Introduzione

Fake news: informazione e disinformazione online

Oltre due terzi degli europei si imbattono in fake news almeno una volta alla settimana. La frequenza con cui incontriamo fake news e il loro potenziale di influenzare il modo in cui pensiamo, come votiamo e in cosa crediamo, ne hanno fatto un problema importante per la società di oggi.
La pubblicazione e la condivisione di fake news è diventata più facile nel mondo moderno e online in cui viviamo, e i social media svolgono un ruolo enorme in questo senso.

In un’epoca in cui Internet è spesso la principale fonte di informazione, il pubblico è più che mai a rischio di incontrare e condividere fake news. Ogni giorno, i consumatori di tutto il mondo leggono, guardano o ascoltano le notizie per avere aggiornamenti su qualsiasi cosa e spesso danno per scontato che ciò che trovano sia veritiero e affidabile. Per molti utenti, orientarsi nel panorama dei media è più difficile che mai e ha persino portato i consumatori di tutto il mondo a evitare del tutto le notizie.

Ma cosa sono realmente le fake news? Perché questo fenomeno sta dilagando sempre di più nella nostra quotidianità? Quali fattori contribuiscono alla sua propagazione? 

Proveremo a rispondere a tutte queste domande all’interno del nostro articolo analizzando i dati più recenti sul tema e approfondendo casi studio reali. Partendo dalle definizioni fondamentali del tema, proveremo ad approfondire le cause cause psicologiche che portano le persone a credere alle fake news anche più assurde, le iniziative messe in pratica da vari enti per prevenire la disinformazione, concludendo con alcuni casi studio ironici che portino ad una riflessione personale e consapevole.

Definizioni di base

Evoluzione della disinformazione

Le fake news , letteralmente “notizie false” possono essere definite come notizie redatte con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, rese pubbliche con il deliberato intento di disinformare e manipolare i fatti.
Secondo questa concezione, le fake news potrebbero sembrare un tema legato solo al mondo contemporaneo.

In realtà questo è un problema molto più  radicato di quel che sembra: le fake news ci accompagnano fin dai tempi antichi poiché sono iniziate con le prime storie tramandate attraverso il passaparola e successivamente si sono evolute fino ad essere condivise sul web e sui social network ai giorni nostri.
É importante considerare che non è l’informazione ad essere diventata meno accurata con il passare del tempo, ma in passato era più difficile accorgersi di notizie false perché il processo per confutarle era molto lungo e complesso.

Internet ha di certo moltiplicato le informazioni che riceviamo ogni giorno e in maniera proporzionale, sono aumentate le fake news.
In questo senso sono anche le testate giornalistiche tradizionali a contribuire alla diffusione di bufale a loro insaputa, vittime della velocità e della copertura live di qualsiasi evento che impedisce loro di fare fact-checking seriamente.
Nonostante la loro presenza non sia dunque una novità, possiamo sostenere che internet e i social media abbiano modificato radicalmente il modo in cui queste possono essere create e diffuse in tutto il mondo.

Quando si parla di diffusione di fake news, i social media sono i principali responsabili.
Sebbene dal 2016 i social media siano la fonte di notizie meno attendibile a livello globale, uno studio ha rivelato che oltre il 50% degli utenti internet in 24 Paesi diversi utilizza i social network per tenersi aggiornati.

Contemporaneamente questi strumenti vengono anche utilizzati  per verificare l’accuratezza delle notizie online. Consapevoli che non sia  il modo più efficace per verificare la legittimità di un articolo, alcuni consumatori ammettono di guardare quante altre persone hanno condiviso o apprezzato una notizia sui social media per determinare se il contenuto è affidabile o meno. Nei casi peggiori  le fake news sono parte di una più ampia campagna di disinformazione, che coinvolge temi di interesse e rilevanza pubblica come l’immigrazione,  salute e politica.
Per questo motivo la diffusione di fake news può avere un impatto fondamentale sull’opinione pubblica e sulle scelte individuali, con ripercussioni inevitabili sul benessere individuale e collettivo.

Le fake news in quanto tali ignorano completamente le norme editoriali tradizionali, le regole, i processi adottati nei media per garantire la conformità e verificabilità di una notizia; eppure, riescono a riscuotere enorme successo e ottenere credibilità

Secondo uno studio effettuato dall’Università La Sapienza attualmente esistono sei diverse macro-categorie in cui possono essere classificate le fake news in base alla loro natura e agli scopi per cui vengono create:

  • Disinformazione: notizie false create appositamente per sviare l’avversario.
    Il concetto di disinformazione in lingua inglese (disinformation) si distingue da “misinformazione” (misinformation),  poiché il secondo rimanda a un’informazione che può essere anche solo involontariamente falsa, mentre il primo indica una specifica volontà. Un esempio di disinformazione possono essere le informazioni condivise dalle agenzie di intelligence o le forze militari.

    Anche le aziende spesso si avvalgono di questo tipo di informazioni se vogliono confondere i concorrenti prima del lancio di uno specifico prodotto.
  • Propaganda: notizie confezionate strategicamente per sostenere un’idea e conquistare il pubblico, parlando al cuore prima ancora che alla mente. Una delle molteplici forme in cui può presentarsi la propaganda è la disinformazione, nella quale si ricorre all’uso di menzogne come  strumento di persuasione di massa. Il fine della propaganda è quindi sempre quello di generare consenso, a prescindere dalla natura delle informazioni che veicola (se vere o false).
  • Informazione di parte: notizie non necessariamente false in sé, ma presentate e narrate in modo da difendere interessi o portare avanti punti di vista di determinati settori e gruppi di interesse, tralasciando volontariamente la controparte. Questo tipo di informazioni non permette dunque al lettore di farsi un’idea critica oggettiva, ma punta ad attirarlo verso una posizione precisa. Questo tipo di notizie può riguardare il dibattito su argomenti“settoriali” come vaccini, cambiamenti climatici, e altri temi sociali.
  • Errori giornalistici: in questo caso la fake news è legata a errori umani non intenzionali ma potenzialmente dannosi ugualmente. Un giornalista potrebbe aver verificato le sue fonti, che poi si sono rivelate poco attendibili; in altri casi lo scrittore potrebbe essere colpevole di non aver controllato accuratamente l’origine delle informazioni.
  • Satira/parodia: notizie false divertenti, create e condivise a scopo umoristico, per far ridere. Sono sempre notizie false, anche se lo scopo è fare della semplice ironia. Alcuni siti che adottano questo tipo di comunicazione esplicitano il loro intento satirico e parodistico fin dalla pagina di informazioni del sito per essere trasparenti con i loro lettori, molti altri si muovono su una linea più ambigua e mirata al clickbait per ottenere successo.
  • Teorie cospirazioniste. notizie e narrazioni che pur non essendo veritiere, sono capaci di condizionare il modo in cui gli individui si rapportano alla realtà e le loro scelte politiche. All’origine dell’attrazione esercitata dalle teorie cospirazioniste vi è il bisogno di trovare una ragione ultima dei nostri timori, il che ci porta a ricercare una logica in grado di ridurre la complessità della realtà e convogliare  un’insicurezza e un’incertezza diffuse, su paure specifiche.

L’identificazione delle fake news è resa più difficile dal fatto che stanno rapidamente diventando un’industria a sé stante, con individui pagati per scrivere storie sensazionalistiche e creare contenuti clickbait per aumentare il traffico sui siti. La disinformazione, la finzione mascherata e le bugie deliberate possono essere fatte sembrare legittime e raggiungere facilmente migliaia di utenti in pochi minuti.

Esse sono spesso difficili da individuare poiché chi le scrive cita studi effettivamente svolti e fatti realmente accaduti selezionando esclusivamente prove a sostegno della propria tesi, ignorando al contempo tutte le altre che potrebbero confutarla e cercare di rendere l’informazione più realistica possibile. Molto spesso vengono anche messe in correlazione due o più variabili tra le quali in realtà non esiste nessun nesso da un punto di vista scientifico, e viene confuso il concetto di correlazione con quello di causalità per generare confusione nel lettore.

È importante saper distinguere i due concetti: la correlazione si riferisce ad una relazione tra due variabili che cambiano insieme, mentre la causalità si riferisce ad una relazione tra due (o più) variabili dove una variabile causa l’altra. Questi errori nella comprensione delle notizie spesso portano i lettori a credere facilmente ad una informazione non veritiera perché presentata in modo fuorviante.

