Big data: l’ascesa di una nuova e potente forma di dati

 

La parola <<dati>> deriva dal latino data, termine che letteralmente significa <<fatti>> e che si riferisce quindi ad un qualcosa che si può registrare, studiare e organizzare.
E parlare di dati, non equivale a parlare di informazioni, nonostante la tendenza a considerare questi due concetti come interscambiabili: se, infatti, i primi sono elementi conosciuti, informazioni grezze o elementari, costituiti da simboli che devono essere elaborati e contestualizzati; le seconde sono invece veri e propri elementi che derivano dall’elaborazione dei dati stessi e che permettono di venire a conoscenza di qualcosa.
Da qui la necessità a non limitarsi alla semplice raccolta di dati, ma di spingersi oltre verso complessi processi di elaborazione: si entrerà cosi in possesso di tutte quelle informazioni che costituiscono poi la base delle nostre scelte.

Ecco che, mezzo secolo dopo l’avvento del computer nelle società di tutto il mondo, questi dati hanno iniziato ad accumularsi come mai prima d’ora, dando vita ad un fenomeno del tutto nuovo: quello dei big data.
La loro ascesa non ha solo permesso lo sviluppo di un processo di analisi che vede coinvolta una quantità di dati infinitamente maggiore, ma ha anche fatto sì che l’elemento quantitativo superasse, a livello di importanza quello qualitativo.
L’era analogica, quella caratterizzata da una costante carenza di dati, ha ceduto il passo alla datizzazione, fenomeno che ha determinato la volontà di raccogliere non solo quanti più dati possibili, ma tutti i dati, quindi le ragioni, che risiedono dietro ad ogni comportamento.
Datizzare significa, infatti, tradurre un qualsiasi fenomeno in un linguaggio quantitativo comprensibile alle macchine, le quali saranno poi così in grado di tabulare, processare ed analizzare ogni minima informazione raccolta.
Ed anche se questo vertiginoso incremento numerico ha portato con sé molta più confusione a discapito della precisione puntuale a cui si ambiva cinquant’anni fa, non sembra essere stato effettivamente difficile rinunciarvi a favore di una comprensione più generica ed approfondita del mondo.

Impossibilità a dimenticare: la creazione di una memoria condivisa

<< Gli esseri umani ambiscono a ricordare, ma tendono a dimenticare>>.
É con queste parole che l’accademico Viktor Mayer-Schönberger, nato in Austria nel 1966, introduce un concetto fondamentale per poter comprendere appieno l’impatto che l’irruzione delle tecnologie digitali e l’avvento dei big data hanno avuto non solo sullo sviluppo delle società e sul modo di vivere delle persone, ma anche sulla stessa natura umana.

Si può infatti affermare che l’atto di dimenticare sia a tutti gli effetti uno dei meccanismi biologici che caratterizzano la nostra specie: il cervello umano compie un’operazione costante di selezione delle informazioni, scegliendo fra l’enorme quantità di dati e stimoli che i nostri sensi registrano senza sosta dal mondo esterno.
Se quindi dimenticare è facile e allo stesso modo indispensabile per poter agire, l’attività di ricordare, viceversa, non solo è difficile, ma anche costosa in termini di economia cognitiva, quella branca della Psicologia che si occupa appunto dello studio di tutti quei processi mentali attraverso i quali le informazioni vengono assimilate, elaborate, memorizzate e recuperate dal sistema cognitivo.
Ecco che, l’avvento delle nuove tecnologie << ha provocato la rottura dell’equilibrio millenario che, lungo tutto il corso della storia umana, ha costantemente fatto sì che dimenticare fosse la norma e ricordare l’eccezione>>.

