Rivoluzione digitale e internet: il declino della carta stampata

È ormai noto a tutti che l’avvento della cosiddetta “rivoluzione digitale” abbia profondamente modificato l’intero ecosistema dei media e, di conseguenza, le modalità attraverso cui si diffonde e si usufruisce dell’informazione. In particolare, il settore che tutt’ora soffre del cambiamento è quello della stampa tradizionale. Nei secoli passati, infatti, la divulgazione di notizie avveniva per lo più tramite carta, il cui uso è rimasto costante anche con l’avvento del telegrafo prima, della radio e della televisione poi: a cambiare le sorti del giornalismo tradizionale in maniera irreversibile è stato proprio internet. In pochi anni si è creato, infatti, uno scenario estremamente sbilanciato che vede l’acquisto dei quotidiani diminuire inesorabilmente, mentre la fruizione di materiale informativo online e dunque i ricavi delle grandi piattaforme digitali aumentare senza sosta. Questo sbilanciamento si è verificato diverse volte nel corso della storia. Lo stravolgimento portato da internet ha colpito diversi settori: basti pensare al settore della musica. I classici CD iniziarono a scomparire dalle case delle persone, e sempre più utenti si rivolgevano al web per godere dello stesso servizio che prima offrivano i media tradizionali. Quest’ultimo settore, contrariamente a quello delle notizie, ha saputo cogliere l’occasione di spostarsi con rapidità verso un nuovo modello di business, invogliando gli utenti ad abbandonare i siti di P2P sharing (ad esempio Napster e altri servizi, anche illegali) per adottare un servizio a pagamento però di qualità, come ad esempio Spotify.

Tornando alla questione editoriale, si richiama la provocazione discussa da Fabio Chiusi nel suo articolo di Valigia Blu:

 

Che il giornalismo sia in bancarotta per colpa dei social media che monopolizzano gli introiti pubblicitari, decidendo anche quali informazioni mostrare e come ai loro miliardi di utenti? I grossi gruppi editoriali ne hanno fatto un mantra per giustificare ogni resistenza al cambiamento – un cambiamento che avrebbe comportato una ridefinizione degli assetti di potere interni […] e soprattutto un diverso atteggiamento di responsabilità verso i lettori, prima ancora che un diverso modello di business.

 

Per quanto riguarda i poteri appena menzionati, secondo quanto riportato su Instagram da Alessandro Tommasi, gli editori “hanno da sempre potuto e cercato di utilizzare il loro potere “lobbistico”, […] cioè la loro pressione sulla politica, per fare che cosa? Per mettere i bastoni fra le ruote delle piattaforme, ma molto spesso lo hanno fatto in maniera sbagliata, come nel caso australiano” che verrà illustrato in questo articolo.

 

L’aspro conflitto tra governo australiano e piattaforme digitali

Per comprendere quanto accaduto occorre analizzare l’intero corso degli eventi che hanno visto protagonisti del conflitto i giganti del web (Google e Facebook in particolare), il governo australiano e gli editori.

Da tempo in Australia è stata portata all’attenzione la questione delle case editrici che si trovano in difficoltà a fronte della possibilità di usufruire delle notizie online: da anni, infatti, gli editori dei giornali e dei siti di informazioni accusano Google e Facebook di sfruttare i loro contenuti senza corrispondere alcuna forma di pagamento e chiedono con forza al governo di ottenere una remunerazione adeguata per questo tipo di attività. Dall’altra parte, i colossi del digitale screditano questa accusa, affermando che i guadagni sulle notizie sono relativamente minimi, in quanto le piattaforme non guadagnano grazie ai contenuti, ma grazie agli annunci pubblicitari, che nelle news scarseggiano e non sono particolarmente lucrosi.

Apparentemente per risolvere questo problema, il governo australiano per diversi mesi ha discusso una proposta di legge alquanto insolita e rivoluzionaria (al giorno d’oggi in vigore), denominata News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code che, essenzialmente, impone alle piattaforme digitali di pagare gli editori per la condivisione delle news.

