Al giorno d’oggi, ci troviamo davanti a una nuova sfida in ambito educativo: l’uso consapevole dei social media nell’età contemporanea è un tema di grande complessità. Se è vero che essi offrono molteplici benefici e opportunità, è fondamentale comprendere le problematiche e le sfide che possono emergere da un utilizzo non consapevole o eccessivo.

 

L’età contemporanea 

L’età contemporanea, anche conosciuta come epoca post-moderna o era attuale, si riferisce al periodo storico in cui viviamo. Ad oggi non esiste un consenso unanime sulla data di inizio dell’età contemporanea, ma di solito si fa riferimento alla fine della Rivoluzione francese nel 1789 o alla Rivoluzione industriale che ha avuto inizio verso la fine del XVIII secolo.

Tra le caratteristiche principali dell’età contemporanea abbiamo l’industrializzazione e l’urbanizzazione su larga scala, con la nascita di grandi città e l’avvento di macchine e tecnologie che hanno rivoluzionato la produzione e i mezzi di trasporto. Questo scenario ha portato a una maggiore interconnessione tra le nazioni e a un’integrazione economica globale.

Tuttavia, la caratteristica più distintiva di questo periodo storico, è l’avanzamento della tecnologia e delle comunicazioni. L’invenzione dell’elettricità, del telefono, dell’automobile, del computer e, più recentemente, di Internet e dei social media, ha rivoluzionato la nostra vita quotidiana.  Si sono così aperte nuove possibilità di connessione tra gli individui, e inedite possibilità di accesso alle informazioni. 

Ecosistema dei social media 

I social media sono diventati una parte integrante della vita di molte persone in tutto il mondo. Consentono agli individui di connettersi, condividere informazioni e contenuti, interagire con gli altri e accedere a una vasta gamma di risorse. Non è tuttavia da sottovalutare che l’accesso costante e pervasivo a questi mezzi può comportare alcuni rischi per la salute mentale, le relazioni interpersonali e la società nel suo complesso. 

La trasformazione digitale che caratterizza la società contemporanea si basa sul ruolo sempre più importante che hanno assunto le piattaforme digitali negli ambiti di vita di ciascuna persona, incluso l’ambito educativo e formativo. Le imprese proprietarie delle tecnologie digitali di uso comune, come ad esempio smartphone, pc, tablet e via dicendo, sono diventate oggi un attore determinante a livello economico. Inoltre, stanno orientando sempre di più i cambiamenti in atto all’interno della società dell’informazione. 

Platform society

L’ecosistema dei media è frutto di quella che Roger Fidler, giornalista e pioniere dei media digitali, definisce mediamorfosi, ossia il processo di evoluzione dei media stessi caratterizzato da una integrazione dei device e delle loro funzionalità che si ibridano. Questo porta a una modifica dell’ambiente, delle forme comunicative, delle routine pubbliche e private.

La quarta ondata di questa mediamorfosi è contraddistinta da una convergenza tecnologica tra vecchi e nuovi media e dalla nascita, a partire dal primo decennio del XX secolo, del cosiddetto web 2.0. Questa evoluzione ha dato vita a quella che oggigiorno viene chiamata platform society. Essa è definita un ecosistema di piattaforme online che progressivamente si stanno infiltrando e convergendo con le istituzioni tradizionali e le pratiche che strutturano sul piano organizzativo le società democratiche.

Esiste oggi la presenza di un fenomeno chiamato imperialismo delle piattaforme, il quale è stato amplificato dallo sviluppo del capitalismo digitale. In questo contesto, la cultura stessa diventa uno strumento per generare dati e contribuisce alla radicale trasformazione del lavoro digitale.

È importante sottolineare che l’imperialismo delle piattaforme si fonde con la loro dimensione strutturale: la trasformazione dei dati degli utenti in valore economico rappresenta un meccanismo di accumulazione. Tuttavia, questa dinamica è spesso ridefinita ideologicamente in termini di condivisione (sharing), che cela però un processo di scambio tra soggetti con potere contrattuale non alla pari.

All’interno della platform society infatti, il soggetto viene pensato come utente passivo, cioè un mero utilizzatore degli strumenti, che attraverso i suoi comportamenti produce informazioni che a loro volta vengono capitalizzate.

Un uso consapevole: la Media Education 

Il termine media education è apparso sullo scenario mondiale l’inizio degli anni 70; in Italia solamente nell’ultimo decennio del secolo scorso. 

Roberto Giannatelli, presidente dell’associazione italiana per l’educazione ai media e alla comunicazione (MED) e Pier Cesare Rivoltella, cofondatore della MED, hanno portato la media education in Italia, spiegando la volontà di diffondere nel nostro paese questa espressione. Gli autori sostengono che il termine inglese  sia più adeguato di altri termini di derivazione latina come ad esempio “educazione ai media”. Questo perché riesce a esprimere in maniera chiara e sintetica la relazione che deve intercorrere tra il mondo dell’educazione e il mondo dei media.

Intendiamo la media education come lo studio dei rapporti tra il soggetto e i media, e in particolare possiamo individuarne quattro tipologie:

  • educazione per i media: qui l’attenzione si concentra sul soggetto e sulle sue modalità di utilizzo linguisticamente corretto dei media all’interno dei processi comunicativi;
  • educazione ai media: qui il focus è spostato sullo sviluppo di un pensiero critico riguarda ai contenuti mediali. In questo ambito si parla di alfabetizzazione ai media (media literacy) e competenze;
  • educazione con i media: qui l’oggetto di ricerca sono i media intesi come strumenti per il miglioramento dei processi di apprendimento dell’individuo;
  • educazione attraverso i media: lo scopo è utilizzare i media e le loro risorse all’interno delle diverse discipline per migliorarne l’apprendimento.

