Un futuro distopico di natura Orwelliana è alle porte.

Stiamo parlando della Riforma sul Copyright, la legge approvata dall’Unione Europea che ultimamente ha fatto infuriare milioni di utenti del mondo internauta e che non cesserà sicuramente presto di creare malcontenti.

Tutto è riconducibile a una data precisa: il 5 luglio 2018. Il Parlamento Europeo, in tale giornata, avrebbe dovuto decidere se confermare la direttiva sul copyright, testo che, se fosse stato approvato, avrebbe decisamente limitato l’Internet che oggi conosciamo e la sua libertà di espressione.

La proposta venne di fatto approvata, il testo fu successivamente integrato dal Parlamento Europeo con annessa conferma al 26 marzo 2019 e infine, dal Consiglio dell’Unione Europea il 15 aprile 2019.

Di questa riforma, gli articoli più esaminati e contestati sono l’11 e il 13. Scopriamo perché.


Art. 11 – Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale

In questo articolo,

si obbligano le piattaforme online che pubblicano snippet a pubblicazioni di carattere giornalistico a munirsi preventivamente di una licenza rilasciata dal detentore dei diritti.  [fonte: Wikipedia]

In questo caso, identità come Google sarebbero obbligate a pagare gli editori affinché determinate informazioni vengano aggregate su Google stessa, così come ogni articolo di ogni sito web presente nella rete. Questo processo, umanamente impossibile da effettuare, verrebbe svolto da degli algoritmi, nonché da costosissimi software programmati ad hoc per compiere questo determinato lavoro milioni e milioni di volte al giorno. Ma quante sono le realtà che possono permettersi una ricerca e sviluppo in questo ambito? Veramente poche.

Aziende come Google però, potrebbero anche rifiutare di pagare gli editori per raccogliere i loro contenuti sulla piattaforma, comportando quindi gravi danni ai motori di ricerca competitor, così come la possibilità di assistere allo spettacolo opposto. Potenze come quella Californiana, per assurdo, potrebbero persino arrivare a chiedere dei compensi economici alle piccole realtà affinché il materiale da loro prodotto venga indicizzato e pubblicato a migliaia di persone sul web. Circoli viziosi si verrebbero a creare e il futuro materiale in rete potrebbe essere vincolato da mere somme economiche. L’informazione libera che oggi conosciamo verrebbe inficiata e noi non avremmo, ad esempio, quell’articolo che tanto ci avrebbe fatto piacere leggere in un particolare momento, solo perché l’editore aveva scelto di ricevere un piccolo (e meritato) compenso economico per il contenuto da lui realizzato.


Art. 13 – Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti

In questo articolo,

le piattaforme online con contenuto generato dagli utenti devono imporre misure “adeguate e proporzionate”, atte a evitare la violazione di copyright. In particolare, questo articolo prescrive che i contenuti caricati online all’interno dell’UE debbano essere verificati preventivamente, in modo da impedire che possano essere messi online materiali protetti dal diritto d’autore.  [fonte: Wikipedia]

Quando un disegno di legge passa l’approvazione, soprattutto in ambito digitale, non è automatico che l’utente finale sappia esattamente cosa succederà dopo. Questo è il caso del tanto parlato e discusso articolo 13.

Piattaforme web, come Youtube, Facebook o Instagram (quindi tutti quei servizi che danno accesso a enormi quantità di dati prodotti dagli utenti) dovrebbero controllare ogni materiale caricato al fine di evitare la pubblicazione di contenuti coperti da copyright. Per eseguire un corretto upload, questi colossi dovrebbero utilizzare un filtro al momento del caricamento del materiale, una specie di “Content ID” di YouTube ma più complesso e affidabile. Il controllo preventivo dei video, ad esempio, comporterebbe l’inevitabile annullamento e la conseguente cancellazione di migliaia di ore di intrattenimento dalla piattaforma Europea.

Restando sul colosso dei video, fino a qualche settimana fa, si lasciava la libertà agli utenti di caricare qualsiasi tipo di contenuto sul sito lasciando effettuare a loro stessi dei controlli sul materiale soggetto all’upload (al cosiddetto User Generated Content). Come specificato, al momento del caricamento vi sono comunque degli algoritmi che effettuano dei controlli sul materiale, individuando i contenuti protetti da copyright per poi segnalarli all’utente che ha effettuato l’upload una volta comparsi in piattaforma.

