Il termine crowdsourcing è stato coniato dal redattore di Wired e professore di giornalismo alla Northeastern University, Jeff Howe, che nel suo articolo “The Rise of Crowdsourcing” descrive questo concetto come l’affidamento di un’attività, svolta tradizionalmente all’interno, ad una comunità di persone non vincolate dall’organizzazione e che generalmente non si conoscono. Possiamo dire che la nascita di tale modello ha stravolto quello tradizionale aziendale portando a una apertura dei processi di ricerca e sviluppo, produttivi e creativi nei confronti di individui competenti, identificati nella folla. Riccardo Luna, che ha contribuito a “Crowdsourcing. Il valore partecipativo come risorsa per il futuro” di Howe (2010), afferma che questo modello possa essere definito come uno stile di vita, data la sua forza e il suo valore innovativo, in anni in cui, data la crisi economica e industriale, si sente forte la necessità di uscire dallo stallo creatosi e di rinnovare il sistema. La creazione di tale innovazione e il suo successo è dovuto al fatto che è stato proposto al momento giusto, come sottolinea Bruno Pellegrini, infatti il crowdsourcing deve la sua diffusione all’avvento di Internet. L’ascesa del modello è stata infatti resa possibile grazie alla grande diponibilità di strumenti accessibili a tutti che hanno permesso la comunicazione anche a distanza. Il crowdsourcing, attraverso Internet, ha quindi reso possibile il lavoro autonomo online e, per le aziende, la gestione e il controllo dello stesso. Inoltre, per la prima volta ha dato la possibilità di entrare in contatto con talenti localizzati in qualsiasi parte del mondo raggiunta dalla rete.

Per la costituzione di un progetto di crowdourcing sono necessari alcuni elementi ovvero: un crowd, cui sottoporre il quesito, un crowdsourcer che dia inizio all’operazione, un annuncio, un task che possa definire la richiesta e i modi per parteciparvi, un incentivo e infine l’uso di Internet.

Partendo dal primo elemento, il crowd, possiamo dire che è proprio ciò che distingue questo modello dalle altre forme di open innovation. Spesso il crowdsourcing, infatti, viene paragonato al concetto di co-creation ma le due cose sono differenti. Prendendo in considerazione la distinzione che fa Eugene Ivanov, fondatore di “Innovation Observer”, sito internet che tratta proprio di open innovation e crowdsourcing, nel suo articolo “A Map Of Open Innovation Practices”, le due forme si distinguono in base all’identità dei partner con cui si vuole predisporre la collaborazione. Nel caso della co-creation le organizzazioni collaborano con attori esterni noti all’azienda, scelti in base alle proprie esigenze di problem solving. Nel caso del crowdsourcing ci si rivolge, invece, a “tutti”, senza riferimenti alla professione, all’età, alla nazionalità o ad altre caratteristiche. La folla, quindi, è l’elemento fondamentale di questo modello, costituita da persona che provengono da tutto il mondo e che di loro spontanea volontà decidono di rispondere a una call promossa dal crowdsourcer per dimostrare le loro competenze e le loro capacità. È possibile considerare l’eterogeneità della folla un punto di forza se vista secondo il “Teorema della diversità che batte il talento” di Scott E. Page. Secondo tale studio spesso i gruppi di persone ottengono risultati migliori rispetto gli esperti, questo proprio grazie alla loro diversità. In un gruppo eterogeneo ognuno porterà la sua unicità e ciò che lo contraddistingue facendo nascere così anche dei concetti completamente nuovi. Chi saprà comprendere il grande potenziale della folla saprà anche meglio sfruttarla.
Ma quali sono le motivazioni che spingono gli individui a mettersi in competizione gli uni con gli altri per trovare soluzione al quesito posto dal crowdsourcer? Il senso comune spinge a ragionare in termini economici, rilevando nel compenso l’unica vera motivazione della folla, ma il crowdsourcing rivoluziona anche questo modo di pensare. Gli individui facenti parte del crowd sono mossi sia da motivazioni estrinseche che da motivazioni intrinseche. In “La ricchezza della rete. La produzione sociale trasforma il mercato e aumenta la libertà” (2006) di Yochai Benkler vengono descritti i comportamenti della folla in particolare del crowd e delle sue spinte motivazionali. Sicuramente il compenso economico fa parte di queste spinte ma quelle che maggiormente portano gli individui a scegliere di partecipare ai progetti di crowdosurcing sono quelle intrinseche individuate nella fede nel progetto, nella soddisfazione personale, nel miglioramento della propria reputazione e nella soddisfazione creativa. La particolarità della folla, quindi, sta proprio nell’entusiasmo e nella passione che gli stessi individui provano nei confronti di una sfida creativa dovuta al fatto che il crowdosurcing non presuppone che solo determinate persone con determinate capacità, abilità o competenze possano raggiungere l’obiettivo.

