Al giorno d’oggi siamo chiamati ad agire in un contesto in continuo cambiamento, che vede la novità come uno stato permanente, scandito da un eterno presente che non lascia spazio a nessun tempo passato o futuro. In un contesto come quello appena descritto, ovvero come quello attuale, il concetto di nuovo definisce tutto ciò a cui non siamo abituati, quindi l’accezione di nuovo cambia in relazione al tempo. Nell’ambito delle nuove tecnologie, però, siamo nella condizione di non avere più la possibilità di abituarci a nulla, a causa della rapidità dei tempi di sostituzione (Cosenza, 2004). A questo, quindi, consegue che l’individuo sia intrappolato in questo mondo che considera la novità come condizione necessaria e inderogabile e, la stessa persona si trova al centro di un intenso vortice di stimoli amplificati dalla presenza dei nuovi media, che ormai permeano ogni aspetto della sua vita.
All’interno di questo scenario tecnologico, spesso definito con toni pessimistici e a tratti apocalittici, possiamo riscontrare diverse contraddizioni. In questo articolo si cercherà di analizzarne alcune prendendo in considerazione alcuni esempi che, partendo da atteggiamenti comuni e contemporanei, provano a evidenziare i forti cambiamenti introdotti con lo sviluppo delle tecnologie e del digitale.

“Gli strumenti disponibili hanno risvegliato nelle persone la voglia di comunicare, tipica dell’essere umano. L’uomo resta e resterà sempre, in una visione aristotelica, un “animale sociale”. Sono cambiate le modalità con le quali si organizza oggi in comunità, nelle quali i brand e le aziende sono chiamate a fare la loro parte.” (Cappelletti, 2017)

Partendo da questa citazione vorrei analizzare il primo paradosso, ovvero l’aumento del numero dei cosiddetti “nomadi digitali” e il parallelo aumento degli spazi di coworking.

I nomadi digitali rappresentano quella categoria di lavoratori, dipendenti e non, che hanno deciso (o avuto la possibilità) di lavorare in remoto, sfruttando le nuove tecnologie e la rete. Molti di questi soggetti lavorano in ambiti legati al digital, che come settore permette una maggior flessibilità in questi termini, ma non tutti. Infatti, recentemente molti dei lavori più tradizionali e “d’ufficio” hanno trovato una strada per poter essere digitalizzati e quindi per poter approfittare della possibilità di lavorare lontano dalla propria azienda; ad esempio esistono avvocati, commercialisti, psicologi e addirittura insegnanti di yoga che hanno trasformato il loro stile di vita passando al nomadismo digitale. Inoltre, vengono definiti “nomadi” anche perché molti di loro decidono di mantenersi sempre in movimento, abbandonando la propria casa e spostandosi periodicamente in diverse parti del mondo, continuando a lavorare online.

Gli spazi di coworking, invece, possono essere uno degli esempi di come le modalità con le quali l’uomo oggi si organizza in comunità stiano cambiando. Questi spazi, che potremo definire di aggregazione, sono degli ampi open space in cui startupper, liberi professionisti e/o piccole imprese decidono di lavorare, affittandosi una scrivania e utilizzando lo spazio sia come luogo di lavoro che come luogo di contaminazione. Infatti, all’interno di questi spazi si trovano professionisti di diverso genere, con competenze varie e appartenenti a settori molto distanti tra loro; questo agevola la diffusione di idee e conoscenze, permette di fare networking e, inoltre, incoraggia la creazione di partnership tra i diversi soggetti.

Il paradosso, in questo caso, sta nel fatto che, dopo aver raggiunto l’autonomia e la libertà sotto l’aspetto lavorativo, i digital nomad cominciano ad accusare la solitudine, cercando dei luoghi di aggregazione in cui poter lavorare. Il dipendente che lavora da remoto si trova così a cercare, durante il suo soggiorno a Bali, uno spazio di coworking in cui poter passare le ore che dedicherà alla sua azienda.
“Se fossi rimasta a casa un altro giorno avrei iniziato a parlare con il muro” questo mi è stato detto un giorno da una ragazza arrivata presso lo spazio di coworking in cui svolgevo il mio periodo di tirocinio.
La contraddizione emerge, quindi, nel momento in cui, raggiunta la libertà tanto agognata, essa stessa diventa un ostacolo a quello che è il vivere quotidiano. Paradossalmente, il digitale, mezzo che ha permesso una maggior connessione, addirittura un’iper connessione, diventa la causa dell’interruzione di tutte quei collegamenti faccia a faccia, che restano intrappolati nel mondo reale e non riescono ad irrompere (o almeno non con la stessa intensità) in quello virtuale. L’apice di “irrazionalità” si raggiunge nel momento in cui la persona è disposta a pagare per poter usufruire di uno spazio di lavoro, e quindi per poter recuperare quel contatto che ha perso nel momento in cui ha smesso di lavorare nell’azienda, per limitarsi a lavorare per l’azienda.
Eh sì, perché affittare una scrivania in uno spazio di coworking ha un costo, nella maggioranza dei casi.

