Sommario
I filtri digitali: perché li usiamo e quando arrivano
Negli ultimi anni è risaputo come Instagram abbia avuto un aumento esponenziale di registrazioni venendo sempre più utilizzato dagli utenti come mezzo per confrontarsi con gli altri, condividere la propria vita e talvolta mostrarne solo i lati positivi, al solo scopo di soddisfare quel bisogno di autorealizzazione e di stima posto da Abraham Maslow in cima alla piramide dei nostri bisogni. Ciò avviene tramite la condivisione di post e storie sul proprio profilo social, a ¼ dei quali, secondo statistiche recenti, vengono applicati dei filtri.
Questi filtri, che potremmo definire come delle vere e proprie maschere digitali, stanno diventando grazie al costante sviluppo delle tecnologie, sempre più precisi e reali. Da una parte questi strumenti hanno assunto una connotazione positiva: promuovono il coinvolgimento nelle piattaforme e danno nuove possibilità ai creator digitali, diventando in questo caso una vera e propria forma di comunicazione fra gli utenti.
Come i filtri influiscono sulla percezione del sé
Dai primi filtri nati con Snapchat, poi passati a Instagram, il fenomeno si è espanso, e la gamma di “maschere digitali” si è allargata notevolmente. In questa varietà crescente però si mantiene un comune denominatore: i filtri. Al di là del loro contenuto specifico, permettono di agire digitalmente sull’immagine, talvolta anche in modo aggressivo. Nascono così filtri per il ritocco dei connotati fisici, specialmente quelli del volto che, a lungo andare, hanno dato vita al fenomeno del beauty-filter.
Attraverso la realtà aumentata si va appunto a intervenire sui suddetti “difetti”, a favore di un volto che va talvolta a estremizzare i lineamenti, mostrando attraverso le fotocamere dei volti che ricordano quelli modificati dalla chirurgia estetica. Questo inevitabilmente porta, in particolar modo tra le donne, a non avere più una percezione veritiera del proprio corpo e a spingerle in certi casi a intervenire chirurgicamente per replicare ciò che ha mostrato loro la tecnologia.
Intervistata da Sarah Manavis sul New Statesman, la ricercatrice e psicologa Melissa Atkinson ha spiegato che il successo di questi filtri può essere attribuito almeno in parte al modo in cui generalmente funzionano i processi attraverso cui vengono internalizzati gli standard estetici di una società. Standard che si trasformano in metri di paragone su cui parametrare la bellezza dei propri corpi. Riprendendo le parole della professoressa “Il desiderio di arrivare vicino a tali standard è inesauribile: e così aggiustarsi la faccia con un filtro ci da gratificazione istantanea”.
Nella cultura stereotipata in cui viviamo, purtroppo più accentuata nel genere femminile, si tende infatti a determinare e a definire delle caratteristiche fisiche ideali a cui si pensa di dover ambire per poter essere accettati e considerati. Questo porta a delle ricadute non solo psicologiche, ma che si riflettono inevitabilmente anche nell’ambito lavorativo e relazionale.
Gli studi infatti riportano come sussista una relazione negativa sia tra dipendenza da social media e autostima, che tra dipendenza da social media e soddisfazione con la vita. Ciò sta a significare che gli utenti, i quali utilizzano i social media con l’intenzione di migliorare la propria immagine di sé, sono a rischio non solo di abbassare la propria autostima, ma anche il grado di soddisfazione della propria vita.
L’autostima viene definita come l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso, e fa riferimento a tre elementi fondamentali:
- La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto-osservarsi e quindi auto-conoscersi;
- L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di se stessi;
- L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.
Diversi studi hanno evidenziato come le persone con scarsa autostima siano spinte a rifugiarsi nei social media per camuffare questo fatto e riscuotere apprezzamenti. Si è infatti notato come le reaction, i like, i commenti, le condivisioni, ecc dei follower, agiscano positivamente sul benessere psicologico. Ciò porta inoltre ad ipotizzare come queste persone, prevalentemente di genere femminile, prediligano la comunicazione online a quella face to face. Il fatto che le donne pensino di essere più belle con queste qualità migliorate, le ha incoraggiate a postare più immagini alterate di sé, influenzando così il modo in cui si auto-oggettivano per il loro pubblico.
Questa auto-oggettivazione tramite beauty-filter si è sviluppata in misura molto maggiore su Snapchat e Instagram rispetto agli altri social media. Instagram è stato uno dei primi social media a integrare l’uso dei filtri sulle immagini quando è stato lanciato nel 2010. Il principale fattore risultato dalle analisi è proprio come le donne sentano il bisogno costante di confrontare i propri contenuti con quelli di altre donne. Questo ha portato ad aumentare i livelli di auto-sorveglianza e oggettivazione del proprio corpo. Le donne esposte alle immagini di altre della loro età, hanno sentito il bisogno di competere con loro, postando selfie e applicando più filtri per nascondere le imperfezioni, al fine di apparire più attraenti agli occhi del loro pubblico.
Analogamente all’auto-oggettivazione su Instagram, anche Snapchat è molto utilizzato per connettersi e adottare questo comportamento di selfie. La progettazione di Snapchat si basa interamente sulla condivisione di foto e messaggi “snap” agli amici.
Ciò che differisce Snapchat da Instagram è il fatto che la schermata home del primo social si apra con la fotocamera anteriore e una vasta gamma di filtri e lenti che gli utenti possono applicare per scattarsi un selfie. Su Instagram, invece la homepage contiene i post pubblicati degli utenti, che possono essere selfie, ma anche paesaggi, viaggi o quant’altro. La possibilità di caricare dei selfie su Instagram è data da una schermata diversa dalla home, alla quale l’utente accede facendo uno “swipe” sullo schermo verso destra. Anche qui sono presenti molti filtri o opzioni per modificare la propria storia.
Passando invece a quelli che sono gli aspetti tecnici, dal momento in cui è stato possibile per gli utenti passare dal solo utilizzo dei filtri alla vera e propria creazione degli stessi, la loro diffusione è aumentata ancora più notevolmente. I soggetti partono dalla creazione del filtro su apposito software e dopo la pubblicazione del risultato finale inizia un’effettiva reazione a catena. I follower utilizzano il filtro e lo fanno scoprire ai rispettivi follower, e così via, andando a condividere l’effetto di contenuto in contenuto e incrementando la visibilità del proprietario.
La realtà aumentata ha spopolato grazie a queste nuove creazioni, spaziando dalla riproduzione di giochi come Flappy birds fino ad associazioni con personaggi famosi supereroi; da filtri che uniformano il colore della pelle, tolgono le imperfezioni e modificano leggermente alcuni connotati del viso, a filtri con le orecchie da cucciolo, divertenti, o da usare in coppia.

Stando a un’analisi effettuata da un’agenzia specializzata nel settore, l’utilizzo dei filtri e della realtà aumentata ha numerosi vantaggi per un’azienda.