I creatori di contenuti dunque, sono considerati i diretti responsabili del materiale caricato e qualora questo coprisse il diritto d’autore, verrebbe individuato e conseguentemente eliminato.

Cosa è cambiato ora? Perché questa legge spaventa così tanto i creatori di contenuti digitali?

Con questa riforma infatti, YouTube, così come altre piattaforme digitali che forniscono contenuti multimediali, ad esempio Google, Facebook o Instagram, sono diventate le dirette responsabili e dovrebbero bloccare il caricamento dei materiali, così come cancellare tutti i contenuti già presenti coperti da copyright, perdendo gran parte dell’offerta e arrecando gravi perdite economiche sia a queste che per quegli utenti che guadagnano per le loro produzioni caricate.

La riforma approvata lo scorso aprile vuole quindi rimarcare le regole che sono da sempre esistite sul diritto d’autore in Europa, cercando di normalizzare le leggi sul copyright degli Stati appartenenti all’Unione, non tralasciando però un insieme di istruzioni e “paletti” per tutti quelli che erano poi i regolamenti interni di ogni singolo paese aderente.

Il problema che sorge allora, si verifica nel momento in cui queste piattaforme di digital-content dovrebbero cancellare i propri contenuti o applicare dei filtri in fase di caricamento di questi.

L’orientamento dell’Unione Europea infatti, prevede che ogni fornitore di servizio online debba, da questo momento in poi, stipulare un contratto particolare con le case discografiche, cinematografiche ed editrici, ove possa ottenere, previo compenso economico, le licenze dei prodotti coperti da copyright, così da poterli ospitare sulla propria piattaforma, senza ulteriori ripercussioni.

Non sarà più il creativo che dovrà dividere i propri compensi con la piattaforma perché ha utilizzato del materiale protetto, bensì sarà il fornitore del servizio a dover remunerare le etichette proprietarie del contenuto. Il rischio quindi risiede in quanto definito precedentemente: in una visione utopica della società le grandi potenze che detengono i dati potrebbero anche rifiutarsi e cambiare di netto le proprie politiche, andando quindi a stravolgere le attività consuetudinarie a cui noi teniamo come utenti consumatori della rete.

Contenuti come le parodie, a causa della loro natura stessa di citare l’opera originale, o i meme come forma espressiva goliardica, moriranno a causa della riforma. I bravissimi performer musicali presenti sul web non avranno più la possibilità di effettuare nemmeno una cover e di condividerla con i propri fan.

Inoltre, Internet è fatto di contenitori. Ogni giorno navighiamo su dei blog che sono a tutti gli effetti dei contenitori di informazioni. Se in questi raccoglitori di idee e contenuti di vario genere non ci si può inserire niente, ma solo materiale originale, molti di questi si troverebbero costretti a chiudere in pochissimo tempo.

Quale potrebbe essere quindi una soluzione utile a tutti affinché questa “sciagura” non si verifichi?

L’idea più intelligente e applicabile fin da subito sarebbe quella di adottare il fair-use, strumento / misura ove è previsto che un creatore di contenuti possa utilizzare un’opera coperta da copyright, a patto che citi la fonte, col solo scopo di contestualizzare il proprio materiale originale. Questa idea però, non è prevista o adottata in Europa, a differenza del resto del mondo.

Cosa possiamo fare dunque?

Dobbiamo aspettare, tutti, indistintamente e cogliere, col passare del tempo, quali saranno le indicazioni generali da seguire.


Questo articolo è stato scritto con l’intento di drammatizzare fortemente la riforma e le sue conseguenze, al solo scopo di far riflettere l’utente meno esperto, perché quando milioni di persone si mobilitano (firmando anche petizioni, oltre che scendendo in piazza per protestare) per perorare una causa, e chi sta al vertice dell’organizzazione Europea ignora, ci si imbatte in una politica molto sospetta. Non dimentichiamoci che, per definizione, il termine “politica” prevede l’elezione di un insieme di soggetti il cui scopo è agire al servizio dei cittadini. Per svolgere un egregio dovere dunque, è fondamentale l’ascolto delle volontà dei soggetti che si sta rappresentando. In fase di approvazione, in molti hanno declinato, ma la legge oggi è realtà. Non si può credere che si possa ignorare così fortemente tutto il movimento generato dagli utenti, a meno che non lo si voglia fortemente.

E tu, da cittadino Europeo, come la pensi?