Come cambiano le relazioni affettive nell’era dell’onlife

La nascita dello smartphone e la conseguente possibilità di collegarsi sempre ed ovunque ad una rete Internet, ha trasportato la nostra società all’interno dell’ “onlife” (L. Floridi), una vita in cui offline e online non sono più differenziati ma coesistono in un ecosistema che li vede contaminarsi vicendevolmente.
Le caratteristiche che emergono da un’iperconnessione costante, si riassumono principalmente nella velocità di interazione e nella possibilità di una comunicazione a distanza, ma fanno affiorare anche alcuni effetti collaterali, come la fretta e la superficialità delle conversazioni, il prevalere di anonimato e finzione nella realizzazione dei nostri profili, in aggiunta ad un overload informativo che ormai uccide la nostra attenzione.
Una conseguenza diretta e pervasiva è la frammentazione del reale, la situazione odierna in cui il tempo perde la propria tradizionale logica lineare e sequenziale occidentale, portandoci a vivere in un arco temporale proiettato al perenne presente perché scomposto in scatti istantanei focalizzati sul singolo momento.

Tutta la nostra quotidianità è stata contaminata dal virus del digitale – oramai diventato endemico – che ha infettato, soprattutto, il nostro modo di aprire, coltivare e chiudere le relazioni.
Per conoscere qualcuno da frequentare non è più indispensabile partecipare ad eventi, avere una cerchia di fedeli conoscenti, affinare le proprie tecniche di flirt, lavorare sulla propria presenza o imparare a sfidare la propria timidezza, basta sbloccare l’iPhone e si è capaciti di fare tutto questo comodamente dal proprio divano.
Per restare in contatto con la persona che frequentiamo, inoltre, diventa tutto più facile, immediato e veloce: non conosciamo più i lunghi tempi d’attesa per la ricezione di una lettera e non dobbiamo spostarci per recarci in una cabina telefonica per fare una chiamata.
Ma tutto ciò, che conseguenze ha nella nostra socializzazione?

L’avvento dei social network, i quali hanno guadagnato un ruolo sempre più impattante all’interno delle nostre vite da ormai vari decenni, ha permesso alle persone di aprirsi all’altr* e di entrare in contatto con chiunque indipendentemente dal tempo e dallo spazio. Effetto positivo, citato da B. Wellman, e racchiuso all’interno del concetto di “individualismo di rete”, sinonimo di una fluida libertà digitale che porta allo sviluppo di un’identità personale più complessa ed articolata.
Contemporaneamente, come afferma G. Lovink, i social ci chiudono in una solitudine assoluta privandoci della presenza altrui, che ora diventa mediata dai devices. Dunque, in quanto deviata da dispositivi di connessione (gadget), questa comunicazione ci preclude il rapporto con gli altri.
Inevitabilmente, a questo filone di pensiero, si aggrapperà anche la studiosa S. Turkle con la pubblicazione del suo libro “Alone together” (2011), in cui vuole evidenziare le conseguenze negative di questa nuova (non)società.
Il digitale è un mondo talmente immersivo, in cui siamo sempre connessi (always on), ma in cui realmente non stiamo davvero interagendo con qualcuno: la differenza sostanziale tra una comunicazione cartacea e una digitale sta nell’aspettativa della risposta. Nello scrivere una lettera non sussiste il sentimento costante per cui il ricevente debba dare una risposta immediata, presupposto invece presente nel digitale, in cui l’aspettativa di un feedback istantaneo sta alla base dell’invio dello stimolo. Dunque, nella creazione di un contenuto online, l’unico soggetto con cui avviene realmente il dialogo è me stesso, a differenza di una comunicazione cartacea, in cui il vero scopo è la risposta da parte del destinatario.
Di conseguenza, quello che instauriamo nel digitale è un rapporto confessionale con noi stessi, in cui non incontriamo mai veramente l’altr*. Oggigiorno stiamo sempre insieme poiché iperconnessi ma stiamo perdendo il reale e significativo rapporto di dialogo conflittuale che ci fa stare in maniera significativa insieme agli altri, essendo costantemente concentrati nel perfezionamento della nostra comunicazione, di cui non ci interessa un’effettiva risposta.