Tra questi:
- L’opportunità di pubblicizzare e rendere virale il proprio profilo o brand (per l’effetto a catena accennato precedentemente);
- L’aumento del traffico organico nel proprio profilo;
- L’aumento delle vendite del prodotto pubblicizzato;
- La possibilità di far provare il prodotto al cliente (si pensi ad esempio ai filtri AR dei brand di make-up) 24/7;
- La durata illimitata del filtro una volta che lo stesso viene creato e se non vi sono aggiornamenti o modifiche da fare al prodotto pubblicizzato.
Considerando poi il costo, questo dipenderà dai fattori e dalle persone che vengono inserite al loro interno, e dalla complessità di creazione e gestione degli stessi, per un importo che varia da 400€ fino ai 20.000€.
Secondo invece un articolo riportato nella Gazzetta del pubblicitario, nel 2021 ci sono stati 3 casi particolarmente efficaci di utilizzo di questi effetti. Si parla innanzitutto di Ford, che per il lancio della nuova Mustang Mach-e (veicolo elettrico) ha usufruito di filtri Instagram e Facebook per impressionare i Millennials devoti alle nuove tecnologie. L’esperienza consente di svolgere numerose funzioni direttamente dal proprio smartphone come aprire le portiere, ascoltare la musica e visionare gli interni dell’automobile.
In seconda posizione vi è senz’altro National Geographic che nel 2020 ha lanciato un filtro che mostrava come sarebbe stata la Terra nel 2070, per poi proporre due ulteriori esperienze interattive: la scalata del Monte Everest e la possibilità di ricreare tre specie di dinosauri. Nel 2021 ha pubblicato invece un filtro che consentiva attraverso le storie di Instagram di immedesimarsi in Perseverance (il rover spedito su Marte dalla NASA) fino ad arrivare al 2022 con numerosi altri.
Per finire Dior, caso di realtà aumentata su Snapchat per il lancio delle sue nuove sneakers B27 da uomo. L’obiettivo del filtro era far provare le sneakers tramite realtà aumentata e incentivare di conseguenza anche l’e-commerce: da Snapchat infatti, il filtro rimandava direttamente al sito di Dior. Da Instagram e Facebook, invece, era possibile visionare il modello di scarpa in diversi colori.
Considerando quindi l’evoluzione sempre più marcata di questo mondo “instagrammabile”, è necessario fare molta attenzione per evitare che questa “chirurgia virtuale” prenda il sopravvento, andando a trasformarsi dal punto di vista psicologico in dismorfofobia e dispercezione corporea. Se usati infatti in modo appropriato e con moderazione, è indubbio che questi filtri siano molto utili e vantaggiosi dal punto di vista dei brand. Questi avranno la possibilità non solo di mostrarsi al passo con le nuove tecnologie agli occhi degli utenti, ma anche di sfruttare al meglio la realtà aumentata per consentire agli stessi di provare i propri prodotti anche online. Per quest’ultimo aspetto in particolare i filtri sono stati l’ancora di salvezza per le aziende di make up, in particolar modo durante il periodo pandemico. Era infatti vietato provare in negozio i diversi prodotti, per motivi igienici. Grazie a questi filtri, quindi, i clienti sono riusciti, comodamente dal proprio divano, a scegliere le nuance preferite di rossetti, ombretti, fondotinta e quant’altro, e farseli recapitare direttamente a casa. Una possibilità non di poco conto che ha dimostrato come ci siano anche utilizzi positivi di questi recenti strumenti da molti criticati.

Il contesto culturale, relazione filtri bellezza
Il concetto di identità è strettamente legato alla definizione del sé, condizionando non solo il vissuto degli individui, ma anche le relazioni col prossimo, essendo connesso alla dimensione sociale. Le relazioni sociali infatti, costituiscono una grande ricchezza per l’identità del singolo, in quanto rapportandosi l’individuo costruisce il suo vissuto tramite esperienze ed eventi che rimarranno sempre nella sua memoria.
A causa della rivoluzione digitale, l’identità è stata soggetta a cambiamenti, fino al punto di poter affermare l’esistenza di un’identità virtuale. Autori come Nagi e Koles ritengono che l’identità online si costruisca su tre diversi livelli:
- Individuale, in cui ci si relaziona attraverso avatar, che fungono da mezzi comunicativi e di rappresentazione di se;
- Micro, nel quale risiedono sfere private, come l’intimità e la community;
- Macro, è il livello dell’appartenenza dove l’individuo si percepisce a tutti gli effetti membro di una comunità online. All’interno del gruppo l’individuo diventa un’unità fondamentale in grado di stabilire e comprendere le relazioni a livello emozionale, non solo nella vita reale ma anche sul web. Il reale si integra quindi al digitale creando una dualità.
Identità e maschere
In merito al tema dell’identità si sono prodigati studiosi, grandi professionisti, e personaggi d’arte. Tra essi Oscar Wilde che diceva:
“L’uomo è poco se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità”.
Tale citazione ci porta a mettere in relazione il tema dell’identità con quello della maschera, e ci fa capire come quest’ultima dia sicurezza all’uomo, permettendogli di esprimersi senza farsi fermare dalla paura del giudizio. Diventa quindi uno strumento di liberazione, per andare contro a quelle imposizioni che impediscono di essere se stessi. La paura del giudizio spesso incita l’individuo a diventare ciò che la società vuole che sia e non la reale rappresentazione di sè.
Quante volte siamo disposti a reprimere le nostre passioni ed interessi solo per essere accettati dal gruppo sociale a cui aspiriamo?
Probabilmente spesso, e se questo meccanismo una volta avveniva solamente in quello che oggi chiameremo il mondo “offline”, oggi trova spazio anche online, amplificato e facilitato. La creazione del proprio profilo personale, espressione dell’identità digitale, può essere infatti modificata e resa poco veritiera.
Da un lato questo sta diventando un problema perché l’esposizione diventa sempre meno simile alla realtà e sempre più oggettivata al fine di piacere a chi ci osserva. Le conseguenze possono essere destabilizzanti, soprattutto per gli adolescenti che faticano a costruire la loro identità diventando fragili e vulnerabili.
Sempre più social, sempre più soli
Nelle piattaforme social gli utenti continuano ad aumentare, eppure, paradossalmente, prende sempre più posto ad una costante sensazione di angoscia e solitudine. Se inizialmente appare un forte stato di eccitazione, dovuto alla continua ricezione di nuovi stimoli, in un secondo momento essa si trasforma in dubbio. Ci si ritrova quindi ad essere sottomessi da questi nuovi mezzi digitali, più che dalle persone che ci circondano, perché le relazioni reali sono prive di ansia da condivisione e onnipresenza a differenza delle relazioni online ed effimere.
La solitudine in realtà non è arrivata coi social. Possiamo infatti osservare come l’alfabeto e la scrittura siano gli unici veri mezzi di comunicazione ad aver per primi modificato il nostro sistema cognitivo. Sono in assoluto il medium più solitario che esista perché inducono l’uomo a comunicare con sé stesso.
