e ai quali si dedica più tempo, però allo stesso tempo il capitale sociale è dato anche dai legami deboli, ovvero amici e conoscenti, le cui relazioni sono caratterizzate da un attaccamento meno profondo. Un’altra area sulla quale le piattaforme di social network hanno un forte impatto è la privacy, un tema ancora molto dibattuto. Alla base vi è l’idea che gli utenti condividano le proprie informazioni più intime in modo tale da poter creare delle relazioni ancora più forti con gli altri utenti, però allo stesso tempo, questi individui vorrebbero essere in grado di controllare le informazioni che hanno inserito e questo viene definito come il «paradosso della privacy» al quale si è cercato di dare delle soluzioni, ad esempio, linee guida su come impostare il proprio profilo . Nonostante il tema sulla privacy sia ancora molto discusso per coloro che analizzano i social network, questa è comunque considerata come un bene che deve essere protetto. Per ultimo la creazione di un’identità online, ovvero la creazione di un proprio profilo, caratteristica principale dei siti di social network, viene inteso come strumento che permette all’utente di dare una propria immagine di sé, di definire quale sia il suo ruolo rispetto alle altre persone della propria generazione.

Negli ultimi anni l’uso di questi servizi è aumentato in maniera esponenziale, sia tra i giovani che non. Tra le varie piattaforme possiamo citare Facebook, Instagram, Twitter così come TikTok, il social che nel periodo pandemico ha avuto un successo mai visto prima. Alla base di queste applicazioni vi è proprio la creazione, costruzione, condivisione, gestione e visibilità di profili creati dai vari utenti progettati attraverso criteri specifici.
Si è già affermato come sia possibile coltivare nuove amicizie e allargare la propria rete sociale grazie a questi servizi di social networking, interazioni che si sviluppano non con una comunicazione diretta ma attraverso la creazione di contenuti che possono essere di tipo testuale, fotografico, video oppure degli audio, condivisi per mezzo di strumenti oramai onnipresenti nelle nostre vite (come smartphone e tablet) e in grado di coinvolgere attivamente coloro che fanno parte della rete. Ciò che fanno queste nuove piattaforme di interazione sociale è di superare le barriere spazio-temporali, andando ad amplificare quanto gli esseri umani facevano già in precedenza con altri mezzi di comunicazione che, al giorno d’oggi, sono divenuti oramai obsoleti.

La motivazione principale nella costruzione delle reti sta proprio nella possibilità di potersi incontrare con gli altri individui attraverso dei criteri che presentano, al loro interno, persone che già si conoscono. Ciò che permette il successo all’interno di una piattaforma di social network è l’autopresentazione di una persona che esiste realmente e che si relaziona con altre persone esistenti nella vita reale. Non possiamo definirla come una società virtuale, ma come una sorta di ibridazione tra reale e virtuale, tra le reti dello spazio virtuale del digitale e le reti della realtà fisica. Gli utenti si ritrovano quotidianamente connessi a questi social network, tanto da definirla una “connettività permanente”. Difatti, una delle conseguenze derivante dall’universo dell’Internet è proprio un aumento dei rapporti tra gli individui, ovvero una socialità differente e semplificata derivante da questa continua connessione attraverso i dispositivi e dal social networking che si viene a creare sul web.

Si può concludere affermando che i social network sono diventati elemento fondamentale delle vite delle persone, vi si accede attraverso diversi dispositivi tecnologici irrinunciabili per comunicare nella società odierna. Oltre a presentare risvolti positivi, quindi dai quali si può osservare una visione favorevole, allo stesso tempo sono costituiti anche da una visione più negativa che può portare danni importanti alla collettività. Di queste due visioni contrapposte si prendono in considerazioni due studiosi molto importanti: Barry Wellman, che propone una lettura libera da ogni visione distopica della realtà; dall’altro lato Sherry Turkle, la quale espone uno dei tanti aspetti negativi che si sono evidenziati nel corso del tempo nei confronti di questi nuovi apparati tecno-digitali.

 

I due approcci della nuova realtà: Wellman e l’approccio positivo

L’autore

Ad occuparsi del digitale e dei suoi risvolti all’interno della società, vi è il sociologo canadese-americano Barry Wellman. Classe 1942, Wellman è il pioniere della Social Network Analysis e uno dei fondatori dei cosiddetti “Internet Studies”. Le sue aree di ricerca sono le strutture sociali all’interno dei social network e nelle communities, Internet e l’interazione uomo-computer. Egli ha analizzato lo sviluppo e l’evoluzione delle relazioni sociali nell’era dei social network e di Internet, mettendo in luce alcuni aspetti positivi e smentendo molteplici pregiudizi che nel tempo si erano consolidati. Ha scritto molte opere e di tante altre è stato co-autore: la sua vasta produzione letteraria include un enorme numero di articoli, nonché alcuni report e libri. Wellman basa le sue teorie su un grande lavoro di ricerca sperimentale e di analisi di ingenti quantità di dati, ed è stato professore per molti anni presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Toronto. Dal 2013 ha inoltre co-diretto il NetLab Network presso la medesima università.
Nel corso delle sue ricerche, Wellman ha elaborato molteplici concetti e teorie, aggiornando la sua linea di pensiero seguendo l’evoluzione dei suoi studi. Come verrà delineato ed approfondito nel paragrafo successivo, la teoria cardine del pensiero di Wellman riguarda l’individualismo in rete, “Networked Individualism”, concetto che conia nel 2000 e che continua ad essere presente nelle sue teorie anche successivamente e che viene ulteriormente sviluppato all’interno dell’opera del 2012 Networked: The New Social Operating System, realizzata con Lee Rainie. Quest’ultima amplia ed evolve il pensiero di Wellman, modificando leggermente il suo punto di vista, allargando la tematica dell’individualismo in rete e arrivando a definire il digitale come una vera e propria estensione delle reti sociali.

