L’avvento del digitale

Negli ultimi 50 anni, la vita degli esseri umani è stata stravolta e ma ancge arricchita da una grande rivoluzione: la nascita di Internet.
Per comprendere al meglio questo fenomeno che ha cambiato profondamente il nostro modo di vivere, dobbiamo prima però comprenderne le radici e le origini.
Internet non nasce come l’Internet che conosciamo oggi, ma nasce come Arpanet, dal nome dell’agenzia di ricerca americana che l’aveva progettata (l’Arpa: Advanced Research Project Agency).
Solo nel 1983 la rete comincerà ad essere chiamata Internet, ma in Italia il primo collegamento ad Internet avverrà solo il 30 aprile 1986.
Ma qual era la necessità che ha spinto l’uomo a creare una rete globale di comunicazione?
Inizialmente la rete nacque per scopi puramente militari.
Il Dipartimento della Difesa statunitense, collaborando con università americane, creò una rete di computer che garantiva una condivisione sicura e veloce di dati e informazioni.
Nel tempo poi questa rete venne estesa anche ad uso universitario, istituzionale e per scopi di ricerca, fino ad arrivare agli anni ’90.
Proprio in questo periodo nacque il concetto di World Wide Web, grazie a Tim Berners-Lee, oggi considerato il padre fondatore della rete.
Nel giro di pochissimi anni poi, la rete era a disposizione di tutti, divenne quindi uno strumento comune da utilizzare dove, come e quando ogni utente lo desiderava.
Questo passaggio segna un concetto importante nella cultura di Internet: il potere viene scomposto e distribuito alla gente.
Abbiamo un computer su ogni scrivania, un oltremodo fatto di pagine web in cui chiunque può gratuitamente creare, condividere, monetizzare e collegarsi con altre persone.
L’immaginario percepito era che tutto il sapere del mondo fosse raccolto in un’enciclopedia scritta collettivamente da tutti gli uomini.
Se proviamo a pensarci, tutto questo fu completamente rivoluzionario. Fino ad allora per poter accedere alle informazioni ogni persona doveva svolgere ricerche in manuali, libri e documenti.
Ma tutto ciò richiedeva ovviamente molto tempo e molto sforzo mentale.
Risulta evidente come il collegamento tra persone sia sempre più fondamentale in questo processo.
Grazie ad Internet e ai nuovi strumenti che ne permettevano l’utilizzo, abbiamo assistito ad una nuova relazione, ad un nuovo rapporto di pura complicità: uomo-tastiera-macchina.
Questa relazione era più che altro una nuova postura fisica, ma anche mentale.
Implicava un rapporto stretto con le macchine, la possibilità di doversi affidare a loro per poter scoprire, comprendere e accedere al mondo.
Di li a poco, abbiamo iniziato ad intravedere un futuro vicino in cui l’essere umano avrebbe esteso sé stesso, diventando dipendente dagli strumenti di comunicazione come mai lo era stato fino ad allora.
La conoscenza e il sapere sono ormai “a portata di mano”, più precisamente nelle nostre mani, attraverso la nuova protesi del nostro braccio: lo smartphone.
Più precisamente la nascita dello smartphone viene inserita nella linea del tempo grazie ad un avvenimento ben preciso. Il 9 gennaio 2007 Steve Jobs presentò il primo iPhone a San Francisco.
Questa presentazione rimase nella storia, non tanto per il dispositivo innovativo che Jobs teneva in mano, ma perché non parlò di teorie o concetti prettamente scientifici, ma fece vedere semplicemente un tool.
In quel telefono si intravedeva la struttura logica di un videogame e venne perfezionata la struttura uomo-tastiera-schermo.
venne poi sancita la superficialità come casa dell’essere, e si vide un piccolo spiraglio del concetto di post-esperienza.
Come disse Stewart Brand “Puoi provare a cambiare la testa delle persone, ma stai solo perdendo tempo. Cambia gli strumenti che hanno in mano, e cambierai il mondo”, e così fece Jobs.
Quando Steve Jobs scese dal palco, qualcosa nella società e nel mondo era già profondamente cambiato.
Il mondo cambia definitivamente l’approccio all’esperienza di Internet, che divenne sempre più reale, popolare e tangibile.
Ad oggi possiamo affermare che l’iPhone è l’apparecchio che più di ogni altro dispositivo ha connesso gli esseri umani.
Il suo creatore capì la necessità di dare alle persone uno strumento con il quale poter maneggiare, vivere e cominciare all’interno dell’ecosistema digitale. In quegli anni infatti si stava assistendo alla diffusione dei social network, dei blog e del Web 2.0.
Se ci pensiamo bene, con il passare degli anni, lo smartphone ed internet sono diventati sempre più indispensabili nelle nostre vite, e ad oggi farne a meno è pressoché impossibile.
Internet ci aiuta a svagarci, nel lavoro, per connetterci con amici o parenti lontani, per prenotare i nostri viaggi, per reperire informazioni utili, per condividere foto e video nei nostri social network preferiti,…
Non possiamo più considerarli come una protesi del nostro corpo, ma come una parte che nel tempo si è sedimentata in esso.

