Con l’esplosione dei Social Network, la presenta online è diventata parte integrante della nostra quotidianità. Tra post, tweet e foto, il nostro è un continuo far sapere chi siamo, cosa facciamo, cosa pensiamo, perdendo completamente la nostra vera identità.

Ma cosa si intende per identità virtuale e identità digitale?

Per identità virtuale s’intende qualcosa di possibile, potenziale, immaginabile. Ma che non ha una manifestazione concreta e quindi non reale. Possiamo creare un’identità virtuale quando giochiamo con un videogame e dobbiamo creare il nostro personaggio. Quella è un’identità virtuale. Ci si crea un’identità simile al nostro essere o comunque rispondente ai nostri interessi, ai nostri gusti.

Nell’identità virtuale è pur presente una componente di identificazione ma è più forte il lato ludico e fantastico, la voglia di evasione e l’idealizzazione in un personaggio di fantasia.

L’identità sui Social Network invece non è virtuale. Almeno non dovrebbe esserlo. Dovrebbe rispecchiare il tuo essere di tutti i giorni ma purtroppo non è mai così. E’ raro che accada così.

 

“L’identità personale è un costrutto culturale e sociale, oggetto di scelta, di adesione e di costruzione (più o meno consapevole). L’identità personale, dunque, è il risultato (continuamente rivedibile) di un processo: un processo di identificazione. Le caratteristiche costitutive (o almeno alcune di esse) dell’identità personale sono mutuate da qualche modello più generale, offerto dall’ambiente sociale rilevante: quest’ultimo rende disponibili ad esempio una certa cultura, una certa religione (o più opzioni religiose), e attribuisce un certo significato ad altre caratteristiche dell’identità come il sesso, l’etnia, la razza, la lingua. La costruzione dell’identità individuale è così un processo di identificazione con qualcuno, o più, dei modelli o identità collettive disponibili nell’ambiente sociale”.

 

Purtroppo sui Social si perde completamente l’identità nonché la dignità di una persona correndo rischi e pericoli ogni giorno. Si tratta di identità digitale, ovvero il riflesso, il prolungamento di ciò che siamo offline veicolato dagli strumenti digitali.

 

“La persona digitale è un modello di personalità individuale pubblica basato su dati e mantenuto da transazioni, destinato ad essere utilizzato su delega dell’individuo”. (Clarke)

 

Dalla seppur rudimentale definizione di Clarke si possono trarre importanti spunti di riflessione che consentono di iniziare ad identificare l’identità digitale come un complesso di dati, arricchito da rapporti (transazioni) ed utilizzabile solo su autorizzazione dell’individuo. Questi elementi permettono di evidenziare un’evoluzione dell’identità personale, formata da elementi facilmente identificabili (nome, cognome, pseudonimo, anonimato, immagine personale, reputazione che sono pur presenti nell’identità digitale) che si arricchiscono di un patrimonio informativo nuovo, acquisibile anche – ed indipendentemente – dalla volontà del soggetto, “quel patrimonio si forma non solo su ciò che è e fa chi ne dispone, ma anche sulle relazioni e reazioni che i suoi atti sono in grado di generare”, nel web.

Lo stesso Clarke, individua due tipologie di persona digitale che si vengono a delineare: una progettata ed una imposta.

La prima, creata dall’individuo stesso che la trasmette ad altri per via dei dati che fornisce (creando blog personali, pagine personali sui social); l’altra è data dalla proiezione sulla persona dei dati detenuti da agenzie esterne come ad esempio società commerciali o agenzie governative (grado di solvibilità per i mutui, stato di salute a fini assicurativi o creditizi, preferenze commerciali).

 

Arnold Roosendale, noto ricercatore olandese, identifica, diversamente da come fece Clarke un ventennio prima, una tripartizione del concetto di persona digitale: una forma Progettata, una Imposta ed una Ibrida.

La forma progettata è quella che l’individuo sceglie, forma e rappresenta per mezzo dei contenuti che immette (es. homepage di un sito personale); la forma imposta è l’identità creata da enti esterni, quali società commerciali o agenzie governative (ad es. società che gestisce il rating del credito per i possessori di carte di credito); la forma ibrida è la rappresentazione creata dal web 2.0 e dalle sue connessioni sociali (Facebook contiene sia le informazioni che l’individuo decide di inserire, sia la lista e tipologia dei suoi contatti che contribuiscono a creare ed aggiornare dinamicamente l’identità dell’individuo).

D’altro canto “la rappresentazione dell’immagine di noi stessi che forniamo sulla rete è sempre più accurata, e più lo diventa, maggiore è il valore, anche economico, che essa acquista” e ciò è testimoniato dalle ricerche svolte dal “Boston Consulting Group”( J.Rose, O. Rehese, B. Röber, “ The value of our digital identity”) che stimano come il volume di affari correlato alla gestione delle identità digitali possa raggiungere nel 2020 la cifra di 1 trilione di euro, pari all’8% del PIL dell’Unione Europea a 27 stati.

