É innegabile come Internet e le sue applicazioni facciano ormai parte della vita quotidiana di ciascuno di noi e come queste abbiano portato numerosi vantaggi negli ambiti più disparati, dall’informazione al mondo del lavoro, dalla ricerca al mondo dell’intrattenimento. Ogni giorno, seppur con diverse modalità, tutti veniamo in contatto e ci confrontiamo con le nuove tecnologie, data la loro pervasività in tutte le attività umane.

Tuttavia, parallelamente al progresso e all’innovazione che accompagnano e derivano da tali dispositivi, si sono sviluppati tra gli utenti dei disturbi legati ad un uso eccessivo della Rete, fino a parlare di vere e proprie dipendenze.

  1. Internet Addiction Disorder (IAD)

Ad oggi, si parla di IAD, Internet Addiction Disorder, ovvero dipendenza da internet, inteso come “emergente disturbo psichiatrico, assimilabile a problemi di discontrollo degli impulsi e correlato all’uso disadattivo delle nuove reti e tecnologie sociali e virtuali.” [1]
Il termine “addiction”, di fatto viene utilizzato in lingua inglese per indicare uno stato di sottomissione, schiavitù e oppressione, tipico di tutti gli stati di dipendenza. Storicamente il concetto di dipendenza in ambito di ricerca veniva legato all’uso di sostanze psicoattive, tuttavia oggi la comunità scientifica considera la dipendenza come un problema mentale che può nascere da “qualunque esperienza, situazione od oggetto, in grado di alleviare uno stato d’ansia, preoccupazione o dolore.” [2]
Pertanto l’internet addiction, al pari di altre dipendenze come quelle da droghe o da gioco di azzardo, si sviluppa dunque per modificare lo stato di coscienza del soggetto e la sua percezione dell’ambiente circostante al fine di diminuire lo stato di disagio e sofferenza che prova.

Vi sono inoltre due elementi fondamentali che influiscono sull’insorgere della dipendenza da Internet e che permettono di comprendere meglio le dinamiche di questo disturbo.
Innanzitutto il web viene presentato come un mondo stimolante, pieno di risorse, ricco di novità, un luogo in cui realizzare le proprie fantasie e sperimentare nuovi comportamenti. Tutto ciò è chiaramente molto diverso dalla realtà quotidiana, che da molti viene vista come monotona, banale e ripetitiva, ancor di più appunto se a confronto con il mondo virtuale a cui abbiamo accesso. Ecco allora che la Rete con i suoi ambienti sembra la giusta risposta a un desiderio di fuga dalla realtà ritenuta insostenibile, diventando una sorta di “rifugio della mente”. Tuttavia nel rifugiarsi in questo mondo virtuale, il soggetto si distacca sempre di più dalla vita reale e vive un’esperienza di isolamento e di sottrazione dalla realtà quotidiana. Inoltre questa stessa azione diventa a sua volta ripetitiva, messa in atto ogni qualvolta si voglia fuggire da una realtà ritenuta intollerabile in quanto fonte di stati d’ansia.
In secondo luogo, legato alla dipendenza da Internet, è il fenomeno della dispercezione del tempo. Di fatto mentre si naviga o chatta online, si è totalmente assorti dall’attività in rete da entrare in uno stato dissociativo, che ricorda quello del sogno ad occhi aperti. Tuttavia mentre quest’ultimo episodio ha una durata molto breve, lo stesso stato online dura molto di più e l’individuo perde quindi la percezione effettiva del tempo trascorso in rete. Il fenomeno della dispercezione temporale è inoltre favorito dalla struttura stessa di  Internet in quanto si basa su continui collegamenti ipertestuali e rimandi a contenuti multimediali che portano l’utente a navigare in rete per una grande quantità di tempo, spesso senza uno scopo preciso.

  1. Dipendenza da social network

Come già accennato in precedenza, Internet ha rivoluzionato profondamente numerosi aspetti della vita quotidiana di ciascuno, tuttavia un ambito che ha subito più di altri notevoli trasformazioni è quello della comunicazione. Di fatto, grazie alla rete a alle nuove tecnologie, comunicare online è diventata un’azione accessibile a chiunque, in qualunque momento e consente di avere una relazione con un altro soggetto senza che sia necessaria al compresenza fisica.
In questo campo di applicazione della rete, i social network hanno assunto un ruolo centrale nell’ultimo decennio, in quanto consistono appunto in piattaforme online mediante le quali gli utenti possono entrare in contatto con altre persone e comunicare o condividere qualsiasi cosa desiderino. Grazie a questi strumenti l’essere connessi alla rete è diventata un’azione naturale, automatica e costante; anche nelle situazioni in cui magari l’utente non vorrebbe essere interrotto da notifiche o messaggi, esso non rinuncia comunque alla connessione.
Questa condizione, tuttavia, ha portato gli utenti ad associare l’attività online con il fatto di essere partecipi ed accettati dalla società, creando quindi un collegamento diretto tra mondo reale e virtuale, nel quale i confini tra i due ambiti sono sempre più sfumati nella percezione degli utenti. Inoltre è emersa una sorta di socievolezza 2.0 basata su like, condivisioni e visualizzazione dei contenuti prodotti dalle proprie attività online.

