In bilico tra virtuale e reale: introduzione ad una nuova quotidianità ibrida 

La linea che separava la realtà con il mondo virtuale si fa oggi sempre più sottile fino, in alcuni casi, a scomparire del tutto. La virtualità viene spesso considerata nient’altro che uno dei tanti substrati che danno vita al nostro quotidiano in cui per questo è possibile socializzare ed interagire esattamente come avviene nella realtà – quella vera. La pervasività della tecnologia e dei sistemi digitali si fa largo entrando di soppiatto in uno stato fluido, inconsistente, nel nostro qui ed ora. 

Siamo dunque più connessi e coesi o sempre più soli? È possibile paragonare la virtualità alla realtà?

Stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica così intensa e veloce che risulta impossibile considerare l’aspetto digitale scisso da quello fisico della realtà che viviamo.  Non possiamo, cioè, esimerci dal non ammettere che il digitale è entrato a far parte delle nostre vite in modo irreversibile. L’essere connessi è diventato un tratto costante delle nostre vite tanto che “ciò che è reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale”, afferma Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford. 

Ecco che il web diventa una vera e propria dimensione virtuale ricca e variegata nel suo insieme, completa di servizi – che promettono, ad esempio, di migliorare la nostra produttività e socialità –  e allo stesso tempo alla continua ricerca di opportunità inesplorate, tanto da potersi confrontare con la nostra dimensione, quella reale. 

Siamo negli anni ‘90 quando il Web inizia ad essere inglobato nei vari aspetti della vita quotidiana diventando quasi un tutt’uno con il nostro reale. In particolare sarà l’introduzione del personal computer ad allargare enormemente il bacino di utenza. Nel tempo vengono sviluppati servizi digitali sempre più utili e all’avanguardia, sia per il mondo del lavoro che per la sfera personale; cresce la possibilità di essere connessi “anytime – everywhere con la promessa, non sempre mantenuta, di rafforzare legami sociali e stringere nuove conoscenze. 

Ci troviamo, oggi, in quella che Floridi descrive come on-life experience, un’esperienza ibrida tra l’essere e non essere connessi. Siamo cioè degli organismi che vivono un nuovo ambiente, quello dell’infosfera, neologismo che sta ad indicare l’insieme dei mezzi di comunicazione e delle informazioni che da tali mezzi vengono prodotte.  Siamo assistendo ad una quarta rivoluzione epocale, quella che ci accompagna verso la costruzione di un grande spazio informazionale dove l’iperconnessione ci porta come in un ciclo continuo a condividere dati ed informazioni con altri organismi, siano essi naturali o artificiali. La sensazione è quella di essere scappati dalla biosfera per andare a socializzare in un altro spazio, quello delle informazioni. 

Una simpatica analogia per spiegare la commistione tra ambienti digitali e reali è quella offerta da Floridi descrivendo la società delle mangrovie”: piante che nascono dove l’acqua dolce del fiume incontra quella salata del mare. È nell’acqua salmastra che prospera questo groviglio di reti naturali, le mangrovie per l’appunto, proprio come nella nostra quotidianità si mescolano online e offline. Sempre più persone vivono immerse in quest’acqua dagli ingredienti ibridi, dando vita alla dimensione on-life poco prima descritta. 

Riflettendo sul nostro quotidiano, oggi, risulta veramente difficile tracciare dei confini netti tra vita offline e digitale: siamo sempre connessi e raggiungibili.

Sempre connessi

A sostenere le teorie che vedono il Web come un luogo reale dove le comunità possono riunirsi e rafforzare i legami sociali sarà proprio Manuel Castells, introducendo il concetto di “virtualità reale”. Per Castells non c’è nessuna accezione “virtuale” che contraddistingue il Web, ma, al contrario, questo viene considerato uno dei tanti mondi in cui socializzare. La differenza tra reale e virtuale, tra ciò che avviene uscendo di casa – un caffè con tra amici, una stretta di mano – e ciò che accade online – un commento, un nuovo follow, un’e-mail -, secondo Castells, si assottiglia sempre di più fino a scomparire del tutto. 

Ormai più che note sono le numerose piattaforme che, complice il periodo dell’emergenza pandemica, sono nate proprio con l’obiettivo di trovare soluzioni alternative all’incontro reale tra colleghi, amici e famigliari, tentando di abbassare lo scarto che divide l’online dal presente.

Gather, ad esempio, è uno dei tanti servizi che possiamo prendere in considerazione: una piattaforma che, come si legge dal sito ufficiale, cerca di rendere le “relazioni virtuali più umane e naturali”. Ripeschiamo proprio da qui il concetto di virtualità reale come la definisce Castells, ossia un vero e proprio strato che si somma al nostro presente adagiandosi nel quotidiano. “A virtual layer over the physical world where people can work, socialize, and learn”. Un non-luogo dove organizzare eventi, workshop, meeting. Ma si allarga anche a concerti, feste di compleanno e study session sempre online con l’obiettivo di rimuovere quelli che l’azienda definisce “ostacoli” e “costrizioni”, ossia lo sforzo di organizzare tutto ciò nel mondo fisico.  

Un altro sguardo a supporto della tesi che vede il Web come strumento che rafforza e solidifica le interconnessioni è quello del sociologo anglo-canadese Barry Wellman. Wellmann parla dell’incontro tra i rapporti interpersonali e le soluzioni tecnologiche in grado di soddisfare egregiamente il bisogno di interazioni, che assieme danno vita ad un nuovo sistema sociale. Ma c’è di più. Il Web secondo l’autore non solo fornisce gli strumenti adatti alle esigenze relazionali ma rappresenta un’alternativa molto più fluida, offre cioè un insieme di esperienze più ampie ed “out of the ordinary” dove gli utenti trovano l’opportunità di allontanarsi dalle norme standard che regolano il nostro normale comportamento, talvolta troppo standardizzato.

La nozione di virtualità non indica qualcosa di irreale, ma, al contrario, qualcosa che permette di compiere un’azione. Il virtuale, secondo il filosofo e fondatore del programma “IMAGINA” – Monte Carlo International Forum on New Images, Philippe Quéau, è un progetto di realtà. La realtà, secondo l’autore, non è statica ma esistono diversi livelli, tra cui quella virtuale.

Ma attenzione, perché nonostante i diversi punti di congiunzione positiva con il quotidiano, la virtualità può diventare allo stesso tempo uno strumento di alienazione per l’uomo. 

Bisogna quindi cercare di comprendere in modo consapevole cosa c’è di reale nel virtuale e cosa, invece, di virtuale nel reale. Recepire le opportunità di cui tutti parlano, certo, ma con occhio critico guardare anche agli effetti negativi che derivano dalla diffusione del Web come strumento di massa. Ossia gli effetti che il virtuale ha nel mondo reale.

https://www.raiscuola.rai.it/filosofia/articoli/2021/02/Philippe-Queau-realta-e-virtualita-eab00a04-5ead-4be0-9c21-35ab2972eb8d.html

Potremmo ora analizzare diversi scenari contemporanei che ci vedono più o meno coinvolti. Come la polarizzazione delle informazioni o interrogarci su come gli algoritmi giochino un ruolo decisivo nell’uso (e nel tempo) che facciamo dei social media. O ancora trattare dei fenomeni che vedono protagoniste le fake news, gli hate speech, o approfondire il concetto di digital divide. In questo articolo vogliamo invece soffermarci sui casi di overload informativo, di isolamento psicofisico e sulle conseguenze che l’uso social network può avere sul benessere mentale degli utenti. 

