Cosa significa FOMO?

 

Introduzione al fenomeno

Quanti di voi hanno sentito parlare di FOMO? Buona parte di voi probabilmente no, eppure è un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto tra gli under 45, e magari voi stessi ne siete più o meno consapevolmente affetti.
Il termine FOMO non è altro che l’acronimo dell’espressione inglese “Fear of Missing Out”, letteralmente “paura di mancare” o più volgarmente “paura di essere tagliati fuori”; la FOMO è una condizione psicologica emersa silenziosamente ma in maniera esponenziale a partire dai primi anni duemila grazie alla parallela diffusione dei social network.
La prima definizione di questa patologia come tale in ambito scientifico si attesta intorno al 2004, divenendo via via sempre più di uso comune e popolare anche online.

 

Una definizione di FOMO

Ma che cos’è quindi la FOMO? La FOMO è una sindrome ansiosa, talvolta ansioso-depressiva, causata dal senso di inadeguatezza conseguente al confronto con le vite degli altri sui social, quelle vite che sembrano sempre perfette, piene di feste, vizi e divertimenti che ci fanno sentire inferiori e tagliati fuori.
Oggi più che mai siamo costantemente bombardati da foto, video, post e stories di amici e non, questi contenuti non sono altro che dei momenti speciali che queste persone vogliono condividere con i propri followers, ma ci fanno percepire le loro vite come sempre perfette e piene di cose da fare. Se il sabato sera restiamo a casa e apriamo Instagram per controllare le storie dei nostri amici, la maggior parte di noi sarà pervaso da una sensazione negativa di tristezza, solitudine, rabbia e invidia; abbiamo l’impressione che, in confronto alle vite perfette degli altri, il nostro sabato sera passato soli sia sintomo di inadeguatezza, o di qualche mancanza per quanto riguarda la capacità di socializzare.
Questi sentimenti, soprattutto quando si protraggono nel tempo, possono portare i giovani a sviluppare delle forme d’ansia e depressione, facendoli entrare in un circolo vizioso dal quale è veramente difficile uscire.

 

Alcuni dati

Stando ai numerosi studi svolti negli ultimi anni, il 69% dei millennials ha provato almeno una volta la condizione di FOMO, ma il fenomeno si distribuisce equamente per sesso e fascia d’età. Il 56% degli utenti dei social dichiara inoltre di aver paura di perdere qualcosa di importante se passa troppo tempo lontano dalle piattaforme social. L’aumento costante della nostra frequenza di interazione con internet sta inoltre incrementando le dimensioni di questa problematica, basta pensare che quasi la metà degli utenti usa i social almeno due ore al giorno, aumentando notevolmente il carico cognitivo e informativo a cui siamo esposti.

 

La mia fobia

 

Le cause

Sono sempre stato un ragazzo normalissimo, socievole e con tanta voglia di divertirmi e conoscere persone nuove. Avevo approcciato il primo anno di università con il solito spirito positivo, anche se faticavo a costruire delle relazioni solide per via dei miei impegni (soprattutto lo sport) che mi costringevano a viaggiare di continuo, rinunciando alla classica “vita universitaria” che vivevano invece i miei vecchi amici delle superiori. È arrivata poi la pandemia, con il primo lockdown che mi ha costretto a rimanere ancora solo per parecchi giorni, lontano da amicizie e affetti stabili; per tutto questo tempo ho sempre provato un po’ di invidia per tutto quello che facevano i miei amici altrove, ho sempre avuto l’impressione che mi stessi perdendo risate, feste e divertimento negli anni più belli della mia vita. Lo vedevo proprio dai social: tutti i miei amici felici e sorridenti, sempre in posti e contesti meravigliosi mi facevano sentire come se non avessero più bisogno di me, facendomi sviluppare un costante sentimento di invidia e rabbia. Io non me ne rendevo conto, ma quest’ansia mi stava logorando lentamente.

 

Come ne sono uscito

È servita una psicoterapeuta per farmi aprire gli occhi sulla situazione surreale che mi ero creato, ed è stata lei per prima a farmi conoscere la FOMO e le sue conseguenze. Essendo ora in grado di osservare la situazione da fuori con maggiore oggettività mi è facile capire il ruolo negativo che hanno giocato i social sulla mia salute mentale, resa particolarmente debole dalla situazione in cui mi trovavo. Non riuscivo a distinguere le vite reali da quelle mostrate sui social, vedevo solo quei momenti felici e perfetti ritagliati ad hoc e condivisi con il mondo, senza guardare ai tanti momenti felici che anch’io vivevo (e condividevo); questi mi sembravano non essere mai abbastanza, volevo sempre di più, volevo far vedere agli altri che potevo divertirmi anche senza di loro, nella speranza di convincermi che non fossi io a perdermi i loro momenti, ma loro a perdersi i miei. Esserne uscito rappresenta per me una delle vittorie più importanti della mia vita, e sono convinto che l’aiuto psicologico offerto dai professionisti sia l’unico modo per chi ne soffre di riuscire a ritrovare una vita veramente felice.