Come abbiamo sostenuto, la velocità di diffusione delle fake news è impressionante, è stato però evidenziato da molti studi il divario tra la rapidità con cui queste ultime divengono virali e la lentezza con cui le corrispondenti smentite, completate da dati e fonti autorevoli, diventano altrettanto visibili.
Il risultato di tutta questa disinformazione non si traduce semplicemente in una maggiore ignoranza, ma può provocare gravi conseguenze.
La creazione di una fake news può essere considerato un vero e proprio processo formato da diverse fasi che inizia dall’ideazione, l’acquisizione di contenuti che altri hanno prodotto, la trasformazione di tali contenuti e, successivamente, la condivisione di tali contenuti come notizie reali su vari mezzi di comunicazione, sfruttando la maggior parte delle volte i social media per ottenere la massima attenzione possibile. 

Come si costruisce una fake news?

Il primo passo per costruire fake news credibile è creare uno spazio sul web in cui queste notizie verranno ospitate, questo può essere un sito web, un account su un social media, un blog o qualsiasi altro tipo di strumento che sembri una fonte autorevole per le informazioni che verranno pubblicate.
Nel caso specifico di un sito web, questo potrebbe richiamare una nota testata giornalistica oppure un sito istituzionale. In ogni caso è necessario acquistare un dominio e un host per il sito stesso, risorse facilmente reperibili online in modo economico e progettate per assomigliare il più possibile a veri siti di notizie.
La cura con cui vengono create queste pagine rende spesso difficile capire se esse siano legittime o meno in quanto i loro domini da soli sembrano familiari e credibili.

Questa è la strategia utilizzata dalla maggior parte dei creatori di notizie false per convincere le persone a visitare tali siti non solo tramite il dominio, ma riproducendo totalmente l’aspetto della pagina web partendo dal layout, il design e la scelta dei colori.

Anche i contenuti vengono solitamente rubati dai siti tradizionali di notizie, il luogo più comune sono i siti web di satira che pubblicano parodie di notizie per loro natura. Questo processo è facile e veloce, richiede solo un copia e incolla. Il titolo è l’elemento più importante, deve essere accattivante per indurre le persone a fare click su una notizia falsa senza nemmeno guardare chi l’ha condivisa o da dove ha avuto origine. Questo modello, chiamato anche fake news factory ha molto successo perché può essere facilmente replicato, semplificato e richiede pochissime competenze.
I click e l’attenzione sono tutto ciò che conta per far circolare una notizia e farla diventare virale.

Dopo aver analizzato le caratteristiche principali delle notizie false riteniamo importante tentare di dare una spiegazione sul come e perché queste diventino virali attraverso l’analisi delle cause psicologiche che portano le persone a cadere nella trappola delle fake news.

 

I meccanismi psicologici che si nascondono dietro le fake news

Psicologia delle fake news: i meccanismi che ci portano a credere alle notizie false

A lungo il modello utilizzato per descrivere il comportamento umano ha posto l’enfasi sulla razionalità e, più precisamente, sul modo in cui la razionalità è definita nella microeconomia. Le ipotesi sottese a questo modello si sono rivelate, per così dire, molto generose nei riguardi della capacità umana di calcolare costi e benefici in contesti diversi, di avere un’idea chiara delle proprie preferenze e, in generale, di agire per massimizzare i propri benefici.

Nel corso degli anni ’70 e ’80, il lavoro pionieristico di Daniel Kahneman e Amos Tversky (2008) iniziò a delineare un diverso quadro della razionalità umana. Secondo questo nuovo modello del processo decisionale umano, le nostre menti possono lavorare in due modi diversi: il primo, chiamato Sistema 1 o metodo di elaborazione veloce, utilizza scorciatoie valutative (o euristiche) per ragioni di rapidità, e il secondo (Gilovich et al., 2002), detto Sistema 2, che considera pro e contro ma è più lento e più impegnativo a causa delle limitate risorse cognitive che ognuno di noi possiede. Tale distinzione serve a spiegare perché a volte le persone agiscono considerando tutte le opzioni e talvolta usano regole empiriche per prendere rapidamente una decisione.

Un fatto importantissimo da prendere in considerazione nel momento in cui si va ad analizzare il fenomeno delle fake news è che potremmo tutti essere delle potenziali vittime della disinformazione: è quindi fondamentale comprendere la struttura delle trappole cognitive che sta alla base delle fake news.

Siamo tutti caduti nella disinformazione non a causa delle nostre caratteristiche personali, ma a causa dei meccanismi che caratterizzano il nostro cervello. Ciò è particolarmente visibile a partire dall’arrivo dei social media e dell’informazione di massa nelle nostre vite. Essi ci espongono costantemente ad innumerevoli dati e notizie che tendono a sovraccaricare la nostra attenzione, provocando in noi dubbi ed incertezze. A questo punto, la nostra mente lancia quello che potremmo chiamare un vero e proprio piano difensivo, costituito da scudi il cui obiettivo é quello di semplificare la realtà e il mondo che ci circonda, tracciando delle scorciatoie cognitive (le cosiddette euristiche). Queste ultime ci aiutano ad orientarci nella giungla delle informazioni, ma purtroppo ci espongono anche a possibili errori, o bias, che ci portano a valutare una persona, una situazione o un’affermazione in modo errato.

Esistono molteplici bias cognitivi, ognuno dei quali ci permette di comprendere meglio parte delle ragioni per cui tendiamo a cadere nel tranello delle fake news.

Per spiegare meglio il fenomeno dei bias cognitivi, ritorneremo sul concetto di “bombardamento da informazioni”, che possiamo paragonare ad un vaso troppo pieno d’acqua che potrebbe trasbordare da un momento all’altro: allo stesso modo, il nostro cervello, quando è costretto a contenere troppi dati e nozioni, non riesce più a processare le informazioni in maniera corretta. Quando ciò si verifica, la nostra mente cerca di trovare delle soluzioni per processare i dati più velocemente e per risparmiare tempo, facendo di conseguenza meno fatica. A tal proposito, esistono delle vere e proprie scorciatoie mentali che soddisfano pienamente queste esigenze. Il punto è questo: è vero che tali scorciatoie sono utili al nostro cervello per fare preziosa economia cognitiva, ma è altrettanto vero che queste scorciatoie molte volte lo portano fuori strada, facendolo inciampare in un susseguirsi di errori di ragionamento e di valutazione, che prendono il nome di bias cognitivi.

Arrivati a questo punto è estremamente importante chiarire un aspetto, spesso oggetto di confusione nel momento in cui si parla di fake news: quando parliamo di errori cognitivi, facciamo riferimento ai bias cognitivi e non alle euristiche. Questi due hanno un confine molto sottile, stando a quanto riportato nella letteratura scientifica. Tuttavia, la differenza è sostanziale: i bias cognitivi, infatti, sono l’errore finale, che potremmo metaforicamente definire come la destinazione finale sbagliata. Le euristiche, invece, sono la causa della nostra destinazione sbagliata, ovvero la scorciatoia che ci ha portato a quell’errore.

Di seguito riportiamo diversi tipi di bias:

  • Il bias implicito: la tendenza a ritenere più affidabili le persone di cui ci fidiamo di più e con cui condividiamo caratteristiche comuni come sesso etnia, età. Nei social questo fenomeno è ulteriormente amplificato dal funzionamento degli algoritmi che ci mostrano più spesso le persone con cui interagiamo maggiormente, favorendo le interazioni con individui che hanno idee simili alle nostre (non necessariamente veritiere).
  • Il bias di conferma: questo tipo di bias ci porta a cercare e a considerare veritiere le notizie che confermano ciò che credevamo già, di conseguenza evitando tutto ciò che ci contraddice. Anche se la nostra idea viene smentita, tendiamo comunque a ricordare meglio la notizia che la conferma.
  • Illusory truth effect: più una fake news si diffonde, più viene ripetuta, più tendiamo a credere che sia vera.

Come possiamo vedere, queste sono delle vere e proprie scorciatoie che consentono al nostro cervello di fare meno fatica mentale, ma non garantiscono di non cadere in errore. Ma siamo davvero sicuri che uno dei nostri amici non possa condividere una fake news? Se tantissime persone condividono una notizia, siamo davvero sicuri che si tratti di un’informazione affidabile e sicura? A complicare il tutto entrano in gioco due elementi su cui far leva a causa della nostra naturale attrazione nei loro confronti: le novità e ciò che suscita emozioni.