L’uomo pensa di appartenere ad un credo che può mettere in discussione, argomentare e ristrutturare ottenendo così la possibilità di essere colui che muta la sua realtà. Anche questa può considerarsi, però, solitudine, perché sta a significare che egli è un essere autonomo. Ci stiamo sempre più dirigendo verso l’individualismo nel quale non esiste una realtà condivisa. Tante volte si da la colpa ai media, ma non sono loro il problema alla base.
Relazione è connessione?
Io sono perché condivido e mi connetto con qualcuno, ma così facendo divento sempre più solo. Non è unicamente per colpa dei social, ma dell’estremo strumento che sta per essere inventato, ovvero il metaverso. Questa volontà dell’individuo di isolarsi dietro uno schermo per poi vivere la vita sociale in spazi virtuali, può essere considerato come il sigillo di questa era di lockdown e COVID. Rapportarsi dentro al metaverso sarebbe quindi controproducente per l’uomo dal momento in cui le relazioni sociali rispondono al bisogno innato di attenzione, accondiscendenza e conferma.

A tal proposito Sherry Turkle spiega che proprio perché spinti dal timore di rimanere soli, ricorriamo continuamente all’utilizzo della tecnologia, connettendoci in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Ogni messaggio o notifica ricevuta, ci fa infatti sentire più fortunati, amati e desiderati. Tutto ciò ci sta rendendo sempre più impulsivi, privandoci del tempo di riflessione, necessario per poterci conoscere in profondità e per prendere scelte consapevoli.
Possiamo dunque nominare ‘’GPS sociale e psicologico’’ quel fenomeno che vede sempre più persone occupare il loro tempo libero chattando, consultando siti o navigando su piattaforme social, allontanandosi così dalla vita reale e mostrandosi su quel che Bauman definisce ‘’il sostituto povero della celebrità’’: un mondo delle non cose, che ci permettono di plasmare la nostra identità in maniera fluida e molteplice.
Assurdo pensare come strumenti nati per comunicare e relazionarci, stiano assumendo funzioni contrapposte, quasi negative. Turkle sostiene che:
“Essere soli è percepito come un problema che va risolto e la connessione ne rappresenta più un sintomo che una cura”.
Il problema non avrà fine finché ognuno non troverà il coraggio di rapportarsi con la solitudine che, non è affatto una cosa negativa, ma è la realtà e aiuta a vedere le cose realmente importanti della vita. Il rischio infatti è quello che l’online sostituisca totalmente l’offline, come se la realtà cedesse il posto alla virtualità.
Sulla base delle teorie appena citate, come possiamo definire quindi l’identità?
O meglio, esiste un’identità unica e decisiva? O continueremo a muoverci in un mondo fluido e poco veritiero?
Iniziamo a rispondere alla domanda riportando l’ idea che Bauman ha dell’identità ovvero:
‘’Una concezione individuale, privata, e progettuale che sembra trovarsi in uno stato di costante instabilità nel contesto postmoderno; ma mentre la modernità sembrava fornire gli strumenti per la sua solidificazione, la postmodernità sembra offrire quelli per la sua liquefazione’’.
Di conseguenza Bauman definisce la postmodernità come quel periodo storico che ha gettato le premesse e il relativo corollario di tutta una serie di fenomeni di de-strutturazione dell’identità, nella quale nessun individuo vuole più aderire a un’identità unica. L’uomo si lascia quindi dominare dalla fluidità delle rappresentazioni, proprio come se fosse pronto a cambiare e modificarsi ad ogni occasione. Tale mutazione era già stata analizzata in passato da un grande scrittore della letteratura italiana, Luigi Pirandello. Secondo lui l’identità non esisteva, se non sotto forma di maschere, che ciascun individuo sceglieva di indossare più o meno consapevolmente. Però, nel momento in cui l’immagine che ognuno ha di se stesso non coincide con l’immagine condivisa dalla società osservante, l’inganno cade e l’esistenza umana è costretta a mostrarsi in tutta la sua miseria oscillando nell’oblio tra essere e divenire. Emerge così tutto il malessere dell’uomo, per cui l’Altro non è che uno specchio deformante, che rimanda un’immagine distorta di sé; un uomo condannato alla solitudine e all’incomprensione con l’Altro, che non può trovare una definizione identitaria, se non rassegnandosi a essere “Uno, nessuno e centomila”, cercando di trarre beneficio dalla maschera che gli altri gli forgiano addosso, oppure rifiutando la propria identità socialmente connotata e avviandosi in solitudine verso l’inevitabile follia.
I filtri di oggi: le maschere pirandelliane del passato?
I filtri sono, come abbiamo già visto, delle maschere digitali che gli utenti possono applicare a loro stessi. Le piattaforme a loro volta rimandano l’immagine che l’utente vuole vedere, alimentando l’adesione all’utilizzo di questi ultimi.
Basandosi su un’ indagine riportata dall’istituto Ecole Supérteure Relooking Italia, la direttrice Valeria Viero percepisce le app che modificano il reale aspetto delle persone come l’evoluzione di quelli che, fino a pochi anni fa, venivano definiti software di fotoritocco, ad esempio Photoshop. Negli anni 80/90 circa, si era manifestato un fenomeno negativo legato all’ intensa esposizione e diffusione di immagini ritoccate, che sponsorizzavano un ideale di bellezza irreale, causando gravi effetti collaterali a donne e giovani ragazze, che iniziarono a sentirsi inadeguate e desiderose di raggiungere i canoni di bellezza imposti dalla società per sentirsi accettate e realizzate.
Uno studio riportato sul British Journal of Psychiatry dimostra come il contesto culturale può far insorgere non solo disturbi legati alla percezione di sé, ma anche tutto ciò che ne consegue, come ad esempio disturbi alimentari. Lo studio prendeva in causa la cultura tradizionale delle isole Fiji, caratterizzata da un’alimentazione abbondante che incoraggiava ad un aspetto ‘’formoso’’.
I dati emersi da questo studio hanno mostrato l’impatto dell’esposizione alla televisione e ai suoi canoni estetici: nella ricerca del 1995 (quando la televisione era stata introdotta da pochissime settimana alle Fiji) i dati dimostravano l’inesistenza di comportamenti di dieta finalizzati alla perdita di peso. Tre anni più tardi è risultato che il 69% delle ragazze del campione era stato a dieta almeno una volta nei tempi precedenti e che il 74 % delle ragazze, inoltre, riferiva di sentirsi “troppo grosse e grasse”, in netto contrasto con la tradizionale attitudine a una certa abbondanza corporea. Questi gli effetti della tv, con le sue attrici, snelle, truccate, ben vestite, curate nei minimi dettagli anche in situazioni irrealistiche (ad esempio appena alzate dal letto).
