Di frequente senti parlare di innovazione, di progetti nati per caso che diventano un prodotto o un servizio in grado cambiare la vita delle persone. La ruota, il frigorifero, Internet. Praticamente tutto ciò che ti circonda. L’aspetto sorprendente è che questi oggetti, frutto della creatività e dell’ingegno, provocano a loro volta l’elaborazione di nuove idee, strumenti, metodi.
Spesso non ci pensi, ma l’innovazione non è tutta legata al denaro. C’è anche un’innovazione legata alla “capacità di rispondere a dei bisogni sociali emergenti attraverso nuove soluzioni e modelli, senza avere come prima vocazione l’ottenimento di un profitto.”
Stiamo parlando dell’innovazione sociale, legata a norme etiche, al rispetto dei lavoratori e fedele a valori che a volte sembrano essere passati di moda, come la giustizia, la solidarietà, la cooperazione.

Il concetto di innovazione sociale fa capolino nel dibattito globale nel secondo dopoguerra, accompagnato da azioni politiche volte a sostenerne la diffusione a livello non solo locale ma anche mondiale. Se da una parte c’è l’innovazione volta al profitto, che nasce dalla competizione di mercato, dall’altra ci sono le pressioni sociali, le emergenze ambientali e lo spreco delle risorse. È dalla necessità di rispondere a questi bisogni insoddisfatti e diffusi che nasce la spinta “dal basso” per trovare una soluzione ragionevole.
La politica non ha le risorse per occuparsene e il mercato industriale spesso non ne ha gli interessi; è in questo vuoto, dunque, che si inseriscono la forza e le risorse del privato sociale, delle organizzazioni e dei piccoli imprenditori. In questi ambienti, vecchi e nuovi bisogni trovano l’occasione di essere soddisfatti, mediante l’ottimizzazione di risorse umane e naturali, garantendo in questo modo aspirazioni di vita più alte e un generale miglioramento sociale.

 

Teorie e studi

Cercando di approfondire un po’ questo processo è facile imbattersi nelle teorie di ricercatori e studiosi esperti, utili per provare a capire se le relazioni sociali possano essere connesse a questo tipo di innovazione.
Analizzando diversi approcci con attenzione si nota come il concetto di relazione sociale sia molto presente. Ma quale cambiamento deve avvenire all’interno di esse affinché si possa parlare di innovazione sociale come artefice del mutamento?
Sebbene nelle definizioni sintetiche delle teorie questo aspetto venga solo abbozzato, approfondendo i vari contesti degli autori si può notare come in qualche modo venga sempre messo in risalto, in un modo o nell’altro, l’aspetto relazionale dell’innovazione sociale.
Diversi autori, tra i quali Mulgan e i colleghi della Social Silicon Valleys, indicano come origine di questo processo la seconda metà del ‘900, periodo caratterizzato da una crescente industrializzazione e dalla conseguente nascita dei sindacati, delle assicurazioni collettive, delle cooperative e degli asili. È in queste forme di aggregazione partite dal basso e che nascono per “proteggere” i diritti delle fasce più povere e disagiate della popolazione, che si riconoscono i primi segni forti dell’innovazione.
Amnesty International, Oxfam e Fairtrade sono solo alcune organizzazioni nate per migliorare la vita delle fasce più svantaggiate della popolazione, permettendo loro di godere di una maggiore possibilità d’azione.
La stessa idea di fondo è abbracciata anche dai sostenitori dell’approccio manageriale, studiosi dell’Università di Standford, secondo cui il “valore sociale” deve essere tale non solo per gli imprenditori, gli investitori o i consumatori, ma anche per tutte quelle persone non ricevono sostegno riguardo ai loro problemi né dalle istituzioni né dal mercato. Per essere vicine alla gente, queste trasformazioni probabilmente devono avvenire a livello locale, come sostiene lo studioso Frank Moulaert e altri esponenti del suo network internazionale; se l’innovazione nasce nella piccola comunità, allora le conseguenze si ripercuoteranno in modo più significativo nella vita delle persone, perché vengono percepite in modo molto più forte.