Le neuroscienze hanno dimostrato che le informazioni nuove e inaspettate riescono a bypassare i nostri stadi di elaborazione più alti e raffinati e, inoltre, sono legate alla gratificazione e al circuito della ricompensa mediante rilascio di dopamina. Insomma, sembriamo davvero programmati per cadere nella trappola. Ma fortunatamente siamo dotati di pensiero critico e altre difese.

Un’altra forte tendenza che ci caratterizza è quella di rimanere facilmente persuasi dalla «prova sociale», ossia di credere che qualcosa sia vero solo se in molti lo credono. È importante rendersi conto che queste regole non sono un male di per sé: sono infatti molto utili ed efficaci per navigare nella vita di tutti i giorni, tuttavia quando vengono utilizzate nel contesto sbagliato possono generare errori. Il fatto che le persone usino l’euristica quando selezionano un’informazione online è solo uno degli aspetti che ci aiutano a capire meglio il puzzle che stiamo descrivendo. Altrettanto importanti sono infatti il design della piattaforma online e le dinamiche sociali che vi si generano.

L’altro punto importante da chiarire è che in un contesto di rete sociale sono diverse le caratteristiche di contenuto che rendono più o meno probabile la condivisione. A essere importanti non sono solo l’accuratezza e la veridicità delle informazioni, ma anche il loro valore di intrattenimento, il tono emotivo, la facilità di comprensione mnemonica. Come si vede nella Figura, tratta da un recente studio, le notizie che contengono informazioni affidabili e quelle che contengono disinformazione hanno la stessa probabilità di essere condivise su Facebook. In altre parole, essere veritieri e accurati non paga.

Grafico che mette in relazione le condivisioni delle notizie con la veridicità delle stesse.

Echo Chamber – Definizione

In sociologia strutturale, negli anni Settanta e Ottanta si è andata sviluppando una prospettiva diversa per lo studio dell’influenza delle strutture sociali sugli individui. L’idea di reti sociali ha una lunga storia di contributi e padri nobili per cui è difficilmente attribuibile a un unico pensatore. Concetti come «i sei gradi di separazione», «small world», «broker» che ormai fanno parte del linguaggio comune provengono dagli studi della teoria delle reti sociali.

L’idea alla base è che le persone siano influenzate non solo dalle loro caratteristiche individuali ma anche dalle reti sociali di cui fanno parte e in particolare dalla posizione che occupano in queste reti. Questo aspetto diventa ancora più rilevante nel contesto online. Quando utilizziamo piattaforme come Facebook o Twitter, siamo calati in una serie di relazioni con altre persone. Ad esempio, in Facebook, siamo parte di una rete sociale che include noi stessi e i nostri «amici» su quella piattaforma. Le interazioni che abbiamo sulla piattaforma sono condizionate dal fatto di essere parte di questa rete. Per cominciare, le informazioni che circolano sulla nostra pagina iniziale di Facebook provengono in gran parte dal nostro gruppo di contatti sulla stessa piattaforma. Come si può immaginare, questo particolare contesto di ricezione delle informazioni rende più probabile la diffusione di alcune notizie rispetto ad altre.

Questo è dovuto a una serie di fattori:

  1. Facebook come piattaforma favorisce alcune forme di contenuto rispetto ad altre;
  2. Le reti sociali su Facebook hanno le caratteristiche tipiche delle reti sociali offline. In particolare, abbondano persone che la pensano come noi;
  3. La logica di condivisione nelle reti sociali non segue necessariamente quella di avere un’informazione completa, nel senso che non si basa sul valore di precisione o verità dell’informazione che viene condivisa.

Le Echo chamber sono quei contesti e quelle condizioni che, sui media, portano alla creazione di uno stato di isolamento ideologico degli individui. All’interno delle cosiddette camere dell’eco, infatti, circolerebbero perlopiù notizie e fonti con una natura confermativa appunto delle posizioni politiche, religiose, ecc. degli individui.

Echo Chamber e Pregiudizi

Le aspettative di partenza costituiscono il punto di inizio delle fake news. Le notizie false e l’informazione errata hanno due target ed obiettivi principali: il primo è caratterizzato dagli indecisi (cioè coloro che non hanno ancora sviluppato un’idea chiara su un determinato argomento), mentre il secondo target è occupato dal pubblico già a favore dell’idea e/o informazione che si va a pubblicare.
Le fake news, più precisamente, si muovono all’interno di una rete di informazioni, all’interno della quale trovano degli appigli in funzione alle idee preconcette delle persone.

Possiamo vedere quindi che le fake news si basano principalmente su credenze personali, che possiamo facilmente paragonare ai pregiudizi e ai preconcetti, atti compiuti e costruiti ogni giorno. Questo processo deriva dall’evolversi della realtà, caratterizzata da stimoli sempre più frequenti e più veloci, costantemente veloci. Da cio’ deriva il desiderio di controllare questo cambiamento e semplificarlo. Abbiamo paragonato il fenomeno delle fake news al pregiudizio a causa delle similitudini che caratterizzano queste due tendenze: il giudizio, ad esempio, è un metodo efficace per trovare un modo di classificare a priori, inserendo tutto cio’ che ancora non conosciamo all’interno di uno schema e disegno leggibile. Il pregiudizio, di conseguenza, non è una caratteristica delle menti “limitate”, come spesso si pensa, bensì un attrezzo di cui sia gli umani che gli animali si sono sempre serviti nel corso della loro esistenza.

Ciò che nella realtà conta è il superamento del pregiudizio in seguito ad un’analisi critica, quando necessaria. Per fare un banale esempio: entrando in un bar potrei pensare di stare antipatici al barista. È un semplice pregiudizio, dato ad esempio da un’occhiata del barista storta alla nostra entrata, alla nostra voce quando gli abbiamo chiesto un caffè, ad un qualsiasi elemento giudicabile da un primo impatto.

Ora, questo pregiudizio inciderà, possibilmente, molto poco sulla mia vita e su quella del barista. Il nostro cervello ha interpretato delle banali informazioni nel modo a lui più consono in quello spazio e tempo. Prenderemo il caffè, usciremo. Forse rivedremo il barista, forse no. Se quel bar fosse vicino al nostro nuovo posto di lavoro e quindi ci tornassimo regolarmente, allora il pregiudizio potrebbe incidere già molto più negativamente sulla mia vita. Se non fossi capace di superarlo, ad esempio, avrei sempre una pessima opinione di quel barista e, forse, dell’intero bar, fino al punto di essere stanco di recarmi proprio lì e cambiare struttura.

Una capacità critica sarebbe quella di comprendere nelle interazioni seguenti la realtà o meno di quell’astio, accettarla, superarla, perfino confrontarmi con essa. Questo è un esempio visto molto in piccolo dei pregiudizi. Si può ampliare tale discorso comprendendo tutta la categoria dei baristi, degli immigrati nigeriani, delle ragazze dell’Est Europa. Preconcetti che però non condizionano solo la nostra relazione con un bar qualsiasi, ma con etnie e categorie molto diverse.

Questi pregiudizi di partenza, anche se positivi in alcuni casi, ci permetteranno di essere suscettibili a qualsiasi notizia potenzialmente rafforzativa verso queste categorie. Potremmo sempre essere ben disposti verso gli abitanti della nostra città natale e sempre, quindi, credere ad una versione migliore delle notizie su di loro, al di là di inconfondibili prove. In ogni caso, che sia una sovrastima o una sottostima, il pregiudizio, quando inizia a incidere sulle decisioni pubbliche ma anche etiche, diventa un problema. Le fake news si inseriscono proprio qui nel nostro discorso. Partendo dai giudizi a priori che ognuno di noi ha, le fake news li ampliano, di fatto incidendo pesantemente sul nostro modo di rapporti all’Altro, che sia un’istituzione, un governo, un’etnia, un semplice barista.

Vivendo in un regime democratico, in cui la diffusione di informazioni incide sul comportamento politico e di voto, ragionare sulla diffusione delle fake news, il loro di fatto sdoganamento da parte di numerosi attori politici, il loro maggior uso nel condizionare la vita pubblica, è necessario. Come abbiamo visto, è vero che in qualche modo la disinformazione è sempre stata presente all’interno di strategie belliche e politiche. Oggi, però, il loro impatto sulla vita pubblica è decisamente maggiore.

