L’epoca dei Social Network?

Se volessimo immaginare il titolo di un capitolo di un futuro manuale di storia, che tratti dei primi vent’anni di questo millennio dal punto di vista economico-sociale, potremmo ipotizzare una definizione del tipo “L’epoca dei Social Network”.
Ma sarebbe una definizione semplicistica e per certi versi fuorviante (come lo sono a volte i titoli dei capitoli di un manuale, per esigenze di sintesi).
La rete sociale è una strategia strettamente legata alla ipercooperazione che caratterizza l’animale Homo Sapiens, sia che venga interpretata come causa di questo tratto, sia come effetto.

Social network ancestrali

Nel 2010, Coren Apicella, una ricercatrice presso il Christakis Lab della Harvard Medical School, ha passato diversi mesi a stretto contatto con gli Hadza, una popolazione nomade africana, tra le poche al mondo a mantenere lo stile di vita da cacciatori-raccoglitori, tipico dei nostri lontani antenati. Il conseguente studio, pubblicato su Nature nel 2012, mostra come le connessioni sociali degli accampamenti Hadza, formino reti con le stesse proprietà degli attuali social network:

  • formazione di cluster legati alla popolarità (assortativity)
  • tendenza a creare legami con elementi affini (omofilia)
  • tendenza a creare legami bivalenti tra nodi (reciprocità)
  • tendenza a creare connessioni con amici di amici (transitività)

parte di un poster utilizzato durante lo studio

Questi elementi sono tutti alla base di concetti estremamente contemporanei, come influencer, echo chambers, follow back o share and like e mostrano come le proprietà della rete sociale umana siano probabilmente immutate da millenni e strutturali.
Eppure, intuitivamente, percepiamo una differenza sostanziale tra il nostro stile di vita e quello dell’uomo del Tardo Pleistocene.
Ciò che è cambiato è lo spazio all’interno del quale si formano le attuali reti sociali, enormemente dilatato dalle tecnologie digitali, e il tempo, compresso dalla velocità della comunicazione digitale. Il salto quantitativo è talmente imponente da potersi prefigurare come un salto qualitativo, che porrebbe gli esseri umani di fronte ad un nuovo ambiente all’interno del quale muoversi, ponendo notevoli sfide alla proverbiale capacità di adattamento della nostra specie.
Il sociologo spagnolo Manuel Castells studia da decenni i rapporti tra società, informazione e reti, ed è uno dei teorici della Network Society, il sistema delle società economicamente avanzate degli ultimi decenni, la cui caratteristica è la pervasività della connessione attraverso le tecnologie digitali.
Più che di epoca dei Social Network dovremmo parlare di epoca della Network Society.

Network Society

Spostando il focus su un livello macro, Castells ha individuato la tendenza degli apparati economici e di potere a strutturarsi secondo dinamiche di rete, dando così vita ad una società di reti. Le cause di questa trasformazione sarebbero ascrivibili alla concomitanza di diversi fattori, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta:

  • la crisi tipicamente strutturale del capitalismo che richiede ciclicamente nuovi spazi per la crescita del capitale
  • la rivoluzione tecnologica nel campo della comunicazione
  • i movimenti culturali di protesta contro il modello autoritario costituito
Manuel Castells – foto di Jorge Gonzales – CC-BY-SA 4.0

Elemento centrale della sua analisi è l’informazione, non tanto come raw data, ma come dato interpretabile, che porta alla formazione di una economia globale di carattere informazionale, in cui il valore sembra spostarsi verso  l’informazione (anche se pur sempre convertibile in una ratio monetaria).
Se gli elementi germinali sono contestualizzabili negli anni Settanta, la vera esplosione è avvenuta alla fine degli anni Novanta, con la costruzione di poderose infrastrutture per l’ICT, la creazione di Content Delivery Network in grado di gestire enormi flussi di dati, una maggior accessibilità alla creazione di contenuti in rete grazie all’HTML, che ha favorito la comparsa di un nutrito gruppo di early adopters.
Dal lato finanziario la necessità di espansione è stata tale da aver creato una bolla finanziaria passata alla storia come la crisi delle dot-com a metà degli anni Duemila, una esagerata capitalizzazione di aziende dell’ICT, con un modello di business economicamente non sostenibile.