 

Ma l’innovazione sociale come influisce sulle relazioni?

 

Per capire se e come influisce, è bene mettere in chiaro un aspetto che caratterizza questo approccio sociale diverso da un approccio tecnologico.
Il mondo di oggi, impegnato a rendere tutto misurabile, è in continua corsa per creare delle metriche da utilizzare nella misurazione di ogni processo di innovazione. Purtroppo o per fortuna (a seconda del giudizio personale di ciascuno) questa dinamica, così fortemente connessa al tessuto sociale di un paese, di una regione o in generale di una società, è per forza di cose legata alla variabile persona. E fino a prova contraria ciascuno di noi non può ancora essere considerato come una variabile qualitativa, poiché dotato di complessi modelli relazionali non ancora incasellabili come rigide variabili.

È certo che non ci siano settori o interpreti che meglio di altri possano sviluppare le pratiche dell’innovazione sociale, anzi è proprio grazie alla collaborazione di realtà diametralmente opposte che possono nascere progetti ed esperienze interessanti e completi. Una collaborazione tra soggetti diversi che trovano interessi comuni per raggiungere un obiettivo: in questo senso il processo sociale può essere culla per le relazioni. La sua marcata dimensione collettiva fa sì che la semplice intuizione di un singolo – o di una realtà – possa diventare concreta solo se sviluppata e accompagnata nel suo percorso da un vero e proprio gruppo di attori, che con grande maestria si dividono i compiti lungo il percorso.
La difficoltà di far decollare una novità che nasce in un piccolo territorio ricalca perfettamente la teoria della “rete organizzata” enunciata dal teorico olandese Lovink Geert: la rete locale funziona perché basata su rapporti personali, di fiducia e conoscenza. A mano a mano che questa si allarga, perde di “potenza”, poiché i nodi che mettono in relazioni i diversi soggetti diventano via via più deboli.
Una delle poche – se non l’unica – rete mondiale che sembra funzionare al momento è quella di Internet; viene perciò da chiedersi se questa potenzialità non possa essere sfruttata per qualcosa di diverso dall’utilizzo quotidiano, come ad esempio l’innovazione in ambito sociale. Perché, se un’organizzazione locale trova una risposta sostenibile a un bisogno insoddisfatto, non viene sfruttata la rete di mondiale di Internet per essere replicata in altre zone?
Negli ultimi anni qualche soggetto ha provato a sfruttare le potenzialità della rete per favorire lo sviluppo di nuove idee che soddisfino i bisogni sociali latenti, come il gruppo “Societing 4.0” che nasce dalla presa di coscienza che l’integrazione delle tecnologie digitali in Italia funziona a rilento, sia nelle filiere produttive che negli altri ambiti sociali; questo procedere a ritmo tranquillo non sempre ha prodotto e produce effetti positivi.
Societing 4.0 nasce, quindi, per creare ponti, ricomporre la frammentazione che caratterizza il territorio italiano, i settori economici e soprattutto il tessuto sociale. In questo caso le tecnologie, e la rete, possono avere un ruolo chiave come facilitatori delle connessioni, delle relazioni tra attori diversi.
Questa realtà, come altre che pian piano provano a farsi spazio nel panorama italiano e internazionale, è tesa a favorire l’apprendimento non solo individuale ma anche collettivo, vuole generare quell’empowerment che riesce a potenziare le relazioni grazie al miglioramento dei beni comuni. Per riuscire a fare ciò è fondamentale, però, riuscire a sostenere nel cammino le comunità che favoriscono il coinvolgimento attivo di quegli attori sociali che sanno rompere gli schemi, superando i propri ruoli tradizionali e consolidati per cercare un miglioramento generale.