 

Come i social influenzano la nostra salute

 

Le origini

I social network nascono ufficialmente nell’ormai lontano 1997 con SixDegrees, un primo rudimentale social basato sulla teoria dei sei gradi di separazione di Milgram che consentiva di creare gruppi di amici virtuali sulla base di conoscenze o interessi comuni. Da quella novità i social sono diventati un elemento costante delle nostre vite: MySpace, Facebook, Youtube, Twitter, Instagram e ora Tiktok (solo per citarne alcuni). Inizialmente concepiti come uno strumento rivolto all’unione sociale e allo sviluppo di relazioni, i social diventano sempre più un contesto all’interno del quale si sviluppano meccaniche di competizione e gelosia, dettate da quell’unico elemento che rende i social così accattivanti: il like.

 

La trappola del like

Il like, così come il numero di amici o followers, riesce a fornire una misura oggettiva di quanto noi e i nostri contenuti siamo popolari, mettendoci in competizione diretta con gli altri utenti, inclusi i nostri amici e conoscenti. Si genera una competizione perpetua e inarrestabile per, se non cercare di essere il più popolare tra i nostri conoscenti, almeno raggiungere un livello soddisfacente di seguaci tale da non essere considerati degli “sfigati”.
La continua ricerca della soddisfazione dei bisogni di stima e appartenenza definiti da Maslow porta all’attivazione dell’attività dell’amigdala, tipicamente associata a manifestazioni di rabbia e paura, che a lungo andare possono generare ansia. Le persone si rifugiano nei social per colmare il loro senso di solitudine e così innescano un meccanismo ciclico sempre più forte, che aumenta considerevolmente il tempo di utilizzo delle piattaforme, sacrificando tempo utile alle attività “reali” e alimentando la FOMO con contenuti sempre più numerosi.

 

Le conseguenze

Le conseguenze non si fermano sulla nostra psiche, ma colpiscono anche il corpo: oltre alle somatizzazioni degli stati ansiosi e gli attacchi di panico, il solo uso prolungato dei social può portare allo sviluppo di una postura scorretta, con danni all’apparato scheletrico e dolori ai muscoli di collo, schiena e mani, ad un peggioramento della vista dovuto all’esposizione costante alla cosiddetta “luce blu”, all’introduzione di uno stile di vita sedentario con l’aumento del rischio di obesità e di danni al sistema cardiovascolare e, nei casi più difficili, anche allo sviluppo di disturbi alimentari.
Il sovraccarico cognitivo causato dal tempo passato sui social, specialmente nei soggetti iperattivi (ADHD) può inoltre causare una diminuzione della soglia di attenzione e a deficit nella concentrazione degli utenti.

 

Un limite difficile da rispettare

Sarebbe dunque opportuno mantenere la soglia di utilizzo giornaliero dei social sotto i 30 minuti al giorno, per non incorrere negli effetti psicofisici negativi dovuti al loro utilizzo ed evitare di farci fagocitare da un vortice di dipendenza. Ovviamente siamo ben consapevoli che rimanere al di sotto di questa soglia è estremamente difficile, soprattutto per i giovani, ma è importante conoscere il rischio di incorrere in problematiche legate all’utilizzo dei social, che è estremamente alto e interessa tutti noi.

 

Conclusioni

La FOMO è un fenomeno noto ormai da anni alla comunità scientifica, estremamente diffuso tra i giovani ma di cui si parla ancora troppo poco. Le conseguenze fisiche e psicologiche delle problematiche conseguenti all’utilizzo dei social saranno sempre più argomento d’interesse di medici e scienziati, i quali sono al momento scarsamente informati su come identificare e trattare questa problematica. Sicuramente i social sono qualcosa che è e sarà sempre più presente nelle nostre vite, e dobbiamo fare tesoro di tutte le opportunità che questi offrono, ma è innegabile l’esistenza di tutte le problematiche correlate all’utilizzo degli stessi. La realtà presentata sui social, così perfetta e felice, è solo una piccola fetta della vita vera delle persone che seguiamo, le quali sicuramente non ci tengono a mostrare al mondo pianti, delusioni e momenti di solitudine nonostante li vivano normalmente. Gli utenti dei social devono essere consapevoli di questo, devono essere in grado di distinguere il mondo “vetrina” del digitale da quello reale; per fare ciò servirebbero istruzione e formazione, per rendere consapevoli le persone del contesto nel quale sono immerse. Ovviamente sarà impossibile ricevere interventi d’appoggio da parte dei colossi dei Social, i quali sono ovviamente interessati a mantenere l’utenza più attiva possibile sulle loro piattaforme, ma i mondi di scienza, istruzione, medicina e informazione potrebbero e dovrebbero fare di più, prima che chissà quanti altri giovani finiscano vittime delle fine vite social.

 

Biografia

Mi chiamo Gabriele, sono uno studente universitario di 22 anni. Amo lo sport, i viaggi e la vita, ma anch’io come molti altri giovani sono stato in cura per aver sviluppato la FOMO durante la pandemia. Uscirne mi ha aiutato a capire meglio ciò che genera e alimenta questo fenomeno così poco conosciuto ma estremamente diffuso.

Related Posts