Networked Individualism

Dai suoi studi sulla teoria delle reti sociali sono emersi alcuni principi fondamentali legati alla struttura e alle caratteristiche delle relazioni sociali online, primo fra tutti come anticipato sopra quello di Networked Individualism, che indica il passaggio da reti formate da gruppi coesi a reti in un certo qual modo “individualizzate”: più nello specifico, partendo dalla premessa che vede le tecnologie della comunicazione come mezzi che collegano le persone ovunque esse si trovino, al di là delle barriere spazio-temporali (e dunque in maniera globale, non più legata ad un posto statico come accadeva prima con la telefonia fissa), le communities passano dall’essere gruppi delimitati a livello locale all’essere reti individualizzate e delocalizzate, che pongono appunto l’individuo, con il suo essere dinamico e in movimento, al centro della relazione sociale. Ciò è stato possibile grazie ad alcuni sviluppi tecnologici che hanno permesso alla socialità online di evolversi, come l’aumento dell’ampiezza di banda, la diffusione del mobile e del wireless, le reti di computer sempre più presenti e la personalizzazione del web. Queste innovazioni, applicate alle relazioni sociali, hanno portato dunque a non prendere più in considerazione l’aspetto locale della comunicazione e a mettere al centro la dinamicità degli esseri umani (definizione tratta da www.treccani.it).
Occupandosi di communities, Wellman ha sempre sostenuto l’importanza di analizzare ciò che accade online in relazione a ciò che accade nella vita reale, contestualizzando le ricerche in rete e mai considerando i vari fattori come elementi isolati. Propose di studiare i legami che si creano online come una struttura di reti sociali ramificate, cosa che avrebbe permesso un’analisi a suo parere più corretta rispetto al considerare i suddetti legami come appartenenti a gruppi circoscritti e delimitati.

Il sociologo vede in Internet una libertà nuova e a tratti rivoluzionaria, rispetto all’era precedente all’avvento del web: ritiene che con Internet gli individui possano liberarsi dalle regole, dai vincoli e dalle imposizioni della società tradizionale del passato, per avere una rinnovata fluidità e autonomia nella vita contemporanea.

Internet come possibilità di socializzazione

Un altro elemento importante delle teorie di Wellman è legato alle necessità sopraggiunte negli ultimi decenni, con l’avvento del digitale, di mantenere i legami sociali nati dalle interazioni offline e di restare in contatto con amici, familiari e conoscenti, superando gli ostacoli posti dalla distanza spaziale e temporale, e ciò trova il suo apice nel comportamento degli utenti caratterizzato da un eccesso di socializzazione, meglio definito con il termine ipersocializzazione, e da iperconnessione. Con iperconnessione, un termine coniato da Wellman e dalla sociologa Anabel Quan-Haase, si indica la continua esposizione ad ogni tipologia di comunicazione, nonché il fatto di essere perennemente reperibili derivante dalla possibilità di ricevere comunicazioni legate alla vita privata o al lavoro in ogni momento della propria esistenza.

Questo eccesso di socializzazione è direttamente collegato con quanto esposto sopra: l’evoluzione della tecnologia, e di conseguenza delle relazioni sociali, ha consentito alle persone da ogni parte del mondo di poter comunicare sempre ed in ogni momento, e di avere dunque la possibilità di stare in contatto con gli individui appartenenti alla propria cerchia sociale, nonché di conoscere nuove persone esterne alla propria cerchia. Da ciò nascono scenari di ipersocializzazione, la visione opposta a quanto sostengono gli studi sull’isolamento causato dalle reti online. In questo contesto, i legami sociali che nascono sono considerati della stessa qualità e non meno coinvolgenti per gli individui delle interazioni in presenza.

Wellman considera dunque il mondo online strettamente correlato a quello offline, in una situazione di convergenza, non distinguendo o dividendo in maniera netta i due ambienti ma al contrario, ritenendoli come due parti di uno stesso insieme, in costante connessione e continuità tra loro. Convergenza da cui nasce uno “spazio sociale smaterializzato” composto da entrambi gli ambienti, che vede le interazioni digitali diventare una sorta di estensione e continuum di quelle faccia a faccia, e non una parte totalmente distinta e distaccata. Infatti, secondo Wellman la rete non utilizza un’organizzazione sociale diversa da quella della realtà, e nemmeno delle modalità di relazione sociale diverse da quelle esistenti nello spazio fisico, bensì si appropria di queste ultime e le arricchisce con nuovi elementi ed opportunità.
L’ipotesi cardine del sociologo è che la rete non renda più deboli e inconsistenti i rapporti sociali, ma bensì li rafforzi e dia loro una nuova vitalità, data la propensione degli individui aventi molti legami “digitali” all’interno della rete ad essere altresì particolarmente socievoli offline e dunque ad avere numerose relazioni sociali nello spazio fisico, interagendo faccia a faccia o con altri mezzi di comunicazione non digitali. Ciò emerge dall’analisi dei dati empirici e dalle ricerche, che mettono in luce proprio la maggiore socialità offline delle persone che trascorrono tanto tempo all’interno di Internet, nonché un aumento della partecipazione per quanto riguarda le occasioni di interazione, nello specifico tra vicini di casa e compaesani. Emerge inoltre una rafforzata consapevolezza della comunità in cui l’individuo si trova e con cui si rapporta e confronta.
Gli studi legati alla rete hanno portato Wellman ad individuare alcune tendenze comuni su cui nasce e si sviluppa la struttura del Networked Individualism, che il sociologo estrapola dalla moltitudine di informazioni e dati analizzati. La prima di queste tendenza vede Internet come promotore dell’integrazione e dell’aggregazione sociale, come è possibile constatare dalle ricerche che mostrano come gli utenti che maggiormente utilizzano il web siano anche più propensi a prendere parte ad eventi e attività che si svolgono in gruppo, rispetto a coloro che non fanno uso della rete. Un’altra tendenza importante è quella per cui, come visto in precedenza, il web non risulta essere uno spazio separato da quello fisico né tantomeno un mondo a parte, visto il numero elevato di rapporti sociali “in presenza” degli individui aventi un’ingente quantità di interazioni online. Inoltre, la rete si limita a sostenere e supportare le altre modalità di interazione sociale e di fruizione di contenuti culturali, senza metterle in secondo piano, date le analisi che fanno emergere come la rete non sia legata all’abbandono di altri interessi ed occupazioni.