In quegli anni la Web 2.0 Conference di San Francisco (luogo simbolo della nuova economia digitale), pone le basi prima concettuali e poi tecnologiche, per lo sviluppo di un diverso approccio a Internet, user centered. La contemporanea diffusione di portable devices renderà possibile la connessione a Internet in ogni luogo e in ogni momento, cambiando l’approccio degli utenti agli spazi in rete.
Una rete che, secondo i suoi più entusiasti sostenitori, come Tim Berners-Lee, o Barry Wellman, avrebbe rappresentato uno strumento di libertà e apertura, ma che per certi versi ha favorito delle dinamiche di potere, frutto di una impronta neoliberista, che ha portato al consolidamento di un capitalismo di piattaforma che sembra creare oligopoli con enormi poteri di networking e network making.
In quest’ottica i giardini recintati in cui si muovono gli utenti della rete sembrano più simili ad un pervasivo Panopticon persuasore.

Identità nella rete

Se quindi siamo animali fisiologicamente preistorici proiettati in uno spazio virtuale, quali rischi corriamo in termini di identità personale?
Per Castells la questione non risulta troppo problematica, lo spazio virtuale secondo lui è assimilabile a quello reale, tanto che non parla di realtà virtuale, ma di virtualità reale, anche in rapporto all’esperienza quotidiana nel mondo reale, visto che l’ambiente è sempre mediato dalla nostra attività cognitiva. Lui ne parla sul piano sociologico, ma si può ravvedere lo stesso approccio cognitivista di Maturana e Varela quando parlano degli esseri viventi come di “generatori di mondi”. L’unica differenza per Castells è che il web è uno spazio potenzialmente onnipresente.

Barry Wellman si spinge a parlare di individualismo in rete, come di un fenomeno virtuoso e benefico per l’essere umano. Secondo Wellman si può parlare di un nuovo sistema operativo sociale che integra le attuali tecnologie della comunicazione con gli schemi di relazione interpersonali, che permette agli individui di liberarsi dalle rigide regole comunitarie tradizionali. In pratica ci si trova di fronte allo scontro tra esigenze dell’individuo e regole della comunità, conflitto che nel mondo occidentale sembra pendere verso la tutela dell’individualità, ma che non rappresenta un valore in senso assoluto.
Se evolutivamente abbiamo trovato vantaggiosa la cooperazione e abbiamo naturalmente modellato le nostre interazioni su modelli di rete, abbiamo anche sviluppato una certa propensione a seguire regole comunitarie, pena l’esclusione dal gruppo e ridotte possibilità di sopravvivenza.

Stanley Milgram in un celebre esperimento sull’autorità condotto negli anni Sessanta, ha mostrato quanto sia forte l’impulso ad aderire ai valori di una comunità, attraverso l’obbedienza ad una autorità riconosciuta. A onor del vero si potrebbe confutare l’universalità del risultato dell’esperimento, facendo riferimento al contesto sociale fortemente autoritario in cui è stato condotto (gli Stati Uniti dei primi anni Sessanta), ma queste dinamiche sono costantemente presenti nella società odierna post-sessantotto, cambia solo il soggetto cui viene attribuita l’autorità.
Wellman non preconizza un mondo di lupi solitari, per lui la rete agisce comunque da moltiplicatore delle doti sociali dell’individuo, ma liberandolo dalle pastoie di una rigida comunità. Il rischio, però, è quello di avere nodi con numerosissimi legami deboli, facilmente spezzabili e separabili dalla rete.

Un altro aspetto che riguarda le dinamiche e gli effetti di rete è che non sono esclusiva dei singoli individui, ma sono anche al servizio dei centri di potere.
Evgeny Morozov ne L’ingenuità della rete, mette in luce come regimi autoritari possano avvantaggiarsi della rete, svolgendo il ruolo di gatekeepers per impedire l’accesso alle informazioni o utilizzandolo come strumento di vigilanza e repressione, e lo stesso Castells individua delle forme di esercizio del potere legate alle reti che sono pressoché prerogativa di grandi attori. Sul tema dell’identità, nella prima parte dei suoi studi individua l’identità come una forma di resistenza allo sradicamento promosso dal web, ma successivamente rivede la propria posizione considerando l’identità come un qualcosa di costruibile dentro la rete, in rapporto soprattutto ai movimenti sociali che si possono formare al suo interno. Del resto l’identità non è un qualcosa di immutabile, ma emerge dalle relazioni tra l’io e il mondo esterno (che per lui è sempre virtualità reale).
In mezzo a queste visioni, né apocalittiche, né integrate, abbiamo il singolo uomo, nodo in una rete di enorme complessità, che potrebbe chiedersi quale sia il suo ruolo all’interno della rete, o semplicemente continuare ad agire senza chiedersi nulla del frame all’interno del quale è inserito, semplicemente abbracciando il nuovo paradigma sociale.

