Nakamoto Satoshi, in giapponese colui che pensa chiaramente, in modo saggio, è lo pseudonimo con cui si identifica la persona, o meglio le persone che nel 2008 hanno fatto conoscere al mondo Bitcoin e la tecnologia blockchain. Gli aspetti tecnici e l’indagine ontologica su questa ormai non più nuova tecnologia sono ad oggi ancora motivo di controversie e di analisi. Da un lato, infatti, in un contesto globale sempre più incentrato sullo scambio d’informazioni, blockchain rappresenta  un’opportunità e una soluzione innovativa a costi contenuti per tematiche sociali sempre più attuali. Tant’è che in Finlandia è già utilizzata per gestire con efficienza l’immigrazione secondo i criteri di accoglienza, sicurezza e riconoscibilità delle persone. D’altra parte l’opportunità rappresenta anche un nuovo spunto di riflessione per pensatori e letterati che, sulla scia di pensiero del Panopticon di Foucault , del Grande Fratello di Orwell e della “società del controllo” di Deleuze, intravedono nelle Macchine un futuro poco autonomo per l’essere umano.

Cos’é Blockchain? 

Letteralmente e tecnicamente blockchain si presenta come una “catena di blocchi”, dove per blocco si intende l’unità minima della catena e dove vengono archiviate digitalmente una serie di transazioni/informazioni. Le informazioni sono tutelate da crittografia e registrate con una marca temporale “timestamp”. Viene così  sia garantita la trasparenza delle informazioni, poiché visibili a tutti ma decodificabili solo dai diretti interessati, sia certificata la validità dell’avvenuto scambio in un preciso istante temporale. La sicurezza è sostenuta dalla struttura a catena che impedisce che le informazioni subiscano modifiche postume alla registrazione, e inoltre dalla completa reperibilità del nodo. Con quest’organizzazione di fatto la catena è e si realizza come un gigantesco archivio di informazioni sicuro, visibile ma non modificabile e prova digitale di transazione. Ciò che costituisce poi, aldilà degli aspetti tecnici, fattore tanto interessante quanto controverso è il fatto che la rete blockchain  non sia centralizzata, infatti nessuno dei nodi detiene potere assoluto. Questo significa che i nodi della rete sono paritari, nel senso che ogni nodo può essere allo stesso tempo server e client in una struttura decentralizzata e distribuita. Blockchain nuovamente come opportunità, in questo caso per togliere il potere dalle mani di un organismo centrale e per ridistribuire l’autorità secondo i principi di democrazia e trasparenza. Dove prima si poneva fiducia pressoché totale in un organismo centrale che si prendeva carico di garantire l’effettuabilità e la sicurezza delle transazioni, ora con blockchain, si delega questa responsabilità equamente a tutti i nodi della rete. Questo passaggio è quello che Geert Lovink definisce passaggio da “fiducia contrattuale”, sancita e applicata tramite leggi e regolamentazioni, a “fiducia distribuita”, condivisa e a carico di tutti i soggetti coinvolti.

Blockchain merita fiducia? 

Si, se ci limitiamo a pensare a blockchain come tecnologia che garantisce trasparenza delle transazioni su un sistema dove tutti i nodi hanno eguale controllo e nessuno può prevalere sull’altro. No se consideriamo il concetto di fiducia nella relazione tra due persone, dove blockchain si limita a dirci che la controparte è affidabile e non se, in quella specifica transazione, il nostro interlocutore sia in buonafede o abbia intenzioni devianti. Non esiste relazione economica o sociale tra le persone che non parta dal presupposto che l’altro individuo sia in buona fede nei nostri confronti. A livello personale saranno i nostri valori e il comportamento dell’altra persona a decretare se ci troviamo davanti a un individuo che merita o meno la nostra fiducia. Su scala più ampia a regolare questi rapporti non sono più i comportamenti degli individui, ma degli intermediari che conosciamo come tribunali, banche e Stato. In queste strutture riponiamo la nostra fiducia e a questi affidiamo i nostri scambi, di qualsiasi natura essi siano. Bettina Warburg a TedX definisce gli intermediari come istituzioni, termine coniato dall’economista premio Nobel Douglass North, ovvero strumenti dell’economia in grado di ridurre le reciproche incertezze umane negli scambi di valore. In quest’ottica blockchain rappresenta la nuova istituzione tecnologica in grado di ridurre le incertezze fondamentali che limitano e arrugginiscono gli scambi: non sapere con chi stiamo trattando, garantire trasparenza ai soggetti coinvolti e assicurare che i valori vengano di fatto scambiati. Paradossalmente ciò che fa funzionare e che rende sicura e verificata questa tecnologia è proprio la nostra reciproca sfiducia. Blockchain racchiude al suo interno, in una sorta di inganno, l’incertezza collettiva, che, resa visibile a tutti, permette di scambiare valore con più rapidità ed efficienza. Considerazione risolta anche nel pensiero di Lovink, il quale ritiene che la maggior forza di blockchain sia anche la sua più grande debolezza. 

l’assenza di un’autorità capace di garantire (in qualche modo) il valore e di imporne l’uso attraverso mezzi legali”.