In aggiunta, l’iscrizione ai social ha dato la possibilità alle persone di crearsi un’identità il più idealizzata e curata possibile dell’io che, molto spesso, non rispecchia la persona a 360° nella vita reale. Ciò conduce, come afferma S. Turkle, ad un fenomeno di alienazione e quindi di narcisismo di cui i selfie sono la massima espressione: nel momento in cui pubblichiamo un contenuto nei social, ciò che ci preoccupa è che tutto sia perfetto.
Questo rapporto narcisistico con noi stessi, ci focalizza esclusivamente sulla nostra persona, impegnando le nostre forze sulla costruzione della nostra identità digitale: è un loop infinito dove non incontriamo mai l’altr* perché in realtà siamo sempre concentrati su noi stessi.

Cosa significa avere una relazione oggi

Se molti possono percepire snaturate le relazioni affettive alimentate dai dispositivi di comunicazione, al tempo stesso diventano fondamentali e fonte di supporto nella costruzione e/o mantenimento del legame con il proprio partner. Oggi siamo abituati a condividere tutto e sempre sui social, anche con poco più che conoscenti o con totali sconosciuti: pare evidente, quindi, la necessità e volontà di coinvolgere i nostri partner delle giornate che trascorriamo lontani, delle emozioni che proviamo, dei nostri problemi e preoccupazioni che ci affliggono e dei successi che raggiungiamo.
Basti pensare ad una coppia che deve affrontare una separazione a causa del trasferimento – per motivi lavorativi o di studio – di uno dei due, o anche semplicemente una vacanza di breve periodo passata lontani: condividere emozioni quotidiane, foto, video, conversazioni 24 h e 7/7 ora è possibile.
Ma questa è una necessità che abbiamo sempre avuto, ora è attuabile attraverso i nuovi mezzi di comunicazione: mantenere viva quotidianamente una relazione a distanza, fino a pochi decenni fa non era possibile e ciò poteva costituire una mancanza all’interno del rapporto.

Inevitabilmente i tempi sono cambiati, gli strumenti a nostra disposizione si sono moltiplicati e a loro ci siamo adattati, ma la necessità di avere rapporti fisici e reali rimane un bisogno costante nelle vite di tutti: semplicemente abbiamo potenziato ed implementato i momenti di (con)tatto con i nostri partner.
Come afferma S. Quintarelli in “Capitalismo immateriale”, non si giungerà mai ad una totale sostituzione del rapporto umano, poiché l’esperienza sensoriale e percettiva nella dimensione digitale è ridotta al solo utilizzo di vista ed udito, a differenza della dimensione materiale che coinvolge tutti e cinque i sensi.

Come si rapportano i giovani

Tali considerazioni pongono i presupposti per cui, conoscere una persona offline, siamo molto più significativo e rilevante che conoscerla online.

Da una ricerca autoprodotta su un campione di 50 persone emerge come tale opinione risulti in piccola parte essere condivisa poiché un rapporto nato online ha meno probabilità di funzionare rispetto ad una relazione iniziata nella vita reale: solo il 33.3% degli intervistati (che per l’86% ha tra i 18 e 25 anni) reputa necessario frequentare una persona dal vivo piuttosto che sui social per porre le basi di un rapporto sano e duraturo, il restante 66.7% non considera l’online un ostacolo alla formazione di una relazione genuina.
Il 33.3% afferma che online, vengano a mancare gli elementi principali del contatto umano, come l’attrazione fisica, la conoscenza dell’odore dell’altr*, il tono della voce, la percezione a pelle. Seppur il campione sia ridotto, appare come anche per le nuove generazioni sia fondamentale costruire rapporti reali ma ciò non esclude l’utilizzo del digitale.

A confermarlo, anche il dato che dimostra come la maggior parte degli intervistati (quasi il 90%) abbia conosciuto il proprio partner più recente offline, in occasioni di vita reale e quotidiana, sempre andando a confutare l’idea diffusa che le nuove generazioni non siano più in grado di socializzare e costruire relazioni nella vita reale.

 

Pur preferendo e reputando necessario il contatto fisico, dall’indagine emerge come i giovani  siano molto più propensi ed entusiasti nell’utilizzo di app che permettano l’incontro online.

Sempre considerando il campione precedentemente menzionato, il 42% di questi si è iscritto ad un’app di incontri almeno una volta nella propria vita, per le più varie motivazioni: conoscere persone al di fuori della solita cerchia di conoscenze, per noia, per capirne la reale efficacia, per fare colpo su qualcuno, per curiosità, per fare amicizia. Ciò a testimonianza di come internet si sia introdotto all’interno delle nostre vite, anche nell’aspetto più intimo, quello delle relazioni.

