Come ci approcciamo all’utilizzo dei device tecnologici?

Il progresso tecnologico sta apportando significativi cambiamenti all’interno della vita sociale ed economica del genere umano.
Non si prova meraviglia, non ci si stupisce più nel vedere un robot ad intelligenza artificiale interloquire con una persona e troviamo scontato chiedere al nostro assistente digitale, inserito all’interno dei nostri smartphone, le previsioni meteorologiche di domani.
Stiamo assistendo, anzi agiamo come soggetti partecipi, ad un processo inarrestabile all’interno di una nuova era: l’era dei Big Data.
Il termine Big Data non può essere rappresentato e descritto meramente come l’insieme dei dati esistenti all’interno della rete ma fa parte di una concezione sistematica ben più ampia. Secondo gli studiosi Weinberg, Davis e Berger, il termine identifica una fase o un’era in cui risultino centrali i dati utilizzati assieme alle nuove logiche di analisi e non una singola tipologia tecnologica.
Le statistiche relative al gennaio 2018 rilevano un incremento nell’utilizzo di internet del 7 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sul totale della popolazione mondiale, di 7593 miliardi di persone, 4 miliardi usufruiscono della rete internet e l’Europa registra il tasso percentuale maggiore di penetrazione, del 90 per cento, su scala mondiale.
Il rapporto con i dispositivi tecnologici negli ultimi anni è variato considerevolmente: 4 miliardi di utenti sono connessi tramite smartphone, i device registrati sono 8 miliardi e il 57 per cento delle connessioni totali avviene tramite mobile. Questi risultati sono molto significativi in quanto ci indicano la strada intrapresa dal flusso di dati e di informazioni verso un nuovo modo di fare comunicazione, orientato maggiormente ad essere fruibile velocemente, su dispositivi di medio-piccola grandezza; ma soprattutto indica un maggior tempo di utilizzo e di connessione in ogni momento della giornata.
Dal 2009 l’utilizzo del traffico internet su mobile è aumentato del 51 per cento e questo risultato è stato possibile grazie alle infrastrutture e all’innovazione delle reti internet le quali hanno permesso il raggiungimento di una velocità di traffico, appartenente alla quarta generazione di tecnologie, in grado di connetterci e utilizzare applicazioni multimediali avanzate per lo scambio di dati con un’elevata trasmissività.
Come spiegare questo aumento di traffico internet? Siamo immersi in un contesto sociale e tecnologico all’interno del quale, in ogni momento, vengono prodotti dati con differente tipologia, genere e formato; siamo circondati da sensori che sfornano continuamente dati e ne produciamo a nostra volta navigando senza neanche accorgercene. Tutto il sistema tecnologico è proporzionato per consentire lo scambio di enormi quantità di dati che in effetti avviene.
Tutti i dispositivi dei quali usufruiamo ogni giorno possiedono sensori che, se connessi alla rete, hanno la potenzialità di inviare innumerevoli informazioni ad altri dispositivi.
Non si delinea solamente una scena circostanziata del fenomeno relativo ai dispositivi personali ma grazie alle innovazioni tecnologiche portate in essere fino ad oggi si è potuto instaurare un dialogo “machine to machine”.

Le macchine “parlano” fra loro ma cosa si “dicono”?
Nel 1995 “Siemens AG”, produttrice di componentistica elettronica, introdusse in azienda un reparto all’interno del quale le macchine riuscivano a comunicare fra loro su reti wireless ottenendo così il linguaggio machine to machine, passaggio fondamentale per l’IoT.
Nel 1999 Kevin Ashton in una sua presentazione presso la “Procter & Gamble”, azienda leader nel settore chimico, introduce il neologismo Internet Of Thing ed è qui che prende inizio il vero e proprio IoT.
Come già accennato in precedenza la quantità di dati di cui la rete oggi dispone è esorbitante, è possibile constatare la crescita di una variabile in riferimento ad un certo lasso di tempo.
Per avere alcuni esempi esplicativi possiamo riportare i dati in tempo reale, dal sito www.worldometers.info  nel periodo di un solo minuto: il contatore relativo al denaro speso nell’acquisto di sostanze stupefacenti varia di quasi un milione di dollari (da 24.388.161 a 25.116.857); oppure prendendo in considerazione il contatore relativo alle sigarette fumate, notiamo una variazione di circa 11 milioni di pezzi (da 426.569.401 a 437.433.718) e ancora possiamo rilevare la quantità di email scambiate pari a circa 183 milioni (da 8.139.242.137 a 8.322.236.252).
La quantità di dati che la rete raccoglie ogni secondo è estremamente elevata, per questa ragione è stato indispensabile affidare il loro calcolo a macchine che, grazie all’intelligenza artificiale e ad algoritmi studiati appositamente, siano in grado di aiutare l’essere umano nella raccolta e nell’analisi di questa vastità di dati.
L’IoT ha rivoluzionato, inevitabilmente, il rapporto uomo-macchina; la rete diventa un ambiente “abitabile” all’interno del quale i dispositivi (smart objects) ricevono, immagazzinano, scambiano ed elaborano dati grazie ai quali hanno la potenzialità di produrre una mappa digitale e fedele del mondo reale.

