Negli anno ‘90 abbiamo assistito ad una rivoluzione culturale e per non essere vittime della digital divide, ci siamo armati di computer ed internet.

Se inizialmente per usufruire della tecnologia e navigare nella rete era necessario essere uno dei pochi esperti del settore, oggi grazie ai personal computer e agli smartphone il web e la tecnologia  sono diventati elementi imprescindibili della nostra quotidianità.
Che questi dispositivi abbiano radicalmente cambiato la vita dell’uomo è indubbio, ma resta argomento di discussione la bontà di tale rivoluzione.
Come per ogni innovazione apportata nel campo mediatico il mondo si divide tra: apocalittici che rimpiangono il passato e sostenitori che cavalcano l’onda digitale.
Il mio obiettivo è quello di analizzare le conseguenze cerebrali della tanto discussa tecnologia, evidenziandone gli aspetti negativi ma fornendo al contempo un supporto scientifico per ogni considerazione. Ho ritenuto più opportuno voluto focalizzarmi soprattutto sull’età giovanile in quanto spesso mi capita di vedere bambini sempre più piccoli con telefoni sempre più grandi.

 

Il nostro cervello è plastico

Non voglio dilungarmi in spiegazioni troppo psicologiche o complesse, ma credo sia indispensabile forniti alcune semplici basi per darti la possibilità di capire un argomento che tanto fa discutere.

 

Nel lontano Settecento, Franz Joseph Gall e Jean-pierre Floureans discutevano in merito alla fisiologia del cervello.
Nel 1809, Gall propone una teoria chiamata “Frenologia”. Gall ed i seguaci frenologi sostenevano che i tratti della personalità di un individuo ed i suoi comportamenti dovessero dipendere dalla dimensione delle differenti parti del cranio.

Si contrappose a questa teoria Flourens, nel 1927, che negó la correlazione tra la forma del cranio ed il cervello, ma affermó invece che tutte le aree neurali fossero equamente responsabili di tutte le funzioni cerebrali. Anche questa conclusione si dimostrò errata e fuorviante.

Grazie a diversi contributi seguenti, soprattutto di scienziati come Paul Broca, oggi sappiamo che nel cervello esiste una suddivisione di compiti molto chiara, per la quale aree differenti possiedono funzioni differenti, ma la loro localizzazione non è universale bensì altamente soggettiva.

Eppure, presa singolarmente, nessuna porzione di cervello è in grado di dare un output soddisfacente, perché?

Tutte le aree cerebrali sono collegate vicendevolmente e necessitano di una collaborazione per il loro corretto funzionamento. Sono queste connessioni ad essere il vero motore del nostro cervello. Prova a pensare: siamo dotati di circa 100 miliardi di neuroni, ciascuno dei quali è in grado di instaurare circa 10 mila connessioni sinaptiche. Il nostro cervello,  essendo plastico, migliora o elimina le connessioni tra neuroni per rendere il suo funzionamento il più efficiente possibile.
Quando parliamo di “apprendimento”, possiamo immaginare un gruppo di neuroni che creano un legame più forte tra di loro.

Inizialmente si pensava che la plasticità neurale fosse una caratteristica comune in età giovanile e che venisse a mancare con la crescita. Recentemente, invece, è stato dimostrato come vi sia in realtà la possibilità di mantenere le connessioni neurali attive “fino a cent’anni”.

Il sistema nervoso è dunque in grado di apprendere senza limiti d’età, ed in questo suo percorso formativo giocano un ruolo importante l’ambiente e le circostanze nelle quali ci troviamo.  Se è vero che il cervello è in un processo di continuo aggiustamento nel corso di tutta la vita, rimane comunque il primo ventennio il periodo più ‘critico’ per la sua definizione.

 

Arriviamo al dunque:
essendo la tecnologia onnipresente, al giorno d’oggi anche in età prescolare, in ogni ambiente ed esperienza giornaliera, come può questa aver inciso nella nostra struttura cerebrale?
Ha migliorato oppure ha peggiorato le nostre connessioni neuronali e dunque le nostre capacità cognitive?

 

Demenza Digitale: qual è il pericolo per le nuove generazioni

Prendo in prestito diverse nozioni dal libro e dalle conferenze tenute da Manfred Spitzer, docente e medico psichiatra tedesco, perché la sua passione per questa tematica è davvero notevole.

Prima dell’invasione digitale i giochi della prima infanzia erano ricchi di dettagli tattili: facevano rumori, erano così semplici ma così curiosi per un bambino, basta pensare alle maracas, i libri in tanti tessuti differenti, i lego.
Oggi invece ⅓ dei bambini americani pigiano i tasti del display prima di sapere camminare e parlare, tanto che il mercato si è adattato e propone seggioloni e vasini con il supporto per il tablet.