Il nuovo sistema operativo sociale

Nelle teorie più recenti del sociologo, elaborate insieme a Lee Rainie all’interno della loro opera “Networked: The New Social Operating System” del 2012, la convergenza tra i rapporti sociali dell’individuo e l’evoluzione dell’apparato tecnologico ha portato alla nascita del concetto di “nuovo sistema operativo sociale” , che indica il “nuovo corpo sociale” (cit. Miconi Andrea, Teorie e Pratiche del Web, p. 58) della società odierna, maggiormente “dinamico e fluido” (cit. Ibidem), che si è creato in seguito a molteplici cambiamenti nel tessuto sociale. Questo nuovo sistema operativo sociale implica che, se prima la società aveva una struttura articolata in maniera fissa e statica, con l’avvento della rete le relazioni tra gli individui hanno la possibilità di essere più dinamiche ed indipendenti da etichette e categorizzazioni ferree.
Wellman e Rainie, all’interno della prefazione del volume originale, hanno espresso un concetto molto importante: quello per cui la tecnologia non produce effettivi cambiamenti o trasformazioni nel modo di comportarsi degli esseri umani, ma bensì sono gli individui stessi a stabilire i modi d’uso della tecnologia e le caratteristiche del suo utilizzo. Teoria che si oppone all’ideologia del Determinismo tecnologico, la quale afferma che le trasformazioni ed evoluzioni che avvengono nell’ambito della tecnologia influenzano e determinano in maniera consistente i cambiamenti sociali e lo sviluppo vero e proprio della società e dei comportamenti umani. Ciò che Wellman e Rainie qui sostengono è infatti l’opposto: se da un lato il Determinismo tecnologico etichetta la tecnologia come principale causa dell’evolversi della società e del modo di comportarsi degli individui, dall’altro i due autori mettono in luce invece la tecnologia quale soggetto “passivo”, che subisce le scelte e le decisioni stabilite dagli essere umani in merito alle sue modalità di utilizzo.
L’opera si apre con la spiegazione di tre rivoluzioni che sono la causa, secondo gli autori, delle trasformazioni dei rapporti sociali: i Social Network e l’enorme successo che hanno avuto, la diffusione di Internet e l’espansione del mobile e delle connessioni wireless. Questi tre fattori insieme hanno dato vita ad un contesto sociale iperconnesso, grazie alla possibilità di accedere costantemente alle piattaforme digitali e all’opportunità di poterle portare sempre con sé grazie agli smartphone.

All’interno del testo emerge come le relazioni sociali siano nel tempo cambiate, portando gli individui ad allontanarsi dalle cerchie ristrette e circoscritte e ad orientarsi maggiormente verso gruppi più ampi e caratterizzati da una grande apertura. Ciò grazie naturalmente allo sviluppo delle reti sociali e alla natura partecipativa del web, che permettono di far evolvere le interazioni tra i soggetti con l’utilizzo integrato di molteplici piattaforme, che si affiancano alla comunicazione faccia a faccia e dunque offline. In questo modo, i rapporti sociali ad oggi si trasformano molto rapidamente, a differenza del passato in cui tendevano ad essere più statici e meno mutevoli.
La rete risulta essere, dagli studi del sociologo, un’opportunità per nuove forme e modalità di socializzazione: alla base di ciò vi è la considerazione della tecnologia come strumento per la creazione di legami. Ciò risulta essere contrario a quanto sostenuto dalle teorie che considerano la tecnologia come uno strumento che favorisce l’isolamento e la chiusura degli individui.

Oltre a delineare le caratteristiche positive del web, viene messa in evidenza una problematica del nuovo sistema operativo sociale: quella della privacy. Il sociologo sottolinea come, tra la miriade di opportunità che la rete e i Social Network offrono, non bisogna dimenticare la questione della privacy e della tutela dei dati personali, ed è importante essere consapevoli dei rischi presenti sul web relativamente a questo aspetto.

 

Le ricerche e gli studi di Wellman si sono concentrati a livello geografico in Canada e negli Stati Uniti, dunque vi è la probabilità che alcune delle sue ipotesi e teorie siano nate da una mera generalizzazione di quanto analizzato nel continente americano. Ciò non toglie che possano comunque fornire una valida visione dello scenario della diffusione del web e di tutto ciò che è legato ad esso. L’autore stesso, insieme al co-autore dell’opera “Networked: The New Social Operating System” Lee Rainie, sostiene infatti che le osservazioni e le analisi svolte hanno una valenza tale da poter essere estese alla totalità del mondo evoluto e permeato dalla diffusione della tecnologia.
Un altro limite delle analisi del sociologo riguarda la modalità di raccolta dei dati: Wellman ha fatto uso dello strumento del questionario per le sue ricerche, di tipo quantitativo, accordando una considerazione elevata agli esiti ottenuti. L’uso del questionario fa però emergere in maniera preponderante la prospettiva e il modo di vedere ed interpretare le cose delle persone intervistate, nonché circoscrive l’analisi a ciò che gli utenti dichiarano di fare e che potrebbe non corrispondere alla completa realtà, impedendo inoltre di scavare in profondità e limitando dunque l’indagine. Ciò potrebbe aver reso fuorvianti alcuni risultati, ed è importante quindi essere consapevoli di ciò nel momento in cui si prendono in considerazione queste teorie.

Tirando le somme di quanto analizzato nei paragrafi precedenti, il punto di vista di Wellman risulta complessivamente positivo, poiché gli aspetti che emergono dalla sua ricerca pongono la rete, i Social Network e più in generale il mondo digitale in una nuova luce. Il web come opportunità e come creatore di vantaggio e beneficio per le relazioni interpersonali degli utenti, la rete come libertà e come parte integrante dello spazio sociale nel quale l’individuo interagisce e crea nuovi legami, il rafforzamento dei rapporti esistenti nello spazio fisico grazie all’utilizzo del digitale: questi sono tutti aspetti positivi, nonché i punti salienti, che caratterizzano la teoria di Wellman, e che rendono il suo pensiero particolarmente favorevole ed ottimista nei confronti di Internet e di ciò che ne fa parte.

 

Un approccio negativo: Sherry Turkle e il fattore isolamento

Sherry Turkle è una psicologa statunitense che da più di trent’anni approfondisce il tema delle relazioni tra vita reale e vita digitale, soprattutto in campo sociologico. A partire dal 1999 detiene la cattedra del corso di Social Studies of Science and Technology nel prestigioso Program in Science, Technology and Society al MIT di Boston. Qui nel 2001 fonda anche il programma MIT Initiative on Technology and Self, il cui obiettivo è quello di indagare gli effetti delle nuove tecnologie sugli individui. Ha all’attivo un ricco elenco di pubblicazioni scientifiche, alcuni best seller oltre che numerose conferenze e apparizioni televisive. Tra i suoi testi maggiormente significativi troviamo ricordiamo Il secondo io, La vita sullo schermo, Il disagio della simulazione e Insieme ma soli.
Viene soprannominata ormai da molti l’”antropologa del cyberspazio” in quanto profonda conoscitrice del mondo tecnologico e dei suoi paradossi. Turkle rappresenta una delle massime esperte delle conseguenze della cultura digitale sulla società.