Le opinioni riguardanti questo regolamento sono tutt’ora discordanti; c’è chi appoggia questa scelta come unica modalità possibile ed efficace per promuovere il giornalismo e la democrazia nella fruizione delle informazioni, e chi vede quella del governo come una battaglia tutt’altro che orientata alla democrazia e al giornalismo. In molti concordano con ciò che viene riportato in Valigia Blu, ovvero che questa sia, piuttosto,

 

Una guerra combattuta a colpi di ipocrisia, in cui gli editori si dipingono come crociati della democrazia mentre disegnano regole […]  che compromettono alle fondamenta il funzionamento del web; in cui le piattaforme vengono definite insieme necessariamente antidemocratiche (per le proprie dinamiche di funzionamento e il proprio modello di business) e necessarie alla democrazia (se e quando pagano gli editori per veicolarne i contenuti); [una guerra] in cui pochi potenti gruppi editoriali procedono a influenzare governi e opinioni pubbliche mondiali nel loro proprio interesse, dimenticando costantemente di ammettere il loro essere parte in causa, mentre al contempo accusano le piattaforme di essere poche, potenti e procedere a suon di lobbismo e opacità.

 

Parole forti utilizzate anche dallo stesso Tim Berners-Lee, “padre del world wide web”, il quale ha inviato il 18 gennaio scorso una dichiarazione alla Commissione Economica del Senato australiano in cui esprime le sue preoccupazioni riguardo al funzionamento del web nel caso questa legge (così come era stata presentata inizialmente) venisse approvata. Viene riportato di seguito parte del discorso tradotto dal giornalista e scrittore Fabio Chiusi.

 

Sono preoccupato che il Codice rischi di spezzare uno dei principi fondamentali del web, richiedendo un pagamento per linkare ad alcuni contenuti online. Sul web, la condivisione di contenuti si fonda sulla possibilità degli utenti di fare due cose: creare contenuti […] e aggiungere link ad altre parti del web in quei contenuti. Ciò è coerente con come funziona il dibattito umano in generale, in cui c’è un diritto, e spesso un dovere, a servirsi di riferimenti. […] Il valore di un blog sta sia nel testo che nella attenta selezione dei link. Prima che i motori di ricerca sul web diventassero efficaci, seguire un link da una pagina all’altra era l’unico modo di trovare del materiale. I motori di ricerca hanno reso la procedura molto più efficace, ma possono farlo solamente nella misura in cui si servono della struttura del web, fatta di link, come input principale. Per questo i link sono fondamentali per il web. Per come lo comprendo io, il codice proposto cerca di richiedere alle piattaforme digitali il dovere di negoziare, e verosimilmente pagare, per linkare contenuti giornalistici da un certo gruppo di fornitori di informazioni giornalistiche. Per quanto ne so, non esiste alcun altro esempio attuale di richiesta legale di pagare per linkare ad altri contenuti. La possibilità di linkare liberamente — ossia senza limiti concernenti i contenuti dei siti linkati e senza un corrispettivo monetario — è fondamentale per il funzionamento del web, per come si è evoluto fino a oggi, e per come continuerà a crescere ed evolversi nei decenni che verranno. Come molti altri, sono a favore del diritto degli editori e dei creatori di contenuti di essere ricompensati in modo adeguato per il loro lavoro. Tuttavia, credo fermamente che imporre limiti alla possibilità di fare ricorso a link ipertestuali non sia il modo corretto di raggiungere questo obiettivo. Si comprometterebbe infatti il fondamentale principio di poter linkare liberamente sul web, e la misura sarebbe anche in contraddizione con come il web ha potuto funzionare negli ultimi trent’anni. Se questo precedente dovesse poi essere imitato altrove, si potrebbe rendere il web inutilizzabile in tutto il mondo. Sprono rispettosamente la Commissione, dunque, a rimuovere quel meccanismo dal codice.

 

Insomma quello che sembra essere bramato dagli editori con le richieste fatte al governo australiano è “il dominio del mercato pubblicitario e la difesa di anacronistiche rendite di posizione acquisite nel mondo pre-social media” più che gli interessi dei lettori e il loro diritto a un’informazione plurale e accurata.

Questa panoramica fa ben intendere che i rapporti tra nuovi e vecchi media sono inevitabilmente destinati ad essere turbolenti: tutto il mondo segue questo “braccio di ferro” tra governo australiano, Google e Facebook, nell’attesa di scoprire quale sarà il futuro del settore editoriale.