Innanzitutto, perché quasi tutti, avendo accesso ai social media, hanno la possibilità di essere sottoposti ad una campagna ostile di mala-informazione o di disinformazione. Il suffragio universale, grande conquista dello stato di diritto e democratico, è suscettibile a queste massicce campagne. Nel momento in cui poi questo suffragio passa in qualche modo per gli strumenti online, in particolare per quel che riguarda la propaganda, è chiaro perché diventa necessario avere un occhio di riguardo per quest’ultimi. In tale ambito, diverse sono le strategie difensive che sono state messe in piedi per rispondere alla diffusione di false informazioni. Un primo esempio è “Euromyths, iniziativa della Rappresentanza Italiana nella Commissione Europea che mira, con un hashtag molto semplice ed efficace #EUverofalso, a mettere in risalto tutti quei temi in cui è stata diffusa una sbagliata informazione, volontariamente o meno, su tematiche ed enti europei, e correggere in qualche modo il tiro.

Una seconda strategia, più che quelle che partono da enti ufficiali come la Commissione Europea o il Governo, anche tramite piattaforme terze come “Agenda Digitale”, è la creazione di un senso critico efficace nelle persone stesse, tramite la creazione di punti da tenere bene in mente quando ci si approccia a siti di informazione, di qualunque genere.

Pratiche come quella di “Agenda Digitaletramite l’utilizzo di hashtag per segnalare, sulla riga della Commissione Europea, le bufale, ma anche quelle condotte da altri siti specializzati ad hoc sulla lotta alla mala-informazione, sono forse più efficienti ma limitanti a causa di quelle che sono state definite da Cass Sunstein come “echo chambers”, ovvero delle camere virtuali in cui vengono riflessi tutti gli eco digitali dell’informazione a cui siamo soggetti, che sono spesso echi delle stesse informazioni che già avevamo.

Un giro, insomma, delle medesime informazioni che si auto-rinforzano vicendevolmente, creando l’idea che quella sia l’unica informazione possibile. Proprio in tal senso, nella rottura di queste “echo chambers”, arriva l’idea di rompere lo schema medio dei social network in cui veniamo in contatto con ciò a cui di per sé siamo predisposti, perché così funzionano i contenuti a cui mettiamo like e che i nostri contatti condividono, modificando i feed affinché facciano entrare in contrasto idee più diverse, spesso anche divisive. È proprio questo il fondamento della democrazia, la sua spina dorsale, ovvero il confronto e il dibattito pubblico. Il problema delle “echo chambers” è aver generato un anti-dibattito, ovvero un confronto continuo con opinioni di per sé concordanti.

Questo continuo confrontarsi con qualcosa che già si ha, aggiungendo semmai elementi di rinforzo alle proprie convinzioni, invece di mettere in crisi le proprie coscienze e il proprio punto di vista, genera l’incapacità di sviluppare un dibattito costruttivo. Nessuna idea nel mondo attuale è perfetta. Ogni idea, economica, politica, di riforma sociale, di gestione della cosa pubblica, ha una serie di pro e una serie di contro. A qualcuno una riforma delle pensioni potrebbe far comodo, a qualcun altro no. Ciò che in ogni caso conta, nella vita civile di una nazione, è che sia possibile confrontarsi costruttivamente in seno a tali riforme e cambiamenti, così da limare i difetti e ampliarne i vantaggi. Forse ogni manuale di sociologia dell’organizzazione parla così delle forme cooperative all’interno di un’organizzazione.

Sembra però che le “echo chambers” stiano, invece, inficiando queste potenzialità della Rete. Se Internet può essere l’opportunità di entrare in contatto con le più diverse prospettive, gli echi tendono a riempire invece i feed social con informazioni ridondanti, bloccando la possibilità di aprire a opinioni diverse. È un problema largamente legato agli algoritmi di ricerca che tentano di segnalare alle persone prodotti affini a quelli già visualizzati sui motori di ricerca, come lo spam mirato di offerte su qualcosa che si è consultato. Un po’ a tutti sarà infatti capitato di googlare un oggetto e ritrovare su Facebook offerte di prodotti uguali o simili. Cercare su Amazon o su Booking un prodotto ad hoc e poi ritrovarsi le mail ma anche le ricerche correlate già pronte. Meccanismi passivi che continuamente raccolgono informazione nel nome di un miglior servizio, che hanno invaso però anche la sfera del prodotto comunicativo.

Anche in questo caso, oltre che ad una critica coscienza personale, sta alle autorità pubbliche probabilmente dotarsi di strumenti ad hoc dedicati al controllo di queste pratiche indiscriminate. Vi sono già delle proposte in campo per una regolamentazione degli algoritmi, al fine di garantire una varietà maggiore nei contenuti. Ciò è particolarmente rilevante, se consideriamo anche la recente decisione del Tribunale di Roma riguardo l’oscuramento della pagina di Casapound di Roma e la rilevanza che è stata messa in luce di questo social network rispetto alla politica nazionale e non.

L’Unione Europea è, per ora, l’unica che per peso può confrontarsi vis a vis con le grandi corporazioni responsabili del mantenimento e sviluppo di questi social media. Inutile pensare che un singolo paese possa, per quanto in pieno possesso della sua governance, davvero porre delle restrizioni a queste corporazioni, a meno di non voler prendere la via di Cina e Russia del divieto di uso di alcuni di essi, contando anche che la loro efficienza è limitata a causa dei proxy e dei VPN oramai a disposizione di tutti. A meno di un improvviso cambiamento nella coscienza pubblica generale, per ora la regolazione sembra essere a breve termine l’unico strumento a disposizione.

È necessaria, questo è sicuro. Brexit, le elezioni americane del 2016, quelle europee del 2019, così come le numerose elezioni regionali ma in generale la propaganda politica, hanno sfruttato fake news e l’uso di “echo chambers” per rinforzare i propri messaggi. Se le fake news si possono rallentare eliminando le fonti poco certe o dichiaratamente false in maniera ostile (non parliamo quindi di siti satirici, ma di proprie fabbriche di informazioni fasulle), nonché tramite una regolamentazione e un continuo fact-checking di ciò che viene discusso pubblicamente, le “echo chambers” devono essere fortemente limitate o tramite regolazione o tramite un impulso degli utenti nell’uscire dalla propria comfort zone. Momentaneamente, sembrano le poche proposte attuabili, ma assolutamente necessarie, sul campo.

Siti, piattaforme e servizi in aiuto alla verità

La disinformazione causata dalle fake news o dalle pseudonotizie è un fenomeno che in alcuni casi si rivela molto pericoloso. Non solo nel momento in cui danneggia le persone che ne vengono influenzate, ma anche nel momento in cui viene condannato l’autore, in quanto è molto difficile capire se ha creato la fake news in buona fede o meno, e dunque si corre il rischio di danneggiare involontariamente la legittima espressione.

Questo tema ha da sempre creato degli schieramenti tra coloro che le reputano dannose e chi invece sostiene sia libera espressione. Già negli anni ‘40 si discuteva di questo problema, tanto che il 12 Marzo 1947 venne reso pubblico il rapporto della Commissione Hutchins sui media “A Free And Responsible Press, the report of the Commission on Freedom of the Press” Robert M. Hutchins, presidente dell’Università di Chicago, è stato presidente della Commissione sulla libertà di stampa degli anni ’40. Già all’epoca si esprimeva la preoccupazione per le notizie sensazionali e si discuteva sul fatto che i giornali dovevano assumersi una certa responsabilità per le proprie azioni.

Se ci guardiamo indietro ci rendiamo conto che le false notizie sono sempre esistite, come abbiamo visto inizialmente il passaparola ne favoriva una florida diffusione per via della difficoltà di riprova del fatto. Tuttavia ancora oggi, nonostante l’accesso ad internet che permette un’informazione personalizzata, esse sono ancora molto diffuse e soprattutto spesso considerate vere, ciò è dovuto, come visto in precedenza, ad una serie di bias cognitivi dell’uomo che favoriscono la loro credibilità.

È interessante notare come l’uomo sia portato a creare e credere alle notizie false e allo stesso tempo cerchi di prevenirle e distruggerle.

