Negli ultimi anni i social media hanno preso parte alle campagne elettorali in Italia e all’estero come nuovo (e ulteriore) mezzo della comunicazione politica. I candidati si sono avvalsi infatti di social come Facebook, Youtube e Twitter per comunicare ai propri elettori.

Il bisogno di partecipazione e di nuova rappresentanza è del tutto evidente. La nascita di nuovi movimenti ne è la prova. Secondo il sociologo Christian Fuchs, è proprio il “momento partecipativo” la vera rivoluzione del Web: l’appropriazione della rete da parte di nuovi soggetti sociali che la usano per costruire una possibile alternativa politica.

Al giorno d’oggi i social media sono diventati un luogo di aggregazione e confronto nel quale ricerca di contenuti e di punti di riferimento che annullino la paura per l’incertezza diffusa si contendono lo spazio.

Una nuova frontiera relazionale nella società attuale

In principio l’avvento di Internet sembrava configurarsi come la soluzione ottimale per superare il problema del dualismo comunicativo. La sviluppo della società in rete avrebbe abbattuto gran parte delle barriere creando maggiori opportunità economiche. La disintermediazione ha permesso di creare un nuovo senso della comunità, uno spazio condiviso dove trovare soluzioni ai problemi collettivi. Tuttavia, sono molti gli interrogativi che sorgono al giorno d’oggi, relativamente ai rischi che questo nuovo spazio pubblico veicola con sé.

Parisier e il problema della società globale

Come affermato da Parisier: “la struttura dei mezzi di informazione influisce sul carattere della società. La parola stampata ha consentito il confronto democratico come i manoscritti faticosamente copiati su pergamena non avrebbero mai potuto fare. La televisione ha influito profondamente sulla vita politica del XX secolo…Dalle megalopoli alla nanotecnologia, stiamo creando una società globale la cui complessità ha superato i limiti della comprensione individuale. I problemi che dovremo affrontare nei prossimi vent’anni saranno enormi. E potremo risolverli soltanto insieme”.

È vero che Internet ha dato la possibilità di ricercare in modo autonomo tutte le possibili fonti, di creare informazione, di mettere gli utenti in comunicazione in un modo che fino a poco tempo fa era impensabile. La parola scritta, parlata, le immagini, non sono più separate come mezzi distinti ma confluiscono in sistemi altamente integrati che permettono una nostra rappresentazione online.

La caduta di credibilità dei mezzi d’informazione ha dato l’illusione di essere finalmente protagonisti. Ma se è vero che oggi gli utenti hanno più potere e maggiori possibilità di scelta non è altrettanto vero che non esistono più intermediari.

Castells e l’autocomunicazione di massa

Secondo Castells “la società in rete si fonda su una separazione di potere ed esperienza, collocati in diverse cornici di riferimento. […] In queste mutate condizioni la società civile si restringe e si disarticola, perché viene a mancare la continuità tra logica della produzione del potere e logica dell’associazione e della rappresentanza in dati contesti sociali e culturali”.

La società civile appare in piena disgregazione, la costruzione sociale degli individui si caratterizza come prolungamento della resistenza comunitaria. Ed è proprio “l’analisi dei processi, delle condizioni e dei risultati derivanti dalla trasformazione della resistenza comunitaria in soggetto di trasformazione, il campo di una teoria del cambiamento sociale nell’età dell’informazione”, come riportato dall’autore.

Come le tecnologie dell’informazione si innestano sui nuovi modelli di networking, mobilitazione e partecipazione che si stanno sviluppando seppure in modo non strategico? Internet è un medium, ma i social network che eppure si sviluppano all’interno di questo mezzo appaiono come un ambiente di relazioni in cui si supera il concetto di fisicità per entrare in una nuova dimensione di relazioni tra individui.

Il fenomeno dell’autocomunicazione di massa come lo ha definito Castells, ha certamente cambiato il modo far circolare le informazioni e di fare comunicazione: il libero accesso al Web concede a ogni individuo la chance di mettere in circolazione le proprie idee. Gli utenti si configurano come nodi della rete, imbracciano una nuova arma di espressione, diffondono il proprio pensiero e le loro scelte influenzano il traffico di dati sul web. Ed è proprio questo un aspetto sul quale è necessario riflettere.

Il potere del like applicato al web

Parisier cita, per far comprendere l’evoluzione di Internet, la Grande Lavagna che si trova nella sede della Gaweker Media sulla quale compare una lista di articoli e cifre con indicati i post più letti tra tutti i siti web della società.