Insieme ma soli

In Insieme ma soli, volume già un po’ datato (2012) vista la velocità con cui avvengono i cambiamenti nel mondo della comunicazione digitale, Turkle sviscera il rapporto umano – virtuale soffermandosi sugli aspetti psicologici e sociologici che nascono da questo tipo di legame adottando un approccio etnografico che prevede l’osservazione partecipante e il dialogo con i soggetti che appartengono a uno specifico contesto tecno-sociale. La tesi portante

di Insieme ma soli è che i media digitali e la robotica abbiano distorto il senso delle nostre relazioni sociali, svuotandole di significato e creandone una simulazione deprivata dei valori essenziali che le contraddistinguono. Inoltre la studiosa indaga l’impatto della tecnologia nello sviluppo di patologie e dipendenze. Ricordiamo come, già da diverso tempo, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, contenga al suo interno anche patologie strettamente connesse all’utilizzo di device. Tra queste, quella maggiormente conosciuta è probabilmente l’Internet Addiction Disorder (IAD) che rientra nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi e comporta un impiego intensivo ed ossessivo della rete Internet e delle sue svariate applicazioni.
Una tematica cardine all’interno dell’opera risulta essere quella della solitudine procurata dalla nostra vita online.

Un intero capitolo viene dedicato proprio a questo risvolto negativo dell’essere always on, condizione di accessibilità perenne alla rete. Lo stato di connessione costante sfocia in due sintomi correlati: la sovraeccitazione data dalla dopamina e l’ansia dovuta dall’attesa di un nuovo stimolo. Oggi i segni dominanti della nostra società iperconnessa sono, in modo particolare per adolescenti e giovani adulti, la paura dell’isolamento e dell’abbandono e la dipendenza da relazioni virtuali. Basti pensare ad esempio alla FOMO (Fear Of Missing Out), la quale si manifesta in due modi: l’ansia relativa la possibilità che gli altri possano vivere esperienze piacevoli senza di noi ed il desiderio di essere in contatto con le narrazioni prodotte dagli altri attraverso i social network.

La connettività diventa un desiderio ardente, quando riceviamo una notifica il nostro sistema nervoso risponde con delle scariche di sostanze che influiscono sull’umore e sulla sensazione di gratificazione e motivazione. Per queste motivazioni Turkle ritiene che i mezzi tecnologici non si limitino più a soddisfare meramente i bisogni degli utenti bensì diano loro molto di più di quanto essi realmente vogliano. Ormai chiediamo e ci aspettiamo sempre meno dalle persone e più dalla tecnologia.

A questo proposito la psicologa ragiona sui rischi rispetto l’avere questo tipo di aspettative circa la tecnologia e afferma: “Credo che la tecnologia sociale sarà sempre deludente perché promette ciò che non può dare: promette amicizia ma può darne solo rappresentazioni”. Con queste parole Turkle si riferisce sia alla robotica sociale, che ambisce a fare compagnia soprattutto a bambini ed anziani, che alle piattaforme di social network. In aggiunta il digitale rischia di ridurre le relazioni a semplici connessioni, la probabilità di trattare chi incontriamo online quasi come fossero oggetti, in modo sbrigativo, è molto concreta. Rispetto ai contatti sociali che avvengono di persona, quelli online ci permettono di ignorare i sentimenti altrui evitando ad esempio il contatto visivo o decidendo di non porre attenzione al tono di voce assunto dall’utente con cui ci stiamo relazionando. Di fronte ad uno schermo ci sentiamo meno oppressi dalle aspettative sociali ed automaticamente protetti ed autorizzati a trattare con maggiore sufficienza determinate situazioni.

Rapporto digitale – tempo

I giovani d’oggi vivono in uno stato perenne di attesa di contatto. Si tratta della prima generazione che non considera la simulazione digitale necessariamente come un ripiego ma una soluzione assolutamente valida che non ha nulla da invidiare alle interazioni faccia a faccia. Nel momento in cui ci troviamo in presenza dell’altro, la tecnologia continua a prevalere nei rapporti, distraendoci nelle situazioni più disparate, durante una cena, mentre parliamo, dopo l’intimità. Il mondo della connettività si sposa alla perfezione con uno stile di vita frenetico, pieno di impegni personali e lavorativi. Godiamo della possibilità di essere sempre da un’altra parte, altrove, anche se ciò ci conduce alla difficoltà di stabilire una relazione tra ciò che è reale e ciò che è vero in un mondo simulato. L’illusione prodotta da una partecipazione simultanea a più ambienti porta ad una nuova concezione di tempo, che appare espanso grazie alla possibilità di svolgere più compiti nello stesso momento. Ci rivolgiamo alla tecnologia per trovare il tempo, ma in effetti la tecnologia ci rende più indaffarati che mai. Turkle, verso la fine del libro, scrive una frase dalla quale possono scaturire interessanti riflessioni; la citazione in questione è la seguente: “Una volta che i computer ci hanno connessi gli uni agli altri, una volta cioè che ci siamo allacciati alla rete, non c’è stato più bisogno di tenere occupati i computer. Sono loro a tenere occupati noi. È come se fossimo diventati la loro killer APP, la loro applicazione vincente”.

 

Inoltre, le nostre conversazioni faccia-a-faccia sono continuamente interrotte da suoni di diversa natura che ci avvisano circa la ricezione di un messaggio, di una e-mail, si tratta di notifiche che spesso molti di noi fanno apparire come una seccatura, ma che in fondo ci fanno piacere perché rivelano a chi ci sta accanto la pluralità di utenti o gruppi di persone che sono interessate a noi in qualche modo. La connessione fisica finisce così per essere sostituita da una connessione online. Il decantato multitasking sta raggiungendo nuove frontiere che comprendono non solo mescolare vita reale e vita virtuale, ma vita reale e una pluralità di vite virtuali nel caso in cui una persona sia attiva su una pluralità di profili social.