Per questi ultimi, i benefici deriverebbero dalla fruizione gratuita di servizi quali quelli offerti, per esempio, da Google o Facebook, nell’ambito di modelli di business che monetizzano l’utilizzo di dati personali e preferenze.

Siamo lontani dunque dall’identificazione unitaria di persona che ci presentò Jhon Locke nel Saggio sull’intelletto umano, II, 27 ove si legge che la persona è : “un essere pensante dotato di intelligenza, di ragione e di riflessione, e capace di considerarsi in se stesso come la medesima realtà, in differenti luoghi e tempi”, visto e considerato come la percezione di considerarsi in se stesso come la medesima realtà è sconfessata dalla modifica esterna a questa percezione da parte dei soggetti terzi con cui entra in relazione, dall’attitudine ad allontanarsi volontariamente da quella reale e, soprattuto, da interessi di monetizzazione collegati alla persona digitale.

 

Alla luce di ciò è dunque facilmente intuibile come la costruzione dell’identità digitale non deve per forza essere specchio dell’identità personale del soggetto, trasfigurazione digitale della persona, ma basta che si sviluppi attraverso un processo di costruzione continua dato da un apporto personale ed interrelazionale; l’identità digitale diventa un superamento, qualcosa di più ricco e complesso di quella personale da cui prende le mosse e se ne allontana a seconda delle esigenze dei fruitori.

 

Il soggetto, online, può assumere tutte le identità che la fantasia gli permette, mutando semplicemente la quantità, la qualità e la veridicità delle informazioni che comunica, ma allo stesso tempo può essere identificato anche dalle informazioni che altri inseriscono su di lui o, che emergono dal rapporto con altri, indipendente dalla conformità e dall’attualità di esse.

Un esempio illuminante è al riguardo il Social Network Second Life, uno spazio digitale in cui ciascun individuo può creare un avatar digitale (una “rappresentazione grafica e virtuale di un visitatore di un sito”) pur divergendo dal soggetto fisico che lo impersona (è permesso scegliere il nome, il sesso, l’immagine di sé attraverso la costruzione del proprio aspetto fisico) e vivendo una vita digitale, creando relazioni e rapporti fittizi con altri utenti.

Ma anche il più famoso social network, Facebook, ha concesso – in maniera ora legale – di usare nomi diversi da quelli reali, a seguito del cambio di policy per la registrazione effettuato nel 2015. La vicenda prende le mosse da un ricorso promosso da una drag queen, a cui si unirono altri casi promossi da omosessuali e sostenuti da associazioni LGBT, che definiva discriminatorio e pericoloso l’obbligo imposto da Facebook di registrarsi utilizzando il suo vero nome che, nella fattispecie concreta, la signora voleva opportunamente evitare di comunicare per tutelarsi.

 

E’ dunque fondamentale distinguere identità virtuale da quella digitale. Definire identità virtuale la propria presenza sui Social Network e di conseguenza le dinamiche che ne scaturiscono, deresponsabilizza l’utente dall’ essere consapevole ed autentico in ciò che dice, compie e condivide online.

Sui Social non è così, anche se attraverso “filtri digitali”, ci si può relazionare con persone vere che potrebbero essere ferite, offese, lusingate.

Perché c’è questo bisogno incessante di dire a tutti cosa abbiamo mangiato, dove siamo stati in vacanza, cosa abbiamo sognato? Perchè far sapere a tutti i nostri gusti musicali? E soprattutto perché c’è questo compulsivo bisogno di condividere?

Tutto ciò è dovuto al fatto che sui Social possiamo costruire, plasmare ed apparentemente controllare le nostre identità plurime. Possiamo diventare supereroi, esplorare gli aspetti più oscuri della nostra personalità in incognito. Anche se in rete nulla è veramente in incognito.

Ognuno si dedica liberamente a diventare ciò che vuole o che forse non può essere nella vita quotidiana. C’è questa voglia o necessità di abbellire l’io quotidiano, filtrando accuratamente cosa postare o non, quali foto taggare, quali citazioni condividere. In base all’ idea che abbiamo dell’io desiderabile (ricco, misterioso, intellettuale),  aggiungiamo frammenti di un puzzle immaginario che ci deve rappresentare così come riteniamo di voler essere.

I Social si prestano a costruire un’identità completamente nuova e spesso del tutto distaccata dall’ io quotidiano ed attraverso questa permette di esplorare soprattutto chi poter essere.

In un mondo in cui “vita digitale” e “vita reale” si stanno intersecando e fondendo sempre  più, in un mondo in cui costruiamo e gestiamo la nostra rete sociale tanto offline quanto online, è fondamentale considerare la nostra identità digitale parte integrante di quello che siamo.

 

Ma a questo punto, riprendendo il titolo di questo articolo, sorge spontaneo chiedersi: siamo quello che postiamo oppure postiamo quello che siamo? Ai posteri l’ardua sentenza…