L’allontanamento del Web dalla sua funzione originale,  quella puramente sociale 

Il continuo cambiamento del mondo moderno è stato causato principalmente dall’evoluzione della tecnologia, soprattutto quella mobile che ha inevitabilmente avuto ripercussioni sulla realtà sociale. 

Se ripercorriamo la storia del Web attraversando tutte le sue fasi, possiamo capire quanto questo si sia allontanato dalla sua funzione originaria. 

Come è noto, l’antenato di Internet è Arpanet, nato negli Stati Uniti attorno agli anni ‘70 con scopi militari che viene poi assorbito da enti privati, gli stessi che poi avranno controllo sul World Wide Web. Il tutto nasce da un unico desiderio: fare in modo che le persone, aziende e università possano collegarsi tra loro e operare uno scambio di dati e informazioni. Tuttavia, quello a cui siamo arrivati oggi ha superato di gran lunga l’obiettivo principale di questa rete mondiale. 

Infatti grazie a Internet, oggi, le azioni che possiamo compiere online si sono moltiplicate, intersecandosi con la nostra quotidianità e, in alcuni casi, sostituendola diventando essa stessa . Non solo, Internet, ha fatto in modo di modificare la nostra realtà ma inevitabilmente, anche il nostro modo di vivere e pensare, tanto che oggi si sono delineate delle dinamiche molto singolari, in cui le persone, o meglio, gli utenti, sono intrappolati in una “continua oscillazione tra insoddisfazione e piacere” (Miconi, 2013), poiché non esiste più una netta separazione tra il mondo virtuale e quello reale, non esiste più l’era “offline”.

Ora analizzeremo in modo più approfondito proprio questa forte e controversa bipolarità che deriva dall’utilizzo del Web e dei suoi strumenti.

Le piattaforme che più di tutte hanno influenzato e scolpito la nostra mente, sono i social media, nati nel primo decennio degli anni 2000 con lo scopo di creare e far mantenere delle connessioni sociali, oggi  rappresentano ambienti digitali dove gli utenti possono esprimere sé stessi, talvolta tra individualismo ed egocentrismo. 

Alcuni studi critici, parlano dei social media suggerendo che questi non sono che l’espressione più aulica del neo-liberalismo. Questo perché le aziende che possiedono le piattaforme social sono esse stesse colossi tra le società capitaliste e, per questo motivo, non fanno altro che promuovere quegli stessi valori. Tuttavia, ciò su cui vogliamo soffermarci, non sono tanto le conseguenze dei social network nelle nostre vite, di cui ci occuperemo nella sezione successiva, ma, piuttosto, di come queste sono riuscite a diventare fondamentali e protagoniste di molte nostre azioni.

Il tutto è avvenuto grazie alla rivoluzione mobile, che ha avuto apice nel 2007 – ma iniziata molto prima – con il lancio del primo modello iPhone da parte di Apple, ovvero il primo smartphone. Inconsapevolmente, o forse no, è stata proprio questa azienda ad aver cambiato le sorti dell’intero globo, introducendo uno schermo touch e rendendo la connessione ad Internet accessibile a molte più persone. Ma la vera rivoluzione è avvenuta grazie a un innesto di forze esterne che hanno permesso a semplici “smartphone” di diventare tanto addicting da essere considerati quasi un’estensione del nostro corpo, della nostra mano. 

Come il mondo virtuale sta avendo delle ripercussioni nella nostra quotidianità.  

Se lo schermo non è che una mera estensione del nostro corpo, per gli utenti diventa sempre più impegnativo potersi staccare da esso e avere una certa autonomia dallo strumento. Ciò che rende ancora più difficile la separazione da questo strumento è la quantità di azioni che si possono e a volte si è costretti a compiere con lo smartphone: leggere notizie, guardare video, ascoltare podcast, controllare l’app della banca e quindi svolgere pagamenti, controllare il proprio battito cardiaco, condividere immagini o proprie opere d’arte, ecc. Insomma, le azioni sono infinite così come infinite sono le possibilità.

“Infinite possibilities” è anche la locuzione che viene usata maggiormente per descrivere il lancio di nuovi smartphone sul mercato, per attirare potenziali clienti e far capire loro che ciò che possono fare con un telefono del genere non si può neanche immaginare.

I nuovi fenomeni legati al web: Il paradosso della scelta

Barry Schwartz, psicologo americano, nel 2004 durante un Ted Talk, porta alla luce un nuovo paradosso, quello della scelta, che ha sconvolto tutti nel proprio piccolo. Questo significa che siamo circondati da un numero di possibilità illimitato, che si declina banalmente dalla scelta del tipo di latte alla scelta di come utilizzare il proprio smartphone o quale smartphone decidere di comprare. Questo fenomeno sta diventando una vera preoccupazione nel mondo moderno in cui si è sempre più sommersi dalle possibilità, poiché è chiaro che, anziché renderci più felici perché più liberi, avere fin troppe scelte limita la nostra libertà e anzi, veniamo quasi schiacciati incorrendo in una paralisi decisionale. 

Secondo l’autore nel momento decisivo si generano quattro effetti principali

  1. Costo opportunità troppo elevato 
  2. Rimorso per la scelta fatta 
  3. Incremento delle aspettative a discapito della soddisfazione 
  4. Elevato senso di colpa 

Dunque, per prendere una decisione serve un elevato tempo a disposizione per poter vagliare tutte le opportunità e quale possa essere la migliore. Questa operazione richiede molto spreco di energie, per cui ci si aspetta sempre un outcome positivo e all’altezza del costo che abbiamo dovuto sostenere. Tuttavia, non appena la scelta viene presa, ci si affaccia al rimorso, per la paura di non aver preso la miglior decisione e da ciò, inevitabilmente, scaturisce anche un forte senso di colpa.

https://www.ted.com/talks/barry_schwartz_the_paradox_of_choice?language=it

Anche in questo caso si applica il paradosso della scelta, rendendo sempre più astioso e ansioso l’atto di decidere cosa si vuole, senza doversi preoccupare di ciò che si ha scartato per arrivare alla scelta. 

Information overload e insoddisfazione

Un altro fenomeno interessante che è cresciuto a dismisura con lo sviluppo della tecnologia e degli smartphone è quello dell’Information overload, definito come quello stato psicologico in cui l’input di informazioni supera la capacità umana di processarle (Eppler & Mengis, 2004). La sua definizione, proposta da Orrin Edgar Klapp è stata inserita dal Cambridge Dictionary addirittura nel 1986. 

Anche questo processo mentale è accompagnato da sensazioni negative che influenzano lo stato di benessere di un individuo, costretto a subire la perdita di controllo sulla situazione, l’essere sopraffatto e lo stress derivante. L’Information overload, così come il paradosso della scelta, anziché dare più consapevolezza e offrire strumenti in più, paralizza e questo effetto si è potuto studiare soprattutto negli ultimi anni colpiti dalla pandemia globale e dalle guerre in corso. Secondo uno studio di Josephine B. Schmitt e Frank M. Schneider condotto nel 2017, gli autori hanno dimostrato, o meglio, confermato, l’esito di una ricerca precedente, che sono proprio le menti più giovani a soffrire di più di questa condizione online.

Information Overload

Un terzo aspetto su cui ci soffermeremo è quello della sensazione di perenne insoddisfazione che deriva dall’utilizzo dello smartphone. Bisogna però capire più nel profondo dove e perché gli user risentono di questa condizione.  