Un esempio molto vicino a noi sono tutta la serie di bufale nate con ed in relazione al COVID-19. La semplice diffusione e provenienza del virus era un fatto ignoto, tuttavia il mondo aveva necessità di sapere, e dunque si sono diffuse una serie di informazioni senza fondamenta che cercavano di rispondere ai grandi interrogativi. Queste notizie hanno avuto terreno fertile, infatti, come dice Marc Bloch, autore di “La guerra e le false notizie”, un elemento fondamentale perché esse attecchiscano è lo stato d’animo alterato delle persone, che le porta a non ragionare lucidamente e non attivare il loro senso critico.

In questo caso lo stato d’animo predominante era la paura, scaturita dall’ignoranza di ciò che stava avvenendo nel mondo. La paura è un’emozione molto forte, essa infatti è la chiave della nostra sopravvivenza. Per questa ragione le comunicazioni che trattano di catastrofi, di pericoli e così via attirano molto l’attenzione dell’uomo rispetto a quelli positivi, proprio perché l’istinto prende il posto della logica. È molto più semplice per l’uomo dubitare della notizia positiva e credere ciecamente nella notizia negativa. Oltretutto l’istinto di sopravvivenza non si applica solo al mondo esterno dell’uomo, ma anche a quello interno. Se una persona è fermamente convinta di/su una questione, non è disposta a cambiare idea. Questo accade per via del suo istinto di conservazione, infatti se dovesse ammettere di avere torto, tutte le strutture costruite sopra alla propria convinzione crollerebbero, pertanto crederà sempre alle notizie o alle persone che sosterranno il suo pensiero.

Infodemia

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una proliferazione eccessiva delle fake news riscontrata soprattutto durante i primi mesi della pandemia. È stata così preoccupante da essere definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “infodemia”, ovvero un’epidemia di informazioni false in grado di generare danni paragonabili a quelli del virus.

Per Infodemia intendiamo “Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.” Se ci pensiamo bene infatti una fake news è come un virus, essa si diffonde velocemente in vaste aree, entra nell’organismo dell’uomo in maniera subdola, si sedimenta nella sua mente, viene costantemente alimentata e curarla è molto difficile.

Nel caso dei virus del pc ormai ci possiamo considerare abbastanza esperti, in questo caso possediamo una libreria molto vasta di antivirus che ci garantiscono la protezione. Anche per quanto riguarda i virus fisici, come le malattie, con tempo e pazienza siamo riusciti a trovarne un rimedio. Eppure per i virus della comunicazione la cura non è così immediata. Una misura contro l’infodemia si sta occupando di trovarla l’organizzazione Mondiale della sanità nonostante essa consideri “il maggior pericolo della società globale nell’era dei social media la deformazione della realtà nel rimbombo degli echi e dei commenti della comunità globale su fatti reali o spesso inventati.”

A proposito di virus, il gruppo media olandese DROG ha ideato un gioco interattivo online di nome “Bad News”. Lo scopo del gioco è far diventare i giocatori dei “magnati senza scrupoli della disinformazione e delle false notizie”, ovvero spingerli a creare delle notizie false ed emulare i comportamenti scorretti in rete. Il fine è quello di sensibilizzare i giocatori alla logica e meccanismi che stanno dietro le fake news, così da permettergli di riconoscerle più facilmente e diventare fruitori di notizie maggiormente consapevoli.  I giocatori devono riuscire a guadagnare sempre più follower mentre si costruiscono una falsa credibilità, più l’utente è credibile e più avrà seguito e sarà vicino alla vittoria. I giocatori invece perdono nel momento in cui pubblicano bugie ovvie o deludono i loro sostenitori.

I creatori del gioco lo definiscono come un “Vaccino” psicologico al virus della disinformazione: giocarci costruisce una resistenza cognitiva contro le comuni forme di manipolazione che si possono incontrare online. Proprio come i vaccini allenano la tua risposta immunitaria contro un virus, sapere di più sulla disinformazione può aiutarti a respingerla quando la vedi.

Il portale First Draft sostiene che prevenire è molto meglio che curare, e questo per via del fatto che nonostante il lettore si renda conto della falsità della notizia che ha sotto gli occhi, se durante le sue ricerche inciampa in una seconda o terza o quarta notizia falsa che tuttavia afferma ancora una volta i medesimi fatti della prima, l’utente arriverà a crederci, o quantomeno ne sarà influenzato. Il portale offre dunque una serie di strumenti per imparare a gestire le proprie ricerche di fact check autonomamente, suggerendo una serie di tools e portali di cui munirsi.

Coloro dietro la piattaforme in questione inoltre aprono un tema molto interessante sulla psicologia e la realtà alle spalle delle fake news in relazione alle teorie complottiste. Come visto a più riprese quando le persone crescono, costruiscono la propria vita basandosi su una serie di convinzioni difficili da buttare giù, pertanto ricercheranno sempre quelle persone o cose concordi alle loro idee. Il problema di molti siti di fact checking, spiega l’articolo, è che possiedono una comunicazione vecchio stampo, ovvero broadcasting, tuttavia l’acerrima nemica disinformazione è alimentata da un modello estremamente democratico, fortemente alimentato dai componenti della community che hanno tutto l’interesse di supportare le loro convinzioni. Inoltre gli archivi ed elementi per testimoniare che una notizia è falsa sono spesso protetti o di proprietà dello stato e dunque l’utente ha a disposizione solamente ciò che gli viene raccontato dai media.

Come riconoscere una fake news

Tuttavia per coloro che ricercano la verità, il web può corrergli in soccorso. Il mondo digitale, così come il mondo fisico, è formato sia da giocatori cattivi che da giocatori buoni, ecco che si presentano una serie di siti che permettono agli utenti di difendersi autonomamente e riconoscere la notizia che hanno davanti.

AGCOM Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato un articolo inerente alle fake news, sostenendo che esse sono spesso un pericolo, non solo per via della falsità della notizia, ma anche perchè si diffondono in modo capillare ed è molto difficile smentirle e distruggerle. Tuttavia propone agli utenti del web alcuni suggerimenti per riconoscerle, come primo passo suggerisce di porre attenzione all’URL del sito che si sta consultando. Spesso capita che siti di fake news utilizzino come escamotage l’avvalersi di url simili a quelli conosciuti dagli utenti, omettendo o aggiungendo una lettera o invertendone l’ordine, inoltre utilizzano delle impaginazioni che assomigliano molto a testate giornalistiche, facendo leva sulla distrazione dell’utente.

In secondo luogo è bene verificare innanzitutto se l’articolo è firmato dal suo autore e se l’autore è accreditato. Per fare questo basta navigare su internet in cerca di altri articoli, verificare la web reputation ed eventuali review online. Il passaparola nel web, infatti, può orientarci rispetto a giudizi espressi da altri utenti sullo stesso argomento e/o oggetto. Chi scrive articoli ha molto spesso un profilo social con spunta blu, il cosiddetto account verificato, conferma che non siamo di fronte ad un profilo fake.

Come detto poco fa anche la grafica talvolta può trarre in inganno, altre volte invece i creatori dei siti fake non sono così furbi e utilizzano grafiche amatoriali, costellati da errori di battitura, titoli “gridati”, e formattazioni anomale. Nel momento in cui l’utente atterra su siti come questo dovrà porre attenzione agli elementi visti poco fa, questo perchè i siti accertati possiedono grafiche ideali per la lettura, che esprimono serietà, inoltre hanno i mezzi per crearsi un sito professionale. Per titoli “gridati” intendiamo quei titoli che utilizzano parole forti, attrattive e paradossali.

Il titolo è un elemento attrattivo molto importante per un articolo, in quanto è proprio questo che porta l’utente ad approfondire o meno la lettura. In generale gli scrittori cercano di creare dei titoli quanto più accattivanti possibili, e così vale anche e soprattutto per la fake news.

I titoli di queste ultime però, a differenza dei veri articoli esagerano in maniera eclatante, infatti sono spesso paradossali, enfatici e sensazionalistici, inoltre sono “gridati”, ovvero vengono scritti in maiuscolo proprio per sovrastare gli altri. Essi sono chiamati titoli “esca” proprio perchè puntano tutto sull’emotività dell’utente che preso all’amo clicca nel 99% dei casi la notizia, per poi scoprire che il contenuto non è così eclatante o smentisce addirittura il titolo. In questi casi essere imbrogliati non è un rischio grosso, soprattutto perchè con la lettura dell’articolo si comprendere chiaramente la bufala, sarebbe opportuno però evitare il click in modo da sfavorire il business di chi costruisce fake news per guadagnarci.

