Da qualche anno lo sport a livello professionistico procede e si evolve di pari passo con il circo mediatico dei social network. Piattaforme come Instagram, Twitter, Facebook sono diventate in grado di offrire una visibilità maggiore rispetto a qualsiasi magazine o rivista del settore. Il perchè di tutto questo è dato dall’immediatezza e dall’alto grado di usabilità di questi mezzi: rispetto all’inizio degli anni 2000 è diventato possibile interagire “direttamente” con i propri idoli sportivi, vedere sessioni di allenamento, sapere in diretta cosa fanno nel tempo libero ed irrompere, di conseguenza, anche nel loro privato. I social network hanno contribuito a rendere gli sportivi più vicini a noi,  avvicinando il tifoso a quel mondo reale che prima sembrava tanto lontano quanto irraggiungibile.

Ma i nuovi media hanno facilitato la vita anche alle società sportive. Il conseguente coinvolgimento degli atleti nel mondo dei social media e la rapida evoluzione degli strumenti digitali hanno offerto nuovi sistemi di recruiting alle squadre. I dirigenti sportivi e i talent scout, attraverso il costante monitoraggio dei profili personali sulle varie piattaforme social, recuperano informazioni che prima non avevano la possibilità di verificare. La scelta di aggregare un atleta in una squadra passa anche attraverso i social ed è fondamentale che i tifosi riconoscano il proprio beniamino in ogni momento. E questo è possibile tramite i social. Il tipo di contenuto, il filtro di Instagram, il tone of voice utilizzato: tutto deve essere in linea con quello che è l’atleta e  l’immagine dell’atleta per i fan. Le società sportive devono essere lungimiranti e comprendere che la voce dei propri atleti è diventata fondamentale per il grado di rilevanza dell’azienda sul mercato rispettivo. Oggi è impossibile comunicare senza di loro.

Il problema per gli atleti è che, dove la società non arriva, arriva il tifoso a diffondere lati nascosti della loro vita privata, diffondendo news altisonanti e non sempre veritiere sulle piattaforme, “contaminando” reputazione online e offline. Al giorno d’oggi diventa importantissimo per uno sportivo che ambisce al professionismo costruirsi da subito, esattamente dall’inizio della sua carriera, una propria social fan base. Questo perchè per molte aziende che sponsorizzano i maggiori campionati sportivi globali contano di più il seguito, i numeri di follower e la presenza digitale dell’atleta nei social, canali molto più semplici da misurare e quantificare pubblicamente in confronto al web, rispetto al numero delle conquiste nella disciplina di riferimento.

Un carattere fondante dei social media è che sono un potentissimo, ma estremamente pericoloso, mezzo di self-validation, di ricerca di affermazione del proprio ego. E quando si parla di sportivi di altissimo livello, come i calciatori di Serie A o gli atleti della NBA, questa necessità si unisce a quella degli sponsor che vogliono ottenere visibilità e prestigio tramite uno sportivo di rilievo, qualcuno che sia conosciuto e acclamato dal pubblico interessato. Ovviamente questo utilizzo e approccio ai social media non è sbagliato, anzi, basta aprire per un attimo Instagram per rendersi conto che non sono solo le superstar a volere questo, ma anche la gente “comune”. È sotto gli occhi di tutti ormai l’utilizzo narcisistico delle piattaforme social, dove la tendenza spinge l’individuo a rovesciare tutta l’attenzione su se stesso.La controversia è nella struttura stessa di queste piattaforme, bisogna comprenderla senza sottovalutare mai che dietro a contenuti autoriferiti e vanitosi, condivisi sempre più spesso in giovanissima età, ci sono condizionamenti di contesto sempre più forti.