Turkle prende come esempio la piattaforma di Facebook e sostiene che aprendo un profilo “pensiamo di presentare noi stessi ed invece finiamo per essere qualcun altro, spesso la fantasia di chi vorremmo essere”. Molto spesso percepiamo le nostre identità digitali come un qualcosa di a sé stante rispetto alla realtà, proiettando i nostri desideri e il nostro Sé ideale negli avatar che creiamo online. Usiamo quindi i social network per essere “noi stessi” ma le nostre rappresentazioni online assumono una vita autonoma. Questo discorso risulta amplificato se ci si concentra sull’analisi degli adolescenti, per i quali il tema dell’identità è al centro della loro esistenza. Essere costantemente connessi non favorisce, nei ragazzi e nelle ragazze, lo sviluppo della capacità di stare da soli e e di riflettere circa le proprie emozioni in privato, bensì porta loro a cercare assiduamente l’approvazione altrui. La corsa ai like e ai follower può divenire una vera e propria ossessione per gli adolescenti che non hanno ancora formato pienamente la loro persona. Turkle ritiene che ci si avvalga degli strumenti tecnologici non solo per offrire ai bambini e ai ragazzi  infinite opportunità ma anche per sopperire spesso alle assenze di genitori, insegnanti e adulti che affidano alla tecnologia il compito di intrattenerli, divertirli, educarli e farli crescere. Peccato che quest’ultima non fornisca reali soluzioni valide sufficienti per affrontare la solitudine, gli ostacoli della crescita e le problematiche emotive tipiche dell’età adolescenziale.

Per di più, oggi le nostre aspettative raddoppiano in quanto ambiamo ad ottenere delle soddisfazioni non solo nella vita reale, ma anche in quella virtuale e ciò può risultare frustrante.

Condivisione online come “tregua artificiale”

La studiosa si sofferma in modo particolare su come sempre più spesso gli strumenti digitali nati per connettere si trasformino in mezzi che favoriscono l’isolamento degli individui. Ci isoliamo senza rendercene conto poiché il mondo digitale ci dà l’impressione di essere vicini agli altri e al sicuro. La tecnologia compie una sorta di manipolazione fondata sull’illusione di intimità e socialità frutto in realtà di semplici oggetti inanimati e intercambiabili come like e follower acquisiti. Inoltre, avere sempre a disposizione Internet ed i social networks ci porta delle volte a non godere appieno delle esperienze che viviamo perché troppo occupati a pensare alla loro condivisione online. Le nostre capacità attentive spesso risentono della tendenza che abbiamo sviluppato più o meno tutti di utilizzare in contemporanea più device per soddisfare al meglio la necessità di fuggire dalla noia.
Al contrario di quanto sostiene Wellman, come riportato nel paragrafo precedente, Turkle crede che le relazioni in rete non integrino semplicemente quelle offline ma vadano a sostituirle. La studiosa definisce i servizi di messaggistica istantanea come una forma di “tregua artificiale” di cui ci avvaliamo per proteggere noi stessi. Nonostante la consapevolezza che le relazioni online siano in qualche modo incomplete, milioni di persone le accettano come se fossero le sole possibili. Ne deriva un’infelicità diffusa e demoralizzante poiché sempre intermediata da un mezzo tecnologico. Questo stato d’animo sembra essere riconosciuto passivamente con la giustificazione che non abbiamo a disposizione abbastanza tempo per agire diversamente. Il mondo della risposta rapida favorito dalle nuove tecnologie non incoraggia di certo l’introspezione ma soddisfa il desiderio umano di controllo. La società (americana) che descrive Sherry Turkle, schiava di un’“attenzione parziale continua”, è costituita da persone che vogliono controllare ogni cosa. Il nostro sogno meccanico ad oggi è di non essere mai soli, senza però rinunciare al controllo e la tecnologia ci aiuta in questo permettendoci ad esempio di ignorare messaggi, posticipare risposte o analizzare attentamente i profili utente prima di entrarci in contatto. L’idea di avere rapporti sociali con molti altri esseri umani ci conforta ma al tempo stesso ci accontentiamo di non approfondire queste relazioni, mantenendo gli individui a distanza. L’uomo ha sempre inteso il concetto di “luogo” come composto da uno spazio geografico fisico ben definito e le persone che lo occupano, a questo punto Turkle si chiede però: “Cosa diventa un luogo se coloro che sono fisicamente presenti rivolgono la loro attenzione agli assenti?”. Questo interrogativo si inserisce in una cornice paradossale se pensiamo che ci troviamo nell’era della comunicazione e stiamo ragionando sul concetto di solitudine. Il problema è che la tecnologia costruisce i rapporti tra le persone e al tempo stesso li logora.
Come abbiamo capito Sherry Turkle muove numerose critiche alla tecnologia, nonostante tutto ammette però che la pandemia da Covid-19 ci ha fatto scoprire l’aspetto migliore della tecnologia, vale a dire la possibilità di stare insieme nella solitudine forzata. In questo contesto, nell’assurdo periodo dei lockdown l’esistenza della rete ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale e positivo nel farci sentire meno soli, ricordandoci che la situazione era comune a tutti. Per di più, le piattaforme social hanno permesso che la socializzazione superasse le distanze fisiche imposte e di conseguenza che non si interrompessero totalmente molti rapporti umani.
Secondo la visione di Turkle è giunto il momento di considerare il digitale come strumento utile a potenziare le relazioni che coltiviamo nella vita reale, aggiungendo ad esse valore e non sostituendole con qualcosa di più superficiale.
Il social network in sé non costituisce la fonte della solitudine, ma rappresenta lo strumento che la rende visibile ed evidente. Come conclude la Turkle, la gente è sola e la Rete è seducente, ma essere sempre “on”, ci nega i vantaggi della solitudine. Se sussiste una dipendenza, per Turkle, non è dalla tecnologia, bensì dalle abitudini mentali che questa ci consente di assumere. L’intento non è quello di suggerire l’abbandono dell’uso delle tecnologie ma piuttosto mettere in discussione il rapporto umano nell’era digitale al fine di recuperare forme di dialogo e interazione capaci di apportare benessere presente e futuro.

