Le eco-chambers: l’inizio dell’isolamento

Nelle società occidentali, le persone cercano nel web la risposta a diversi tipi di problemi. Nel 2021, gli utenti che hanno avuto accesso ad internet sono stati 50.54 milioni, sia attraverso personal computer che attraverso mobile, e i numeri sono in costante crescita.
Siamo connessi per oltre 6 ore al giorno ad internet, e passiamo quasi due ore sui social (il 98% di noi lo fa da dispositivi mobili); gli utenti connessi ai social, infatti, sono 41.000 milioni.
Lo scenario per quanto riguarda i nostri comportamenti sulle piattaforme social presenta un interessante spunto soprattutto lato coinvolgimento: sono incrementate di 4 punti percentuali, infatti, le persone che dichiarano di aver partecipato attivamente al dialogo online, saltando dall’81% del 2020 all’85% registrato quest’anno. Oggi il forte
utilizzo del web deriva dall‘enorme utilizzo che viene fatto dei social network. Questi, a fronte di una presenza sociale e di un raggiungimento mediatico medio, richiedono un grado di rivelazione e presentazione personale piuttosto alti. Gli utenti per accedervi devono creare un profilo inserendo i propri dati e una propria foto e solo successivamente sono in grado di mettersi in contatto con i propri amici e condividere contenuti.
Ma ci siamo mai chiesti i risvolti negativi che ha il web sui nostri rapporti interpersonali? E come la nostra realtà fisica risenta di quella virtuale? Sicuramente, queste e altre domande ci sono sorte almeno una volta.
Una premessa doverosa da fare è Un concetto che in molti conosciamo è quello delle eco-chambers, ovvero una sorta di bolla informativa dentro alla quale si trova a vivere un utente che naviga nel web. L’utente è diventato non solo un fruitore del web, ma anche il prodotto che il web offre. Le persone, infatti, “pagano” i servizi digitali con i propri dati, sia quelli che lasciano volontariamente in forma di sottoscrizione, sia quelli di cui lascia traccia navigando in internet, aggiungendo un prodotto al proprio carrello, mettendo “like” a una determinata pagina sui social media, e così via. I dati vengono elaborati dagli algoritmi, i quali lavorano affinché all’utente vengano mostrati i contenuti che gli possano interessare. Le persone, in questo modo, si trovano circondate nel mondo virtuale solo dalle informazioni per cui hanno mostrato un interesse. E questo non amplia la conoscenza, o meglio, può approfondire la conoscenza di un determinato argomento, ma senza considerare altri punti di vista sul medesimo argomento. E si trovano, per l’appunto, a vivere nella loro bolla informativa. La domanda che sorge spontanea a questo punto è: cosa ci porta a fidarci così tanto e a non dubitare mai di quelli che leggiamo in internet? Cerchiamo di dare ora qualche risposta.