La storia della carta stampata prima e della televisione e radio sono sempre state corredate dai numeri di diffusione; l’auditel è diventato il compagno di tutti coloro che a vario titolo operano nella TV. Ma come sostiene sempre Parisier, internet ha aggiunto un livello di sofisticazione alla ricerca del gradimento dell’utente. Le aziende sfruttano la tecnologia per intercettare i bisogni e i desideri degli utenti e sulla base di essi costruire l’informazione. Stiamo di fatto assistendo al fenomeno del like applicato all’intero web. La creazione di contenuti sulla base dei desideri degli utenti rappresenta pertanto una parte importante della loro strategia commerciale.

I profili presenti sul web, le scelte fatte, l’universo relazionale vengono analizzati, filtrati per proporre ciò che più si allinea con i gusti degli utenti. Fino a poco tempo fa il “mi piace” era sufficiente: attualmente con tutta una serie di altre opzioni disponibili, è possibile profilare l’utente al meglio.

Il rischio di una visione utilitaristica

Si è sempre tenuto conto non solo del carattere di notiziabilità, che faceva si che alcune notizie colpissero di più l’immaginario collettivo, ma anche che alcune notizie dovevano circolare per consentire la costruzione di un’opinione pubblica nell’idea di società democratica. Oggi il rischio che si paventa è che prevalga una visione totalmente utilitaristica che dia l’illusione della libertà mentre la personalizzazione dei contenuti che viene proposta nei luoghi dove gli utenti si sentono più sicuri, Facebook, Twitter, Google manipoli la loro capacità di decifrare i contenuti e annullandone la discrezionalità.

Naturalmente ciò rappresenta un rischio ed ancora possibile scegliere cosa cliccare e chi linkare all’interno di un profilo, ma le azioni sono comunque tracciate e analizzate.

Habermas: libertà come strumento di partecipazione

Il modo in cui si forma l’opinione pubblica e la capacità discrezionale degli utenti riportano al pensiero di Habermas. Egli sosteneva che: “[…] questo gruppo di diritti fondamentali che garantiscono una sfera pubblica con funzioni politiche (per esempio la libertà di parola e d’opinione, la libertà di associazione e di riunione, la libertà di stampa , ecc) vanno interpretati non più in modo esclusivamente negativo ma positivamente, come garanzie di partecipazione, nella loro applicazione alla forma effettiva di una sfera pubblica strutturalmente trasformata, se vogliono pienamente mantenere la loro funzione originaria”.

Da ciò consegue che questi principi sono ciò che creano le premesse per l’affermazione di uno spazio della politica e, quindi, della comunicazione politica, che non può ridursi ad un’arena dove esistono una moltitudine di soggetti (candidati, partiti, movimenti,..) che competono per la conquista del consenso dei cittadini, utilizzando un ampio panorama di strumenti e mezzi di comunicazione, ma deve essere uno spazio nel quale la comunicazione coinvolge anche i cittadini che, liberi di diffondere le proprie idee, siano messi nelle condizioni di formare un’opinione non condizionata e che quindi possano esprimere la loro preferenza tra i vari soggetti politici, decidendo liberamente da chi debbano essere rappresentati nelle istituzioni.

Dunque il superamento di quella dimensione che Habermas descriveva come quella nella quale:

“Il pubblico dei privati non organizzati viene risucchiato in una pubblicità dimostrativa o manipolativa non dalla comunicazione pubblica, ma dalla “comunicazione” delle opinioni pubblicamente manifestate”.

Il tema dell’opinione pubblica

Un’opinione pubblica in senso stretto può invece crearsi soltanto nella misura in cui i due campi di comunicazione sono mediati da un terzo campo, quello della pubblicità critica. Tale mediazione è oggi possibile, in un ordine di grandezza sociologicamente rilevante, solo con la partecipazione dei privati a un processo di comunicazione formale condotto attraverso gli elementi pubblici interni delle organizzazioni. Nella misura in cui queste organizzazioni consentono una dimensione pubblica interna su tutti i piani, non solo su quello dei funzionari e dei manager, esiste anche la possibilità di una corrispondenza reciproca fra le opinioni politiche dei privati e l’opinione quasi pubblica. Per una teoria sociologica dell’opinione pubblica essa ha significato decisivo poiché fornisce i criteri per definire la dimensione entro cui, soltanto, l’opinione pubblica può ricostruirsi nelle condizioni della democrazia di massa dello Stato sociale.

Quello della pubblicità dimostrative o manipolativa è lo stesso rischio che persiste ancora oggi in piena era digitale, dove dalla sindrome del mondo cattivo di Gerbner, secondo la quale “chi cresce in una casa dove si vedono più di tre ore di televisione al giorno, di fatto vive in un mondo più cattivo di quello del suo vicino che guarda meno la televisione”, si rischia di finire nella sindrome del mondo amico di Eckles “nel quale alcuni dei problemi più importanti non arrivano mai fino a noi.”