Dalla ricerca è emerso come Tinder sia l’app per eccellenza nel caso in cui si cerchi una persona da incontrare, seguito da Instagram, social in cui questa generazione passa la maggior parte del  proprio tempo impegnata a (di)mostrare le proprie giornate, impegni, esperienze, amicizie e vacanze. Inevitabilmente, in quanto vetrina, Instagram non nasce come app per incontri ma diventa la piattaforma perfetta in cui poter incontrare e conoscere qualcuno che condivide i nostri stessi interessi. Interessante osservare come, anche chi non si è mai iscritto ad un’app di incontri, se mai dovesse avere la necessità o l’occasione, per il 57% non esiterebbe a farlo.

Dall’indagine è poi emerso come i social siano però uno strumento fondamentale oggigiorno per rimanere in contatto con il proprio partner e con cui mantenere viva la propria relazione, che sia questa a distanza o meno.
Se i nostri nonni e genitori potevano comunicare solo dal telefono fisso di casa o da una cabina telefonica collocata nelle vie del paese e mandarsi lettere d’amore per restare in contatto durante un periodo di lontananza, oggi tutto è cambiato, e lo abbiamo provato sulla nostra pelle durante il periodo di pandemia. Whatsapp, Instagram, Telegram, Skype, FaceTime, Google Meet sono tutti canali di comunicazione nuovi che permettono di coltivare i rapporti a distanza, ovunque ci troviamo in qualunque momento.

Ma essi si presentano solo come mezzo transitorio all’interno di una relazione: sono semplicemente un veicolo comodo e veloce da utilizzare prima di una conoscenza oppure per mantenere vivo, dove non possibile, il rapporto.

A sostegno di tale tesi, è emerso che l’83% degli intervistati, qualora avesse iniziato una conoscenza online, entro un mese dal primo contatto, abbia incontrato offline quella persona.

Anche il lessico è cambiato

Se il mondo dell’affettività si è aperto alla novità, anche il lessico impiegato per descriverlo è cambiato, o meglio, si è ampliato: non si parla più esclusivamente di semplici telefonate o appuntamenti poiché le occasioni e i touchpoint tra due persone che si frequentano sono diventati molteplici e sempre più frequenti anche nell’arco di una normale giornata quotidiana. Per raccontare di questa estensione del mondo delle relazioni, vengono coniati nuovi termini quali dating, sexting, chattare, cybersex, ghostare, catfishing che definiscono nuove pratiche (soprattutto a distanza) di approccio all’altr*.
Anche se queste parole appaiono così nuove da poter deviare dalla tradizionale concezione di un rapporto, consistono in comportamenti che, seppur svolti online o comunque con l’utilizzo di un mezzi e strumenti di comunicazione differenti rispetto al passato, rispondono allo stesso bisogno alla base di una relazione: il contatto.

Conclusione

Dalle precedenti considerazioni appare chiaro come il mondo attuale delle relazioni sia totalmente cambiato rispetto al passato: gli smartphone, e quindi i social, hanno acquisito un ruolo sempre più indispensabile nella conoscenza delle persone, nella coltivazione dei rapporti e nel mantenimento dei legami, ma fungendo sempre da strumenti che rispondono all’immutato desiderio di incontrare fisicamente l’altr*.
Concludo dunque con un quesito provocatorio che voglio porvi, ma soprattutto pormi: al giorno d’oggi, avere legami con dei contatti significa davvero eliminare il tatto con le persone?

Fonti

S. Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Einaudi Editore, 2019
S. Quintarelli, Capitalismo immateriale. Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale, Bollati Boringhieri Editore, 2019
N. Cappelletti, Digital Caos Digital caos. Comprendi l’evoluzione digitale, cogline le opportunità e sviluppa strategie di comunicazione rilevanti e significative, Flaccovio Dario Editore, 2019
N. Giusto, Appunti del corso Psicopedagogia degli stili di vita, 2023

Autrice

Mi chiamo Benedetta Rigoni, sono laureata in Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente sono iscritta al corso di Laurea Magistrale in Web Marketing e Digital Communication allo IUSVE di Mestre.
Mi appassiona il mondo della comunicazione e mi interessa indagare l’evoluzione dei rapporti interpersonali in ambito digitale.