Alone together: la solitudine che unisce

Successivamente al forte sviluppo dei social network sono stati condotti numerosi studi e ricerche per comprendere le ragioni della loro rapida diffusione. Esistono dei motivi di natura psicologica che spingono così tante persone a collegarsi sul web per condividere contenuti personali e spiare quelli degli altri, in una rete sempre più ampia e aggrovigliata quale quella di internet. Le ragioni che si celano dietro a questi comportamenti sono le stesse che spingono gli uomini a interagire direttamente gli uni con gli altri e ad aderire a rapporti di comunicazione interpersonale.
In particolare, introduciamo alcune osservazioni di Sherry Turkle a proposito di socializzazione in rete. Turkle, lavorando nel campo della psicologia clinica, individua due problemi:
Always On: è una condizione di angoscia che provano gli individui connessi. Questo stato di angoscia è dovuto al fatto che l’individuo sperimenta prima un stato di sovraeccitazione, nel momento in cui vede un messaggio in entrata; e successivamente sperimenta uno stato di ansia, dovuto all’attesa del nuovo stimolo. Secondo Turkle, la sovraeccitazione non è dovuta al contenuto del messaggio in sé, quanto all’utilizzo stesso dei mezzi tecnologici. Egli sostiene, infatti, che gli invidividui siano più attratti dai device che utilizzano, piuttosto che dalle persone con cui questo permette di essere in contatto.
Alone Together: “le persone sono insieme nello stesso spazio fisico, ma stordite dal rapporto ipnotico con il proprio strumento di comunicazione, possedute dall’angoscia della connessione che le proietta altrove rispetto al luogo dell’esperienza che stanno vivendo.”
Turkle, quindi sostiene che i nuovi strumenti digitali non solo ostacolano i rapporti interpersonali, ma che le relazioni in rete sostituiscono le relazioni offline. Pensiamo infatti ai momenti importanti delle nostre vite, un compleanno, una laurea, la nascita di un figlio, un matrimonio… Viviamo questi momenti attraverso lo schermo del nostro smartphone, perchè abbiamo timore che i ricordi di un evento così importante per noi, possano dissolversi in fretta. Viviamo questi, come anche altri, momenti della nostra vita, quindi, con l’angoscia di riprendere tutto quello che stiamo vivendo e di conservarlo, o condividerlo. “Happiness is real only when shared” diceva Christopher McCandless, ma nel mondo interconnesso questa frase ha decisamente preso un altro significato. Se prima infatti si condividevano i momenti felici con qualcuno, vivendo quel momento insieme, oggi lo si condivide a qualcuno. E non ha importanza a chi, anche ad uno sconosciuto. Determinati momenti si vivono fisicamente con una cerchia ristretta di persone alle quali teniamo, mentre on-line diventano accessibili a tutti.
Si arriva a dare molta fiducia ai nostri contatti in rete. La fiducia è un tema centrale del concetto di capitale sociale, definito come “un insieme di valori o norme non ufficiali, condiviso dai membri di un gruppo, che consente loro di aiutarsi a vicenda” (Fukuyama 1999). La fiducia nel web nasce dalle relazioni interpersonali per vie spontanee, e per questo diventa molto forte. La percezione che abbiamo del web non è quella di un’istituzione sovrastante che definisce regole e norme comportamentali, perché detiene un potere che è maggiore a quello nostro. Il web viene percepito come democratico, a portata di tutti e popolato da “persone come me”, senza nessuno che lo governi. I social media, in particolare, sfruttano il web dinamico per il proprio sviluppo e la propria evoluzione. Essi
vengono definiti da Andreas Kaplan e Michael Haenlein: “un gruppo di applicazioni Internet basate sui presupposti ideologici e tecnologici del Web 2.0, che consentono la creazione e lo scambio di contenuti generati dagli utenti.” Le informazioni inoltre sono tante e facilmente accessibili, e non le vediamo come mediate, ma come create da altre persone uguali a noi e più trasparenti e sincere. Questo ci spinge a pensare che abbiamo trovato la verità, perché le nostre argomentazioni trovano conferma, scoprendo che ci sono molte altre persone che vivono la stessa situazione, o sostengono le stesse argomentazioni. Inizia a venire meno la fiducia nella realtà in cui viviamo, ed ad incrementare quella nella realtà virtuale.
Tante volte siamo quindi isolati ed assenti nell’offline, e viviamo l’esperienza per poterla condividere. Ci fidiamo del web, e la nostra rete di conoscenze on-line ci fa sentire appagati: riceviamo apprezzamenti, supporto, stima. Ci fa sentire compresi, perché nel web troviamo qualcuno che finalmente “la pensa come me”. Questo conforto, però ci porta a risentire di un disagio sociale quando non siamo connessi. Nessuno ci fa i complimenti, come nessuno ci dà ragione su ogni cosa che diciamo, senza mai dubitare di nulla. Di nuovo, ci isoliamo e, di nuovo, ci rifugiamo nel web. Un meccanismo circolare.

La community online e le sue implicazioni

Con il fenomeno di internet si è raggiunta la consapevolezza che non vi è bisogno di essere vicini per sentirsi appartenenti a qualcosa: nascono così le community online. I social network hanno incentivato questo fenomeno: poter interagire con persone che sono lontane ma che hanno un nome e una foto che testimonia la loro esistenza mette in moto meccanismi del tutto simili a quelli dell‘interazione fisica tra individui.
J. H. Kietzmann, K. Hermkens, I. P. McCarthy, individuano, in un grafico a nido d’ape, i sette blocchi funzionali dei social media. I sette blocchi sono rappresentati da: l‘identità, le conversazioni, la condivisione, la presenza, le relazioni, la reputazione e i gruppi.
In particolare, mostra come il blocco centrale e più importante sia quello rappresentato dall’identità: una delle funzioni dei social media è infatti quella di permettere agli utenti di rivelare agli altri la propria identità, registrando i propri dati. Il secondo blocco fondamentale dei social media, sono le conversazioni, che rappresentano la misura in cui gli utenti comunicano tra di loro. Alcuni social media sono stati sviluppati in maniera tale che la ragione principale del loro esistere è esattamente quella di favorire le discussioni tra utenti. Il terzo blocco è rappresentato dalla condivisione, indica la misura in cui gli utenti vengono chiamati a ricevere o scambiare contenuti. Gli oggetti della condivisione sono un mezzo di interazione sociale e uno strumento di connessione con gli altri utenti. La presenza è il quarto blocco e rappresenta la misura in cui gli utenti possono venire a conoscenza delle informazioni fornite dagli altri utenti, sulla loro vita al di fuori del web. Le relazioni sono il quinto blocco fondamentale ed individuano il modo in cui gli utenti sono in grado di interagire con gli altri. La reputazione è il sesto blocco dei social media e rappresenta il modo in cui l‘utente visualizza gli altri e se stesso; e che sia online o nel mondo reale, una buona reputazione si traduce spesso in fiducia. Infine, i gruppi sono il settimo e l‘ultimo blocco e individuano la possibilità offerta dal social media ai propri utenti di formare communities, che abbiano un oggetto di interesse comune.
La ricerca qualitativa di Maria Bakardjieva, che ha analizzato 23 persone tramite tecniche di osservazione e dell’intervista, si concentra sulle ragioni per le quali le persone accettano il web nella loro quotidianità, e in che modo questo risponda alle loro esigenze. Individua diversi bisogni che le persone cercano di soddisfare nel web e, di conseguenza, diverse tipologie di relazioni on-line che si creano. Secondo Bakardjieva, il web offre uno spazio di incontro alle persone che, tra le altre cose, vivono in una condizione di isolamento, con la possibilità di creare una community. La relazione viene infatti instaurata attorno a un argomento o a una passione che possono così accomunare un serie di individui eterogenei. Come anche può scaturire dal bisogno di concretizzare una comunità dispersa.
Le conseguenze che queste relazioni virtuali hanno nella realtà offline sono diverse, e possono essere positive o negative.