The million dollar page

Fin dai primi anni del 2000, abbiamo assistito ad innumerevoli tentativi di sfruttare e cogliere le potenzialità che la rete offriva.
Il primo che voglio citare è “The million dollar page”, un’idea tanto semplice quanto efficace.
Alex Tew era uno studente universitario che nel 2005 decise di creare una pagina composta da un milione di pixel. Questi potevano essere acquistati da chiunque, al prezzo di 1$ ciascuno, per raggiungere la somma di denaro necessaria per pagare gli studi universitari.
La piattaforma si presentava come come una pagina web organizzata come una scacchiera e sviluppata come una grafica molto semplice e lineare.
La pagina era ricchissima di stimoli visivi per l’utente, un mix di grafiche scintillanti, che da subito catturarono l’attenzione delle persone che incuriosite andarono a visitare la piattaforma.
Nel giro di poche settimane, grazie anche un forte passaparola generato dall’iniziativa disruptive e dall’impresa di uno studente bisogno di pagarsi gli studi, il sito raccolse 1000 dollari.
Quando il sito raggiunse 999.000 pixel venduti, Alex decise di mettere l’ultimo blocco di pixel all’asta su eBay – un astro nascente delle dot-com – e in pochi giorni ricevette numerosissime offerte.
Ad oggi questa piattaforma esiste ancora, e racchiude il simbolismo di un cimelio, una fonte storica intoccabile che ha segnato la storia del web.
Ancora una volta Internet ha dato modo all’uomo di sfruttare la possibilità di collegarsi con altre persone per trarne beneficio.

“Yes, you. You control the information age”

Nel dicembre 2006, la rivista Time come ogni anno elesse la persona dell’anno, e fin qui nulla di nuovo.
Ma la vera e propria rivoluzione fu effettivamente chi era la persona eletta, ovvero “You”, tu, ognuno di noi si sarebbe riconosciuto in quel you.
La frase che consacrò noi tutti come persona dell’anno fu molto rivoluzionaria: “Yes, you. You control the information age. Welcome to your world”.
La rivista in modo molto disruptive diede importanza ad un fenomeno che stava modificando il nostro mondo: l’impatto delle tecnologie digitali messe a disposizione delle persone.
Noi tutti potevamo essere il contenuto della nuova era del web e allo stesso tempo avevamo finalmente gli apparecchi per il controllo dell’informazione.
Possiamo affermare che l’espressione di benvenuto all’interno del nostro mondo permise di comprendere la portata rivoluzionaria di questi nuovi strumenti pur senza conoscerne a fondo le logiche e il funzionamento.
Ognuno di noi è il protagonista, ognuno di noi può collegarsi con le persone dove, come e quando vuole.
Le piattaforme nate per supportarci nella vita quotidiana stavano aumentando il loro potere e la loro popolarità, smontando pezzo dopo pezzo il nostro modo di essere per ricostruirlo poi grazie ad articoli, post e contenuti.
Già nel 2006 le persone erano ormai omnipresenti sul web, ma anche attive ed elettrizzate dal potere a loro concesso.

 

Wal-Marting across America

Un altro avvenimento che mi sento di portare come dimostrazione delle potenzialità del web è il famoso blog “Wal-Marting across America”.
Siamo sempre nel 2006, e il colosso dei rivenditori americano Wallmart fece la sua prima apparizione si internet con il blog sopra citato, che in poco tempo sarebbe poi diventato uno dei primi casi di astrosurfing (pratica di mascherare gli sponsor) della storia.
Tutto inziò con Laura e Jim, i protagonisti di questa narrazione, i quali scoprirono che la catena Walmart offriva il parcheggio notturno gratuito per i camper.
Colpiti da questa concessione, decisero di intraprendere un viaggio in camper per risparmiare, sfruttando il parcheggio gratuito della catena.
La coppia decise di documentare il proprio viaggio in un blog, inserendovi anche un resoconto giornaliero di storie positive sui dipendenti che lavoravano in questi grandi negozi, esprimendo sempre giudizi positivi.
Ma poco dopo sfociò lo scandalo: si scoprì che la catena Walmart oltre a finanziare economicamente il viaggio dei due, pagò la coppia per pubblicare post e articoli positivi riguardo la compagnia stessa.
Lo scandalo divampò molto velocemente, grazie anche alla notorietà del marchio Walmart, e la compagnia fu costretta a scusarsi pubblicamente, cercando di rimediare al danno d’immagine che si era autoprocurata.
In questo contesto storico vediamo come i blog siano delle piattaforme che hanno anticipato la nascita dei social network.
Erano uno strumento che mutò gli equilibri dal punto di vista informativo, diventando strumenti di brand awareness.
Le aziende in particolare, videro nei nuovi blogger la possibilità di farsi pubblicità a costi molto bassi, con la possibilità di essere veramente credibili.
I contenuti pubblicati infatti erano considerati autentici e veritieri, proprio perché derivano da persone comuni.

