Nell’ultimo decennio c’è stato un significativo aumento di persone che orbitano attorno ai social network. Lo sviluppo e la diffusione di queste piattaforme ha portato a un significativo aumento dei fruitori tanto che, a livello globale, secondo dati aggiornati al mese di aprile 2019, il numero di utenti che risulta attualmente attivo sui social network si aggira attorno ai 3.5 miliardi. Questo è un dato molto interessante per riflettere su alcune dinamiche, attualmente in atto, che stanno mutando significativamente il concetto di attivismo. I social network, infatti, sono sempre di più uno strumento per promuovere un comportamento partecipativo, organizzare manifestazioni e dibattiti pubblici, veicolare informazioni ma anche aggregare le persone che condividono uno stesso pensiero.

Oggi si parla molto di Internet Activism cioè la versione online, che fa leva sulle tecnologie di comunicazione in rete, di quelle azioni tradizionalmente svolte per costruire sostegno pubblico: come la formazione di comunità, l’organizzazione di movimenti e gestione degli stessi che in genere venivano compiute offline. A essere protagonisti di questa “internettizzazione” del concetto di attivismo, sono sicuramente i social network. Questo perché tali piattaforme sono state esattamente pensate, concepite e strutturate con delle caratteristiche tali da far leva sui concetti di comunicazione e collaborazione tra persone. A nascere proprio da queste piattaforme, è una tipologia di attivismo digitale molto diffusa e piuttosto discussa, quella che viene definita Hashtag Activism.

Per hashtag activism si intendono le azioni, messe in atto online, di persone che hanno lo scopo di combattere o sostenere una causa. Tali utenti, in questo caso, per veicolare i loro messaggi fanno uso di social network come Twitter, Facebook, Instagram ma anche di siti web, blog o forum. Gli espedienti, che di fatto permettono di unire queste persone persone nella rete verso una causa comune o che riescono comunque a dare una diffusione, spesso anche virale, di ideali e iniziative sono gli hashtag. Hashtag è la parola risultante dall’unione dei termini hash (cancelletto) e tag (etichetta) e viene rappresentato con il segno grafico del cancelletto (#). Si tratta di un espediente, pensato per la prima volta nel 2007 da Chris Messina, per indicizzare e catalogare i contenuti postati su Twitter attraverso parole chiave per rendere più veloci e intuitive le ricerche tematiche. Proprio per questo motivo, inizialmente l’impiego di hashtag era esclusivamente riservato a Twitter, tanto da farne diventare il simbolo della piattaforma, ma successivamente ne è stato esteso l’uso anche ad altri social network tra le quali anche Instagram e Facebook.

Il primo utilizzo del termine “hashtag activism” si trovata sull’edizione internazionale online del quotidiano britannico “The Guardian” nel settembre 2011. Tale termine era stato impiegato per illustrare le modalità di organizzazione di quelle che sono state le proteste di Occupy Wall Street, un movimento di contestazione pacifista che attraverso delle dimostrazioni intendeva denunciare gli abusi del capitalismo finanziario.

The advent of “hashtag activism” has been greeted with breathless claims about the birth of a new form of technology-based social movement. While such technologies can be extremely useful tools, they do not represent alternatives to the exhausting, age-old work of meeting people where they are, hearing their concerns, reaching common ground, building trust and convincing them that it is in their interests to act politically to change their circumstances. There are no shortcuts here; or to put it another way, it’s not the protests that matter, but what happens in the time in between.
– Eric Augenbraun.

Sebbene il concetto e la pratica dell’attivismo dell’hashtag siano relativamente nuovi, questa modalità di partecipazione ha tuttavia ottenuto un’ampia attenzione da parte dei media e la partecipazione di un gran numero di utenti della rete per topic come i diritti umani, la giustizia per le vittime di attentati, la raccolta di fondi, l’opposizione alle politiche di governo e così via.
Dal 2011 ad oggi, infatti, sono state tantissime le iniziative organizzate e promosse o solamente discusse sul web attraverso gli hashtag e hanno coperto i più diversi ambiti culturali, politici e sociali. Tra i casi più famosi, per esempio abbiamo visto che nel 2014 l’hashtag #BlackLivesMatter, da cui è scaturito poi l’omonimo movimento attivista internazionale contro il razzismo e l’insofferenza verso le persone di colore. Contemporaneamente ha ricevuto moltissimo seguito fino a diventare virale anche la sfida a colpi di secchiate di acqua e ghiaccio, sintentizzata dall’hashtag #IceBucketChallenge, che aveva lo scopo di sensibilizzare e raccogliere fondi per la ricerca per la SLA.