Per avvicinarci alla comprensione di questo fenomeno, possiamo applicare due approcci: secondo la tradizione edonistica, il benessere viene visto come l’assenza totale di sensazioni negative; mentre per quella eudaimonica, il benessere deriva dal vivere esperienze che siano appaganti e portino valore alla persona. Nello studio che andremo ad analizzare, ripercorreremo, proprio secondo l’ultimo approccio al piacere, se sia possibile ottenere quelle esperienze di valore dall’utilizzo della tecnologia. 

Secondo lo studio di Kai Lukoff, Cissy Yu, Julie Kientz, and Alexis Hiniker(2018), i partecipanti hanno riportato che le azioni quotidiane e giornaliere avevano meno valore di quelle intenzionali, questo perché le azioni guidate dalla quotidianità davano allo user una sensazione di autonomia ridotta. Secondo delle indagini quantitative, infatti, molte volte gli users quando accendono lo schermo del telefono senza una reale intenzione, poi perdono la cognizione del tempo e ripetono lo stesso pattern abituale nell’utilizzarlo. I ricercatori scrivono che:

They highlighted the automatic nature of their checking habits, particularly for social media, entertainment, and sometimes communication. This kind of habitual smartphone use was frequently characterized as meaningless. Experience sampling data reveal social media and entertainment are used habitually far more often than other types of use. These data also show that participants began smartphone use with a higher sense of instrumental motivation than they ended with. In other words, intention is eroded during the course of smartphone use.

Per contrastare questa sensazione di annullamento della propria coscienza durante l’utilizzo dello smartphone, sono nate molte applicazioni che osservano e possono anche limitare il tempo speso sui device tecnologici. Sembra essere un’inversione di rotta, in cui gli user vogliono riprendere il controllo sulle proprie azioni e vogliono esercitare più forza di volontà e controllo su una forza che ha controllo su di essi. Tra queste applicazioni troviamo: StayFree, Digital Detox, Your Hour, Forest, Plantie, ecc. 

Tuttavia, questa presa di consapevolezza non sempre basta quando si tratta di estirpare azioni tanto radicate nella nostra quotidianità. 

Inoltre, sempre in questo studio, è stato valutato che utilizzare la tecnologia per scopi comunicativi ha effetti positivi sul benessere dei soggetti, mentre se utilizzato per scopi non comunicativi, gli effetti sono opposti. Quindi, anche quando si utilizzano i social media ma per parlare con altre persone o per costruire relazioni significative, si considera questa azione significativa, piuttosto che “scrollare” in modo passivo una home, senza ricavare nulla di importante per la nostra persona. 

Doomscrolling

Quest’ultima azione, nella sua esasperazione, viene associata al fenomeno che è stato nominato doomscrolling e consiste proprio nell’essere un’abitudine ossessiva legata indissolubilmente all’ansia. Il doomscrolling è cresciuto in modo esponenziale soprattutto durante i tempi della pandemia, esponendoci in maniera più tangibile alle news, all’aumento di morti, o più recentemente, alla guerra in Ucraina, al rialzo dei prezzi della benzina e così via, accrescendo sensazioni di negatività e di impotenza nei confronti dei grandi eventi che hanno luogo. 

Staying connected and scrolling forever

Un’altra azione considerata senza valore dagli user è quella per cui lo smartphone aiuta a distaccarsi dalla realtà, dalle emozioni e dà la possibilità di distrarsi. I partecipanti allo studio, hanno confermato il conforto di avere uno strumento che possa estraniare, come ha riferito un partecipante: “I mostly scroll through social media just to get through the day, like I’m bored so I scroll social media. Otherwise, I don’t think I scroll social media when I’m happy” (Lukoff, Yu, Kientz, Hiniker, 2018). La noia non viene più contemplata e neanche sopportata se non in relazione con la tecnologia che può aiutare a superarla. In altre occasioni, è stato riportato che anche quando si è stanchi e svogliati, l’azione più semplice da compiere e anche la più abitudinaria è usare lo smartphone e ancora una volta spegnere il senso critico e agire per abitudine. Paradossalmente, sembra che questo utilizzo inconsistente dia un senso di gratitudine e faccia dimenticare per un attimo le reali preoccupazioni che si hanno.

La socialità all’interno della rete porta con sé degli aspetti talvolta molti diversi tra loro. In altri termini l’uso che facciamo dei social network è oggi molto diversificato e può variare, tra le altre cose, dalla ricerca di nuove amicizie, al bisogno di sentirsi identificati all’interno di una comunità definita o al semplice svago. Sono gli studi dell’antropologa giapponese Mizuko Ito ad affrontare il tema delle bolle di isolamento derivanti dall’uso dei nuovi media. Da un’approfondita ricerca di oltre 600 interviste, 5000 ore di osservazione e 300 questionari condotti per il Digital Youth Project, Ito arriva a delineare due comportamenti emergenti:

  • con l’utilizzo dei social network e altre piattaforme digitali in modo friendship dirven, lo scopo principale che muove i giovani utenti è quello di socializzare all’interno della rete, conoscere e stringere relazioni, talvolta con temi di discussione che risultano un mero pretesto per dare inizio a conversazioni online
  • nella visione interest-driven, invece, si persegue un obiettivo ben specifico che è quello di conoscenza ed arricchimento personale

Interessanti sono i risultati di questa ricerca, che porta la studiosa ad identificare tre modalità principali con cui i giovani si approcciano alla rete. 

  • hanging out, letteralmente trascorrere del tempo, fa riferimento all’insieme delle attività di passatempo svolte in rete, siano queste praticate in modo solitario o riunendosi con le community presenti online. Sono le azioni che forse più si avvicinano all’approccio friendship driven prima descritto
  • messing around: giocare, perdere tempo. In questo caso ci riferiamo ad un uso più tecnico e meno sociale del mezzo tecnologico o del servizio con cui gli utenti interagiscono. Ossia una serie di azioni che si discostano da un atteggiamento friendship driven, come il gesto di modificare e caricare dei contenuti, montare un video, decidere la disposizione delle immagini;
  • portate all’estremo queste azioni rientrano nella pratica del geeking out, un termine non traducibile che fa riferimento agli utenti fanatici della tecnologia, i geek per l’appunto. Il Web perde qui la matrice sociale per lasciare spazio ad attività che mirano ad accresce delle competenze digitali specifiche e settorializzate. Rientrano in questo caso le community di gaming esperti, fandom e altri spazi d’incontro caratterizzati da un’alta soglia di accesso e di competenze.

Le ragioni e le modalità con cui gli utenti utilizzano il Web nella propria quotidianità, per arricchire, di fatto, la propria esperienza nella “società delle mangrovie” di Floris, sono storie personali che si incontrano ed  intrecciano. Sono esigenze, curiosità e modi d’essere che trovano nella maggior parte dei casi un posto sicuro nell’ampio ventaglio di servizi offerti dal Web. 

Nel capitolo successivo ci soffermeremo sulle sensazioni di isolamento e ansia dettate più nello specifico dai social network, attori fondamentali del web e delle nostre vite.

Il senso di insoddisfazione e di isolamento che caratterizza gli utenti nel loro utilizzo dei social 

Il paradosso del web: così può essere chiamata la sensazione provata durante la nostra permanenza sui social network, come abbiamo visto precedentemente. La definizione di social media riguarda le applicazioni basate sui presupposti tecnologici del web che consentono la creazione e lo scambio di contenuti prodotti e condivisi volontariamente dagli stessi utenti.

Nella società post-moderna e post-digitale, internet e i social network svolgono un ruolo importante nell’influenzare la nostra cultura, la nostra economia e la nostra visione generale del mondo cambiando così il modo in cui lavoriamo, studiamo ma soprattutto il modo in cui ci approcciamo agli altri. Proprio questi portano le persone a scambiarsi idee, connettersi, relazionarsi, e mobilitarsi per una causa, chiedere consiglio.