 

There’s a plane in the Hudson

L’ultimo esempio che sicuramente merita di essere citato è il famoso episodio avvenuto vicino al fiume Hudsun “There’s a plane in the Hudson”.
Il 15 gennaio 2009, Janis Krums pubblicò una foto scattata con il suo iPhone del soccorso dei passeggeri vittime dell’ammaraggio sul fiume Hudson, utilizzando il servizio di condivisione foto di Twitter.
Janis condivise il suo scatto con i propri 170 follower, e nel giro di pochi minuti la sua foto si diffuse, facendola diventare l’immagine più utilizzata da tv, media, e telegiornali a testimonianza dell’accaduto.
Proprio questa sua azione, svolta in modo molto spontaneo, consacrò Twitter come strumento a servizio dell’informazione, che permetteva a tutti di esprimersi con immediatezza, in ogni luogo ed in ogni tempo.
Twitter esplose come social network diretto, sintetico, con un alto tasso di coinvolgimento, che rispondeva alla domanda “what’s happened?”, e con poche parole permette di esprimersi senza annoiare.
Proprio la possibilità di condividere informazioni e file multimediali in real time è un altro elemento fondamentale a cui l’avvento del digitale ci ha permesso di accedere, bypassando qualsiasi limite di spazio e tempo.

Conclusioni

Oltre a tutte le opportunità che internet ci ha offerto e continua ad offrirci, dobbiamo evidenziare anche le criticità che ne derivano.
Proprio a questo proposito devo citare un concetto coniato da Floridi, che spiega in modo essenziale ma efficace la condizione che ad oggi la maggior parte delle persone nel pianeta Terra stanno vivendo: l’era dell’Onlife.
Onlife è un termine che fa riferimento alle esperienze vissute mentre siamo attaccati a dispositivi e ambienti digitali e interattivi. Ovviamente tutto ciò è caratterizzato dalla mancanza di una distinzione netta tra ciò che è reale e ciò che è virtuale.
Forse non ce ne accorgiamo, ma è sempre più complesso distinguere la nostra vita digitale da quella reale.
Più che l’aver a disposizione i mezzi, però, sono comportamenti e abitudini che questi abilitano a rendere le esistenze degne di essere vissute onlife.
Studi e ricerche che hanno provato a indagare cosa fanno gli utenti in Rete o cosa succede in un minuto di Internet.
Non sorprende che soprattutto le generazioni di nativi digitali abbiano imparato a gestire e integrare vita ed esperienze reali e vita ed esperienze virtuali.
Ma poniamoci una domanda: tutto questo ci preoccupa?
La mia risposta personale è si, mi preoccupa molto.
Per giustificare questa mia risposta mi sento di riportare di seguito alcuni esempi.
Prendiamo la guida autonoma: stiamo progettando le città con corsie dedicate alle macchine robot, questa è la  dimostrazione che troppo spesso siamo noi ad adattarci alla tecnologia e non il contrario. In secondo luogo l’autonomia nelle nostre decisioni. Scegliamo l’albergo, la musica da ascoltare, il vestito da comprare o il film da guardare in base ai consigli di un algoritmo in una costante erosione dell’autonomia individuale.
Per questo dovremo cercare di ritagliare dei momenti di pausa dalle tecnologie, anche se risulta difficile visto che ogni stanza della nostra casa presenta un dispositivo digitale per noi essenziale.
Collegarsi con le persone è importante, forse essenziale ad oggi, l’importante è non perdere mai se stessi.
Quello che possiamo augurarci per il nostro futuro e per le generazioni future, è che il digitale non sostituisca completamente l’uomo.
L’uomo deve servirsi del digitale, non viceversa.

 

Fonti

N. Cappelletti, Digital Caos, 2019, Dario Flaccovio Editore
A. Baricco, The Game, 2018, Einaudi
Y.N. Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, 2018, Bompiani

 

AUTORE

Ciao sono Beatrice Rosolen, alle spalle ho una laurea in Design del Prodotto Industriale conseguita all’università ISIA di Roma.
Attualmente sto ultimando il mio percorso di laurea magistrale in Web Marketing e Digital Communication presso IUSVE a Verona.
Mi ritengo una persona determinata, positiva e ambiziosa.
Amo l’arte in tutte le sue forme, dalla pittura alla moda, dal design al cinema.