I filtri però ci devono preoccupare ancor più dei canoni di bellezza presenti sui mezzi di comunicazione tradizionale, perché tramite le piattaforme social la diffusione di tali contenuti sarà più immediata e soprattutto alla portata di tutti, motivo per cui il metro di confronto si estenderà a qualsiasi persona interna alla cerchia di relazioni o più semplicemente a persone con profili social attivi seguite costantemente.
Dovremmo dunque chiederci, cosa desideriamo davvero?
Difficile rispondere a questa domanda dal momento in cui desidereremmo tutto, e lo facciamo proprio perché siamo sempre fermi ad osservare una finta realtà virtuale che mostra solo contenuti fittizi. Perdiamo tempo a desiderare tutto ciò che non abbiamo e che speriamo di ottenere per poter vivere anche solo un secondo quella sensazione di onnipotenza che i guru dei social ci fanno credere esistere. È proprio la parola onnipotenza che deve farci realizzare come tutto ciò sia un’ illusione, un mix esplosivo di finzione e realtà che ci allontana sempre più dalla nostra pura essenza, convinti di dover ritoccare, modificare e aggiustare ciò che di più bello abbiamo, senza riuscire a vederlo.
Citando Paola Pizza, psicologa della moda:
“Nella società post-moderna il mito dell’eroe è molto diffuso. L’eroe o l’eroina devono essere perfetti. Si deve essere belli, eleganti, felici, competenti, giovani, tonici, vincenti, in una parola perfetti. In questo modo la competizione è esasperata e la fragilità è negata. Sono performance spesso troppo elevate per la vita reale che creano una separazione tra come ci si vede (sé reale) e come si pensa di dover essere (sé imperativo) per seguire i modelli vincenti.”
Quindi se negli anni novanta la tendenza era quella di modificare il proprio corpo, ad oggi possiamo aggiungerci tutti i tentativi di modifica del nostro viso. Non è un caso infatti che l’ultima frontiera dell’estetica siano le ciglia finte laminate e allungate, o le sopracciglia dermopigmentate che contribuiscono a rendere i volti omologati, con forme standardizzate predefinite e con colorazioni che si distaccano da quello che è il reale colore naturale. Per non parlare del disagio che viviamo oggi nell’avere imperfezioni cutanee, considerando che il “must” del momento è avere una pelle, liscia, perfetta e senza impurità. La speranza è di apparire come star del cinema. Una speranza, però, irreale e omogeneizzante che esclude l’importanza dell’individualità.
L’immagine ideale finisce così per allontanarsi sempre più dall’immagine reale, causando un’insoddisfazione crescente verso sé stessi e destinandoci alla frustrazione. Se vogliamo essere felici dobbiamo essere in grado di allontanarci dalla perfezione.
È ancora possibile salvare l’identità?
Le nozioni sopracitate ci portano a concludere che sia effettivamente possibile. Negli ultimi due anni, probabilmente anche a causa della pandemia da Covid19, sembra che tutti abbiano riscoperto l’importanza del benessere psicofisico e soprattutto di quanto a far la differenza nella vita siano le piccole cose, i gesti comuni e gli affetti. I soldi e la notorietà probabilmente possono aiutare a sostare in situazioni di agiatezza temporanea, ma di fronte a problemi mondiali qualsiasi uomo è solamente un uomo, ed è nella semplicità più assoluta che si sprigiona la nostra reale essenza.
Ecco infatti che milioni di ragazze comuni e personaggi famosi, hanno deciso di aderire al movimento, mostrando la loro pelle al naturale e raccontando la loro storia. Un modo per non sentirsi più schiavi del fondotinta e della paura di ricevere sgradevoli commenti o body shaming. Ora molte celebrities hanno deciso di utilizzare la loro esposizione mediatica e il loro seguito per lanciare messaggi importanti, svincolando il pensiero sociale da canoni di perfezione inesistenti. Un movimento di importanza internazionale che vede giovani donne attiviste in tutto il mondo.
Un esempio è Jess Mackenzie, insegnante di yoga scozzese, spopolata sui social con circa 41mila follower su Instagram. Dovendo fare i conti con l’ideale di perfezione a cui il mondo social ci ha abituato, si sentiva costretta a dover modificare le sue foto e non usciva mai di casa struccata. Dopo aver scoperto il movimento dell’acne positivity ha deciso di uscire dagli schemi imposti dalla società, inserendosi in questa nuova community e sbarazzandosi di filtri e di editing vari. Così, ha iniziato a postare le sue foto al naturale e a raccontare la sua storia, diventando un punto di riferimento per le ragazze alle prese col suo stesso problema. In seguito a questo cambiamento è diventata oggi un’attivista in questo ambiente, incoraggiando ad accettarsi e ad amarsi senza vergogna. Questa la didascalia al suo primo post senza filtri:
It’s Acne Awareness Month and I want to make one thing clear because evidently… my skin is not.
I’m not posting so I can find out about your magical vegan turmeric paste, your extortionate facial peels, your wondrous super cleanser for just £1.99, or your Arbonne products that ‘clears breakouts in just two days’. Trust me, I‘ve tried it all.
I’m posting this to help normalise REAL SKIN! I’m so fed up of feeling shitty about my skin because when I scroll through social media all I see clear, flawless, pore-less, glowy skin pics! I’m thrilled for you all and of course, rather jealous but the harsh reality is the majority of these pictures are heavily filtered, edited or there’s about 7 layers of makeup on to mask your apparent ‘flaws’.
Don’t get me wrong, I love a good filter and I love playing around with makeup and how I feel when I wear it but those days are few and far between. In fact the only time I wear make up is if I’m going on a day/night out or if I’m posting something on social media… but why? Because I’m scared that I won’t be accepted for who I am if I go bare faced? because I’d feel unworthy/ hideous because my skins not the same as all the other girls? Well to that I say f*ck it!
In the last few weeks I’ve been unfollowing ‘fake’ accounts and following loads of skin positivity accounts so I can fill my home screen and explore page with REAL skin! I’ve learnt so much about myself and about acne and acceptance from this and I hope that one day I can be that for you too! It’s a process though and the first step is: if you don’t like it, I couldn’t give a sh*t . . I’ll continue to post pictures with make up on but I’m also going to start posting pictures without make up on and share my acne journey with you!
Voce di questo fenomeno in Italia sono state le influencer Giulia de Lellis e Aurora Ramazzotti che con la loro #skinpositivity hanno deciso di uscire allo scoperto mostrando foto sui loro canali social. Nel suo post Aurora citava:
‘’Per postare una foto così, come l’hai scattata, ormai ci vuole coraggio. Soprattutto per chi da sempre fa a botte con la sua insicurezza, il suo peso, i suoi brufoli. Abbiamo dato vita ad una piattaforma dove essere “umani” spicca perché è quasi strano. Siamo tutti belli, famosi, felici e realizzati. Certo, condividere il bello è giusto e lo sarebbe ancor di più se non fosse un mondo un po’ contorto in cui tutti fanno a gara con gli altri. Anche io gioco la mia parte ma cerco sempre di farlo mantenendo quella componente di verità perché altrimenti non sarei fedele a me stessa. E poi non mi piace fingere di essere qualcuno che non sono.