 

La diffusione di tratti narcisistici nella società odierna

Nei capitoli precedenti abbiamo analizzato in profondità i risvolti positivi e negativi provocati dalla tecnologia, inserita nell’odierno contesto sociale. Abbiamo quindi notato come alcuni autori ritengano che grazie a questi nuovi mezzi si sia creato un inedito sistema operativo sociale, mentre altri reputino che questo panorama porti i soggetti ad isolarsi dal resto della comunità.
A tal proposito, infatti, nell’odierno scenario sociale, siamo testimoni o protagonisti stessi di una realtà che influenza i soggetti e gli utenti a comportarsi in modo diverso e peculiare: siamo di fronte ad una forte diffusione di tratti narcisistici specialmente negli atteggiamenti della popolazione occidentale, tanto che diversi studi parlano di “cultura del narcisismo”(Lasch, 1979) o, anzi, di “epidemia del narcisismo”(Twenge, Campbell, 2009).
Ma, andiamo per gradi: che cos’è il narcisismo? Tante sono le definizioni attribuite a questo termine, quante le discipline che hanno provato e continuano ad indagare questo fenomeno. Nel dizionario Treccani troviamo questa spiegazione: “Tendenza e atteggiamento psicologico di chi fa di sé stesso, della propria persona, delle proprie qualità fisiche e intellettuali, il centro esclusivo e preminente del proprio interesse e l’oggetto di una compiaciuta ammirazione, mentre resta più o meno indifferente agli altri, di cui ignora o disprezza il valore e le opere. Il termine fu introdotto nel 1898 in sessuologia dallo psichiatra tedesco H. Ellis (1859-1939) per designare un atteggiamento patologico della vita sessuale, per cui il soggetto gode nell’ammirare il proprio corpo, cioè tratta il proprio corpo come oggetto sessuale, come fonte di desiderio e di piacere, come il giovanetto Narciso nel mito greco.” Da ciò si evince come il narcisismo sia un tratto della personalità, che può a volte, entro certi limiti, risultare in un’accezione positiva poiché indica la cura, l’amore e il rispetto per se stessi, mentre nell’accezione negativa, quella considerata generalmente, esso sfocia in un disturbo del senso del sé, manifestando egoismo e indifferenza delle condizioni altrui. L’estremizzazione di questa condizione conduce alla dimensione patologica ossia al disturbo narcisistico di personalità, che si manifesta attraverso un esagerato e pericoloso bisogno di attenzione, gratificazione, acclamazione, affermazione e apprezzamento da parte degli altri.
Il Disturbo Narcisistico di Personalità viene diagnosticato, secondo la quinta edizione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM 5), a coloro che rispecchiano alcuni valori precisi tra cui grandiosità, costante bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Tuttavia, questo disturbo nasconde delle forti insicurezze nella personalità dei soggetti; insicurezze che non si manifestano, vengono tenute nascoste, ma che ci sono e possono essere racchiuse da vulnerabilità, solitudine e fragilità interiore.

Il narcisismo digitale

Ecco dunque che capiamo come questi tratti narcisistici possano venire corroborati dal contesto sociale e mediale in cui noi tutti siamo inseriti oggi. Specialmente in seguito allo sbarco dei social network e dal loro utilizzo quasi ossessivo, si è potuto notare come il narcisismo “classico” si sia trasformato in un narcisismo digitale, così chiamato da alcuni filoni di ricerca tra cui quello dell’esperto Umberto Zona, docente in Scienze della Formazione all’Università di Roma che, con questo termine, indica quell’insieme di azioni svolte nel digitale, nel panorama 2.0, fondate su forme di egocentrismo accentuato.
È possibile affermare come il contesto social odierno, per certi versi, abbia condizionato questi comportamenti, tanto che i media a nostra disposizione, al posto di agevolare la vita, obiettivo iniziale dello sviluppo degli stessi, l’hanno e la stanno al contrario intralciando. L’ossessione sviluppata per l’utilizzo di questi mezzi, di qualsiasi tipo, smartphone, computer, tablet, televisione ecc., ha portato gli individui a credere che questi possano soddisfare alcuni loro bisogni; pertanto, con questa illusione in mente utilizzeranno i media proprio per quello scopo, specialmente se non trovano nella realtà altri stimoli o altri appagamenti.
In modo particolare, come anticipato precedentemente, i social network sono uno dei terreni più fertili dove questi comportamenti si coltivano e si manifestano: uno studio su 130 profili Facebook condotto nel 2008 da un gruppo di studiosi dell’Università della Georgia, tra cui la dott.ssa Buffardi, dimostra come gli utenti considerati narcisisti, tra tutte le immagini pubblicate, condividano quelle realizzate quasi in modo professionale in cui appaiono esteticamente più belli e alla moda, mentre gli altri utenti si limitano a scegliere selfie tendenzialmente più “banali”, realizzate magari anche di fretta, solo per condividere un momento particolare della loro vita. Inoltre, il continuo sviluppo e la continua aggiunta di aggiornamenti nei media, come per esempio filtri e app di ritocco, non ha fatto altro che aumentare questa tendenza a mostrarsi nei social nel modo più perfetto possibile, tanto da condizionare anche gli utenti considerati dallo studio della dott.ssa Buffardi “normali”.
Altri studi dimostrano, infatti, che i social network vengono utilizzati principalmente per la condivisione di selfie o comunque immagini che ritraggono se stessi, andando in questo modo ad aumentare la possibilità di ricevere apprezzamenti e attenzioni da un pubblico vasto, anche sconosciuto, e dunque ad accrescere il desiderio di questi utenti di essere al centro dell’attenzione. Nello specifico, per la prima volta, grazie alle ricerche e agli esperimenti condotti tra gli atenei di Swansea e Milano (Reed, Bircek, Osborne, Viganò, Truzoli, 2018), si è dimostrata la correlazione tra narcisismo o presenza di tratti narcisistici in soggetti che utilizzano per una determinata frequenza i social media, almeno per quanto riguarda la condivisione di selfie.
L’universo 2.0, l’illusione di vivere un mondo parallelo, delle volte quasi irreale, genera in coloro che vengono considerati “narcisisti vulnerabili” (“Narcisisti grandiosi e vulnerabili: chi è a maggior rischio di dipendenza da Social Network?” Università di Firenze, Casale, Fioravanti, Rugai, 2016) una sorta di sicurezza e protezione nell’ambiente online, che permette loro di mostrare e sfogare in modo più libero questa necessità di attenzione e considerazione. Nel caso contrario, invece, i “narcisisti grandiosi” ossia coloro che esteriorizzano più facilmente il proprio esibizionismo, tendono invece a preferire l’ambiente reale, quindi le interazioni personali che avvengono “faccia a faccia”, come teatro dei loro comportamenti.