Il linguaggio visuale è molto più potente di quello verbale, per questo vengono inserite le immagini negli articoli che ne documentano il fatto. Anch’esse possono essere parte delle fake news, infatti possono riguardare altri eventi e non quelli dell’articolo, possono essere manipolate o essere risalenti a eventi passati. Anche in questo caso il web ci viene in soccorso, esistono infatti motori di ricerca che attraverso l’upload o inserendo il link consentono di risalire ai contesti in cui è già stata utilizzata.

Ci sono anche piattaforme che mediante un’analisi dei livelli delle immagini ne smascherano eventuali fotomontaggi e fotoritocchi come ad esempio Izitru, un servizio web che ti informa se la foto è autentica o se ha alte probabilità di essere stata modificata, oppure FotoForensics, JPEGsnoop e Google immagini, quest’ultimo non è come nei primi casi un servizio specifico, però ti permette di verificare se ci sono immagini simili o uguali in circolazione e risalire alla fonte.

Anche Il Consiglio d’Europa in un articolo ha indicato delle soluzioni più semplici per permettere ai navigatori online di auto difendersi da questo tipo di notizie. Queste indicazioni fanno eco a quelle viste precedentemente, dunque porre sempre attenzione alle fonti, all’autore, all’autorità del sito, alle immagini e via dicendo. Tuttavia fa un passo ulteriore, in cui suggerisce di fare anche un’analisi critica di sé stessi, per considerare i propri bias, di cui abbiamo già parlato. Infine anche se la notizia e il sito hanno tutte le carte in tavola per credervi è sempre bene consultare altre fonti e verificare che non ci siano influenze politiche sottili al suo interno.

Nel 2014 è nato un progetto di nome The trust Project, una collaborazione internazionale per riportare  il pubblico a fidarsi delle notizie attraverso responsabilità e trasparenza. Il consorzio, che coinvolge centinaia di testate giornalistiche, ha creato una serie di standard digitali chiamati “Indicatori di fiducia” che aiutano il pubblico e le piattaforme di distribuzione delle notizie a identificare in questo caso i siti di notizie affidabili, mentre prima ricordiamo che si trattava di individuare la veridicità dell’articolo specifico.

Questo progetto permette alle varie testate giornalistiche di prendere parte al progetto e diventare siti certificati. I principi guida del Trust Project derivano da quelli sviluppati nel 1947 dalla Commissione Hutchins. In quell’epoca, proprio come ai nostri giorni, il pubblico nutriva un profondo sospetto nei confronti della stampa.

Gli 8 indicatori di fiducia sono:

 Pratiche Migliori

  • Chi finanzia il sito? Qual è la sua missione?
  • Quali standard ed etica guidano il processo di raccolta delle notizie?
  • Cosa succede se un giornalista ha legami con l’argomento trattato?   

Competenza giornalistica 

  • Chi l’ha fatto?
  • Ci sono dettagli sul giornalista, comprese le informazioni di contatto, le aree di conoscenza e altre storie su cui ha lavorato?  

Tipo di lavoro 

  • Cos’è questo?
  • Vedi etichette di storie con definizioni chiare per distinguere opinioni, analisi e contenuti degli inserzionisti (o sponsorizzati) dai notiziari?

Citazioni e Riferimenti 

  • Qual è la fonte?
  • Il sito ti dice dove ha preso le sue informazioni?
  • Per storie investigative, controverse o approfondite, hai accesso ai materiali originali dietro i fatti e le affermazioni? 

Metodi 

  • Perché era una priorità?
  • Per le indagini, gli approfondimenti o le storie controverse, perché hanno portato avanti l’argomento? 
  • Come sono andati per il processo?

Di provenienza locale 

  • Conoscono la comunità?
  • La segnalazione è stata fatta sul posto?
  • Ci sono prove di una profonda conoscenza della situazione o della comunità locale?

Voci diverse 

  • Quali sono gli sforzi e gli impegni della redazione per portare in diverse prospettive attraverso le differenze sociali e demografiche?
  • Alcune comunità o prospettive sono incluse solo in modi stereotipati o addirittura del tutto assenti?

Feedback attuabile 

  • Che cosa fa il sito per coinvolgere il tuo aiuto nella definizione delle priorità di copertura, nel porre buone domande e nel trovare le risposte, nel ritenere responsabili persone e istituzioni potenti e nel garantire l’accuratezza?
  • Puoi fornire un feedback che potrebbe provocare, alterare o espandere una storia?

Questi indicatori di fiducia sono stati ricavati da una serie di sondaggi rivolti ad un vasto pubblico in cui si cercava di capire quali sono i fattori a cui gli utenti prestano attenzione nel momento in cui visitano un sito di notizie. Queste domande dunque sono tratte da quelle che si pongono normalmente le persone quando atterrano su un sito di articoli. Esse poi sono state revisionate e messe in relazione ai valori e alle necessità delle testate giornalistiche.

I membri del progetto dunque implementano il proprio sito con questi fattori che permettono di rendere le proprie informazioni trasparenti agli utenti. Ciò diventa un vantaggio per ambo le parti, per gli utenti che si possono fidare del sito e per il sito che godendo della fiducia degli utenti aumenterà le visualizzazioni e i click.

Fact Checking

In questi ultimi anni inoltre sono nate una serie di nuove realtà che si prendono l’onere e la responsabilità di verificare la veridicità delle notizie online, uno di questi è Open Fact-checking, “è un progetto giornalistico indipendente che mira a monitorare le notizie false o fuorvianti diffuse in Italia e all’estero, fornendo un servizio di corretta informazione e degli strumenti necessari ai cittadini per imparare a riconoscere le bufale, la disinformazione, la misinformazione e tutte le altre falsità che minano la società e il processo democratico.

Open Fact checking dal 2021 è diventato membro dell’IFCN.

L’International Fact-Checking Network è una rete internazionale di verifica dei fatti lanciata nel 2015 per riunire la crescente comunità di verificatori di fatti nella lotta globale contro la disinformazione.
L’International Fact-Checking Network conta più di 100 membri che combattono la disinformazione in rete. Essa è diventata una certificazione che le società ambiscono ad avere. Per entrare a farne parte bisogna rispettare una serie di requisiti che certifichino l’accuratezza e l’imparzialità del metodo con cui vengono verificate le notizie o le varie dichiarazioni.

L’International Fact-Checking Network lavora insieme a vari partner per identificare, finanziare e lanciare proposte innovative che affrontino la minaccia globale della disinformazione.

Anche Meta e Google, i colossi del web stanno combattendo questa lotta.

Meta si basa sui fact checkers indipendenti certificati IFCN. Nel momento in cui viene identificata una notizia falsa sulle sue piattaforme, Meta si impegna a ridurne la diffusione e la visibilità, inoltre viene etichettata di conseguenza in modo da avvisare coloro che intendono condividere la notizia. Tuttavia Meta non elimina nessun contenuto o utente a meno che non vada contro le proprie regole Standard di community a prescindere dal Fact-Checking.

Allo stesso modo di IFCN, anche Meta finanzia l’ecosistema di Fact checking.

Google invece mette in campo due tools, ovvero Fact Check Explorer e markup ClaimReview. Entrambi gli strumenti mirano a facilitare il lavoro dei verificatori di fatti, giornalisti e ricercatori. Il fact check Explorer è un motore di ricerca che ti permette, attraverso l’inserimento di parole chiave, di trovare le varie fack check di vari publisher riguardanti l’argomento. É possibile aggiungere il markup schema.org/ClaimReview ad un articolo che è stato verificato. Questo markup è formato da diversi dati che permettono di riconoscere il fact check dell’articolo, quali ad esempio chi ha presentato il reclamo, qual è stato il verdetto etc…

Allegare ClaimsReview a un articolo consentirà ai motori di ricerca di riconoscere facilmente che si tratta di un articolo di verifica dei fatti e quindi di visualizzarlo come tale nei risultati di ricerca.

