Il termine Intelligenza Artificiale è un termine che ormai si ritrova in tantissime tecnologie e contesti. Due parole che attualmente rimandano subito a concetti come innovazione, novità e modernità.
Eppure, di intelligenza artificiale se ne parlava già negli anni ’40, quando due ricercatori Warren McCulloch e Walter Pitt crearono il primo neurone artificiale, il cui sviluppo venne poi ripreso da Donald Olding Hebb, il quale attraverso le reti neurali cercò di ricreare artificialmente il funzionamento dei neuroni umani.
La scoperta si completò con Alan Turing che nel 1950 pubblicò sulla rivista Mind l’articolo “Computing machinery and intelligence” dove spiegava un nuovo criterio per determinare se una macchina è in grado di pensare, criterio che prese il nome di “Test di Turing”.

Il termine “Artificial Intelligence” risulta però ufficialmente coniato dal matematico statunitense John McCarthy e con esso l’arrivo dei primi linguaggi di programmazione Lisp specifici per l’AI, nel dettaglio egli definisce l’AI :

“Quella scienza che consente di costruire macchine intelligenti, in particolare programmi per computer intelligenti. Essa è legata a compiti simili a quelli che utilizzano computer per capire l’intelligenza umana, ma la AI non deve limitarsi a metodi che sono biologicamente osservabili”.

Ma, cosa si intende quando si parla di Intelligenza Artificiale?
Se analizziamo questa domanda dal punto di vista umano possiamo dire che l’intelligenza artificiale è l’abilità di un sistema tecnologico di risolvere/svolgere problemi/compiti tipici dell’abilità umana, se invece analizziamo la domanda dal punto di vista informatico possiamo dire che l’AI è la capacità di una macchina, grazie a particolari hardware e software, di agire autonomamente.

Un’ulteriore distinzione che si può fare quando si parla di intelligenza artificiale è tra Intelligenza Artificiale debole [WEAK AI] e Intelligenza Artificiale forte [STRONG AI]:

  • nel primo caso si parla di macchine in grado di simulare alcune funzioni cognitive dell’uomo senza però ulteriori capacità intellettuali: si parla quindi di programmi di problem solving matematici.

nel secondo caso si tratta di sistemi sapienti, ovvero macchinari che possono emulare il pensiero dell’uomo sviluppandone una propria versione in modo autonomo che può essere pari o superiore all’intelligenza umana.

Come funziona l’intelligenza artificiale?
Possiamo ricondurre il funzionamento dell’AI a quattro diversi livelli funzionali:

  • Comprensione: attraverso l’analisi dei dati e degli eventi l’Intelligenza Artificiale riesce a riconoscere testi, immagini, video, voci, tabelle dalle quali può estrarre informazioni.ragionamento: l’intelligenza artificiale riesce, dopo il processo di comprensione, a collegare tra loro le diverse informazioni raccolte in modo del tutto autonomo.
  • Apprendimento: alcuni sistemi di AI  riescono ad analizzare input di dati e a realizzare degli output di risposta. Si parla quindi di Machine Learning, ovvero tecniche di apprendimento automatico che portano l’intelligenza artificiale a imparare di volta in volta nuove funzioni.
  • Interazione: si fa riferimento all’interazione uomo-AI, ovvero macchinari basati su sistemi di NLP (natural language processing) che consento all’uomo di comunicare con la macchina e viceversa attraverso il linguaggio naturale.

L’Intelligenza Artificiale e i robot spesso sembrano divertenti giochi di fantascienza, ma in realtà influenzano già la nostra vita quotidiana . Ad esempio, servizi come Google e Amazon ci aiutano a trovare ciò che vogliamo usando l’Intelligenza Artificiale; Google utilizza addirittura l’apprendimento automatico per completare automaticamente le nostre query di ricerca, prevedendo con precisione ciò che stiamo cercando.
Tutti questi recenti sviluppi legati all’AI hanno acquisito sempre più importanza negli ultimi anni e ci stanno portando a chiederci, quale futuro per l’uomo? Se l’intelligenza artificiale può eguagliarci se non addirittura superarci cosa ci aspetta nei prossimi anni? Saremo più felici? La nostra vita sarà migliore?