proteste ad Aden nel 2011

Cooperazione nell’età dell’informazione

Tornando al caso degli Hadza, abbiamo visto come anche la loro struttura sociale si basi sulle reti sociali. Nello studio precedentemente citato si è individuata l’esistenza di un network basato su parentele e appartenenza all’accampamento, affiancato ad un altro network, chiamato gift-network, che individua una rete di amicizie, basata su preferenze personali, legata alla possibilità di elargire dei regali in forma anonima.
La propensione a creare reti che siano indipendenti dai legami della comunità pare dunque fortemente radicata nella natura umana, e questo sembra dare credito ad alcune ipotesi sostenute da Wellman. Quello che conta, però, è soprattutto la natura di questi legami, quasi sempre uniti da elementi di reciprocità: io coopero con te, tu cooperi con me.
Questo meccanismo permette di creare dei cluster ad alta cooperazione, escludendo i non cooperatori. La ratio per questo sforzo non è di carattere economico, ma un valore di appartenenza, che include la possibilità di trovare aiuto in caso di necessità.

I social network sembrano dunque avere una natura di carattere cooperativo e possono rivelarsi un formidabile strumento per lo sviluppo di una fiorente economia del dono, in cui il valore non sia meramente monetario. Il distinguo va fatto in merito ai social media e alle piattaforme digitali, strumenti nati dall’esigenza di espansione del capitale, che hanno declinato la propria attività economica in forma neoliberista, cercando di stringere la mano invisibile di Adam Smith. Date le premesse non poteva essere altrimenti, essendo nate in nuce al sistema capitalista americano, in concomitanza del ciclo finale di accumulo e dunque nel momento di maggior necessità di deregolamentazione e finanziarizzazione.

Silicon Valley
veduta dall’alto della Silicon Valley – Patrick Nouhailler – CC-BY-SA 2.0

Per ora il valore per questo sistema economico rimane comunque quello monetario, le principali aziende dell’IT hanno comunque bisogno di una grande capitalizzazione per essere esistere, ma si sta affiancando una seconda ratio che riguarda il controllo dei dati, o meglio delle informazioni, non solo nel senso di conversione monetaria.
Nel caso dello scontro tra Facebook e Apple per il rilascio dell’aggiornamento di iOS 14.5 si possono vedere in azione le forme di potere descritte da Castells nel 2009, il networking power messo in atto da Apple per chiudere l’accesso ai dati dei propri utenti e  il network power di Facebook per allertare e istruire i propri inserzionisti.
Nell’età dell’informazione, come definita da Castells, le informazioni assumono un ruolo capitale, in tutti i sensi.

Ciò che rimane nelle mani dei singoli utenti è la possibilità di muoversi lateralmente rispetto a queste dinamiche, nell’ottica di una economia del dono e della condivisione, elementi che sono fortemente radicati nella prima idea di web, come quella promossa da Tim Berners-Lee, o dai pionieri dell’open source come Linus Torvalds o ancora presente nella cultura memetica internettiana, spesso ai limiti del copyright infringement.
Ci troviamo ancora in una fase che potremmo definire protostoria dell’età dell’informazione, in termini di generazioni umane sono passati pochissimi anni e molte dinamiche legate alle tecnologie digitali sono in continuo divenire. Tutt’ora è in atto uno scontro di potere tra le istituzioni tradizionali e le principali piattaforme digitali, del quale non si è in grado di prevedere il risultato.

Ominidi nel terzo millennio

Nel prossimo futuro è però certo che dovremo tenere conto di tutte le implicazioni legate al cambiamento climatico, ormai in corso, che dovrà influenzare i decisori politici ed economici di tutto il mondo, alterando giocoforza i processi produttivi e gli equilibri sociali.
In quest’ottica Internet e la struttura della Network Society rappresentano degli strumenti potenzialmente decisivi, sia che si tratti di applicarli all’Internet of Things, sia che si tratti di diffusione di conoscenza.
Siamo pur sempre gli stessi animali che sognavano di prevedere il futuro osservando le stelle, o analizzando le interiora di un animale, o più recentemente, ipotizzando proiezioni di crescita del Pil, disattese dall’arrivo di una pandemia. Il futuro è inconoscibile, ma lo studio degli strumenti attualmente a disposizione è fondamentale per sapere come utilizzarli nel migliore dei modi.

VanderMeer nella sua trilogia di fantascienza sull’Area X vede un felice disfacimento dell’umanità in un nuovo ecosistema, attraverso un percorso di annientamento, autorità e accettazione della disgregazione dell’identità.
Aldous Huxley ne Il Mondo Nuovo prevede una società senza desideri felicemente asservita ad un regime totalitario.
Gene Roddenberry, nella sua utopia socialista, immagina in Star Trek una società senza bisogni, in cui il valore non è più costituito dal denaro, ma dal prestigio e dalla conoscenza.
Sono tutti modelli utopici o distopici, ma che ci permettono di dare uno sguardo innocente alle infinite possibilità del futuro.