Nonostante i social network abbiano portato molti vantaggi, è opportuno riconoscere che hanno avuto anche un impatto negativo sulle nostre vite perché sostituiscono, ad esempio, la comunicazione umana e il supporto emotivo con una connessione virtuale, inconsistente; ci trasformano in una generazione antisociali: preferiamo i messaggi di testo alle conversazioni telefoniche, la chat online ad un incontro di persona.

I social media spesso promuovono, infatti, un falso senso di connessione online e di amicizie superficiali che possono portano a problemi emotivi e psicologici. Un ulteriore danno dei social media è che possono creare facilmente dipendenza diminuendo le capacità interpersonali che portano, poi, a comportamenti antisociali. Analizziamo ora più nello specifico questi aspetti. 

Il fenomeno del phubbing

Abituati a vivere in un mondo più interconnesso ci sentiamo ormai obbligati a tenere sempre tra le mani il nostro cellulare e di interagire in continuazione virtualmente con il web: non solo questo avviene quando siamo sui mezzi pubblici, quando siamo annoiati o siamo in coda da qualche parte ma anche quando siamo immersi nelle nostre relazioni sociali, in famiglia tra gli amici e in coppia. 

Se da un lato la tecnologia ha migliorato le nostre esistenze dall’altra ci ha reso dipendenti dal digitale. Proprio in questo contesto possiamo iniziare a parlare di phubbing: “un fenomeno sociale che spinge le persone, durante la comunicazione, ad ignorare e trascurare completamente il proprio interlocutore per concentrarsi esclusivamente sul proprio smartphone”.

Questo termine deriva dall’unione della parola “snubbing”, snobbare, e “phone”, cellulare. Queste due espressioni insieme sottolineano il fatto che l’attenzione delle persone viene destinata solo ai contenuti che vengono visti nel proprio telefono dimenticandosi proprio dell’individuo con cui si sta interloquendo. Il phubbing però non è solo l’azione di mandare messaggi a qualcun altro ma anche l’ossessione di controllare continuamente i social network, l’e-mail e SMS e più in generale qualsiasi tipo di notifica. 

A tal proposito parliamo di un rapporto partner-phubbing, in cui distinguiamo due diversi soggetti: il phubber e il phubee. Il phubber è la persona che durante una conversazione si concentra unicamente sullo smartphone, il phubee invece è quello che nella conversazione viene ignorata e isolato per tutto il tempo. La relazione tra le persone viene così influenzata dall’utilizzo persistente del telefono e in più lo specifico di Internet e social media; questo fenomeno quindi crea sensazioni di presenza-assenza che possono portare alla sensazione di inquietudine, delusione e isolamento. Questo fenomeno può rappresentare un danno sia per chi lo mette in atto sia per chi lo riceve: il voler rimanere costantemente connesso porta la persona ad essere completamente scollegata dalla realtà e dalla persona con cui si sta comunicando, dall’altra la persona che riceve questo fenomeno potrebbe provare  sentimenti di frustrazione e insoddisfazione. Essere continuamente connessi e soprattutto il sentire costantemente il bisogno di controllare le notifiche aumenta il rischio di isolamento e solitudine: nonostante l’abbondanza delle amicizie virtuali, chi passa troppo tempo sul web attraverso smartphone, pc, tablet riduce notevolmente i contatti reali e autentici. In alcuni casi questa tendenza a controllare ossessivamente le notifiche dei social non rappresenta solo una forma di maleducazione ma una vera e propria “addiction”. La dipendenza da smartphone e conseguentemente la dipendenza da social prende il nome di “nomofobia”, una tendenza crescente principalmente nei giovani che consiste nella paura di rimanere disconnessi.

Alla base del phubbing è presente la dipendenza da smartphone, la FOMO,  che sta per fear of missing out, ovvero la paura di perdere qualcosa di importante sui social e la mancanza di autocontrollo.

In conclusione, il phubbing è un fenomeno che spesso passa inosservato, ma che in realtà può avere un forte impatto sulle nostre vite e può quindi nascere dalla dipendenza da cellulare. 

Alone Together

Come sottolineato precedentemente le persone oggi sono più connesse che mai tra loro nella storia umana, grazie ai Social Network e ad Internet stesso. Questa tendenza sta cambiando il modo in cui interagiamo online ma sta anche mettendo a dura prova le nostre relazioni personali. Infatti, siamo in un momento in cui le persone, paradossalmente, sono più sole e distanti le une dall’altro.  

“Le persone sono sole. La rete è seducente. Ma se siamo sempre attivi, potremmo negarci le ricompense della solitudine” queste sono le parole della professoressa e psicolinguista Sherry Turkle nel suo libro Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other

Ciò che fa più riflettere della tesi di Turkle è il fatto che, oggi, i social network sono più simili a reti di isolamento reciproco che separano le persone da interazioni significative tra loro e le rendono meno umane rispetto a essere dei poli in cui nascono community che uniscono le persone. Il libro si basa su analisi e studi individuali o familiari e su interviste di 300 bambini e 150 adulti. La scrittrice sostiene che le persone che scelgono di dedicare gran parte del loro tempo alla connessione online sono più isolate che mai nelle loro nelle loro vite non virtuali ma reali, portando ad una disconnessione emotiva, ad affaticamento mentale e ansia.  

Il cambiamento più importante e allo stesso tempo drammatico è la capacità che abbiamo acquisito attraverso l’utilizzo del web e dei social media di poter essere da qualsiasi altra parte in qualsiasi momento, di poter scappare da ciò che è difficile in un’interazione personale e andare in un posto dove non è necessario affrontarla, in questo caso i social media. Secondo quanto analizzato dalla Turkle “gli adolescenti preferirebbero scrivere piuttosto che parlare, esprimendo un altro aspetto delle nuove possibilità psicologiche della nuova tecnologia: la possibilità che ci nascondiamo l’uno dall’altro. I ragazzi dicono che una telefonata rivela troppo, che le conversazioni reali non danno loro abbastanza controllo su ciò che vogliono dire”.  Nonostante ciò la psicologa sostiene che la tecnologia sociale non solo isoli le persone dal mondo reale ma, paradossalmente, in positivo, aumenta anche le nostre relazioni personali (questo perché alcune persone usano i social per per mantenere le amicizie reali). Nonostante ciò la tendenza che sta aumentando in questo periodo è la creazione di amicizie con persone che non sono veri amici ma più fan la cui presenza può sostenerci, distrarci e soprattutto renderci meno propensi ad avere altri incontri sociali. Queste conoscenze/amicizie, forniscono alle persone l’illusione di essere in compagnia, di non essere soli, senza però l’impegno di un’amicizia reale. 

Pensando infatti alle piattaforme online come delle comunità, le persone trovano meno faticosa impegnarsi con il mondo virtuale che con le persone reali, le quali non è possibile controllare. 

Troppo spesso “i legami che forniamo attraverso Internet non sono, alla fine, i legami che legano. Ma sono i legami che preoccupano”. Tutto ciò causa dei problemi nelle nostre relazioni reali in quanto siamo più tentati di dare precedenza agli amici/fan, rispetto le persone con cui intercorre una relazione reale. Basti pensare a quante volte durante una cena con le nostre famiglie scriviamo dei messaggi oppure ancora quando lo facciamo mentre siamo al bar con i nostri amici. 

Orientati e collegati, prestiamo molta meno attenzione a chi ci circonda, a chi, effettivamente e fisicamente fa parte delle nostre vite e le nostre relazioni reali e personali ne soffrono. 