Troverò sempre assurdo che qualcuno possa anche lontanamente ispirarsi proprio a me che sono un disastro sia dentro che fuori. Ma allora, visto che ne ho la possibilità, sfrutterò questa stessa piattaforma che sa di perfezione per ricordarci che la perfezione non solo non esiste, ma non è neanche bella. Siamo belli noi, con le nostre cicatrici, e anche se sembra tutto un po’ cliché, a questo punto non c’è cosa a cui credo di più.’’
Giulia ha invece deciso di sfilare alla 77esima edizione del festival di Venezia con appena un filo di trucco e i segni dell’acne in volto. Questa la didascalia di uno dei recenti scatti della sua pelle:
“Questa mattina mi sono svegliata peggio del solito. Mi sento un po’ giù di morale perché ogni cura sembra fallire. Prima o poi so che troverò la soluzione. Oggi però faccio fatica a guardarmi allo specchio così. E allora non mi trucco, non mi guardo, esco di casa ben vestita e profumata. Se la nostra pelle non sarà il nostro punto di forza, valorizzeremo altro”.
Un ottimo messaggio di positività e solidarietà non solo per tutti i loro fan e follower, ma per un’ intera generazione che vive desiderando di ottenere la loro stessa notorietà e che costruisce la propria vita come se il fine ultimo fosse diventare tali quali a loro.
In conclusione, ognuno di noi conserva al suo interno un’identità definita, che spesso richiede di essere cercata, coltivata e nutrita. Non sempre la strada per l’accettazione del sé è di facile riuscita, ma non deve mai venire a mancare il rispetto e l’amore per se stessi. Il corpo necessita di esser custodito e trattato come un patrimonio lasciatoci in dono dal mondo. I cambiamenti saranno persistenti e continui, nuovi trend ci porteranno a desiderare l’irraggiungibile, a cercare l’accettazione sociale, ma dovremo essere consapevoli del fatto che già siamo interni alla società. Noi esistiamo, viviamo, e ci muoviamo in contesti del tutto sociali.

Cos’è la body dysmorphia
La body dysmorphia, tradotta in italiano come disturbo di dismorfismo corporeo, viene inclusa all’interno dei disturbi ossessivo compulsivi legati alla percezione del proprio corpo. In particolare, questa tipologia di disturbo prevede un’intensa preoccupazione dovuta all’immaginazione di un difetto fisico, con una prevalenza per difetti legati al volto, che non si limita solo al peso o al grasso corporeo, ma si estende in potenza anche ad altri attributi fisici (motivo per cui si differenzia rispetto ai disturbi legati all’alimentazione come bulimia o anoressia). In altre parole, la persona sperimenta un intenso senso di malessere.
I pazienti possono ritenere di essere brutti, non attraenti, o addirittura anormali o deformi e, conseguentemente, si sentono spinti a mettere in atto comportamenti ripetitivi come, ad esempio, confrontare il proprio aspetto con quello di altri, controllarsi continuamente allo specchio, dedicarsi eccessivamente alla cura del proprio aspetto, passare molto tempo a camuffare o coprire le parti del corpo che non piacciono e ricercare trattamenti estetici.
Proprio quest’ultimo comportamento è stato oggetto di studio di molte ricerche internazionali che hanno evidenziato come il 3-7% dei pazienti con dismorfofobia si rivolgano a specialisti in chirurgia estetica (Sarwer et al., 1998; American Psychiatric Association, 2013).
Per sopperire al disagio causato dalla percezione di un difetto corporeo, i pazienti con dismorfofobia possono intraprendere diverse strade. Il 76% di loro richiede trattamenti psichiatrici, ma ricorre, nel 45% dei casi, a interventi dermatologici e nel 23% a interventi di chirurgia plastica (Philips, & Diaz, 1997; Philips et al., 2002).
Inoltre, molti studi internazionali recenti si sono concentrati nell’indagare la presenza di persone che soddisfacevano i criteri per la diagnosi di disturbo di dismorfismo corporeo in coloro che si sottoponevano a interventi di chirurgia estetica ed hanno scoperto che la prevalenza riguardava dal 3,2% al 16,6% delle persone (Aouizerate et al., 2003; Crerand et al., 2004; Bellino et al., 2006; Vulink et al., 2006). Tra i tratti che predicono la scelta di persone che soffrono di disturbo da dismorfismo corporeo di sottoporsi ad interventi di chirurgia estetica troviamo: il perfezionismo, l’eccessiva paura del giudizio degli altri e l’avere delle aspettative irrealistiche. (Hewitt et al., 2003)
Il perfezionismo, fra i tratti indicati dagli studi, potrebbe essere quello che più spingerebbe gli individui a sottoporsi ad interventi e trattamenti di tipo estetico, con lo scopo di intervenire sulle aree del corpo dove viene percepita l’imperfezione. Sono spesso aree che non potrebbero essere modificate per mezzo di altri espedienti quali le diete e lo sport. Oltre ad un evidente disagio personale, il disturbo prevede delle complicazioni di tipo sociale. Non è raro infatti che le persone che vivono questa problematica interroghino continuamente altre persone per continue rassicurazioni sul loro aspetto. La preoccupazione per l’immagine esteriore va quindi ad inficiare la vita quotidiana, compromettendo rapporti personali e lavorativi. Fonti dimostrano infatti che circa il 40% dei soggetti affetti da questo disturbo, siano talmente condizionati dall’ansia legata ad esso, al punto di non essere in grado di lavorare .
La diffusione e le caratteristiche del fenomeno cambiano anche a seconda della cultura in cui l’individuo è inserito. Ricerche simili svolte in diverse aree del globo dimostrano come i sintomi non varino in modo apprezzabile tra le differenti culture (Phillips, 2005), mentre invece la variabile culturale ha una certa incidenza sulla parte del corpo su cui le persone focalizzano la loro attenzione. In Giappone ad esempio è molto più diffusa la preoccupazione legata alle palpebre rispetto ad altre parti del corpo.
Tra i fattori che possono scatenare i sintomi del disturbo troviamo l’insoddisfazione verso la propria immagine corporea. Il DDC è infatti un disturbo dell’immagine corporea che presenta due aspetti psicopatogenetici essenziali: uno percettivo, che correla con l’accuratezza nel giudicare le fattezze corporee e uno comportamentale e affettivo, che riflette gli atteggiamenti che si hanno verso il proprio corpo . Nel DDC, il disturbo della percezione dell’immagine corporea è testimoniato dall’assenza di un difetto fisico reale o evidente; le alterazioni comportamentali e i sentimenti verso il proprio corpo si riflettono nel disagio e nella compromissione funzionale del paziente, che si traducono in sintomi sul piano affettivo, comportamentale e cognitivo .