Allo stesso modo, tornando agli atleti e in particolare a quelli della NBA, ciò che conta più di tutto è di essere autentici e on brand. I fan, come detto in precedenza,  vogliono scavare sempre più profondamente nella loro quotidianità, dentro e fuori dal campo e le possibilità di avvicinare la propria realtà a quella dei loro idoli si sono moltiplicate a velocità vertiginosa. Il matrimonio tra la NBA e i social media si è creato soprattutto grazie ad una scelta ponderata e strategica da parte della lega, o per meglio dire da parte del dirigente sportivo Adam Silver, che ha voluto concedere la creazione e la condivisione degli highlights e contenuti relativi alla NBA, sia se presi in via non ufficiale da pagine regolamentate sia se registrati artigianalmente dalla propria televisione, optando per una scelta in controtendenza con il panorama sportivo professionistico americano. Da questa presa di posizione nascono fenomeni paralleli ma correlati, come Rob Perez o Adrian Wojnarowski, figure di riferimento per gli utenti Twitter che regalano ai fan le ultimissime news in tempo reale, oppure giocatori che, con milioni di followers, diventano vere e proprie celebrità globali, o ancora squadre della lega che tramite i social si provocano e stuzzicano prima di una partita di campionato tenendo incollati allo schermo i fan, aumentando di conseguenza l’hype attorno all’evento sportivo. La capacità di appoggiarsi ai social media ha regalato alla National Basket Associations quel qualcosa in più che le ha permesso di diventare, sia a livello mediatico e che a livello di rilevanza popolare, la numero uno al mondo tra gli sport.

Ma purtroppo vi è il rovescio della medaglia. Nel rapporto tra tifosi e star dello sport  il punto di rottura è dietro l’angolo: la tendenza è quella di creare un giudizio definitivo della persona prima ancora che dell’atleta, operando un controllo minuzioso di ogni minimo comportamento, in campo o fuori. Ogni errore, ogni reazione, ogni parola detta per sbaglio, ha un effetto enorme sulla propria immagine e sulla propria digital reputation. Lo stesso Adam Silver in una conferenza si è lamentato del numero di giocatori che gli confidano di essere “veramente infelici”.

La prima cosa che si nota negli spogliatoi NBA in questi giorni non è la concentrazione di uomini anormalmente grandi in vari stati dello spogliarsi. È il silenzio. I più grandi giocatori di pallacanestro dell’universo si isolano con le cuffiette prima della partita e seppelliscono la testa nei telefoni dopo la partita. Guardano i momenti salienti, ascoltano i sapientoni, seguono i meme e passano una quantità incredibile di tempo nel tentativo di decifrare gli emoji. Hanno capito che quello che succede sui loro telefoni è spesso divertente come quello che succede in campo.

Per il Wall Street Journal Ben Cohen ha fatto un reportage sui giocatori NBA dal titolo: “Anche l’NBA ha problemi con i social media ora” e dal sottotitolo “E se alcune delle cose che hanno reso così popolare il campionato sono le stesse cose che rendono i giocatori infelici?”. Gli atleti professionisti hanno da sempre lottato contro sentimenti di angoscia e solitudine, ma stare presenti in maniera eccessiva sui social alla fine può trasmettere ansia e portare, di conseguenza, all’infelicità. Ne abbiamo avuto la conferma specialmente dopo che giocatori di rilevante importanza come Kevin Love e DeMar DeRozan hanno sostenuto con maggiore consapevolezza l’importanza della salute mentale negli atleti. Sfortunatamente queste due star della pallacanestro, come molte altre persone, hanno dovuto affrontare un avversario davvero stupido: lo stigma, il pregiudizio nei confronti di chi soffre di un disturbo psichico e che porta spesso il pubblico a etichettare il malato come “matto”, e tramite i social purtroppo, dove la libertà di espressione a volte oltrepassa limiti che non dovrebbero essere superati, tale processo è reso più evidente. Ma l’NBA per fortuna si sta muovendo in sostegno degli atleti soggetti a tali problematiche.

È evidente come lo sport oggi sia stato trasformato dall’arrivo del digitale, non è più lo stesso rispetto anche solo a 20 anni fa, ed oltre alle attività sportive sono cambiati anche gli atleti che le praticano e i tifosi, tutti hanno assunto nuovi modelli di comunicazione. Gli sportivi, le “superstar” dell’ultimo decennio, hanno iniziato a percepire la sovraesposizione della loro persona non solo in quanto professionisti esemplari, ma soprattutto in quanto esseri umani.

di Eugenio Cognolato

 

 

Eugenio