Arrivando al ruolo del crowdsourcer è possibile affermare che questo possa essere qualsiasi soggetto che sia in grado di gestire e sostenere una iniziativa tale. Il soggetto potrebbe essere un singolo individuo ma anche una istituzione pubblica, un’impresa o un’organizzazione no-profit. Qualunque sia l’identità del crowdosurcer il suo ruolo è chiaro: creare e mantenere la community formata dal crowd, formulare l’annuncio, revisionare tutti i progetti e anche investire economicamente una certa somma per la predisposizione della piattaforma cui fare riferimento. Qui è evidente anche la difficoltà che comporta un progetto di crowdsourcing: la gestione non è facile e molte volte le aziende non riescono a cimentarsi in tale modello proprio per questo motivo. Infatti spesso i crowdsourcer si affidano a piattaforme esterne. Fondamentale per questa mansione è la creazione di un vero e proprio rapporto di comunicazione con gli utenti, per dare loro consigli, istruzioni o per rispondere alle loro domande e chiarire i loro dubbi.

L’annuncio, terzo elemento che va analizzato, di fatto contraddistingue il modello del crowdsourcing, indirizzato alla folla, ha l’obiettivo di attrarre il maggior numero possibile di utenti competenti. Esistono diverse tipologie di annuncio: “l’open call”, rivolta a tutti i membri della folla e al quale chiunque può rispondere, la “call” invece per una determinata comunità di utenti composta da membri con specifiche conoscenze, infine può esserci una combinazione di entrambe attraverso la pre-selezione della community di interesse e in seguito l’invito aperto a tutti i membri.

L’annuncio include anche una sorta di brief in cui vengono descritti il task, gli obiettivi, le competenze che la community dovrebbe avere, le richieste del crowdsourcer e una spiegazione dettagliata delle attività da svolgere. In particolare per il task si possono individuare due livelli di classificazione. Il primo è basato sulla tipologia di partecipazione che viene richiesta al crowd e può essere integrative o selective. Si tratta di partecipazione integrative (o individual), quando ha lo scopo di ottenere il maggior numero possibile di contributi da parte di utenti che lavorano in maniera individuale o un’unica soluzione data dalla somma e l’integrazione di tutti i contributi ottenuti dalla folla. Si tratta, invece, di partecipazione selective (o comptetitive) se gli utenti devono competere tra loro e solo uno verrà infine selezionato come vincitore. In tal caso quindi non si vogliono raccogliere tanti contenuti ma solo valutare le diverse opzioni per scegliere la migliore. Il secondo livello di classificazione riguarda la complessità del task, può essere simple, complex o creative. Nel primo non si richiedono particolari competenze e non si prevede un grande impegno per la community, il secondo è solitamente riferito a esperti del settore o a soggetti con particolari capacità di problem solving. Infine il creative task si riferisce alla creatività individuale. Sarebbe importante che il crowdosourcer riuscisse a spezzare e scomporre il task in compiti più piccoli e più semplici, in tal modo ognuno, nonostante gli impegni personali, potrà partecipare al progetto.

Attrarre il crowd di riferimento potrebbe risultare alquanto semplice, in realtà la vera sfida sta nel mantenerlo e fidelizzarlo. La visione del crowdsourcer non deve essere quella di sfruttamento della folla, quanto più di comprensione di quanto l’operato di quest’ultima sia un grande pregio. Per questo motivo entra in gioco l’incentivo: se la folla dovesse sentirsi “usata” non si fiderà più, è importante ricompensare lo sforzo, anche con il denaro. Esistono diverse tipologie di incentivo: un premio in denaro, un’esperienza stimolante, la possibilità di sviluppare certe competenze o di farsi notare da realtà internazionali. Qualsiasi sia la ricompensa deve sempre essere proporzionale allo sforzo richiesto alla folla, solo in tal modo si attiverà la motivazione dei partecipanti.

Infine, l’ultimo ma non meno importante elemento da considerare, è Internet: così fondamentale per il crowdsourcing da essere utilizzato come unità di misura, infatti per stimare quante persone potranno partecipare al progetto basti pensare a quanti siano gli utenti di Internet nel mondo. Inoltre la vera utilità di tale elemento sta nel poterlo utilizzare come strumento di connessione tra gli individui in tutto il mondo.

 

Sara Fabris
Studentessa di Web Marketing & Digital Communication, laureata in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale.
Amante del Digital e dell’innovazione, appassionata di musica e interessata al mondo della moda.