Facebook agisce e blocca le condivisioni di link legati a notizie

Le due grandi aziende digitali hanno avuto approcci diversi sul nascere della questione: in un primo momento, Facebook pubblica un post ufficiale nella newsroom in cui sostiene che tale imposizione non lascia loro che una scelta netta: “tentare di rispettare una legge che ignora la realtà di questa relazione [quella tra piattaforma e editori che la utilizzano per condividere i contenuti] o smettere di consentire la condivisione di notizie sui nostri servizi in Australia. Con il cuore pesante”, dichiara infine, “scegliamo quest’ultima strada.” E così ha fatto. Le persone e le testate giornalistiche in Australia non hanno potuto pubblicare link di notizie e condividere o visualizzare contenuti di notizie australiane e internazionali su Facebook. Una azione, quella dell’azienda di Zuckerberg, estremamente criticata dal primo ministro australiano Scott Morrison, che ha definito la decisione “arrogante e deludente”, sottolineando come l’azione introdotta dal gruppo Facebook “confermi le preoccupazioni che sempre più Paesi esprimono verso il comportamento delle aziende Big Tech, società che pensano di essere più grandi e influenti dei governi e ritengono di essere al di sopra delle regole”.

Lo scontro nato tra il governo australiano e Facebook vuole essere di esempio per tutti: attraverso il blocco delle notizie, Zuckerberg ha infatti lanciato un segnale molto chiaro anche ai governi di tutto il mondo, affermando il ruolo cruciale dei social media nella diffusione delle notizie (specialmente in un periodo straordinario come quello corrente, in cui chiunque ha bisogno di essere aggiornato sulla situazione pandemica) e scoraggiando i Paesi che ambiscono ad introdurre nuove regole per i social media emulando la direttiva australiana.

 

Google scende a patti: il compromesso della sezione News Showcase

Completamente diversa la strategia messa in atto dall’azienda di Mountain View la quale, alla notizia sulla proposta di legge australiana, ha scelto la strada della collaborazione, iniziando subito le trattative con gruppi editoriali per concordare una remunerazione in cambio della possibilità di mostrare contenuti giornalistici sulla propria vetrina News Showcase. Quest’ultima è una sezione di Google in cui è possibile “trovare nuove schede dedicate, con contenuti arricchiti e notizie approfondite, curate dagli editori partner.” Si tratta di “una funzionalità di News a cura editoriale nata proprio per dare massimo risalto (e contesto) alle notizie ritenute più importanti da chi le produce. Google a questo scopo ha annunciato a ottobre 2020 un investimento iniziale di un miliardo di dollari, e partnership con 200 testate in tutto il mondo. Il 20 gennaio di quest’anno, le testate erano già diventate 450 in 12 paesi.” In realtà la News Showcase di Google fa parte di una serie più ampia di progetti che rappresentano l’impegno che dell’azienda offre al sostegno del giornalismo di tutto il mondo.

Tra tutte le iniziative intraprese da Google, degno di nota è l’accordo con la News Corporation (detta anche gruppo Murdoch) dell’editore e imprenditore Rupert Murdoch, il quale possiede il core business del suo impero editoriale proprio in Australia con giornali quali il Daily Telegraph e l’Herald Sun, insieme alle tv di maggior peso. L’accordo stretto con Google ha la durata di tre anni ed è esteso a livello globale (dunque include anche le notizie pubblicate dal Wall Street Journal e New York Post negli Stati Uniti e Times e Sun in Gran Bretagna).

È da sottolineare, tuttavia, che le diverse strategie adottate da Google e Facebook sono dovute in parte al fatto che le notizie sono molto più al centro di Google di quanto non lo siano per Facebook; e soprattutto dal fatto che l’accordo stilato tra il gruppo Murdoch e l’azienda di Mountain View è relativo alla nuova sezione dedicata alle notizie di quest’ultima e non a Google in generale, mentre Facebook sarebbe dovuta oggettivamente impazzire alla ricerca di quei link e delle trattative.

 

La legge News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code

Chiarite le dinamiche che hanno dato vita alla nuova legge australiana e rivelate le reazioni delle due piattaforme in questione, è curioso dare un’occhiata agli emendamenti per capire cosa prevedeva la legge e cosa è cambiato.