Vediamo dunque che la lotta contro la disinformazione è presente da molto tempo, da quando la comunicazione è divenuta di massa e democratica. Nel tempo essa si è spostata dal cartaceo all’online, approdando in un campo ancora più vasto, essa è un virus che ha molti nemici, i quali si stanno battendo molto per diminuirla se non eliminarla. Tuttavia essa possiede anche molti amici, sia tra i fautori che mirano a guadagnarci, sia tra gli utenti che vogliono credere ad alcune notizie pur di sostenere la propria causa e pensiero. Questo ci porta a comprendere che la fine delle fake news non sarà né vicina, né tanto meno possibile, ma almeno in un certo modo contrastabile.

Focus su alcuni casi

Viviamo in un contesto in cui siamo immersi nelle notizie, le produciamo, le condividiamo e le commentiamo, spesso senza interrogarci sulla veridicità delle cose che leggiamo. Il web, inoltre, ha prodotto un sovraffollamento comunicativo, nel quale le notizie nascono e muoiono ancora più rapidamente rispetto ai media tradizionali e alcune di queste non sono verificate, anzi spesso sono inventate. Tutto ciò può causare ansia, allarme sociale, visioni distorte della realtà e comportamenti che possono avere degli impatti negativi sulle singole persone e sulla comunità in cui si diffondono.

La pandemia è un esempio di avvenimento che ha impattato sulla vita di tutta la popolazione e, in quanto sconosciuto e improvviso, ha prodotto informazione e disinformazione: quest’ultima ha confuso le persone sui comportamenti da adottare e su come agire nelle diverse nuove situazioni.

Sul sito ufficiale di censis.it abbiamo trovato dei dati interessanti e ci è sembrato doveroso riportarli per avere una situazione più chiara da un punto di vista anche statistico. Per il 49,7% degli italiani la comunicazione dei media sull’epidemia sanitaria è stata confusa, per il 39,5% ansiogena e per il 34,7% eccessiva. Solo il 13,9% pensa che sia stata equilibrata.
Anche i media tradizionali si sono trovati impreparati davanti a una situazione nella quale le domande si moltiplicavano a dismisura: secondo i dati AGCOM lo spazio dedicato alle notizie da parte dei media tradizionali è aumentato del 11% durante i primi 5 mesi di pandemia e gli ascolti hanno subito un aumento di oltre il 50%.
Anche online abbiamo riscontrato un aumento del 90% della domanda di informazioni.

Fake news durante la pandemia

In un contesto così ricco di informazioni come quello pandemico, naturalmente anche le fake news hanno trovato spazio per diffondersi, soprattutto a seguito dell’introduzione dei vaccini anti Covid 19 e della divisione della popolazione in no vax e persone favorevoli al vaccino.
Le fake news più frequenti in questo ambito possono essere raggruppate in diverse macro aree: la pericolosità della vaccinazione, il carattere sperimentale del vaccino, la composizione dei vaccini e gli effetti economici.

Le notizie più eclatanti con accezione negativa sono quelle che vedono collegata la somministrazione del vaccino all’avvenuta morte di alcune persone, come è successo a Catania e Tortolì. Molto spesso, i soggetti che sono deceduti a seguito del vaccino erano in realtà affetti da patologie pregresse, le quali ne hanno causato la morte. Queste notizie sono state poi smentite dal sito www.bufale.net. Ma non finiscono qua, perchè sono altrettante le notizie poi connotate come false, in quanto raccontavano di effetti collaterali inesistenti come la pericardite, l’infertilità o le paralisi.

A sostegno delle teorie no vax, sono circolate anche informazioni secondo le quali molte persone famose e accreditate avrebbero rifiutato il vaccino in quanto non sicuro, tra queste citiamo Angela Merkel, notizia che naturalmente è stata smentita subito dopo.
Con questo excursus sulle fake news sui vaccini anti Covid 19, vogliamo dimostrare in maniera semplice ed evidente che, in questo ambito come tutti gli altri, le notizie false hanno lo scopo di creare maggiore unione e fortificare i gruppi che le sostengono. Chi sarebbe disposto a fare un vaccino quando anche la premier tedesca lo rifiuta?

La differenza tra satira e notizie false

Come abbiamo già detto, gli esempi di fake news sul web sono davvero tanti e sono altrettante le persone che cadono nei numerosi tranelli. Proprio per la tendenza molto diffusa del credere alle notizie false più disparate, alcuni utenti si divertono a fare humor e satira su diversi argomenti: in questi casi la soglia tra notizia reale e fake è davvero sottile e per molti difficile da cogliere.

In realtà la differenza tra bufala e satira è abissale e sta proprio nell’intento con cui la notizia viene diffusa: www.paroleostili.it ci spiega che l’intento della bufala è quello di essere presa per vera, si presenta nel modo più simile possibile a quelle diffuse dai quotidiani, gli articoli di satira invece abbondano di particolari astrusi e inverosimili, facendo parodia del giornalismo odierno. Le bufale inoltre non hanno un bersaglio satirico, ma spesso vengono prodotte con scopi diffamatori, contribuiscono a creare o esaltare climi tesi e di odio.
Riportiamo di seguito alcuni casi di articoli di satira che non sono stati riconosciuti come tali.

“Il comune di Bugliano”: il comune che prende in giro il web

Un esempio davvero comico è quello del “Comune di Bugliano”, che ha iniziato a spopolare su Twitter a marzo 2019, raggiungendo sempre più utenti e facendo parlare di sé. Si tratta di un Comune nella provincia di Pisa con tanto di Sindaco e giunta comunale, purtroppo però non esiste nella realtà, ma esiste solo nei social. La pagina Facebook che vanta circa 200 k Followers e quella di Twitter sono nate con lo scopo di fare satira su avvenimenti reali. Nella maggior parte dei casi però gli annunci, i post e le false ordinanze sono state ritenute vere da moltissimi utenti i quali hanno scatenato diverse reazioni, a volte di supporto al comune a volte di totale disapprovazione.

Uno dei post più commentati del “Comune di Burano” è quello della notizia della rimozione del Cristo da parte di Don Enrico, il parroco inventato, il quale si giustifica affermando che Gesù non era bianco e quindi era ormai diventato necessario anche un cambiamento di crocifisso. Alcuni utenti, indignati dall’accaduto si esprimono con commenti di ogni genere (come possiamo vedere dall’immagine sottostante), più o meno offensivi nei confronti del prete immaginario: “…è un delinquente”, “…cambia mestiere, vai a zappare” e ancora “mettiamo don Enrico in croce”.

Naturalmente, coloro che hanno commentato e, possiamo osare dire, aggredito non si sono resi  conto che in realtà si trattasse di una fake news e non si sono preoccupati minimamente di verificare la fonte prima di esprimere il proprio parere. Infatti, il post arrivava direttamente dal sito ufficiale comunedibugliano.home.blog, sito decisamente diverso da quello di un vero Comune d’Italia, che un occhio più attento avrebbe potuto riconoscere come falso.

Inoltre, sarebbe bastata una semplice ricerca su Google per capire che l’immagine utilizzata a supporto della bufala in realtà non era il crocifisso della chiesa di Bugliano, ma si trattava de “Il crocifisso Miracoloso” che, come afferma il quotidiano “Roma” , è stato spostato dalla Chiesa di San Marcello per essere portato in piazza San Pietro, per la preghiera del Papa.

Durante la pandemia il Comune di Bugliano, ha dato sfogo alla sua fantasia e creatività postando bufale di ogni genere, come l’obbligo di radersi la barba per indossare la mascherina, l’omicron party per infettare tutti e uscire il prima possibile dalla pandemia o il divieto di fare il tampone se non si ha contratto il Covid 19.

Sono tante le vittime del Comune di Bugliano, che ancora dopo tre anni riesce a ingannare anche gli utenti più esperti, nonostante spesso le notizie siano astruse e inverosimili. Per fortuna sono anche molto numerosi i commenti di persone che si lamentano e affermano che non si può continuare a credere a ogni bufala che spopola sul web.

“Ah ma è Lercio!”

Un’altro caso interessata da analizzare, a supporto del fatto che sono ancora tanti gli utenti che prendono qualsiasi notizia per buona a veritiera e, come vedremo di seguito anche davvero accreditati, è quello di lercio.it il popolarissimo sito italiano di notizie false di taglio umoristico, comico e grottesco che fanno il verso agli articoli tipici della stampa sensazionalistica. Praticando la parodia del giornalismo tradizionale, Lercio si inserisce nel filone internazionale della cosiddetta News satire. Il sito nasce nel 2012 come parodia del quotidiano italiano “Leggo”, infatti i più attenti avranno notato una forte somiglianza nel logo.