Rivolgiamo la nostra attenzione allo schermo e ci troviamo di fronte a un mondo di performance, di mezze verità; il nostro mondo, quello in cui entriamo attraverso il digitale, è ora più che mai un mondo di distanza emotiva, di preoccupazione sociale performativa. Ci sentiamo così distaccati ma non è un “distacco aggressivo”, dice la Turkle, è un modo per far fronte al fatto che siamo bombardati dalle notifiche, dal bisogno di essere sempre migliori e quindi ci stiamo chiudendo, ci stiamo isolando.

Soprattutto nella società postmoderna in cui le persone (bambini, adolescenti e adulti) sono sempre connesse, queste diventano dipendenti dalla presenza degli altri in maniera egoistica: nella visione più negativa, l’utente inizia ad utilizzare le persone come “pezzi di ricambio” per cercare di sostenere se stessi e di non stare da soli. Connesso ai social network non c’è solo la paura della solitudine ma, in aggiunta, i giovani spesso si lamentano dell’ansia da prestazione: i feed di Instagram sono diventati dei luoghi di costrizione e non più di libertà. Tutto ciò , riprendendo il punto di vista della psicologa, porta alla teoria della psicologa Turkle secondo cui è possibile essere in costante comunicazione digitale ma allo stesso tempo sentirsi molto soli. 

https://www.ted.com/talks/sherry_turkle_connected_but_alone?language=tl  

Conducendo varie interviste la psicologa ha scoperto che persone di tutte le età, adulti adolescenti, sono attratte dai loro dispositivi per un motivo comune: ciò che è seducente dei telefoni e dei social network, sono le notifiche, il bisogno di sapere di essere voluti e cercati. É presente l’ossessione di doversi mostrare accerchiati da un gruppo di persone, felici (che siano amici/parenti di fatto o solo di nome), in una storia o in un post, con  sorrisi reali o ipocriti, poco importa; l’importante è ricevere le visualizzazioni e i like sufficienti per attenuare il vuoto che ci si porta dentro, dimostrando agli altri che non si è soli (o forse sì) e che si è “normali” come tutti (o come nessuno). 

Oltre ad essere una fonte di depressione e ansia, i Social Media sono anche una fonte di stress per i propri utenti.

Ma come? Come fanno i social media a provocare questo tipo di stati d’animo?

Questo avviene in due modi: il primo è dato dall’ansia costante di dover controllare  continuamente e stare allerta per i nuovi messaggi che arrivano, il secondo modo deriva dallo stress prodotto nel cercare costantemente di proiettare percezioni irrealistiche al fine di raggiungere la perfezione della propria rete sociale. Collegato a questo abbiamo l’esperienza della falsa intimità:  i social media promuovono la creazione di una facciata che evidenzi il bello, il divertimento ma raccontano molto poco su come stiamo lottando nella nostra vita, sui nostri problemi. Per adattarci quindi, ci ritraiamo nei nostri profili felici perché  questo è quello che vediamo fare dagli altri. Di conseguenza, in molti casi, i profili social non riflettono chi siamo, non riflettono l’immagine onesta di chi siamo veramente ma come, al contrario, vogliamo essere percepiti. Tutte queste connessioni superficiali possono finire per causare problemi emotivi psicologici a lungo termine. 

Diverse ricerche (uno fra i quali lo studio di Ethan Kross dell’Università del Michigan) hanno proposto un nuovo fenomeno chiamato “Facebook Depression”, che è definito come una depressione che si sviluppa quando gli utenti trascorrono troppo tempo sui  social media, come Facebook appunto; in poche parole più tempo una persona trascorre su Facebook, sui social/piattaforme in generale, più peggiora il suo umore.  L’intensità del mondo online, che richiede un impegno costante, crea un fattore di autocoscienza che può scatenare la depressione in alcune persone. La Facebook Depression, non è un fenomeno limitato solo alla piattaforma Facebook ma si riferisce all’impatto causato da tutti i social network. 

Lo studio condotto dal Professor Dr. Joanne Davila, e i colleghi Lisa Starr e Stony Brook ha portato alla scoperta che in un gruppo campione di ragazzi, l’uso eccessivo di Facebook ha causato lo sviluppo di un più alto rischio di depressione misto ad ansia. Un anno dopo i ricercatori hanno rivalutato lo stesso gruppo per cercare un qualsiasi segno di depressione e ansia, i risultati dello studio hanno dimostrato che gli utenti che discutono dei loro problemi con gli amici utilizzando i social media sperimentano livelli più alti di ansia rispetto a quelli che non l’hanno fatto.

Gli effetti dei social media durante il periodo pandemico

Un quadro preoccupante che esamina, tra le altre cose, gli effetti della cosiddetta virtualità reale è quello delineato dal Rapporto Coop 2020 in cui, successivamente all’emergenza pandemica, sono emerse a gran voce sensazioni comuni come incertezza, paura e disagio. L’isolamento fisico è stato altresì mentale e, se da un lato i social network hanno rappresentato una valida soluzione all’altrimenti vietata socialità, dall’altro hanno procurato nei soggetti più fragili degli stati d’ansia e tendenze depressive. La progressiva digitalizzazione delle relazioni sociali ha spinto le persone, cioè, all’interno di un sistema che “sembra rivolgersi a cluster chiusi e in qualche modo autoreferenziali dove, le nostre opinioni si rafforzano in una eco condivisa e ci sottraggono ad una percezione critica della realtà”. 

Non a caso durante i mesi di lockdown, tra marzo e maggio 2020, il rischio dell’aumento del fenomeno degli Hikikomori, ossia chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, rinchiudendosi nella propria abitazione, senza aver nessun tipo di contatto diretto con altri soggetti, sarebbe aumentato del 250%. Gli Hikikomori soffrono particolarmente la pressione di realizzazione sociale, come quella di uniformarsi alle mode, ai gruppi o arrivare al successo in ambito lavorativo. Rimane tuttavia ancora difficile quantificare l’aumento dei casi perché le restrizioni dovute dal lockdown, comprensibilmente, hanno camuffato i fenomeni di isolamento volontario.

Dalla Federazione Italiani Società di Psicologia (FISP) emerge uno studio che ha valutato l’impatto psicologico che l’uso delle reti sociali ha avuto durante il periodo di isolamento dovuto alla pandemia da CoVid-19. 

Per molti, i social network hanno contribuito positivamente alla socialità accompagnando gli utenti con diverse modalità, talvolta anche con trend e mode, durante il periodo di lockdown. Ricorderemo – o avremo sicuramente sentito dire – le dirette di qualche influencer, luoghi e momenti di intrattenimento, quelli offerti dai social network, che spaziavano dal semplice chiacchiericcio all’organizzazione di book club, dalle ricette di cucina con annessa corsa all’acquisto dell’ultimo panetto di lievito alle lezioni di yoga. O ancora il nostro tentativo di accorciare lo spazio fisico che ci separava dai nostri coetanei, tra videochiamate e messaggi. 

Si sa, l’uso di Internet è il più delle volte legato in modo positivo al coinvolgimento sociale. Rappresenta una via alternativa e veloce che ci permette di raggiungere amici, conoscenti e nuovi contatti. Aiuta a diminuire la percezione della solitudine ed aumentare le reti di supporto. Ed è proprio quando sperimentiamo la solitudine che cerchiamo di tessere nuovi legami e relazioni attraverso l’universo virtuale. 