I milioni di computer connessi fra di loro grazie a Internet, hanno reso possibile la creazione di quella che Mayer-Schönberger identifica con il nome di memoria condivisa, un fenomeno che ha avuto effetti da un punto di vista economico e, soprattutto, sociale: le nuove tecnologie hanno infatti provocato un radicale cambiamento anche nei processi di costruzione dell’identità individuale e sociale di ognuno.
Quelle che erano le tradizionali identità <<forti>>, quindi l’appartenenza di classe, l’orientamento religioso o politico, si sono indebolite a favore della necessità a rendersi costantemente visibili agli occhi degli altri, processo che ha determinato a sua volta lo sviluppo di un faticoso e continuo lavoro di costruzione identitaria.
La scomparsa dell’oblio di cui parla Mayer-Schönberger dipende quindi in larga parte dalla nuova impossibilità a scegliere tra chi vogliamo essere e come vogliamo, o meglio dobbiamo, apparire.
Ed è all’interno di questo contesto che sorge spontaneo domandarsi cosa di fatto succederebbe se nostri errori, i nostri scelte sbagliate, venissero conservate all’interno di una memoria senza scadenza, in un mondo che ha perso la capacità di perdonare, poiché non è più in grado di dimenticare.

Le informazioni personali di ogni singolo utente rappresentano infatti una preziosa fonte di valore per tutte le grandi e piccole imprese dell’era dot.com, le quali sfruttano i grandi database di Internet per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili sulla vita privata di ognuno, indipendentemente dalla sua volontà a renderla pubblica o meno.
Ecco che, come sottolinea l’autore nel suo libro “Delete”, questa trasparenza forzata a cui siamo costretti ha contribuito alla concentrazione di un potere sempre più grande nelle mani delle poche élite che controllano la rete.

Documentalità: un diritto alla privacy che non viene riconosciuto

Una posizione simile è condivisa da Maurizio Ferraris, filosofo italiano che introduce il concetto di documentalità nell’ambito della teoria dei documenti in cui sfocia l’ontologia della realtà sociale.
Questa teoria attribuisce ai documenti un ruolo centrale all’interno della sfera degli oggetti sociali, indentificata come campo autonomo e indipendente rispetto a quello degli oggetti fisici e degli oggetti ideali.
Tratto distintivo della documentalità è, secondo l’autore, l’importanza dell’iscrizione: per generare un oggetto, non è infatti sufficiente che questo venga effettivamente prodotto, ma è necessaria anche la sua registrazione.
È attraverso l’esecuzione di atti scritti, come possono essere le firme, le iscrizioni su hard disk o sulla memoria delle persone, o ancora le pubblicazioni di documenti ufficiali, che noi cambiamo il mondo e creiamo oggetti sociali.

Ecco che, la teoria della documentalità si può sviluppare come (1) ontologia, rispondendo alla domanda “che cos’è un documento?”, come (2) tecnologia, che ci dice quali sono gli strumenti che permettono di distribuire tale documento all’interno di una società complessa, e come (3) pragmatica, garante della tutela dei documenti nella società contemporanea.

Che cos’è un documento?
La documentalità comprende una sfera di oggetti sociali che vanno dalla memoria degli appunti ai trattati internazionali, tutti elementi che possono essere realizzati utilizzando i media più svariati e che possono riferirsi alle attività più diverse.
Elemento imprescindibile per poter parlare di documento è la sua iscrizione su un supporto fisico, sia esso un pezzo di carta, un apparato magnetico o la stessa memoria delle persone: è l’aspetto dell’iscrizione quello che determina poi la registrazione del documento all’interno del vasto archivio che è la rete.

Come si distribuisce la documentalità?
La società contemporanea in cui viviamo avanza richieste crescenti in termini di documentalità, richieste che è però possibile soddisfare grazie alle tecnologia: si assiste al passaggio da supporto cartaceo a supporto informatico, un cambiamento che ha determinato una delocalizzazione delle operazioni attraverso l’estensione della scrittura.
All’interno di questo contesto, il documento non è più qualcosa di localizzato, non è più la trascrizione di un qualcosa localizzato in una persona fisica, ma diventa scrittura delocalizzata virtualmente in tutti i terminali a cui si può accedere.

Come si tutela il documento in un mondo caratterizzato dal dominio della scrittura?
Se, da una parte, la documentalità viene vista come tutela, dall’altra parte, però, questa mette in evidenza una problematica sempre più evidente quando si parla di web: quella della privacy e del diritto al segreto.
È attraverso la documentalità, infatti, che si crea una sorta di controllo universale che non riconosce il diritto alla privacy delle registrazioni che ci riguardano.