Ora ti, come pensi che si possano attivare le connessioni neurali della corteccia motoria muovendo le dita su una superficie liscia? Non è forse la cosa più “banale” che si possa fare con le mani? La manualità deve essere appresa e questa soluzione tecnologica sicuramente non lo permette.

La televisione e l’apprendimento

Dal 1954 al 1975 nella storia della TV italiana si parla di “paleo-televisione”.
L’obiettivo del nuovo media era quello di formare ed educare la massa, divulgando la cultura. Programmi come “Lascia o raddoppia?” o “Non è mai troppo tardi” hanno avuto in quest’ottica ottime conseguenze, come l’elevazione dell’obbligo scolastico e la rivoluzione della scuola media inferiore (1962).

Dal 1975 un nuovo periodo denominato “Neo-televisione” fu caratterizzato da una funzionalità più ludica del media televisivo. Quasi simultaneamente, iniziò uno studio longitudinale in merito agli effetti della tecnologia, condotto da Hanoox et al.
Nel 2005 vennero pubblicati i risultati di una ricerca iniziata nel 1972 e proseguita per 40 anni assieme agli stessi soggetti. All’origine del progetto il campione preso in esame aveva 5 anni, al termine 45.
L’obiettivo era quello di  monitorare il successo scolastico e della vita in generale dei soggetti adulti in relazione alle ore di televisione guardate da bambini.

Come dimostra il grafico: tante meno ore i bambini hanno trascorso davanti alla televisione, tanto più si sono realizzati in termini scolastici.

 

Tecnologia e apprendimento

Ogni anno gli istituti scolastici investono molti soldi nel rendere più tecnologica e connessa la struttura dove avviene l’istruzione, gli studenti abbandonano carta e penna e si armano di pc e mouse.

David B. Daniel e Daniel  T. Willingham, dedicano uno studio alla digitalizzazione dei libri, arrivando alla conclusione che: tanto più semplificati e interattivi sono gli e-book, tanto meno lo studente apprende. La motivazione sembra essere legata al fatto che quando i giovani hanno bisogno di trovare delle informazioni, non sono più costretti a cercarle all’interno di un testo, ma si limitano a cliccare un link, raggiungendo con il minimo sforzo l’obiettivo.
Ancora, Pam A. Mueller e Daniel M. Oppenheimer dimostrano come, a parità di tempo a disposizione e condizione di ricezione delle informazioni, gli studenti che scrivono gli appunti con la penna ottengono punteggi più alti nel test a fine lezione rispetto a coloro che hanno scritto a pc e dunque utilizzando la tastiera. La ricerca la si può trovare qui.

 

“Pensiamo come uno smartphone”

Michael Merzenich, neuroscienziato docente all’Università della California di San Francisco, esprime la sua preoccupazione più sentita verso le conseguenze che la tecnologia sta avendo nel nostro sistema nervoso. Come spiegato precedentemente, il nostro cervello è in grado di modificarsi nel corso della vita, e secondo il professore “Noi pensiamo che rimuovere gli sforzi e affidarli a un dispositivo sia sempre un vantaggio. Ci dimentichiamo però, che ogni volta che assegniamo a una macchina una funzione umana, stiamo rimuovendo qualcosa dalla nostra vita e dal nostro cervello”.

La continua delegazione di compiti ai dispositivi digitali andrebbe ad incidere nelle connessioni nervose rendendole meno attive e dunque meno efficienti.

Quanto è positivo essere multitasking?
Normalmente reputiamo positivamente il multitasking, lo usiamo come vanto del cervello femminile “le donne sanno fare più cose contemporaneamente, gli uomini no”!

Non ci rendiamo conto che tante più informazioni elaboriamo nello stesso momento, tanto peggiore sarà l’apprendimento o il risultato. Tornando all’esempio degli studenti e del pc a scuola: l’insegnante sta spiegando, nel frattempo lo studente che prende appunti al pc, risponde anche ad un messaggio e dà una controllata al meteo per pianificare la giornata.

Il cervello non si sta allenando a fare più cose contemporaneamente, il cervello sta facendo tanti compiti fatti male. In realtà, riguardo a questa tematica è stato condotto uno studio interessante che dimostra come, ad essere danneggiati dalla tecnologia durante l’apprendimento non siano tutti gli studenti ma coloro che hanno un background sociale e capacità di apprendimento più bassi.

 

Per concludere, io credo che la tecnologia non debba essere bandita, io stessa la utilizzo molto e anzi: meno male esiste!
Tuttavia è indispensabile essere a conoscenza di quali siano le sue conseguenze, soprattutto durante lo sviluppo in età giovanile: delegare alla tecnologia i compiti necessari per lo sviluppo cerebrale non è una scelta saggia.
Non abbiamo ancora studi certi che possano affermare che tra 50 anni nessuno di noi saprà più le tabelline o l’ortografia, ma possiamo prevedere che dare un tablet in mano a degli infanti non è di sicuro la scelta più opportuna che si possa fare.