Filosofia e tecnologia unite insieme da due elementi comuni: il sapere e il potere
Se in precedenza i dati erano considerati una fonte di poterea disposizione solo di pochi, come enti politici e governativi, ora l’enorme potenziale che costituiva una loro prerogativa esclusiva è stato reso fruibile anche ai non addetti ai lavori; per esempio anche al privato cittadino che voglia monitorare l’engagementdella propria pagina webin maniera autonoma, grazie a piattaforme come Google Analytics.
“Dalla loro torre d’avorio, statisti, sociologi, ed econometri vegliavano a che l’esistenza delle misure non influenzasse il comportamento dei «misurati»”sono queste le parole che Cardon espone nel suo testo “Che cosa sognano gli algoritmi” a riguardo di questo fenomeno in evoluzione; prosegue scrivendo “Più che a conoscere la realtà, tali indicatori mirano a «guidare i comportamenti» degli individui affinché la trasformino”.
Comprendiamo che, con il trascorrere del tempo, si sia ottenuto un capovolgimento di prospettiva; se dapprima i dati erano tesi a monitorarela situazione e i risultati delle successive analisi erano manifesti solamente agli esperti ora l’intera popolazione è a conoscenza anch’essa dell’esito derivante dall’osservazione dei dati. Inevitabilmente si determina così il fenomeno dovuto al fatto che il singolo si senta “osservato” modificando il suo comportamento di conseguenza.
Possiamo qui citare il filosofo e sociologo Michel Foucault i cui studi possono essere ricondotti al fenomeno sopra introdotto.
Il Foucault, da sempre critico nei confronti della società moderna, nel 1975 scrive il saggio “Sorvegliare e punire: nascita della prigione”, all’interno del quale analizza e decostruisce la struttura del potere moderno. Il potere come da lui esposto, non solamente all’interno di quest’opera, non costituisce la visione comune (nella quale il potere fluisca dall’alto e dal vertice delle istituzioni) ma piuttosto esprime il concetto di “potere-sapere” il quale non si compone di un’entità definita e strutturata ma circola, è liquido all’interno dell’intera società.
Nella visione propria di Foucault, per l’omogeneità costituita da questo potere, ogni rapporto sociale è un rapporto fra chi detenga un sapere e chi ne sia privo: tra il datore di lavoro e i suoi dipendenti, tra il maestro e i suoi allievi oppure tra gli utenti in rete e le grandi multinazionali statunitensi.
All’interno della sua opera, citata poco prima, il filosofo riprende la struttura carceraria ideale progettata da Jeremy Bentham quasi due secoli prima: il Panopticon; termine in lingua inglese, composto da «pan» e «opticon» ovvero visto da tutti.
Il Panopticon è composto da una struttura circolare avente all’interno tutte le celle rivolte verso un’unica torre centrale dalla quale viene irradiata una potente luce; essa permette di controllare tutte le celle ma impedisce a chi vi fosse all’interno di scorgere la presenza di eventuali osservatori presenti nella torre. In particolare non permetteva nemmeno di avere contatti con reclusi delle altre celle.
Questa figura architettonica non era stata ideata con lo scopo finale specifico di costituire un carcere ma poteva essere utilizzata anche per altre attività come ad esempio quella scolastica oppure quella manicomiale.
“Di qui, l’effetto principale del Panopticon: introdurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicuri il funzionamento automatico del potere. Far si che la sorveglianza sia permanente nei suoi effetti, anche se è discontinua nella sua azione; che la perfezione del potere tenda a rendere inutile la continuità del suo esercizio; che questo apparato architettonico sia una macchina per creare e sostenere un rapporto di potere indipendente da colui che lo esercita; in breve che i detenuti siano presi in una situazione di potere di cui sono essi stessi portatori”.
Foucault li ha denominati “soggetti assoggettati” poiché non potendo essi conoscere il momento in cui venissero osservati, erano tenuti a mantenere sempre un comportamento adeguato. Poi continua scrivendo “un assoggettamento reale nasce meccanicamente da una relazione fittizia. In modo che non sia necessario far ricorso a mezzi di forza per costringere il condannato alla buona condotta, il pazzo alla calma, l’operaio al lavoro, lo scolaro allo studio, l’ammalato all’osservanza delle applicazioni”.
Questo excursus ci ha permesso di creare un collegamento filosofico il cui concetto basilare, anche se appartenente ad un ambiente di realizzazione diverso da quello relativo alle innovazioni tecnologiche, rimane il medesimo.
I Big Data riescono così a profilare ognuno di noi tramite l’insieme delle tracce lasciate in seguito alla navigazione sul web, veniamo osservati e profilati, nessuno può nascondersi per evitare di essere tracciato. È sufficiente acquistare qualsiasi prodotto utilizzando come metodo di pagamento una carta di credito, oppure effettuare ricerche su Google, per donare innumerevoli indizi conseguenti al nostro passaggio.