Come accennato prima, la legge è stata proposta con l’obiettivo di “affrontare gli squilibri di potere nella negoziazione tra piattaforme digitali e imprese editoriali australiane” e impone alle piattaforme digitali di stringere accordi con gli editori per il pagamento dei link dei contenuti giornalistici ospitati sui loro servizi. Inizialmente lo statuto australiano avrebbe dovuto decidere quali piattaforme sarebbero state soggette alla legge e quali no in base al loro dominio del mercato; inoltre, avrebbe indicato quali editori avrebbero potuto candidarsi per ricevere i pagamenti. Questa facoltà viene mantenuta e delegata al ministro delle Finanze australiano, con l’unico obbligo di dare alle piattaforme indicate un mese di preavviso prima della designazione ufficiale. Tuttavia, le piattaforme che hanno contribuito significativamente alla sostenibilità dell’industria giornalistica australiana sono esenti dalla regolamentazione.

L’emendamento che è stato notevolmente smussato in seguito alle proteste di Facebook è quello riguardante il piano di azione nel caso piattaforma ed editore non fossero riusciti ad accordarsi sui pagamenti entro tre mesi. All’inizio la legge proponeva un arbitrato obbligatorio per concludere la faccenda in maniera rapida: ciascuna delle due parti avrebbe proposto una somma e sarebbe stata scelta una delle due (questo era il fattore di maggior preoccupazione per la piattaforma in quanto, essendo il giudizio imposto finale e vincolante, avrebbe spinto gli editori ad avanzare richieste molto esose). Con l’aggiornamento, invece, l’arbitrato viene considerato solo come opzione di ultima istanza. Alle piattaforme, infatti, viene concesso più tempo: dopo i tre mesi di negoziazioni, se ancora non fosse stato stipulato un accordo, ne iniziano altri due di “mediazione”, rinnovabili una sola volta. Se allo scadere dei sette mesi non si è ancora scesi a patti, scatta l’arbitrato. Inoltre, come riportato in un articolo del Post

 

È stata mitigata una clausola di non discriminazione che impediva alle piattaforme di riservare trattamenti diversi alle aziende giornalistiche sulla base della loro partecipazione o meno al processo previsto dalla legge: ora le piattaforme possono stringere diversi tipi di accordi commerciali, offrire remunerazioni differenti agli editori, e al tempo stesso riservare loro trattamenti differenti, per esempio nell’ordine di apparizione su un motore di ricerca.

I “bug” della legge: alcune considerazioni che passano inosservate

Le vincolanti regolamentazioni imposte alle piattaforme hanno tutto l’aspetto di un vero e proprio ricatto degli editori nei confronti di queste. Vi sono svariati fattori che la legge non considera, volutamente o meno, e vengono riportati di seguito:

1.     Come descrive Fabio Chiusi nel suo articolo preso in riferimento, “l’argomento economico non regge”. Il crollo del fatturato delle imprese editoriali negli ultimi decenni non è in alcun modo imputabile alla mera condivisione di contenuti editoriali sulle piattaforme digitali, anzi. Secondo quanto sostenuto in un post su Facebook del 24 Febbraio scorso da Nick Clegg, Vice President of Global Affairs,

 

Al centro di tutto questo c’è stato un malinteso di fondo sul rapporto tra Facebook e gli editori. Sono gli editori stessi che scelgono di condividere le loro storie sui social media, o di renderle disponibili affinché vengano condivise da altri, perché traggono valore nel farlo. Ecco perché hanno pulsanti sui loro siti che incoraggiano i lettori a condividerli. E se si clicca su un link condiviso su Facebook, si viene indirizzati al sito dell’editore […] Con questa modalità, lo scorso anno Facebook ha generato circa 5,1 miliardi di referral gratuiti agli editori australiani per un valore stimato di 407 milioni di dollari australiani a favore dell’industria delle notizie.

 

A riprova del fatto che i social non fanno altro che aumentare la visibilità (e dunque il fatturato) dei siti degli editori giornalistici, il grafico di Chartbeat che illustra l’andamento (e il crollo) del traffico sui siti editoriali nel giorno in cui Facebook ha bloccato le notizie nella sua piattaforma.