Più recenti ci sono i vari #Prayfor utilizzati in situazioni in cui vi siano vittime di violenza o situazioni di terrorismo, a partire dall’hashtag di solidarietà #PrayforParis nato su Twitter in risposta agli attacchi terroristici susseguitesi nella capitale francese dal 13 novembre 2015.
Infine, oggi sono numerosissimi gli hashtag che girano in rete: condivisi attraverso i tweet, postati su Facebook o inseriti nelle caption delle foto di Instagram e gli ultimi sono relativi a attivismi in relazione ai cambiamenti climatici e salvaguardia ambientale (#FridayForFuture), ma anche a movimenti femministi e campagne a sostegno dei diritti delle comunità LGBTQI.

 

Ci sono diverse scuole di pensiero che discutono in riferimento a questa tipologia di attivismo e in generale il pubblico di critici si divide in due categorie che ricordano la distinzione di Umberto Eco (1964) tra integrati e apocalittici.  Vi sono, infatti, coloro che vedono l’hashtag activism come uno strumento positivo di dibattito su tematiche importanti, come mezzo di confronto attivo e successivamente anche come spinta ad agire concretamente in quella che è la realtà offline.

I want you to do is be informed about these hashtags, do not use these hashtags just for the sake of likes to retweets or any favourites. Use these to create a conversation that is larger than yourself. Your voice in this time is just as important as anyone elses.
– Karen McAlister

Al contrario, poi, vi è una grossa fetta di critici, di cui Malcom Gladwell è un importante esponente, che invece considera l’hashtag activism con connotazioni estremamente negative. L’uso di hashtag, in questo ambito, viene infatti criticato per il mero valore simbolico che questo rappresenta e che, però, basta a far sentire “bene” e in pace con se stesso chi lo utilizza anche se spesso non porta ad alcuna azione concreta: è una partecipazione virtuale che non contribuisce alla causa. Una sorta di ideale di attivismo, quindi, ma che in realtà non richiede alcuna azione da parte della persona, se non il solo sforzo di condividere un post o addirittura solo lasciare un “like” ad un retweet su Twitter.

Gladwell ha più volte criticato coloro che mettono a confronto le “rivoluzioni” dei social media con un effettivo attivismo che sfida lo status quo. Egli sosteneva che le odierne campagne sui social media non possono essere paragonate all’attivismo che si svolge sul campo, poiché i legami deboli generati dalle piattaforme social secondo l’autore sono utili alla diffusione dell’innovazione, per la collaborazione interdisciplinare, la perfetta integrazione di acquirenti e venditori e le funzioni logistiche del mondo degli appuntamenti. Ma legami deboli portano raramente ad attivismo ad alto rischio:

This is in many ways a wonderful thing. There is strength in weak ties, as the sociologist Mark Granovetter has observed. Our acquaintances—not our friends—are our greatest source of new ideas and information. The Internet lets us exploit the power of these kinds of distant connections with marvellous efficiency. It’s terrific at the diffusion of innovation, interdisciplinary collaboration, seamlessly matching up buyers and sellers, and the logistical functions of the dating world. But weak ties seldom lead to high-risk activism.
– Malcolm Gladwell

In questo caso, i critici parlano di “Slacktivism” termine che nasce dall’unione delle parole inglesi slacker e activism, e significa letteralmente “attivismo per pigri” e che indica, appunto, le azioni messe in atto dai singoli individui in favore di un problema comune o di una causa sociale, mosse sicuramente da buoni sentimenti, ma che tuttavia hanno un impatto molto tenue o nullo sulla realtà.

Come sostiene George Will:It’s an exercise in self-esteem”,  cioè si tratta solo di un esercizio di auto appagamento che con un paio di click permette alla persona di sentirsi parte di un qualcosa che, a detta sua, non è vincolante ne impattante e non porterà a risultati concreti e reali nell’“offline”.

 

Altre fonti:
G. Lovink, L’abisso del social media, EGEA, Milano, 2016.
T. L. Tuten, M. R. Solomon, Social media marketing. Post-consumo, innovazione collaborativa e valore condiviso, Pearson, 2014.
K. C. Koss, Rhetorical Consequences of Hashtag Activism: A Case Study of #WomenBoycottTwitter, Master of Arts in Rhetoric and Writing Studies San Diego State University, 2018.
Dr. Manash Pratim Goswami, Social Media and Hashtag Activism, Department of Journalism and Mass Communication Indira Gandhi National Tribal University, 2018.

 

Giulia Barison, nata a Padova, cresciuta in provincia a pane e cantautorato italiano. Sognatrice, laureata in storia e critica del cinema e attualmente studentessa di web marketing & digital communication. Legge molti libri, non scrive quasi mai.