Tra gli altri fattori che aumentano il rischio del disturbo è stata individuata anche la famiglia. In particolare, le famiglie poco armoniche, dove l’individuo si sente poco amato ed insicuro, e dove si possono osservare delle figure genitoriali troppo esigenti, costituiscono un fattore predittivo rispetto alla dismorfofobia.
All’esordio della dismorfofobia contribuiscono, come abbiamo visto, la famiglia e l’insicurezza per il proprio corpo, ma anche fattori genetici, e neurobiologici. A livello neurobiologico, il principale correlato della sintomatologia del disturbo ossessivo-compulsivo è il circuito frontrostriatale. Il circuito frontostriatale è costituito da aree del lobo frontale del cervello e da strutture sottocorticali, come il talamo e i nuclei della base. Nel disturbo ossessivo-compulsivo l’attività di queste aree è eccessiva, e ciò aumenta la tendenza a considerare gli stimoli come minacciosi, e a mettere in atto delle compulsioni. Il circuito presenta un funzionamento alterato anche nei pazienti affetti da dismorfofobia. Ma l’ossessione che il corpo abbia dei difetti, in aggiunta, sembra dipendere, almeno in parte, da un danno alle vie visive. Quando percepiamo l’ambiente, l’immagine arriva alle aree visive del cervello “scomposta”: vengono elaborate dapprima le singole parti, forme, colori, orientamento, e successivamente c’è una ricostruzione globale del percetto. La ricomposizione dell’immagine complessiva avverrebbe per opera di una via visiva definita “dorsale”, ed è secondaria ad una prima processazione dei dettagli ad opera di una via visiva “ventrale”. Diversi studi evidenziano che nei pazienti affetti da dismorfofobia la via dorsale mostra un’attività ridotta, mentre quella ventrale sarebbe la più coinvolta. L’ipotesi è che questo impedisca al sistema visivo di integrare le parti in un tutto, e che favorisca il focus esagerato sui dettagli e, di conseguenza, la percezione distorta di parti del corpo. A conferma di ciò, è stato notato nella pratica neuropsicologica che i pazienti con dismorfofobia, ai test di percezione di facce e figure, elaborano più facilmente i dettagli piuttosto che le forme globali.
Per quanto riguarda il trattamento del disturbo, la strategia che si è dimostrata più efficace è la terapia psicocomportamentale, finalizzata a “desensibilizzare” il paziente nei confronti dello stimolo negativo attraverso l’esposizione graduale e calibrata allo stimolo stesso. Alcuni esempi di questa terapia applicata al dismorfismo corporeo sono il chiedere al paziente di svolgere delle attività fino a quel momento evitate a causa dell’ansia, come ad esempio potrebbero essere andare in piscina, indossare un determinato abito, eseguire delle azioni in pubblico. In seguito all’esposizione a determinate situazioni, viene fatta un’elaborazione del disagio connesso ad esse.
Recentemente si stanno sviluppando altre strategie terapeutiche basate sulla neurostimolazione, come può essere la rTMS (stimolazione magnetica transcranica), ad oggi trattamento approvato dalla FDA (Federal Drugs Association) in caso di depressione maggiore. Il trattamento sta mostrando risultati incoraggianti per i disturbi di tipo ossessivo compulsivi tra cui il disturbo da dismorfismo corporeo.
Avere una panoramica chiara di cosa sia e come si manifesta questo disturbo ci permette di avere una chiave di lettura per capire come le nuove tecnologie stanno intaccando il rapporto con la nostra immagine.
Body Dysmorphia e digitale
Se prima per confrontarsi e rapportarsi con la nostra immagine avevamo solo gli specchi, e occasionalmente qualche vetrina per strada, la situazione oggi è drasticamente diversa: con l’avvento della digitalizzazione, anche l’immagine e il corpo hanno trovato la loro dimensione online. Attualmente ci si deve confrontare tutto il tempo, volontariamente o meno, con il modo di apparire altrui.
Il tema dell’apparenza e dell’ossessione per essa si è intensificato soprattutto con l’arrivo delle piattaforme social, spazi che hanno permesso a tutti gli individui dotati di un dispositivo con collegamento ad internet, di condividere la propria immagine e sottoporsi a quella degli altri. Ci si può scattare una foto, registrare video, dare vita a profili digitali, sempre e in pochissimo tempo, generando un corpo ricostruito e ricondiviso. L’ambiente in cui la persona elabora la sua immagine è perciò cambiato radicalmente. La rivoluzione digitale non si è chiaramente fermata alla digitalizzazione del corpo, che da fisico è diventato un “post”, ma ha riscritto anche le azioni che è possibile fare su di esso.
Anche qua torna utile fare un confronto con il passato. Se prima ritoccare un’immagine voleva dire ricorrere a dispendiosi interventi chirurgici, o l’utilizzo di trucchi, ora sono subentrati i “metodi virtuali” che, a costo zero e rapidamente danno l’opportunità di mettere mano alla propria immagine, ritoccandola a proprio piacimento.
La nuova frontiera del dismorfismo corporeo: Filter dysmorphia
Ripensando al disturbo da dismorfismo corporeo, non è difficile immaginare perché i sintomi abbiano trovato terra fertile con l’avvento dei social media. L’ossessione per l’estetica del proprio corpo e il bisogno di sentirsi rassicurati, trovano ampio spazio in ambienti costruiti esattamente a questo scopo. Qualora si desiderasse nascondere un difetto, basterebbe applicare a sé stessi una maschera, cancellando nell’immediato ogni imperfezione percepita.
I filtri non solo amplificano i suddetti sintomi e comportamenti dovuti al malessere generale, ma possono anche esserne la causa.
Mentre intorno al 2018 piattaforme come Snapchat, in primis, e Instagram a seguire, davano la possibilità di giocare con la propria immagine in modi sempre nuovi, si iniziano a registrare i primi casi di Snapchat dysmorphia.
Il termine, coniato dal medico cosmetico britannico Tijion Esho, indicava come il disturbo da dismorfismo corporeo, che prevede la preoccupazione cronica e immotivata per un un presunto difetto fisico, si fosse associato nell’ultimo periodo all’utilizzo della popolare applicazione da smartphone.
Come riporta l’articolo dell’Huffington Post “Esho aveva notato che i pazienti, un tempo soliti portare foto di celebrità per indicare i loro nasi, labbra, seni ideali – chiedevano sempre più spesso un intervento che li rendesse simili a uno scatto di loro stessi, modificato dai filtri Snapchat.” Una situazione allarmante, sottolineata anche da chirurghi estetici come Dr Yagoda e Dr Shulman, che sempre nel corso del 2018 avevano iniziato a riportare casi di pazienti che si presentavano con il desiderio di somigliare ai filtri proposti dalle piattaforme. Interessante anche la dichiarazione del dottor Giuseppe Polipo, presidente dell’Associazione italiana psicologia estetica, riportata nell’articolo di cui sopra: “Si genera ossessione, frustrazione, competizione sociale basata sull’apparenza. Il selfismo nasce dall’idea di autocelebrarsi e può creare una mostruosa solitudine”. Quello che il dottore vuole lasciare intendere con questa frase, è che l’ossessione alla perfezione non si è autogenerata, ma emerge da una società “narcisista” che “rifiuta l’odore delle persone, rifiuta i vincoli e si rifugia in un’identità con modelli di bellezza che cadono dall’alto”.