La virtualità, però è un sistema complesso. E ricordiamo, infatti, che ognuno si comporta in modo diverso e reagisce agli stimoli e contenuti in maniera del tutto personale. Non a caso, può essere proprio l’uso di Internet a causare la solitudine, partendo dagli utenti più ansiosi o tendenti ad un umore negativo. In alcuni casi, durante il lockdown, i social network hanno provocato dei disagi peggiorando la già difficoltosa situazione del periodo pandemico. Chi si sentiva solo ha usato le proprie risorse per stare nel mondo virtuale piuttosto che costruire rapporti in presenza, e questo circolarmente ha causato più isolamento sociale e, talvolta, dipendenza da smartphone

Nel 86% dei casi la dipendenza è associata a condizioni psicopatologiche o ad altre forme di dipendenza per cui il web diventa una valvola di sfogo ai problemi personali illudendo gli utenti che la rete possa fornire le risposte a dei bisogni vitali della persona. Controlliamo così in modo spasmodico lo schermo dello smartphone per rimediare, come vedremo più avanti, la paura di essere “lasciati fuori”. 

I dati che emergono dalle analisi di Digital 2020 mostrano che “nei paesi in cui sono state imposte le restrizioni di sicurezza per contenere il virus sono aumentati gli utenti globali di Internet e i tempi di permanenza sui social network”. In riferimento al campione mondiale analizzato, l’uso dello smartphone è aumentato per il 76%. In Italia, nello specifico, il 45% degli utenti afferma di aver aumentato l’uso delle reti sociali.

Ancora qualche dato: secondo le ricerche di Cosmocore già a partire dai primi di marzo si è registrata un’intensificazione del traffico che è arrivata ad un aumento del 90% rispetto alla prima settimana di gennaio. Altri dati evidenziano che dall’inizio dell’emergenza il 64% degli italiani ha incrementato la fruizione dei contenuti online, il 62% l’uso delle chat e il 42% ha fatto ricorso a videoconferenze per uso professionale. Un’ulteriore analisi riguarda l’aumento dei social che incorporano una funzione di intrattenimento e si riportano come esempi TikTok (incremento del 50%) e Instagram (oltre 1,1 milioni).

Sempre più connessi ma sempre più estraniati, così gli utenti più fragili si sono sentiti durante la pandemia. Riprendendo il noto concetto di società liquida offerto da Zygmunt Bauman, le relazioni sociali sono diventate più sfuggenti e le persone tendono ad investire sempre meno nei rapporti umani, preferendo le semplici e fluide connessioni virtuali alle più macchinose esperienze reali. Per chi soffre di ansia sociale, ad esempio, le relazioni digitali possono apparire meno pericolose e questo li porterà a trascorrere molto tempo sui social. Emerge, così, la tendenza ad isolarsi sempre di più, incrementando di conseguenza l’ansia quando avvengono incontri nella vita reale.

In conclusione, i nuovi media permettono alle persone di superare i limiti della comunicazione faccia a faccia, soprattutto quelli di carattere spazio-temporale. L’esperienza diretta della relazione viene sostituita con attività mediate dal mezzo tecnologico, mettendo però in discussione la soggettività degli interlocutori e modificando, di conseguenza, la struttura dell’esperienza relazionale.

All’inizio di questo capitolo abbiamo parlato del paradosso del web: il paradosso quindi lo ritroviamo nel fatto che i social media e il web in generale estendono le possibilità di comunicazione ma riducono di fatto il coinvolgimento sociale e il benessere derivato dal contesto interpersonale.

Infine, dal momento che i social media sono relativamente un fenomeno recente e gli studi  condotti su questo tema sono ragionevolmente nuovi, pensiamo che i vantaggi di queste piattaforme siano enfatizzati molto di più rispetto ai suoi aspetti negativi.

L’isolamento psicologico a partire da trend e casi studio di fenomeni online

Come abbiamo appena esaminato nel precedente capitolo, il web, oltre a dare la possibilità alle persone di accedere a tantissime informazioni e instaurare nuovi rapporti, nasconde un potenziale grande pericolo. Nei casi più gravi, c’è chi cerca di spiare i movimenti fatti, utilizzare i dati degli user senza il loro consenso o addirittura mettere le persone in pericolo, a volte facendo in modo che vengano coinvolte in inusuali “challenge”. Quest’ultimo fenomeno, che ha avuto un picco di casi nell’ultimo decennio, si definisce come vero e proprio atto di cyberbullismo perché tramite l’utilizzo del Web gli utenti vengono soggiogati e bullizzati nella vita di tutti i giorni, anche grazie alla facilità di comunicazione tipica delle nuove tecnologie. 

Blue whale Challenge

Blue Whale Challenge o Balena Blue, ad esempio, è stato un gioco dalle regole violente, che spinge le persone a delle sfide per 50 giorni portando al suicido i ragazzini che partecipano; una sorta di gioco di autodistruzione nato in Russia, nel social network Vkontakte, e che avrebbe portato al suicidio un gran numero di adolescenti.

In Italia parte tutto il 14 maggio 2017 dopo un servizio di “Le Iene”, intitolato “Suicidarsi per gioco”, in cui Matteo Viviani mette in relazione il suicidio di un ragazzo di Livorno con il fenomeno della Blue Whale. Questo servizio ha scatenato la prevedibile isteria del pubblico televisivo, in prevalenza genitori preoccupati che i propri figli potessero essere coinvolti in questa specie di “gioco”. In realtà delle oltre 40 segnalazioni su cui sta indagando la Polizia Postale, al momento nessuna sembra essere connessa al fenomeno del Blue Whale.

Partiamo però analizzando il significato etimologico del termine, che secondo l’ipotesi più accreditata è quella che si rifà al comportamento tipico delle balenottere azzurre che, a un certo punto della loro vita, senza apparente motivo, si spiaggiano e muoiono. La motivazione che porta a questo comportamento può essere ricondotto al fatto che si siano “persi”, non riescono a tornare nel gruppo, proprio come quei ragazzi che nonostante abbiano una vita davanti si sentono diversi, isolati e non sanno come uscirne.

Pare che la Blue Whale Challenge abbia tratto ispirazione, se si può definire così, dal suicidio di Rina Palenkova che su VKontakte, un social molto famoso in Russia che sostituisce la piattaforma americana Facebook, ha documentato il suo suicidio a soli 16 anni con foto e video. Da questo gesto estremo, è nato un gruppo denominato “F57” che ha iniziato a lanciare delle sfide agli utenti, raccogliendo informazioni inquietanti e testimonianze di persone con tendenze suicide. Questo accadeva nel 2015 e, da quel momento in Russia l’ondata di strani suicidi non si è più fermata: almeno 1500 ragazzi ogni anno si levano la vita.

Naturalmente non è leggendo un annuncio o un articolo che nascono negli adolescenti queste tendenze suicide, ma aderisce in soggetti disturbati o particolarmente fragili che leggendo queste notizie e informandosi si innesca in loro un senso di comunità con altri ragazzi che condividono gli stessi problemi perché si sentono esclusi e soli. È in questo contesto che, i cosiddetti “curatori” o “tutor”, iniziano con questo gioco subdolo dettando le regole e facendo in modo che vengano rispettate. Il problema è che alcune prove sono veramente illogiche, soprattutto le prime, che richiedono di incidersi il braccio con una lametta e inviare la foto al curatore. Ma più si avanza con le sfide più aumenta il limite della sopportazione, fino ad arrivare al cinquantesimo giorno in cui per finire il gioco bisogna suicidarsi lanciandosi da un palazzo molto alto.