Geert Lovink, L’abisso dei social media

Ad oggi, nel mondo, le persone del globo scambiano valore tra loro perché affidano la loro fiducia a un soggetto terzo, degno perché costruito per meritare questa fiducia. Questo soggetto garantisce, anche e soprattutto per proprio interesse, l’efficace svolgimento delle transazioni. Ma in assenza di questo soggetto terzo chi mi assicura che lo scambio avvenga realmente e correttamente? Una tecnologia decentralizzata come blockchain può funzionare al posto delle istituzioni moderne?

L’opportunità…

Evitare di delegare a una parte terza e quindi a un nodo, il passaggio delle informazioni e delle transazioni toglie anche la possibilità di estrarre valore e di evitare le speculazioni delle piattaforme collaborative a cui assistiamo nella società moderna. Si pensi agli attori protagonisti del capitalismo digitale. Ad oggi esistono già contesti che dimostrano come autorità, consenso e fiducia possano coesistere e sopravvivere in situazioni diverse, potenzialmente anche in assenza di legge. Basti pensare al social network su base blockchain Steemit, o alla mission iniziale di Airbnb, ma più in generale alla possibilità di creare un internet alternativo, ugualmente se non più efficace di quello attuale, decentralizzando il potere e ridistribuendo le ricchezze. Questo non significa che utilizzare blockchain ci autorizzi a smettere di considerare le leggi, ma ci permette di pensare che un internet alternativo/diverso non sia un’utopia. Tra i contesti citati c’è anche e sopratutto il deep web. Ecosistema costituito da utenti anonimi dove la fiducia esiste solo nella misura in cui esistono recensioni e commenti, che costruiscono la reputazione, affidabile o meno, dell’interlocutore. In questa logica il consumatore/utente si trova al centro di tutto perché la decisione del prossimo utente di completare l’acquisto dipenderà unicamente dalla recensione positiva o negativa di tutti gli utenti precedenti. Ne derivano così mercati funzionali, competitivi e anonimi. Sarà quindi negli interessi di chi offre un servizio valorizzare al meglio l’esperienza dei consumatori, in qualità di nodi equamente autorevoli e portatori di fiducia. Anche in quest’occasione paradossalmente è la sfiducia reciproca, oltre all’inospitalità del contesto, ciò che costituisce la ragion d’essere di un’autorità decentralizzata.

Il limite…

A questo punto ciò che più spegne l’entusiasmo è la questione dei gatekeepers, o meglio coloro che aprono e chiudono “i ponti”, cioè tutte quelle persone che definiscono le regole protocollari del medium/dispositivo. Se infatti riconosciamo che le relazioni sociali possono svilupparsi all’interno di una società mediata, in cui depositiamo fiducia a un autorità non più centrale ma distribuita, dobbiamo anche tenere in considerazione il ruolo del protocollo e del codice, e il potere che consegnamo nelle mani di chi può, con un pulsante, interrompere o indirizzare la comunicazione tra persone. È fondamentale quindi considerare e regolare la nuova forma con cui si muove il potere. Infatti ammesso e non concesso che aggirando l’intermediario aumenti la sicurezza, sparisca la possibilità di speculare e sia possibile ottimizzare i processi di scambio di valore, dobbiamo anche chiederci se riponiamo in blockchain la stessa fiducia che ponevamo nell’autorità centrale e se abbiamo fiducia nelle regole che la gestiscono. Quali sono i meccanismi con cui avvengono le scelte nella costruzione di blockchain? In particolare quali sono, da chi, e su che base vengono prese le decisioni circa il lasciar passare o meno delle notizie tramite i “cancelli” di un mezzo di informazione? È corretto mettere del tutto da parte la reciprocità umana perché ci si fida unicamente del protocollo? La questione torna quindi ad essere un problema di fiducia, prima di tutto, tra persone. In altre parole, blockchain sembra essere una tecnologia Per alimentare la fiducia, in quanto permette di scambiare valore senza passare attraverso un’autorità centrale “neutrale”, più che Di fiducia, perché non possiamo assicurarne una realizzazione ma soprattutto una gestione etica e democratica.

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