Albert Einstein diceva:

”Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”.

Sarà questa una premonizione del famoso scienziato?
Gli esperti dicono che ci troviamo in un punto di transizione interessante, in cui abbiamo smesso di utilizzare strumenti come l’AI come estensioni passive di noi stessi e che ci stiamo preparando a lavorare con loro come partner attivi. Bisogna però sottolineare che, secondo alcuni studi del World Economic Forum, se da una parte ci stiamo adattando a queste nuove tecnologie dall’altra sempre più persone iniziano ad avere diverse perplessità sull’utilizzo dell’AI, essi infatti ritengono che se l’AI per certi aspetti amplifica l’efficacia umana per altri aspetti minaccia alcune nostre autonomie e capacità: ad esempio il processo decisionale sarà sempre più basato su codici e algoritmi e ci troveremo quindi a sacrificare, a vari livelli, la nostra indipendenza, il diritto alla privacy e il potere sulla scelta.
L’Ai infatti  continuerà a cancellare la privacy delle persone man mano che il sistema migliorerà: lo si può vedere già adesso in Cina, dove attraverso il riconoscimento facciale, sono soliti identificare le persone e di conseguenza a non rispettare la loro privacy.
L’Ai inoltre è soggetta a pregiudizi negativi per le popolazioni minoritarie, questi pregiudizi vengono chiamati bias e riguardano gli algoritmi i quali hanno spesso distorsioni identificabili ad esempio con favoritismi verso persone che sono bianche o maschili.
Anche il Consiglio Europeo ha dovuto mettere in guardia le persone del rischio di “discriminazione sociale” causata dagli algoritmi , è infatti di quest’anno il “Declaration by the Committee of Ministers on the manipulative capabilities of algorithmic processes”.
L’errore di questi algoritmi è difficilmente identificabile e migliorarlo non è così semplice: basta pensare che IBM, in risposta ai risultati di una ricerca del MIT, è riuscito a rilasciare un miglioramento al proprio sistema, ma per poterlo fare ha dovuto realizzare un data set chiamato DiF (Diversity in Face) composto da 1 milione di immagini e da 10 schemi di codifica.
Tutto questo significa che c’è la possibilità che alcuni di questi pregiudizi si insinuino nella nostra società in modo quasi invisibile e che tutto questo con il tempo potrebbe portare a conseguenze di un certo peso per certe comunità/persone.
Da qui si deduce che l’Ai potrebbe creare un mondo in cui la realtà può essere manipolata in modi che non apprezziamo, vi è infatti anche la possibilità che l’Intelligenza Artificiale possa essere utilizzata da coloro che sono al potere per manipolare e controllare gli altri.

Walter Lippmann affermava:

“I mezzi di comunicazione di massa, benché siano uno strumento di sviluppo della partecipazione democratica, sono anche un potenziale rischio per la democrazia”.

Tutti queste possibili avvenimenti dipenderanno da come sarà regolamentata l’intelligenza artificiale: serve un sistema inclusivo che renda i cittadini partecipi e informati, allora sì che l’intelligenza artificiale potrà migliorare la vita delle persone.
Bisogna quindi considerare anche quanto detto da Paul Daugherty, Chief Technology & Innovation Officer di Accenture “L’intelligenza artificiale è una intelligenza collaborativa che vede un rapporto bidirezionale tra l’uomo e la macchina: mentre l’uomo con le sue competenze crea la macchina e la dota dei dati necessari per farla funzionare, in risposta la macchina migliora le possibilità dell’uomo di valorizzare la propria creatività”.

L’Ai quindi, in ogni sua applicazione deve essere impiegata a beneficio dell’umanità.
Si deve quindi costruire e applicare un’etica per l’intelligenza artificiale che sia responsabile: responsabile nel senso che gli atti compiuti da sistemi basati sull’ai non devono rimanere legati  solamente alle macchine ma devono sempre essere in capo alle persone.Solo in questo modo collaborativo Human + Machine la nostra vita potrà essere migliore.