Oltre alla Snapchat Dysmorphia viene identificata anche la Selfie Dysmorphia:
La Selfie Dysmorphia è un comportamento che tende a modificare con filtri e applicazioni la propria immagine, migliorandola, tanto da non riuscire più a riconoscersi e a fotografarsi in modo naturale.
Interessanti sono le parole della dottoressa Anna Rita Verardo, specializzata in terapia cognitivo comportamentale e sistemico relazionale: “Questa condotta, a lungo termine, può diventare pervasiva per l’identità”. In effetti, il fenomeno, che riguarda una nutrita fetta di under 25, è particolarmente diffuso tra gli adolescenti (15/18 anni), che iniziano a usare i social anche per condividere foto di sé. “L’adolescenza è il periodo che caratterizza un arco temporale all’interno del quale il corpo comincia a cambiare diventando adulto. Alle ragazze cresce il seno, ai ragazzi cambia la voce. Queste metamorfosi sono, a volte, talmente repentine che i ragazzi faticano ad accettarle e a riconoscersi. Da qui la necessità di utilizzare una serie di strategie che permettano loro di presentarsi in modo gradevole per essere socialmente accettabili”, prosegue la psicoterapeuta.
In seguito all’emergere della Snapchat Dysmorphia, lo stesso Instagram si è mosso per cercare di contrastare il fenomeno. In particolare nel 2019 la nota piattaforma ha dichiarato di voler rimuovere i filtri relativi alla chirurgia plastica in seguito ad una rivalutazione della loro policy. Concretamente, sono stati rimossi dalla piattaforma unicamente i filtri esplicitamente riferiti alla chirurgia plastica, mentre rimangono presenti in piattaforma tutti quelli che comunque cambiano i connotati fisici del volto. L’intervento infatti non ha sortito l’effetto sperato, e l’utilizzo dei filtri è diventato comunque sempre più frequente, soprattutto tra le giovani generazioni, fino ad essere utilizzati alla stregua di un’estensione fisica.
La diffusione di questi strumenti è ben visibile anche solo passando pochi minuti nella piattaforma. Potremmo affermare che siamo ancora in piena “Filter Age”, come l’aveva definita sul The New Yorker nel 2019 Julia Tolentino. Ci troviamo di fronte ad un tripudio di “natural beauty filters” che di “natural” hanno ben poco, cambiando quasi completamente i connotati della persona. Dunque, nonostante gli interventi attuati negli anni, l’utilizzo di effetti da applicare su foto e video non accenna a diminuire, anzi è diventato sempre più parte della norma. Inoltre, la continua evoluzione dei filtri sta portando a renderli talmente tanto reali da non essere riconoscibili, alimentando l’idea che l’immagine effettata sia la realtà vera e propria. Per finire, in un recente studio svolto dal centro dal University of London’s Gender and Sexualities Research Centre, è stato rilevato che il 90% delle giovani donne riporta di utilizzare i filtri per ritoccare le proprie foto. Un dato che ci porta a concludere che di passi avanti sull’argomento ne sono stati fatti ancora troppo pochi, e che riuscire a limitare, o comunque regolamentare, l’utilizzo dei filtri prevede ancora un percorso molto lungo.
BeReal: il nuovo social network anti-filtri
In un periodo storico come questo in cui i social che permettono l’utilizzo di filtri sono ormai affermati e utilizzati da milioni di persone, è sorprendente come sia riuscito a farsi strada un nuovo social network che proibisce agli utenti di modificare le foto da pubblicare sul proprio profilo. Stiamo parlando di BeReal, una nuova piattaforma, creata alla fine del 2019 da Alexis Barreyat, precedentemente dipendente di GoPro, e Kévin Perreau, e arrivata sul mercato nel febbraio del 2020. La sua particolarità risiede nel fatto che l’app invita gli utenti una volta al giorno a condividere una foto di quello che stanno facendo in quel momento e dare così un assaggio senza filtri della loro vita ad amici e conoscenti. BeReal non ha né filtri né altre possibilità per modificare le foto.
Come funziona BeReal
Una volta scaricata l’app, l’utente riceve una volta al giorno una notifica che lo avvisa che ha due minuti per scattare una foto e postarla, indipendentemente da dove si trovi e da quello che sta facendo. Non esiste una fascia oraria precisa, la notifica arriva in un momento qualsiasi della giornata. Accettata la notifica, l’app apre automaticamente la fotocamera anteriore e posteriore, e scatta in contemporanea un selfie e una foto per mostrare ciò che si trova davanti all’utente. Il risultato è un feed pieno di foto non editate di persone che fanno cose di tutti i giorni, magari in pigiama, impegnate ad esempio a fare le pulizie domestiche o sedute sul divano. E per fare ciò l’utente ha due minuti di tempo.
È possibile anche rifare la foto ma sempre entro i due minuti del countdown. Se uno scatto viene pubblicato dopo l’orario stabilito, il social lo comunica, informando gli utenti che il post non è una vera rappresentazione della vita dell’utente in quel momento. Ovviamente non è possibile caricare foto scattate in precedenza, di conseguenza non è possibile mostrare un momento particolare della propria vita. L’obiettivo infatti è proprio favorire momenti reali che possano consentire al mondo di scoprire chi sei davvero.
Inoltre, a differenza dei social network più popolari, su BeReal non è possibile osservare ciò che postano gli altri utenti finché non si pubblica qualcosa a propria volta. Non è possibile mettere like alle foto ma soltanto lasciare un commento oppure una “RealMoji”, un selfie con accanto una emoji.
Su BeReal la cerchia di connessioni tende ad essere molto più piccola rispetto ad altri social network e questo è spiegato dalla natura intima dell’app. Per pubblicare scatti della vita di tutti i giorni ed essere realmente autentici infatti le persone devono potersi sentire a proprio agio con il pubblico che le osserva.
Il successo di BeReal
Si può dire quindi che BeReal è un social completamente differente da quelli già esistenti: nessun filtro, ma anche nessun like o follower. In America, Gran Bretagna e Francia sta letteralmente spopolando. L’offerta di autenticità di BeReal è stata apprezzata dai giovani utenti, prima di tutto in Francia, dove è stata sviluppata. BeReal ha iniziato a crescere in modo esponenziale nella primavera del 2021, in particolare tra gli studenti universitari francesi. L’app ha raccolto $30 milioni di finanziamenti da Andreessen Horowitz, Accel e DST nel giugno 2021, dopo essere stata testata da Kima Ventures e New Wave.