Possiamo affermare che il fenomeno della Blue Whale, ma non solo, anche altri fenomeni simili come il Chocking Game, l’Eyeballing o il Knockout Game, vanno a sfruttare la tendenza adolescenziale del conformismo: accettare in modo acritico quello che gli altri propongono e a imitare i propri coetanei, nel bene e nel male. Questa tendenza è frutto della nostra società, frutto di evidenti fini consumistici. Certamente la rete internet ha aiutato la circolazione di questo conformismo, perché la rapida diffusione di un comportamento diventa una moda che va a coinvolgere un gran numero di persone; passando dal mondo virtuale a quello reale. Per questa ragione l’utilizzo in modo sicuro della rete richiede una maggiore valutazione critica e una capacità più elevata di autonomia di giudizio. 

In seconda battuta queste challenge vanno a sfruttare il bisogno adolescenziale di mettersi alla prova in azioni più o meno rischiose, soprattutto in quei ragazzi più incerti e fragili. Infatti una sfida difficile e pericolosa, che porta a superare ogni limite, favorisce ulteriormente questa tendenza di mettersi alla prova; senza capire che ci sono altri modi per dimostrare il proprio valore senza mettere in pericolo la propria vita.

È quindi in questo contesto che la Blue Whale Challenge agisce, andando a favorire le azioni autolesionistiche, portando gli adolescenti in un climax di sentimenti negativi. Per loro diventa sempre più difficile riuscire a valutare in modo razionale e critico ciò che stanno facendo o che gli viene chiesto di fare, senza riuscire a prendere le distanze. Per questo motivo è importante avere un aiuto esterno da parte dei coetanei e degli adulti, così da spezzare il circolo vizioso che l’adolescente ha preso iniziando questo gioco. In questo senso la Polizia Postale ha creato un sito internet per aiutare gli adolescenti, ma anche i genitori, per cercare di non entrarci o nel caso di uscirci.

Cosa più importante però, sarebbe di prevenire il coinvolgimento degli utenti a queste challenge attraverso la promozione di un pensiero critico e autonomo nel giudizio, capendo quale sia la strada migliore per affermare se stessi e mettersi alla prova. È naturalmente importante insegnare ad affrontare anche i momenti negativi e le situazioni di sconforto, sottolineando che i sentimenti negativi non sono motivi di vergogna e che non si può essere perennemente felici e perfetti.

La paura di perdersi qualcosa: FOMO

Bisogna partire dal presupposto che sia normale che un utente rischi di rimanere soggiogato e ammaliato dai social network, questo però rischia di portare dei risvolti negativi, come abbiamo accennato poco fa. Ed è in questa ottica che possiamo trattare di problematiche che colpiscono gli utenti, come la FOMO.

FOMO, acronimo di Fear of Missing Out è la paura di perdersi qualcosa. Banalmente questo termine potrebbe essere ricondotto al termine invidia, inteso come quel bisogno di dover stare sempre a guardare quello che fanno gli altri, ma è un concetto più complesso. 

A parlarne è Paolo Giovannelli, esperto nel trattamento delle dipendenze da internet, il quale chiarisce: nello specifico, la paura di essere tagliato fuori spinge il soggetto a controllare ripetutamente i suoi profili social per verificare e “sorvegliare” cosa stanno facendo gli altri. Da qui nasce la necessità di “abbuffarsi” di immagini, informazioni ed eventi per poter non essere esclusi dalla vita social altrui e propria.

La nascita di questo problema non ha un data precisa, ma possiamo collocarla intorno al 2013 e classificarlo come uno dei tanti sottoprodotti della società dell’informazione, anzi deriva proprio dall’eccesso e dalla facilità di fruizione delle informazioni. Infatti è palese che più siamo connessi al mondo tecnologico e più questo ci appare ricco di esperienze e di fatti che non possiamo più ignorare, ci sentiamo risucchiati in un vortice dal quale non possiamo più uscire. È proprio all’interno di questo contesto che entra in gioco la percezione, uno strumento molto potente che rischia di avere maggiore impatto dei fatti veri e propri. Ciascuno di noi si trova a filtrare la nostra immagine pubblica all’interno dei social network, selezionando solo i momenti migliori e dando valore aggiunto a esperienze normalissime come bere un caffè o andare al mare, oscurando i momenti più noiosi e banali. 

Ci troviamo all’interno di una società dove i social network hanno peggiorato la paura di essere inferiori agli altri, gli utenti si sentono consumati dal bisogno ossessivo di controllare quello che fanno gli altri. Un bisogno che spesso è ingiustificato ma che, se non viene soddisfatto, rischia di creare una vera e propria “crisi di astinenza”. Ma perché viviamo questa crisi, cosa ci spinge a tenere controllato i social network e vedere cosa stanno facendo i nostri amici? La risposta più ovvia è perché siamo annoiati. Vogliamo quindi scoprire come gli altri stanno vivendo la loro giornata, se sono (nullafacenti) come noi o se invece stanno facendo attività nuove e diverso dalla giornata tipo; il rischio però è di sentirci infastiditi o tristi perché in quel momento noi non stiamo facendo niente. 

Il bisogno degli adolescenti risulta quindi essere quello di avere delle relazioni interpersonali, così da sentirsi parte di un gruppo sociale; gruppi sociali che non esistono solo a livello fisico ma anche virtuale, quindi con la possibilità di accedervi sia online che offline. Questo è possibile anche grazie ai social network, quali Facebook o Instagram, che offrono una connessione online agli utenti attraverso il loro canale personale, rendendo più facile il mantenimento dei rapporti. 

Non riuscire a connetterci con i gruppi sociali attraverso un social può causare l’impressione di sentirsi tagliati fuori dalla vita reale: l’eventuale esclusione sociale rischia di portare alla perdita del senso di appartenenza. Proprio per questo motivo, le persone che non riescono a collegarsi al web, rischiano di soffrire di ansia per paura di essere esclusi socialmente, ne consegue una mancanza di valore che conduce le persone a compararsi agli altri utenti sui social così da decidere il proprio valore personale. In questa ottica i social network, possono offrire un luogo dove le persone, soprattutto gli adolescenti, hanno la possibilità di stare al passo con i propri coetanei e con quello che stanno facendo, ma allo stesso tempo possono controllare cosa si stanno perdendo. 

La paura di essere esclusi, attivata da posti visibili sui social network, può generare il rimorso di essere mancati a un evento considerata divertente, chi osserva questi contenuti potrebbe sentirsi tagliato fuori da queste situazioni e ciò potrebbe comportare la condivisione di immagini di momenti della propria vita altrettanto importanti, ma non per forza reali. Questo meccanismo viene messo in atto per non apparire inferiore rispetto agli altri, ma da qui si può comprendere quanto ci sia, di fondo, un perenne stato di solitudine che si cerca di colmare attraverso il social network. Si rischia però di entrare all’interno di un circolo vizioso in cui gli utenti puntano ad apparire online, per suscitare nei loro follower lo stato di FOMO, quindi la necessità di mostrarsi in momenti piacevoli diviene più importante di averle vissute davvero.

Possiamo quindi considerare la FOMO come qualcosa che ci porta a pensare di perdere un’opportunità di interazione sociale gratificante, dove l’esperienza che mi sto perdendo è più gratificante di quella che sto vivendo. Come se la migliore interazione sociale possibile sia concepita esclusivamente nel digitale, infatti come spiega John M. Grohol, psicologo esperto statunitense, “i Social Network sono contemporaneamente presenza annunciata e assenza percepita degli altri e di sé […] che induce il soggetto a percepire una aspettativa emotiva di qualcosa che si sta perdendo”.