La media education viene definita dunque come quell’ambito delle scienze dell’educazione e della comunicazione che considera i media come risorsa integrativa per l’intervento formativo. Ha lo scopo di sviluppare nei giovani una comprensione e una visione critica circa la natura e le diverse tipologie dei media in cui possono incorrere. Inoltre, vuole offrire alle nuove generazioni non solo le chiavi per una maggior comprensione di questi strumenti, ma anche la formazione di nuovi operatori della comunicazione per una migliore qualità dei messaggi.

Alfabetizzazione mediale

In linea con questa prospettiva critica, colleghiamo la media education al concetto di alfabetizzazione mediale o literacy, definita come l’abilità di accedere, analizzare e valutare il potere delle immagini, parole e suoni con cui abbiamo a che fare nella vita quotidiana, così come l’abilità di comunicare adeguatamente utilizzandole in prima persona. 

Essa si può intendere in due maniere:

  • approccio funzionale: la media literacy fornisce agli individui delle conoscenze e delle competenze in grado di interpretare e utilizzare in maniera consapevole i media;
  • approccio critico: la media literacy sviluppa un linguaggio capace di descrivere i media e il contesto in cui nascono dal punto di vista sociale, culturale, politico ed economico. 

L’obiettivo ultimo è dunque quello di sviluppare sia una comprensione critica sia una partecipazione attiva da parte degli individui. Inoltre, consente ai ragazzi di interpretare e dare giudizi consapevoli come consumatori dei media, ma li rende anche capaci di diventare loro stessi, a pieno titolo, produttori di media, integrando abilità etiche e cioè appropriate ai vari contesti formali e non formali.

Approntare una lettura critica dei processi comunicativi presuppone anche occuparsi di alfabetizzazione digitale e di competenze. Bisogna avere abilità procedurali per saper usare gli strumenti, e abilità strategiche, ossia cognitive, per comprendere la retorica dei media e per saper leggere criticamente le informazioni da essi offerte. 

Il ruolo della scuola

Negli ultimi anni una svolta significativa nell’uso consapevole dei social media è stata compiuta dal Miur, introducendo la riforma della buona scuola. Si tratta di un incentivo per l’inserimento di strumenti digitali nelle scuole e la promozione di un’educazione ai media e un utilizzo di questi a supporto dell’apprendimento. Nella legge 107 si parla infatti di rinnovare la didattica, dando importanza alle nuove discipline proiettate verso il futuro: le competenze digitali. Questo non significa accantonare le materie tradizionali, ma potrebbe essere un’occasione per creare, nel presente, un ponte tra passato e futuro.

Il piano nazionale scuola digitale individua quattro ambiti, all’interno dei quali sono collocate le diverse azioni per raggiungere gli obiettivi del progetto. 

Il primo ambito riguarda gli strumenti: troviamo qui il tema dell’accesso alla rete, l’indirizzo Internet per tutti i plessi scolastici, la creazione di spazi e ambienti per l’apprendimento, identità digitale per ogni studente, in cui è collocata all’azione del registro elettronico il tema della comunicazione scuola famiglia attraverso le nuove tecnologie. 

Il Secondo ambito riguarda le competenze contenuti. Qui sono presenti le competenze degli studenti, il tema del digitale legato al mondo del lavoro e dell’imprenditorialità. 

Segue l’ambito della formazione del personale, e infine l’ambito che riguarda l’introduzione della scuola nella sfida dell’innovazione.

Riguardo al corpo docenti, viene introdotta la figura dell’animatore digitale, un docente che insieme al dirigente scolastico angolo strategico nella diffusione dell’innovazione a scuola. 

La scuola però si pone nei confronti della media education principalmente proponendo percorsi mediali a sostegno dell’insegnamento e di educazione con i media. Risulta meno frequente invece l’approccio tipico dell’educazione ai media, trattando esclusivamente le tematiche del cyberbullismo e delle fake news. 

Si dovrebbero invece incentivare gli insegnanti a svolgere attività di media education a livello interdisciplinare. Questo permetterebbe di dividere e trattare i vari aspetti specifici della tematica, incrociandola con ogni disciplina scolastica. 

Conclusioni 

Oggi esistono molte esperienze e sperimentazioni di una vera didattica digitale in cui i media non sono considerati solo come supporti, ma come ambienti significativi progettati per costruire artefatti maniera collaborativa.

L’idea di fondo è che la conoscenza sia il prodotto di un’intelligenza collettiva che avviene all’interno di ambienti di apprendimento significativi. Questo favorirebbe la condivisione e la creatività (approccio costruttivista). 

Un ruolo strategico lo riveste la progettazione di dispositivi didattici che tiene conto dei nuovi linguaggi digitali della loro complessità per finalità educative di apprendimento.

La media education è in linea con l’approccio costruttivista per quanto riguarda diversi aspetti. In primis, la produzione di forme di conoscenza collaborativa (dimensione tecnologica) l’attivazione di processi di insegnamento apprendimento (dimensione cognitiva), lo sviluppo di abilità di responsabilità sociale (dimensione etica dell’esposizione del sé e del confine tra spazio pubblico e privato).

Fonti

Autrice 

Mi chiamo Alessia Fascinato, sono laureata in Advertising e Marketing presso lo IUSVE di Mestre (Ve). Attualmente studio Web Marketing e Digital Communication presso il medesimo istituto. Il mio obiettivo è quello di laurearmi e lavorare nell’ambito della comunicazione digitale, con una particolare attenzione alla sfera etica.