Risulta chiaro che in realtà sono gli editori ad avere bisogno delle piattaforme per generare traffico verso i loro siti e non viceversa: come giustamente afferma l’editorial board di Bloomberg, “Se qualcuno deve proprio pagare per questo rapporto […] non sono certo Google e Facebook”.

2.      Il declino della carta stampata è dovuto a questioni più profonde del solo problema tecnologico. Il consulente editoriale e partner di Dailyfe, Jeff Jarvis, ricorda in un suo annuncio che Facebook non è nato con lo scopo di diffondere le notizie, e che gli utenti hanno iniziato a postarle sulla piattaforma perché gli editori del settore non sono stati in grado di offrire loro un meccanismo per condividerle e discuterne con i loro amici fuori da “orrende sezioni dei commenti”.  Gli errori sono dunque unicamente imputabili “alle mancanze di un settore incapace di interessarsi dei reali bisogni democratici dei lettori, mancanze che riguardano certo l’innovazione tecnologica ma prima di tutto la capacità del giornalismo professionale di ascoltare e includere i lettori.”

3.     Quali interessi vengono tutelati con questa legge? E soprattutto, di chi?  La legge non va assolutamente a sostenere gli interessi di tutti gli editori.  Al contrario, vengono indicate come idonee a presentare richiesta di pagamento solo le aziende editoriali il cui fatturato annuo è di minimo 150.000 dollari australiani, escludendo tutte le imprese più piccole. Per molti è evidente come la legge curi gli interessi dei grandi giornalisti, primi tra tutti quelli di Rupert Murdoch, uno degli editori più potenti al mondo, che da ormai diversi anni conduce una campagna molto dura contro le piattaforme online. La domanda sorge spontanea: perché mai il governo dovrebbe sovvenzionare e difendere gli interessi dei grossi gruppi editoriali privati?

4.     Riprendendo l’argomento economico, la legge tace su quale debba essere la destinazione ultima del denaro ricevuto dalle piattaforme. Visti i trascorsi della News Corp, in particolare sulla disinformazione che ha diffuso riguardo agli incendi boschivi australiani del gennaio dell’anno scorso, si dubita fortemente che i soldi ricevuti verranno realmente investiti per migliorare la qualità del giornalismo prodotto.

 

In conclusione, è innegabile che il governo australiano avrebbe potuto considerare altri modi per risolvere la questione. Quanto accaduto, tuttavia, fa riflettere sul grado di dipendenza che il giornalismo contemporaneo ha da soggetti privati che accentrano il potere in pochissime mani, siano essi editori o piattaforme, che rappresentano i grandi nodi della rete sociale attuale. Sarà mai possibile, un giorno, parlare di un giornalismo veramente indipendente, pubblico, che tuteli la democrazia e i lettori?

Autrice

Sono Alessandra Angelini, ho 23 anni e sono una studentessa di Web Marketing & digital communication presso l’Istituto Universitario Salesiano di Mestre, IUSVE.

Ho particolare interesse per l’interio design e la moda. Vedo il settore pubblicitario come un’opportunità di esprimere la mia personalità, conoscere nuove persone e acquisire numerose competenze.

Sitografia

Leggi Scomodo: https://www.leggiscomodo.org/liberta-informazione-social-network/

Fabio Chiusi per Valigia Blu: https://www.valigiablu.it/australia-google-facebook-editori/

Post di Alessandro Tommasi, Instagram: https://www.instagram.com/tv/CL9u1IwjI41/?utm_source=ig_web_copy_link

Biagio Simonetta per Ilsole24ore: https://www.ilsole24ore.com/art/facebook-rompe-l-australia-vietata-condivisione-news-e-link-utenti-ADVpofKB

Gianluca Brambilla per MasterX: https://masterx.iulm.it/today/australia-facebook-oscura-notizie-e-protesta-contro-la-nuova-legge-sulleditoria/

Google Blog Italia: https://italia.googleblog.com/2021/03/google-news-showcase-e-ora-disponibile.html

Il Post: https://www.ilpost.it/2021/02/27/australia-facebook/

La Stampa: https://www.lastampa.it/tecnologia/news/2021/02/25/news/l-australia-approva-la-legge-che-impone-a-google-e-facebook-di-pagare-per-le-news-1.39952078