L’obiettivo di Lercio non è mai stato quello di diffondere false notizie con l’intento di farle passare per vere, ma appunto fare satira sulla realtà e sulle notizie che vengono diffuse dai mezzi di informazione e discusse pubblicamente. A tal proposito Andrea Michielotto di Lercio dice: “A noi piace dire che diamo notizie false che vogliamo sembrino false, ma che trasmettono un messaggio vero. Mentre le fake news sono notizie false, che si vuole che sembrino vere, e che trasmettono un messaggio falso”.  Negli anni l’organizzazione di lercio è diventata sempre più simile a quella di una vera e propria testata giornalistica e ogni giorno pubblica un gran numero di notizie inedite.

Lercio ha funzionato fin da subito e ha avuto i suoi maggiori picchi di notorietà quando i suoi articoli sono stati scambiati per veri da qualcuno di famoso: si nota che i temi più caldi e divisivi comportano una maggiore confusione.
Ad esempio Carlo Cracco ha dovuto smentire la notizia della ricetta del suo agnello: sono stati davvero tanti gli utenti che hanno attaccato lo chef dopo che Lercio ha affermato che il segreto era condire vivo l’animale.
Anche il giornale online di fake news ha risposto allo chef, mettendo ancora una volta in evidenza che le sue notizie sono tutte fake.

Un caso simile è successo davvero poco tempo fa e questa volta coinvolge il Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori, meglio conosciuto dal pubblico come CODACONS. Nell’articolo in questione l’associazione volta alla difesa dei consumatori e dell’ambiente avrebbe accusato, con un comunicato, Papa Francesco di aver esclamato “Dio, Cristo” durante una diretta tv nel programma “Che tempo che fa” di Fabio Fazio.

Chi conosce Lercio e il suo modo di scrivere e agire avrà sicuramente capito l’umorismo che si celava dietro questa fake news, ma due giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, la redazione ha ricevuto una mail con richiesta ufficiale proprio da parte di CODACONS, la quale chiedeva che l’articolo venisse smentito pubblicamente, in quanto si trattava di un argomento estremamente delicato e poiché rischiava di mettere a rischio i rapporti tra la Santa Sede e l’associazione in questione.

Lercio, data la situazione, dichiara “Il Codacons, Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori, ci invita formalmente a dare smentita dell’esistenza del loro comunicato ufficiale citato nell’articolo da noi pubblicato. Cosa che facciamo prontamente: il comunicato è falso. L’intero articolo è falso. Ne approfittiamo anche per rivelare, consapevoli di infliggere una grossa delusione ai nostri lettori, che pure tutte le altre notizie che abbiamo pubblicato finora sono false. Scusateci tutti”. Naturalmente, un post del genere ha provocato molta ilarità sugli utenti e poche ore dopo arriva da parte della redazione una notizia dell’ultima ora, secondo la quale Papa Francesco avrebbe chiesto a Lercio di smettere i rapporti col CODACONS.

Insomma, si è trattato sicuramente di una situazione divertente per molti, ma allo stesso tempo surreale e strana: nel settore della fake news Lercio può essere considerato il capostipite, si esprime con uno stile e con un format riconoscibile che difficilmente può essere preso sul serio da qualcuno. È questo il motivo per cui utenti e alcuni giornalisti si interrogano su come la CODACONS, che come già detto si batte per i diritti dei consumatori, sia arrivata a chiedere addirittura una smentita. A tal proposito il giornalista Andrea Falla afferma: “Il fatto che venga chiesto a Lercio, un sito satirico di notizie false, di smentire una notizia falsa, chiedendo di sottolinearne la falsità, ha un non so che di paradossale.”
Se Lercio deve smentire una notizia falsa possiamo trarre la conclusione che ci troviamo in una stazione informativa davvero critica.

Come abbiamo visto, a volte le fake news, se riconosciute possono scaturire una reazione simpatica e una piccola risata. Sono però altrettanti i casi in cui le notizie false vengono considerate di cattivo gusto, soprattutto quando si scherza su argomenti delicati o sulla morte delle persone, come nel caso recente di Mino Raiola.
Vogliamo concludere questo articolo con una domanda per tutti i lettori: quante volte vi è capitato di incappare in una fake news e di non riconoscerla come tale?

 

Fonti

https://blog.osservatori.net/it_it/fake-news-cause-caratteristiche-disinformazione-online
https://www.agcom.it/documents/10179/15564025/Studio-Ricerca+01-07-2019/721fe550-fcb0-4a05-b3d9-30012a98c616?version=1.0
https://www.insidemarketing.it/glossario/definizione/fake-news/
https://blog.osservatori.net/it_it/fake-news-cause-caratteristiche-disinformazione-online
https://firstdraftnews.org/articles/fake-news-complicated/
https://www.statista.com/topics/6341/fake-news-worldwide/#topicHeader__wrapper
https://www.statista.com/statistics/381455/most-trusted-sources-of-news-and-info-worldwide/

https://www.lemacchinevolanti.it/approfondimenti/psicologia-delle-fake-news-i-meccanismi-che-ci-portano-a-credere-alle-notizie-false

https://www.insidemarketing.it/glossario/definizione/echo-chamber/

https://www.eurobull.it/fake-news-ed-echo-chambers-il-problema-di-vero-e-falso?lang=fr

https://www.agendadigitale.eu/tag/fake-news/

https://iris.unitn.it/retrieve/handle/11572/218467/222105/3MED_Maggio2018.pdf

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364661321000516

https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Rapporto%20Ital%20Communications-Censis_def.pdf
https://www.bufale.net/search/vaccino
https://www.huffingtonpost.it/entry/bugliano-colpisce-ancora-storia-del-comune-che-da-anni-prende-in-giro-il-web_it_61b88e8be4b0490e9bd84e5e/
https://www.dossierduepuntouno.it/bugliano-comune/
https://www.ilroma.net
https://www.ilpost.it/2021/10/14/lercio-satira-giornalismo-notizie/
https://archivio.giornalettismo.com/lincredibile-botta-e-risposta-tra-carlo-cracco-e-lercio-sullagnello-condito-vivo/
https://www.professionereporter.eu/2022/02/codacons-smentisce-fake-news-di-lercio-it-che-risponde-diamo-solo-fake-news/
https://www.today.it/cronaca/lercio-codacons.html
lercio.it
https://paroleostili.it/manuale-bufale-satira/
https://www.facebook.com/journalismproject/programs/third-party-fact-checking

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https://www.agcom.it/disinformazione

https://firstdraftnews.org/articles/the-broadcast-model-no-longer-works-in-an-era-of-disinformation/

https://toolbox.google.com/factcheck/about#fcmt-claimreview

https://www.brainfactor.it/paura-e-fake-news-come-combattere-la-disinformazione/

https://www.poynter.org/reporting-editing/2015/today-in-media-history-in-1947-the-press-reported-on-the-hutchins-commission-report/

https://thetrustproject.org/about/

Autori

Marta Demartis

Sono Marta Demartis, ho 23 anni e sono nata a Olbia, ma ormai da un anno vivo a Verona. Sono laureata in Economia e Management all’Università degli Studi di Trento. Adesso frequento il corso di laurea magistrale in Web Marketing e Digital Communication allo IUSVE. 

 

Silvia Perbellini

Sono Silvia Perbellini, nata il 4 Aprile 1998 a Verona. Laureata all’Accademia Santa Giulia di Brescia in Graphic design. Attualmente frequento il corso magistrale di Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE Verona.

 

 

Gaia Rizzi 

Sono Gaia Rizzi, ho 23 anni e sono nata a Udine, mi sono trasferita a Verona da un anno per continuare i miei studi. Sono laureata in Relazioni Pubbliche all’Università degli Studi di Udine, attualmente frequento il corso di laurea magistrale in Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE.

 

Leonardo Usinabia

Sono Leonardo Usinabia, ho 23 anni. Originario di Montagnana ora vivo tra Bruxelles e Verona dove frequento il corso Magistrale in Web Marketing & Digital Communication presso lo IUSVE di Verona. Sono laureato in scienze e tecniche della comunicazione grafica e multimediale sempre presso IUSVE.