É chiaro dunque come i social network abbiano portato numerosi vantaggi nel mondo delle comunicazione interpersonali, ma allo stesso tempo un utilizzo eccessivo di queste piattaforme ha visto l’insorgere di problematiche psicologiche e comportamentali negli utenti.
Due fattori che derivano e allo stesso tempo influenzano un uso smisurato dei social network sono il cosiddetto engagement e il fenomeno della FOMO, letteralmente Fear Of Missing Out.
Il primo termine vede il suo significato originario nel campo della user experience in cui indica il grado di coinvolgimento dell’utente nell’esperienza di un dispositivo con una determinata interfaccia. Tuttavia questo termine può essere associato alla sfera dei social network per indicare la necessità di partecipazione che queste piattaforme stimolano nell’utente. Di fatto lo scopo di questi ambienti online è quello di creare un ambiente fittizio che calzi alla perfezione con le caratteristiche dell’utente così da farlo sentire al sicuro e trasmettere un senso di socialità. Inoltre l’immediatezza e la semplicità nella creazione di contenuti in queste piattaforme social portano l’utente a definire tramite essi una personalità virtuale per comunicare e socializzare. L’utente dunque man mano preferirà l’interazione virtuale rispetto alle relazioni faccia-a-faccia, in quanto la prima risulta essere più facile, gratificante e meno rischiosa, data anche la mancata presenza fisica.

Il secondo fenomeno che influisce e altera il rapporto tra mondo reale e virtuale è appunto la FOMO, Fear Of Missing Out, che letteralmente si traduce in “paura di essere tagliati fuori”. Questo disturbo provoca uno stato d’ansia legato appunto al timore di essere esclusi da un evento o da un contesto sociale ed “è caratterizzato dal desiderio di essere continuamente connessi e collegati con quello che stanno facendo gli altri.” [3]
I social network pertanto rispondono a questo bisogno continuo di connessione e interazione con l’altro grazie alle possibilità che offrono e pertanto alimentano una sorta di dipendenza dalle piattaforme stesse che si potrebbe trasformare a un livello successivo in dipendenza da Internet (vista nel paragrafo precedente) e dai dispositivi stessi che consentono l’utilizzo continuo dei social network.

  1. Fenomeno del digital detox

Parallelamente alla diffusione di disturbi psicologici e comportamentali legati alla dipendenza dalla Rete e dalle sue applicazioni, si è estesa anche una pratica che va nella direzione opposta chiamata digital detox, che consiste nel prendersi una pausa dal mondo online e dei social media riducendo o rinunciando per un certo periodo di tempo più o meno lungo all’utilizzo di dispositivi connessi ad Internet. Il concetto non è nuovo tuttavia la sua diffusione e messa in pratica si è sviluppata in particolare negli ultimi anni come mezzo per migliorare il proprio autocontrollo e rafforzare la propria consapevolezza al fine di ridurre lo stress e concentrarsi sulle interazioni sociali nel mondo reale. Nonostante vi siano diverse pratiche digital detox, tutte partono dalla stessa premessa, ovvero il fatto che le attuali modalità d’uso dei dispositivi tecnologici connessi siano scorrette e dannose per l’utente. In particolare, la messa in pratica di azioni di digital detox riguardano due diversi ambiti, collegati tra loro.
Innanzitutto queste pratiche servono per permettere di gestire il sovraccarico temporale dato dai nuovi media, che occupano troppo spazio nella vita quotidiana. Pertanto molti testi a riguardo invitano ad usare orologi analogici, nascondere lo schermo del proprio smartphone o addirittura eliminarne l’uso per un certo periodo di tempo.
In secondo luogo si cerca di far gestire meglio il sovraccarico spaziale, ovvero la vita online di ciascuno di noi, che a volte può prendere il sopravvento. Per questo sono consigliate pratiche come stare più a contatto con la natura e avere maggiori relazioni nel mondo reale, per ritrovare la propria armonia.
Tuttavia, più che eliminare il digitale dalle proprie vite, è più importante integrarlo e trovare una sorta di equilibrio tra online e offline. In questa prospettiva nel 2015 Alessio Carciofi, docente di Digital Marketing e fondatore della prima realtà in Italia a occuparsi di digital detox, crea la metodologia Digital felix, la prima in Europa sulle distrazioni digitali. Questo metodo consiste in una serie di pratiche da attuare nella vita quotidiana al fine di impedire al mondo digitale di distrarci continuamente e di conseguenza di aumentare la propria produttività e gestire al meglio il tempo nella nostra quotidianità.

La creazione e lo sviluppo di questa metodologia dimostra dunque come il digital detox sia oramai non solo un’attività per molti necessaria, ma anche una pratica molto diffusa che talvolta assume la connotazione di una moda che molti personaggi famosi seguono e diventa motivo di guadagno, tramite ad esempio la creazione di hotel designati al digital detox o la vendita di app apposite, seppur con un certo controsenso.

[1] A.C. Rusconi, G. Valeriani, C. Carlone, P. Raimondo, A. Quartini, M. A. Coccanari Dè Fornari, M. Biondi, Internet addiction disorder e social network: analisi statistica di correlazione e studio dell’associazione con l’ansia da interazione sociale, 2012
Articolo completo
[2] ibidem
[3] A. K. Przybylski, K. Murayama, C.R. DeHaan, V. Gladwell, Motivational, emotional, and behavioral correlates of fear of missing out. Computers in Human Behavior, 2013

Altre fonti:
S. Corvino, F. Tonioni, Dipendenza da Internet e psicopatologia web-mediata, 2011, articolo completo

E. Caruso, Dipendenza da social network – Rapporto tra vita reale e virtuale, 2017, fonte completa

 

Margherita Colucci, 23 anni, studentessa di Web Marketing e Digital Communication presso l’istituto IUSVE di Mestre (VE), laureata in Scienze e Tecnologie della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Ferrara. Appassionata di serie TV, amante degli animali, sogna un futuro nel fashion marketing.