Image crafting

Un altro fenomeno che è in linea con queste tendenze è il l’atteggiamento narcisistico ormai molto noto come ”image crafting”, ossia una sorta di strategia che permette di costruire in modo accurato e voluto i contenuti dei propri profili social, in modo da controllare come gli altri, specialmente amici e familiari, ma anche sconosciuti, vedono le vite di questi soggetti. Un esempio concreto di questo fenomeno, che sarà sicuramente capitato almeno una volta ad ognuno di noi, ciò a favore del fatto che non riguarda solo i narcisisti, è quello in cui si va a togliere il tag sulle foto in cui non ci si ritiene abbastanza belli esteticamente per essere in linea con il feed del proprio profilo, oppure altri casi in cui si cerca di postare solo contenuti che siano positivi e che celebrino i propri successi. Così facendo si va a creare un meccanismo per cui si vuol rappresentare online solo la faccia migliore, più bella e positiva della proprio vita, quasi come se fosse una moderna fiaba, dove ogni momento della propria quotidianità, anche il più banale, diventa un’esperienza fantastica, magica.
Indagando ancora più in profondità, l’image crafting non solo riguarda il costruire una facciata esclusivamente positiva della propria rappresentazione online, bensì porta alla realizzazione di un’immagine di se stessi che, fondamentalmente, non è né autentica, né veritiera, né realistica, anzi, si potrebbe proprio dire, falsa. Ciononostante questo pericolo viene sottovalutato e ignorato e, nei casi più estremi, come abbiamo visto, non porta ad altro che a fomentare l’esigenza narcisistica di acclamazione, ammirazione e anche invidia.

Lo stato di “flow”

Abbiamo già anticipato come i social network possano fungere da piattaforma che incita e peggiora, in un certo senso, la richiesta del narcisista di attenzione e un luogo fertile dove poter riversare la loro ossessione, ma, in verità, non ci si limita a questo. Uno studio condotto dagli psicologi della IULM e della Cattolica di Milano (Cipresso et al., 2010; Mauri et al., 2010) ha dimostrato la capacità dei social network per i narcisisti ma in realtà anche di altri media, di creare un cosiddetto “flusso” (flow).
Il concetto di Flow è stato studiato e definito dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi, che lo definisce come uno stato emotivo in cui il soggetto si trova totalmente assorto da un’attività di suo gradimento che sta svolgendo, che sia lo scrolling nei social network, o anche la lettura di un libro, o il praticare uno sport. Esso è strettamente collegato al livello di intenzione, cioè quando si concentra la propria attenzione in un’unica azione o in un unico obiettivo. In questo frangente, la persona è talmente immersa nello stato in questione che i pensieri si susseguono in modo continuo senza fermarsi. Ciò causa di conseguenza la perdita della concezione del tempo, tanto che cinque minuti immaginati, diventano in realtà trenta. In più, questo livello di coinvolgimento con il proprio media porta anche ad una sorta di mancata autocoscienza, tanto che alcuni bisogni primari e fisiologici, come bere, mangiare e andare in bagno, passano in secondo piano e vengono ignorati. Sembra un contesto irreale e quasi incredibile, che, nella realtà dei fatti, non riguarda solo i narcisisti, bensì è capitato e sta capitando sempre più spesso ad ognuno di noi.
Con l’escalation della piattaforma TikTok, questo fenomeno è emerso sempre di più: proprio a causa della struttura intrinseca del social media, la cui home/bacheca si basa sullo scorrimento di mini video della durata di poche dozzine di secondi o meno che trattano degli argomenti più disparati. Grazie all’algoritmo i contenuti vengono poi scelti e filtrati a seconda delle interazioni realizzate dall’utente, interazioni che dimostrano i suoi interessi e le sue preferenze. Questo meccanismo fa immergere l’utente in una dimensione esterna al mondo ma anche dal corpo stesso, in cui egli perde se stesso in funzione di stimoli che derivano dal media.

Selfie e oversharing

Le azioni principali che caratterizzano il narcisismo digitale sono sicuramente la mania del selfie e la tendenza all’oversharing. Con “selfie” si intende una fotografia scattata a se stessi, solitamente realizzata con la telecamera interna dello smartphone (una volta chiamato “autoscatto”); è importante sottolineare questi dettagli perché cambia l’approccio rispetto ad un’immagine di se stessi scattati da altri. Il fatto di poter realizzare dei selfie e il conseguente abuso deriva dalla possibilità strutturale dello strumento, lo smartphone che, in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo, permette alla persona non solo di scattare la foto ma anche di pubblicarla ovunque nella rete. Il selfie è, dunque, il mezzo attraverso cui i soggetti riescono a realizzare il desiderio ed il piacere innanzitutto di apparire, ma anche di mostrarsi e di ricevere complimenti e ammirazione. Tuttavia, andando ad analizzare in profondità lo strumento, è possibile dedurre che la condivisione di questi elementi non è altro che un modo per ottenere approvazione e consenso dagli altri, verificabile attraverso il numero di like, condivisioni e commenti positivi.
Tale tendenza, nel corso degli anni, è mutata, poiché se inizialmente si usava ritrarre principalmente il viso o parti del viso, con il tempo si è assistito ad una vera e propria pubblicazione dei propri momenti più intimi e privati: quello che viene definito dallo psichiatra francese Serge Tisseron, nel 2001, con il concetto di “estimità” e consiste nel “mostrare dei frammenti della propria intimità di cui noi stessi ignoriamo il valore, a rischio di provocare il disinteresse od anche il rigetto negli interlocutori, ma con la speranza che il loro sguardo ne riconosca il valore e lo renda tale ai nostri occhi.”.
In seguito ad una ricerca sulla situazione adolescenziale in Italia nel 2017, realizzato da l’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus presieduto dalla Dott.ssa Maria Manca, è emerso che i teenager fanno mediamente cinque selfie al giorno, con casi estremi di addirittura cento. L’ossessione di ricevere like e interazioni positive dalla propria rete ha fatto in modo che questi ragazzi cambiassero le proprie abitudini, tra cui specialmente quelle alimentari, pur di rientrare all’interno di quegli standard malati tanto acclamati e condivisi attraverso i social. Come dimostra lo studio stesso, purtroppo è un trend che sta aumentando progressivamente. Inoltre, è ormai noto che la ricezione di approvazione sotto forma di like e condivisioni, aumenti autostima, sicurezza e popolarità, mentre quando avviene il contrario, ciò si ripercuote sempre sulle stesse emozioni, ma in negativo.