Naturalmente non è tutto negativo: in prospettiva, sapere che in funzione degli interessi, dei gusti, vengono proposti contenuti ritenuti attinenti per il nostro profilo, rappresenta un risparmio di tempo che evita di dover cercare sul web quanto serve. Molto dipende dal modo in cui questo potere di cui sono dotati i principali attori di internet, Google e Facebook su tutti, viene utilizzato e con quali finalità.

Ciò a cui si assiste è una frammentazione che porta alla definizione di contenuti sempre più personalizzati che tende a nascondere certe informazioni. “Sebbene internet ci offra nuove opportunità di crescere e di trovare un’identità, l’economia della personalizzazione spinge verso un concetto statico della persona”, cita l’autore Parisier.

Paradossalmente il rischio più evidente riguarda proprio la libertà e l’enorme spazio di ricerca e di dialogo che internet ha aperto e che viene a mano a mano definito in nicchie, luoghi sicuri. Del resto una delle frasi che da consumatori/utenti abbiamo più ascoltato dalla nascita di internet è quella utilizzata dai grandi operatori che hanno creato strumenti per aiutarci a “non perderci nel grande mare di internet”.

Sempre secondo Parisier infatti, “Le comunità e le nicchie online sono importanti. Sono luoghi dove nascono e vengono sottoposti a verifica nuovi modi di pensare, stili, temi e perfino linguaggi. Sono i posti dove possiamo sentirci a nostro agio. Una rete costruita come la città eterogenea non sarebbe un luogo molto piacevole in cui vivere, sarebbe un caos di fatti, idee e comunicazioni. Ma nessuno vorrebbe neanche vivere nella città dei ghetti, ed è lì che ci porterà l’eccessiva personalizzazione….E’ necessario che gli urbanisti della rete trovino un equilibrio tra rilevanza e scoperta casuale, tra il piacere di vedere gli amici e l’eccitazione di incontrare persone nuove, tra comode nicchie e spazi aperti.”

Questo è ciò che si profila come nuovo modello relazionale che vede realizzazione del concetto di cultura partecipativa di Jenkins il punto di arrivo. La partecipazione espressa attraverso l’autocomunicazione di massa, la leadership fondata non tanto sull’esercizio del potere ma sulla capacitò di essere credibili conquistando un’autorevolezza informale ma sostanziale al processo di comunicazione e confronto sulle idee e sulle azioni.

Una democrazia senza rappresentanza

Si sta assistendo ad uno sgretolamento della forza comunicativa dei partiti, che dovrebbe basarsi su contenuti, un sistema di valori chiaro, la capacità di delineare una strada e tracciare indicazioni per il futuro. Da tempo si vive in un clima da campagna elettorale permanente. Gli ultimi vent’anni della Seconda Repubblica hanno visto il perpetrarsi di un modello propagandistico basato più sulle ferree regole del marketing elettorale che sulla sfida di costituire una relazione forte con il cittadino.

E proprio l’avvento dei social network, il cambiamento epocale che hanno introdotto nei meccanismi relazionali degli individui, la disimediatizzazione della comunicazione con tutti i rischi di cui sopra ho accennato, avrebbero dovuto aprire una profonda riflessione sul ruolo dei partiti e sul modo di relazionarsi con i cittadini.

Dall’elezione di Obama del 2008 in avanti abbiamo assistito ad una forte e continua penetrazione della rete nella vita politica dell’occidente e non solo. Ora più che mai la competizione politica si gioca sul web. La rete che è il futuro ma soprattutto il presente.

La sensazione è che tutti siano pronti, sul web e nella vita politica reale a fare delle rivoluzioni, vere o finte. Secondo Zygmunt Bauman: “le rivoluzioni sono un fenomeno storico, il fenomeno di un tempo in cui il potere era concentrato in un unico luogo. Quando i bolscevichi hanno fatto la rivoluzione hanno preso d’assalto il Palazzo d’Inverno, perché lì c’era il potere, e pensavano prendiamo il Palazzo e il potere sarà nostro. I rivoluzionari francesi hanno assaltato la Bastiglia perché quello era il simbolo del potere in cui si concentravano tutte le ingiustizie, hanno assaltato Versailles e arrestato il re. C’era un indirizzo del potere, un vero e proprio indirizzo: si sapeva esattamente dove si trovasse il potere. Non è più così, oggi il potere è sparso, diffuso nel globo, nel pianeta […]”.

Il tema è quello dell’assenza, della democrazia rappresentativa orfana dei partiti. Il web influenza tutto. Non ci fa sempre capire se ci sono le rivoluzioni e chi sono i rivoluzionari e soprattutto se come sostiene Bauman hanno ancora un senso.

Rimane dunque la convinzione che, considerando il crollo delle ideologie, il distacco verso i partiti tradizionali, non più in grado di veicolare valori, contenuti ed emozioni, per stare sul web occorre essere abili ed efficaci. E questo necessità una buona fase di studio.