L’economia del dono. Ecco come regaliamo i nostri dati.
La rete internet ci permette attualmente di esaudire ed approfondire ogni nostra esigenza in conoscenza e servizi, viviamo infatti nella società all’interno della quale l’informazione ha già raggiunto la sua fase matura: ognuno di noi da per scontata la possibilità di usufruire di notizie e aggiornamenti ogni qualvolta lo desideri.
Le informazioni e la loro accessibilità quindi sono disponibili in maniera gratuita, ma è proprio così? Luciano Floridi, professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’Informazione presso l’Università di Oxford, nell’aprile del 2016 ha tenuto una conferenza nell’ateneo ferrareseattraverso la quale espone in modo esemplare la logica che stia alla base dell’economia del dono, descrivendo la realtà attuale presente sul web.
Le informazioni presenti sulla rete sembrerebbero gratuite e quindi costituirebbero un “dono” verso chi ne usufruisca, ma il dono in quanto tale non presuppone nulla in cambio. Questa logica determina due importanti conseguenze: non avere diritto di replica la prima, poi essendo il destinatario mero utente esso non ha la possibilità di esercitare nessuna fattispecie di diritto sul servizio offerto, né come cittadino né come cliente.
Sembrerebbe paradossale sostenere che nell’era dell’informazione per antonomasia essa non sia libera, ma ci occorre rendere nota l’esistenza di un vero e proprio business dell’informazione; il Professor Floridi parafrasa Orwelled il suo celebre testo “1984” dicendo: “Chi controlla le domande dà forma alle risposte e chi controlla le risposte dà forma alla realtà”.
Riprendiamo anche qui il concetto di “potere” ma con un’accezione diversa rispetto all’esposizione precedente.
Il controllo può essere esercitato sugli eventi, sulle persone, oppure su oggetti, ma ben diversa è la situazione in seguito alla quale il controllo venga effettuato sulle “informazioni” relative ad eventi, persone o cose, quindi sulla vera e propria generazione di notizie.
Il punto centrale per comprendere come venga esercitato il potere su un dono, il quale come dicevamo è proposto in modalità gratuita, può essere manifestato tramite l’esempio in cui un archivio online fosse disponibile esclusivamente effettuando accedendo a Google; eliminando l’accesso a Google l’archivio non sarebbe disponibile e si annullerebbe l’esistenza dello stesso.
Attraverso questa modalità si regola l’accessibilità alle informazioni, le quali sono gestite in maniera quasi totale dai grandi colossi del web e social media denominati “I Four”: Google, Facebook, Amazon e Apple.
Ma il “potere” del quale stiamo trattando richiede ingenti somme di denaro per esercitare la propria influenza, come e da chi viene finanziato?
Il meccanismo è insito nell’economia del dono che abbiamo già descritto, chiamata anche Gift Economy, grazie al quale abbiamo la possibilità di iscriverci gratuitamente alle piattaforme social network, di effettuare ricerche nel web, di monitorare le nostre pagine web ed anche analizzare dati, il tutto senza conferire denaro.
Come contropartita cediamo gratuitamente l’enorme quantità di dati che mettiamo a disposizione dei “Big Tech”, sui quali perdiamo ogni controllo.
L’economia del dono deve la sua realizzazione ai fondi provenienti dalla vendita di pubblicità online, ma spieghiamo meglio questo aspetto. I negozi fisici, con l’obiettivo di pubblicizzare i propri prodotti, investiranno denaro in pubblicità e attraverso quest’azione l’analogico finanzia il digitale; all’interno del web la concorrenzialità si manifesta a livelli smisurati e di conseguenza per ottenere visibilità da parte degli utenti sarà necessario, per i negozi, investire sempre una quantità maggiore di fondi in pubblicità.
Il sistema dell’economia del dono ha stabilità solo grazie all’esistenza delle inserzioni poiché solo attraverso questa modalità il sistema si rende indipendente dagli enti legislativi. Se vigessero norme riguardanti le relazioni commerciali, sulla gestione delle informazioni personali, gli utenti diventerebbero cittadini e come tali acquisirebbero diritti come ad esempio quello alla gestione dei propri dati e non affluirebbero i finanziamenti stanziati dalle aziende per la pubblicità.

Questa riflessione ci fa comprendere come i dati siano divenuti il nuovo petrolio, alla stregua delle  nostre informazioni personali, sensibili, oggi vera risorsa da tutti sfruttata.

Arianna Ferioli