Con “oversharing” si intende, invece, quel comportamento che prevede un eccesso di condivisione di contenuti nel web, che siano informazioni o foto o video ecc. Questa pratica è chiaramente molto diffusa specialmente tra i narcisisti in quanto, per essi, l’azione del condividere e quindi di far sapere agli altri qualcosa che li riguarda, diventa quasi un gesto naturale, che riprende l’estensione di se stessi. Nei casi più estremi, questa pratica diventa addirittura una conferma della propria esistenza, che converte il concetto cartesiano del “cogito ergo sum”, in “condivido allora sono, esisto”.

Altre forme di patologie

Nonostante non tutte siano ancora approfonditamente analizzate e certificate sono state identificate altre forme di “disturbi” legati all’iperconnessione e di che spesso vengono attribuite anche a coloro che presentano forti tratti narcisistici nella personalità: esse sono F.O.M.O., Nomofobia, Phubbing e Vamping.
F.O.M.O. è l’acronimo utilizzato per indicare “Fear Of Missing Out” ossia la paura di farsi sfuggire qualcosa, inteso nel senso della comunità di rimanere esclusi; è infatti una forma di ansia sociale che ricorda nei soggetti la continua preoccupazione di rimanere da soli, pertanto li porta a cercare sempre un contatto di qualsiasi tipo, che sia più personale con amici e parenti o anche più generale, semplicemente qualcuno con cui avere una conversazione o da cui ricevere ammirazione. Questo stato di ansia porta i soggetti a cercare di rimanere sempre sul pezzo per cercare di non perdersi qualsiasi cosa succeda attorno a loro e ciò si traduce nella realtà dei fatti con, ad esempio, un continuo aggiornamento delle proprie pagine social piuttosto che l’ossessionante mania di controllo di ogni notifica del proprio smartphone.
Nonostante non sia una patologia riconosciuta a livello clinico, non può essere sottovalutata perché può andare ad alimentare disagi maggiori quali ansia persistente e depressione.
Molto simile per gli strumenti è la Nomofobia, ossia la paura di rimanere senza smartphone e senza connessione ad Internet. Generalmente le conseguenze di questa fobia si manifestano con l’isolamento, euforia e salienza cognitiva, cioè il pensiero del cellulare o di Internet diventa così predominante da escludere gli altri, in modo tale da non farsi distrarre dalla preoccupazione centrale.
Infine, Il Phubbing è invece quell’approccio utilizzato dalle persone per cui, nonostante l’essere in compagnia, si dia la priorità delle proprie attenzioni allo smartphone, tanto da snobbare (snubbing) i propri compagni. Oltre che ad essere una mancanza di rispetto in generale, se considerato nei suoi dettagli, questo fenomeno dimostra come l’ossessione e la dipendenza da questi mezzi incida sui rapporti interpersonali. Ciò provoca, successivamente, un’esclusione quasi spontanea dai propri cari proprio a causa di questa manifestazione di mancato interessa, che va ad inserirsi in un circolo vizioso che porta il soggetto a sentirsi isolato e a ricercare nuovamente delle attenzioni online. Certo è che non bisogna generalizzare, ma queste sono le pratiche che tendono a rappresentarsi maggiormente nella società del giorno d’oggi.

 

Conclusione

A conclusione della nostra dissertazione, molteplici sono gli elementi che sono venuti a galla analizzando il contesto odierno. In primis, abbiamo osservato come l’ossessivo ed eccessivo mostrarsi nel mondo digitale non permetta in alcun modo una risoluzione dei problemi e delle difficoltà appartenenti alla sfera privata e personale, ma bensì all’opposto crei un circolo vizioso in cui la sovraesposizione di sé all’interno delle reti sociali non fa che aumentare l’insicurezza ed abbassare il livello di autostima degli utenti. Inoltre, l’accanimento degli utilizzatori dei social network che trascorrono molto tempo a creare contenuti e a postare immagini di sé stessi, ponendo il mondo dei social al centro della loro vita, ha portato ad un loro allontanamento dalle cerchie sociali reali di amici e conoscenti, con conseguente esclusione da quei gruppi. Come afferma anche la sociologa Sherry Turkle sempre più spesso gli strumenti digitali, nati con l’intento di creare connessioni, si tramutano in mezzi che favoriscono l’isolamento degli individui. Tendiamo ad isolarci in maniera spesso involontaria in quanto il mondo digitale ci dà l’impressione di essere vicini agli altri e al sicuro. Ciò non è però imputabile alle altre persone, che escludono l’utente dalla loro vita, ma al contrario è unicamente dovuto al comportamento dell’utente stesso, che si autoesclude dando la priorità al mondo digitale e alla necessità di ricevere continue conferme ed attenzioni dal pubblico online. Il consenso delle cerchie virtuali che stanno al di fuori della realtà fisica diventa per quella categoria di utenti il punto cardine della loro attività sociale, in rete ma anche fuori dalla rete, data la loro auto esclusione dal mondo reale.
Per quanto le nuove tecnologie ed i social network possano portare un impatto positivo nella vita delle persone, bisogna anche considerare l’altra faccia della medaglia: in particolar modo, le varie conseguenze negative di tipo psicologico che possono affliggere gli utenti della rete. Per questo motivo è importante farne un uso consapevole e responsabile, senza lasciarsi intrappolare nel vortice di Internet.

 

Bibliografia e sitografia

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Insieme ma soli – Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Sherry Turkle, Einaudi, 2019

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https://it.wikipedia.org/wiki/Sherry_Turkle

 

Le autrici

Boldrin Elena, dottoressa in Relazioni Pubbliche attualmente frequentante il Corso magistrale in web Marketing & Digital Communication presso IUSVE.

Dal Mas Valentina, classe 1999, laureata in Lingue per il Commercio Internazionale presso l’Università degli Studi di Verona ed attualmente frequentante il corso di laurea magistrale in Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE.

Davanzo Giorgia laureata in Lingue per il Commercio Internazionale. Attualmente studentessa al primo anno di magistrale in Web Marketing & Digital Communication.

Giacomin Gioia, 22 anni, laureata in Relazioni Pubbliche e attualmente studentessa al primo anno di licenza magistrale in Web Marketing & Digital Communication.