Revenge Porn

Finora abbiamo trattato due tematiche molto importanti legate ai social network, la paura di essere emarginati e non protagonisti della propria vita (FOMO), e l’estremizzazione dei “giochi” online (Blue Whale Challenge). In questo contesto è rilevante sottolineare come queste tematiche abbiamo in comune un tipo di violenza: psicologica nel primo caso e prettamente fisica nel secondo. Proprio questo termine, con l’avvento del digitale ha modificato, o meglio ampliato, il proprio significato; infatti quando ci rifacciamo a questa parola la nostra mente va subito a forme di aggressione fisica o sessuale che prevedono inevitabilmente un contatto fisico. Eppure la violenza esiste in forme diverse. Oggi esiste un’altra forma di violenza: quella indotta dalla tecnologia.

È inequivocabile che la tecnologia abbia rivoluzionato la nostra capacità di comunicare e di costruire relazioni, è anche indubbio che ha portato molti vantaggi, ma l’uso diffuso dei social ha cambiato la comunicazione e la scelta del tipo di informazione da condividere. È in questo contesto che emergono fenomeni come il sexting e il Revenge Porn che rischiano di cadere in aspetti prettamente negativi. 

Il 17 luglio 2019 è stato approvato il disegno di legge sul cosiddetto Revenge Porn, che introduce due fattispecie di reato diverse: la diffusione di immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate da parte di chi queste immagini le ha realizzate e da parte di chi le riceve e contribuisce alla loro ulteriore diffusione al fine di creare documento alle persone rappresentate. 

Ma partiamo cercando di analizzare cosa sia il Revenge Porn. Questo viene definito come «pornografia non consensuale» ed anche abuso sessuale tramite immagini: è l’atto di condivisione di immagini o video intimi di una persona senza il suo consenso, attuato sia on-line che off-line. 

Questo tipo di contenuti solitamente vengono linkati sulle pagine social della vittima, oppure caricato su siti web tematici o addirittura create delle pagine apposite, dove in alcuni casi viene incoraggiata la condivisione o il download del contenuto. 

Succede anche che il contenuto venga inviato a familiari, amici o colleghi della vittima così da accrescere il discredito sociale e di conseguenza generare ulteriori condotte illecite nei confronti della persona offesa. Questo porta a ingiurie, minacce, stalking ed estorsione sino all’omicidio, come ben noti e tristi casi di cronaca riferiscono.

Possiamo quindi definire come il punto di partenza di questo illecito parta dal materiale pornografico che rappresenta la vittima in situazioni private e/o intime sia da sola che con il partner che, a sua volta, può essere sia stabile che occasionale, sia incontrato di persona che on line. Ci troviamo quindi di fronte a una forma avanzata di cyberbullismo che viene carpito in differenti modi:

  • Mediante il cosiddetto «sexting» ovvero l’auto ripresa di immagini o video in pose intime da parte della vittima e successivamente inviate a terzi, anche mediante web cam;
  • Mediante la ripresa delle immagini intime durante un rapporto sessuale con il consenso della vittima;
  • Mediante la ripresa della vittima durante momenti intimi (rapporto sessuale, bagni pubblici, spogliatoi ecc..) con telecamere nascoste (spy cam);
  • Attraverso l’hacking dello spazio cloud della vittima (iCloud, gmail, microsoft space, ecc..) ovvero del dispositivo (smartphone o laptop) anche con la consegna spontanea del dispositivo (es. invio di un pc o di un telefono in assistenza).

Importante però è anche capire le motivazioni che spingono a queste azioni, che in nessun caso possono essere giustificate, solitamente sono quelle di vendicarsi di un torto subito quale ad esempio l’infedeltà reale o immaginaria o l’interruzione della relazione, assurgendo così l’atto di Revenge Porn a una forma legittima di vendetta interpersonale, che implica una forma di punizione e controllo. Walker e Sleath (2017) hanno indicato che i perpetratori di Revenge Porn usano la tecnologia per esercitare controllo e potere sulle loro vittime. 

Talvolta queste persone non sono consapevoli del danno psicologico, fisico e economico che scaturisce dalla diffusione di questi contenuti.

Indipendentemente dalle motivazioni che spingono una persona alla condivisione dei contenuti sensibili, si tratta di un reato e come tale è stato regolamentato e introdotto con l’approvazione del Codice rosso sulle violenze domestiche. Sulla base di queste argomentazioni sono state sancite delle pene che variano da una reclusione da uno a sei anni e la multa da 5 a 15mila euro, ovviamente questo dipende dal tipo di illecito commesso. Due sono gli elementi di offesa: il non consenso della vittima e il fatto che il contenuto sia di natura intima o sessualmente esplicito. Esiste l’aggravante della relazione affettiva, se c’è o c’è stata, come esiste per gli altri reati di violenza e quindi la pena risulterà più severa qualora i fatti siano commessi da un ex partner che decide di diffondere il materiale intimo al termine della relazione dopo che quel materiale era stato prodotto consensualmente nel corso della relazione.

Come nella maggior parte dei reati relativi alla violenza è estremamente difficile da valutare poiché dipende da quanto la vittima lo riferisca alle autorità e molti fattori possono influenzare una vittima nel non denunciare questo tipo di reato. Visto che le vittime hanno subito una umiliazione, subendo diffamazione personale è comprensibile che non siano predisposte a riferire le loro esperienze per non subire un ulteriore giudizio o evitare un ulteriore imbarazzo e vergogna dovuta al dover mostrare le immagini. 

Il Revenge Porn e i suoi effetti

L’impatto emotivo che genera questo fatto sulle persone è molto forte, parte è legato all’emozione di colpa: lo scenario che possa venir detto loro che avrebbero dovuto conoscere i rischi quando hanno inviato quelle foto corroborerebbe l’idea di aver in qualche modo contribuito alla violenza. Però scegliere di condividere foto intime con partner consenzienti non ha fatto nulla di sbagliato, la colpa è solo delle persone che hanno scelto di condividere le immagini senza il loro permesso. 

Inoltre, soprattutto per le donne, c’è una situazione di maggior rischio di stigmatizzazione sociale rispetto a un uomo ed è proprio a causa di questo stigma che le vittime possono tendere a non cercare aiuto e a non denunciare questo reato.

Conclusione

In conclusione, riprendendo Ito, il Web non è regolato da comportamenti ed usi unitari ma, al contrario, si apre ad infinite possibilità. Le azioni che compiamo oscillano, infatti, tra individualità e bisogno di appartenenza: dal semplice svago all’apprendimento più tecnico e, purtroppo, tra entusiasmo e paura di perdita di tempo, tra socialità ed isolamento, felicità e frustrazione.

E ancora, è fondamentale sottolineare che lo scopo dell’utilizzo della tecnologia è cambiato così radicalmente negli anni, che in molti casi si è passati dal desiderio di sentirsi più connessi agli altri al desiderio di annullarsi, di rifugiarsi in azioni più superficiali per poter vivere in modo più facilitato. 

Ci auguriamo che questo articolo possa aiutare a galvanizzare, informando meglio utenti su entrambi i lati di questo delicato argomento. Sebbene il cambiamento sia buono, necessario e inevitabile, esso ha sempre un prezzo. In questo articolo abbiamo esplorato i danni e rischi posti da questi nuovi mezzi di comunicazione che ci espongono tutti spesso ad una rottura graduale della coesione sociale. 

Autori

Siamo Amanda Milaqi, Francesca Manera, Matteo Soriani e Sirya Gelmi, un gruppo di quattro studenti laureandi nel corso magistrale di Web Marketing and Digital Communication presso l’università IUSVE di Venezia. La comunicazione digitale e creativa, assieme all’interesse per i nuovi media sono le passioni che più ci accomunano in ambito accademico. 

Bibliografia e sitografia

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