Ci troviamo quindi in una situazione di tensione verso quello che viene definito “villaggio globale”, permesso dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione e trasporto, ma allo stesso tempo siamo bloccati da una cintura di sicurezza che ci stringe lo stomaco e si identifica con una profonda sensazione di solitudine.
A questo punto, l’intuizione di Hobbes riguardo la natura dell’uomo è la definizione perfetta. Il filosofo, infatti, definiva l’uomo come un animale asociale, che ricerca l’associazione con altri individui solo perché spinto da motivazioni utilitaristiche, cioè per trarne vantaggi e benefici personali.

Un secondo punto che ha del paradossale riguarda proprio la tendenza della comunicazione ad eliminare la necessità stessa della comunicazione (Galimberti, 2009). Infatti, seguendo il ragionamento del filosofo, la democraticità e l’accessibilità della rete hanno permesso che chiunque avesse una connessione a Internet acquistasse la possibilità di far sentire la sua voce davanti ad un pubblico vastissimo. Si stima infatti che nel 2019 gli utenti con accesso a Internet nel mondo siano pari a 4,39 miliardi (Fonte: We are social). Questo comporta una moltitudine di voci che si disperdono nel web e che vengono diffuse dai media. In questo caos di voci viene a mancare il processo di racconto-ascolto, in quanto il singolo si informa individualmente e nel momento in cui si relazione con un altro geografico, è come se parlasse con sé stesso. Questo perché in precedenza era possibile avere delle visioni del mondo che differivano dalle persone con cui ci confrontavamo, ma ora diventa sempre più difficile scambiarsi esperienze diverse, in quanto il mondo che ci restituiscono i media (tramite cui tutti ci informiamo) e i modi in cui lo possiamo descrivere, sono gli stessi per tutti.

Galimberti, infatti, afferma: “Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l’ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque.”

Ne consegue un progressivo isolamento dell’individuo, che il filosofo definisce eremita di massa, e si crea la situazione per cui le tecnologie, nate per migliorare le connessioni tra individui, riescano ad avvicinare le persone a ciò che è lontano, ma allontanarle da ciò che è vicino. È questo lo stesso motivo per cui Giovanna Cosenza, nel suo testo Semiotica dei nuovi media afferma che “[…] Le stesse tecnologie che sono nate per annullare le distanze nello spazio fisico (le telecomunicazioni) sono oggi usate per comunicare anche fra persone che si trovano nello stesso spazio […]”.
Ne risulta, quindi, che i mezzi di comunicazione ci impediscono di fare un’esperienza condivisa reale, perché ci costringono all’individualità e a ‘condividere’ esperienze solo nel mondo rappresentato.

In conclusione, questo articolo vuole porsi come provocazione per lo sviluppo di una riflessione personale e di alcune domande riguardo agli effetti positivi e negativi (e soprattutto soggettivi) che l’evoluzione delle tecnologie mediali hanno avuto sul comportamento, sullo stile di vita delle persone e sul loro modo di rapportarsi con la tecnologia e con gli altri. Capire, quindi, come l’uomo si trasforma per effetto del potenziamento dei mezzi di comunicazione.
In un prossimo futuro i rapporti sociali saranno sempre più filtrati dai media? O l’animale sociale che è dentro di noi cercherà di combattere e trovare un modo per conciliare l’aspetto tecnologico con quello relazionale?
Sarebbe interessante poter capire se l’individuo riuscirà a recuperare tutte quelle norme di comportamento che ormai ha perso, dimenticandosi le dinamiche del funzionamento delle relazioni faccia a faccia. O se quel senso di solitudine si placherà, lasciando spazio ad una solitudine 2.0, costruita su di un nuovo tipo di relazione umana, diversa da quella che conosciamo oggi, ma in grado di toglierci quel senso di inadeguatezza che sentiamo tutt’ora quando ci relazioniamo attraverso i nuovi media.

 

Bibliografia:

2004, Giovanna Cosenza, Semiotica dei nuovi media, Bari, Editori Laterza

2017, Mariano Diotto, Web Marketing Manager & Digital Strategist: La bibbia delle nuove professioni Web, Palermo, Dario Flaccovio Editore

2009, Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Milano, Feltrinelli Editore

Sitografia:

https://www.facebook.com/groups/nomadidigitaliitaliani/

https://wearesocial.com/global-digital-report-2019