Internet non è un archivio e noi possiamo ancora scegliere

A smontare la tesi che vede il web come lo strumento alla base del capitalismo della sorveglianza, come un enorme database che raccoglie, registra e organizza informazioni personali, preferenze e comportamenti degli utenti, c’è Geert Lovink, saggista e teorico olandese delle culture di rete.
Secondo l’autore, infatti, non esistono prove credibili a sostegno dell’idea che le reti informatiche siano archivi affidabili ma, al contrario, sono proprio la dinamicità e l’instabilità di queste reti ad impedire la conservazione a lungo termine di artefatti culturali.
Su questa base, l’idea che le strutture di memorizzazione avranno lunga vita, viene messa in discussione dalla teoria secondo cui semplici ed improvvisi mutamenti all’interno della rete potrebbero causare la chiusura da un giorno all’altro di simili strutture.
Ogni archivio, infatti, ha bisogno di essere curato ed è proprio questo il motivo per cui non è possibile parlare di archivi di big data: queste sono infatti raccolte grezze e disorganizzate di dati, caratterizzate da interminabili traduzioni da un sotto-strado ad un altro e da un formato di file all’altro, che rendono impossibile la loro gestione e archiviazione.

Un altro problema che si pone Lovink è quello del valore culturale dei server che ospitano questa enorme mole di dati: i big data come materia prima si potranno mai trasformare effettivamente in oro?
Se si guarda al progetto di intelligenza artificiale avviato da Google, questo prevede la digitalizzazione e l’archiviazione del materiale prodotto e curato dagli utenti, sulla base del mantra parassitario di Google che dice: “ facciamo prima fare agli altri il lavoro che noi non pagheremo; tu scrivi libro, noi lo scansioniamo e di fianco mettiamo le inserzioni”.
Tuttavia, questo approccio elitario presuppone che i big data vadano pesantemente filtrati e interpretati da esseri umani, per evitare che certi dati finiscano per inquinare l’intelligenza artificiale stessa.
Il problema è che si tratta di una quantità di dati cosi ampia, che risulta essere impossibile da processare per un essere umano: spetterà dunque alle macchine compiere il lavoro di raccoglierla ed elaborarla.
Ecco che, tali macchine non hanno però la capacità di scindere i dati di qualità da quelli spazzatura che finirebbero cosi per inquinare la loro intelligenza artificiale, facendo venire meno la possibilità di creare un archivio online.

Conclusioni

Che l’avvento dei big data abbia fatto emergere un profondo problema di privacy è evidente, come è evidente che questa mole di dati venga sempre più utilizzata dalle aziende per prevedere i comportamenti futuri degli utenti e quindi le loro scelte d’acquisto.
Ma è corretto parlare di memoria condivisa e di Internet come archivio?
Risulta fondamentale assumere una posizione critica rispetto ad alcuni concetti fondamentali che subentrano quando parliamo di rete, assumendo punti di vista diversi e posizioni differenti.
Solamente cosi sarà possibile orientarsi all’interno dei nuovi meccanismi di funzionamento e di potere che caratterizzano la network society.

Fonti

Ferraris. M, Documentalità: perchè è necessario lasciare tracce, 2014, Laterza Editore.
Lovink. G, L’abisso dei social media. Nuove reti oltre l’economia dei like, 2016, Università Bocconi Editore
Mayer-schönberger. V, Delete, 2016, Milano:EGEA
Mayer-schönberger. V, Cukier. K, Big Data, 2013. Milano: Garzanti

Autore

Ciao, sono Berto Beatrice, ho 23 hanno e ho alle spalle una laurea in scienze e tecnologie della comunicazione.
Il mio percorso di studi magistrale allo IUSVE, dove sto seguendo il corso in Web Marketing e digital communication, mi ha fatta appassionare al mondo del web e alle dinamiche che regolano questa realtà tanto dinamica quanto fugace.