Nel giro un anno è stata scaricata circa 4 milioni di volte in tutto il mondo. Quest’anno ha aumentato i suoi utenti attivi del 315%, secondo i dati di “Apptopia”, che ha monitorato e analizzato gli andamenti dell’app. Inoltre, il 65% dei suoi download ha avuto luogo quest’anno, ma il numero di nuovi utenti cresce ogni giorno. Negli Stati Uniti è al momento nell’App Store l’app gratuita numero 1. Secondo il social media analyst Matt Navarra è cambiato il modo in cui vengono utilizzati i social network e ciò che le persone si aspettano da questi, soprattutto nelle generazioni più giovani. Navarra ha notato un interesse sempre maggiore verso qualcosa di più autentico e che non richiede un grosso investimento per parteciparvi.
Che sia un cambio di rotta o semplicemente una moda del momento? Per Navarra l’app risponde alle esigenze e ai desideri attuali, ma è scettico sul fatto che possa funzionare a lungo termine. Afferma addirittura che sarebbe sorpreso se fosse ancora in giro tra un anno. Una soluzione, aggiunge però, sarebbe apportare delle innovazioni che la rendano più interessante e riescano a coinvolgere più persone, e creare un ambiente che dia spazio agli inserzionisti.
L’obiettivo è sicuramente lodevole, a prescindere da quello che sarà il futuro dell’app. Il suo slogan è chiaro: “Be Yourself, Be Real” (“Sii te stesso, sii reale”). Con questa piattaforma si è voluto creare uno spazio digitale in cui le persone possano essere libere di essere se stesse, mostrando le proprie giornate così come sono, senza cercare di artefare la propria vita per farla apparire perfetta. Come affermato dall’esperto di marketing e di social media Scott Steinerg: “BeReal fa parte di una nuova generazione di app che sta cercando di fornire uno guardo più autentico al mondo in cui viviamo”. Ma non è tutto oro ciò che luccica.
I lati negativi: falle nell’app e rischi per la privacy
Come scritto da Niloufar Haidari sul “The Guardian”, il fatto che l’app consenta di pubblicare la foto, nonostante il ritardo nell’averla scattata, va a vanificare quello che è lo scopo dichiarato da BeReal. Inoltre Niloufar Haidari fa notare come sia possibile bypassare la regola secondo la quale bisogna scattare una foto del proprio viso e una foto dell’ambiente circostante, puntando la fotocamera frontale altrove. L’app ti avvisa semplicemente che i tuoi amici preferiscono poter vedere la tua faccia.
Un altro problema, di cui pochi parlano, è il fatto che il sistema di funzionamento di questa app è una spaventosa intrusione nella privacy dell’utente. Infatti pubblicando un momento casuale della propria giornata, ogni giorno, per un lungo periodo di tempo, l’app potrebbe creare un profilo di ogni soggetto piuttosto accurato, attraverso informazioni sulla posizione, su ciò che sta facendo e sulle persone con cui interagisce. Questo ovviamente non è diverso da ciò che accade con altre piattaforme; ne sono un esempio il targeting degli annunci di Facebook e la funzione Snap Map di Snapchat. Ma anche casi più controversi come ad esempio la sorveglianza attuata dal governo cinese attraverso l’app di messaggistica istantanea WeChat o come ha fatto l’hacker Tom Liner che ha raccolto informazioni hackerando l’API di Linkedin e vendendole al miglior offerente sul dark web. Nonostante ci siano leggi e politiche a protezione dei dati personali, vi è sempre un rischio per la privacy degli utenti. Noto a tutti è il caso di Cambridge Analytica, una società di consulenza britannica divenuta celebre a seguito dello scandalo sul trattamento dei dati raccolti. Cambridge Analytica ha raccolto dai social network, senza permesso, un’enorme quantità di dati degli utenti e attraverso queste informazioni ha creato dei profili psicologici dettagliati degli utenti e molto curati sui loro gusti e sul loro pensiero. Oltre a ciò, Cambridge Analytica ha acquistato altre informazioni dai cosiddetti “broker di dati”, società che raccolgono informazioni sulle abitudini e i consumi delle persone. Tutti questi dati sono stati in seguito utilizzati per influenzare le persone, facendo propaganda politica, attraverso un sistema di “micro targeting comportamentale”, ovvero pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. Lo scandalo in questione non è il primo e probabilmente non sarà nemmeno l’ultimo caso di violazione di dati personali.
Conclusione
Nonostante il successo che sta riscuotendo, BeReal non sembra essere una minaccia per quelle piattaforme, come Instagram o Facebook, che fanno parte ormai della nostra vita di tutti i giorni. Tuttavia BeReal sembra sia riuscito a fare il suo ingresso in altre piattaforme: molti utenti hanno iniziato a condividere i loro BeReal su Instagram, altri li stanno addirittura remixando su TikTok.
Il tentativo di BeReal di offrire contenuti che siano autentici però è tutt’altro che perfetto: secondo i ricercatori Katrina Jongman-Sereno e Mark Leary l’autenticità potrebbe un costrutto irraggiungibile attraverso una piattaforma social. Rob Horning, editore della rivista Real Life, afferma che “una versione più reale di BeReal darebbe ai tuoi amici l’accesso alle tue telecamere e al tuo microfono senza che tu te ne accorga, così da poterti spiare e vedere realmente come ti comporti quanto pensi che nessuno ti stia guardando.”
Forse, a questo punto, ciò che bisognerebbe chiedersi è, perché continuare a ricercare l’autenticità nella vita online? E fin dove saremmo disposti ad arrivare pur di dimostrare di essere autentici?
Bibliografia e sitografia:
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Body Dismorphia
King Johnson, Kevinson Neale, Psicologia clinica, Zanichelli
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Philips, & Diaz, 1997; Philips et al., 2002
Aouizerate et al., 2003; Crerand et al., 2004; Bellino et al., 2006; Vulink et al., 2006
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Phillips, 2005
https://www.thedifferentgroup.com/2021/01/12/dismorfofobia/
https://www.google.com/url?q=https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/
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BeReal
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https://edition.cnn.com/2022/04/21/business/bereal-social-media-app-cec/index.html
https://www.today.com/money/tech/ber
AUTRICI:

Gloria Giacobbo
Laureata in Economia all’Università degli studi di Padova e studentessa di Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE. Determinata, creativa e curiosa.

Francesca Bosio
Laureata in Lingue e Culture per il commercio internazionale all’Università degli studi di Verona, attualmente studentessa magistrale di Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE. Dinamica, intraprendente e socievole.

Roberta Carraro
Laureata in Scienze e Tecniche di Psicologia Cognitiva presso l’Università di Trento e studentessa magistrale di Web Marketing & Digital Communication presso IUSVE. Creativa, copy a tempo perso.
Erica Dattola
Laureata in Economia aziendale all’Università Magna Græcia di Catanzaro. Attualmente studentessa di Web marketing & digital communication presso IUSVE. Appassionata di fotografia e viaggi, documentati sul blog personale www.ericadattola.com.