Alcuni esempi

In concreto, possiamo osservare come la creazione di comunità on-line abbia avuto dei risvolti positivi nelle vite per esempio di chi soffre di malattie poco comuni, o comunque poco trattate. L’esempio recente è quello dell’endometriosi. L’Endometriosi è una malattia femminile, determinata dall’accumulo anomalo di cellule endometriali fuori dall’utero. Solitamente le cellule endometriali dovrebbero trovarsi all’interno di esso. Questa anomalia determina nel corpo infiammazione cronica dannosa per l’apparato femminile, che si manifesta tramite forti dolori e sofferenze intestinali. Le donne, infatti hanno accusato per anni dolori molto intensi durante il periodo mestruale e premestruale e nel periodo dell’ovulazione, insieme a dolori pelvici cronici, dolore nei rapporti sessuali, stanchezza fisica cronica. Sintomi che la maggior parte di loro ha ricondotto a una condizione tipica della donna, legata al suo organismo. C’era poca diffusione delle informazioni sull’esistenza di questa malattia, e molte donne non ne erano proprio al corrente. Con la diffusione di servizi web e soprattutto grazie ai social media, le donne che ne soffrono hanno trovato e iniziato a confrontarsi con altre donne che soffrivano di dolori simili e accusavano gli stessi sintomi. Si è formata una vera e propria comunità nel web attorno a questo tema, che solo in Italia conta più di 22.000 di iscritte. La community si occupa principalmente di fornire più informazioni possibili sulla malattia, e dei consigli su come comportarsi se si sono riscontrati dei sintomi. Inoltre, le donne che soffrono di endometriosi trovano conforto all’interno di questa comunità virtuale, perché se prima pensavano che fosse normale, ora sanno che non è così, e che i dolori sono legati a una malattia. La creazione di una comunità attorno a un tema come questo, ha spinto verso una maggiore diffusione delle informazioni in merito, non solo da parte della community, ma anche da parte delle altre persone e delle istituzione, che hanno iniziato a creare sensibilizzazione sull’argomento.
La creazione delle comunità on-line può avere anche dei risvolti negativi nell’offline. I gruppi organizzati “No Vax” ne sono l’esempio. Il fatto di avere una minore fiducia nelle istituzioni governative, e di trovare una maggiore fiducia nelle testimonianze e nelle parole delle altre persone che abitano il web, hanno fatto sì che, di fronte a una pandemia sulla quale si sapeva poco, le persone avessero bisogno di trovare delle risposte, e l’hanno fatto principalmente accedendo alla rete. In rete sono nati dei gruppi di discussione sull’argomento e le persone che avevano dei dubbi, hanno trovato delle risposte che erano simili a quelle che già si stavano iniziando a dare. Trovando le risposte che cercavano, gli individui sono stati uniti tra di loro da un forte sentimento di fiducia reciproca, e questo ha dato alla luce un forte senso di appartenenza ad una comunità che vuole combattere le ingiustizie e diffondere la loro verità. Inglobando al suo interno un numero sempre maggiore di adesioni, tutto questo ha avuto ovviamente dei risvolti molto negativi nell’offline, diventando uno strumento manipolatorio che incoraggia le persone a trasgredire alle regole e a non rispettare le leggi, portando, in casi più estremi, a situazioni tragiche.

Fonti

Andrea Miconi (2018) Teorie e pratiche del web
We Are Social. Digial 2021
M. Kaplan, M. Haenlein. (2009) Users of the world, unite! The challenges and opportunities of Social Media
J. H. Kietzmann, K. Hermkens, I. P. McCarthy, B. S. Silvestre (2011) Social media? Get serious! Understanding the functional building blocks of social media
Endometriosi.it

Autrice

Ciao! Mi chiamo Dariya Danylyuk, ho 27 anni e sono una studentessa dello IUSVE presso la facoltà di Web Marketing and Digital Communication. Dopo una laurea in Economia e Management, ho voluto proseguire gli studi in questo campo perché credo che l’attività aziendale debba essere persona-centrica, e il marketing opera partendo proprio dalle persone. Oltre a questo, le mie più grandi passioni sono il cinema e l’arte.